Tinazzi

Gardella/il trasmettere: Ignazio Gardella e lo Iuav

Claudia Tinazzi



«Perché la Scuola diventi un ambiente non basta l’azione catalizzatrice degli insegnanti ma occorre il coordinamento dei vari insegnamenti, i quali non dovrebbero esaurirsi come ora in corsi annuali, biennali, ma procedere collegati e fusi per tutto il quinquennio con un continuo concentrico approfondimento.
Ciò porterebbe ad una trasformazione basica dell’ordinamento attuale degli studi. Tuttavia anche nell’ordinamento attuale sarebbe possibile tendere alla formazione di un ambiente, cioè in definitiva di una vera Scuola, sia stabilendo tra vari corsi quei rapporti organici che oggi non esistono, sia con periodici seminari di allievi tenuti insieme dagli insegnanti delle diverse materie cosiddette artistiche e scientifiche»
(Gardella, 1952)
 
Per le generazioni più giovani che si sono avvicinate alla figura di Ignazio Gardella attraverso le puntuali e profonde letture critiche che si sono alternate, rincorrendosi, nel secondo Novecento (in particolare quelle di Manfredo Tafuri, Aldo Rossi, Rafael Moneo e Antonio Monestiroli), così come per chi scrive, il rapporto dell’architetto milanese con la pratica dell’insegnamento appartiene a un preciso momento di ripensamento delle Scuole di Architettura in Italia. Infatti in differenti luoghi, a Venezia forse tra tutti in modo emblematico, emerse prepotentemente l’urgenza di portare l’esperienza professionale di alcuni maestri dell’architettura italiana all’interno delle aule didattiche, per riaffermare il valore di un confronto disciplinare di qualità, ricondotto ad un rinnovato clima culturale allora ancora fragile. Nuovi luoghi dell’insegnamento universitario «dove [sono stati] posti in discussione i principi dell’architettura e dell’urbanistica in un confronto disciplinare senza precedenti […]» (Samonà, 1981).
Ed è proprio il giugno 1945 quando Giuseppe Samonà, nominato Direttore dell’Istituto Universitario di Venezia, imprime la sua linea strategica per una nuova Scuola di Architettura proponendo la ri-organizzazione degli insegnamenti in tre gruppi disciplinari: Scientifico, Artistico e Moderno.
Una triade precisa e sicuramente non convenzionale che nel terzo termine trova forse la vera rivoluzione culturale. L’attualità, la ricostruzione imminente, il Moderno (inteso come modo-odierno) sono l’orizzonte, la domanda vera che fa ridiscutere Samonà la più consueta relazione tra materie scientifiche e umanistico/artistiche e che lo porta a costruire attorno a sé una comunità di professori universitari il cui valore viene da lui riconosciuto nell’intensa attività professionale svolta al di fuori dell’ambito accademico «traendo profitto dalle loro energie intellettuali e morali» (Rogers, 1959).
È sicuramente la riconosciuta appartenenza a un certo “professionismo colto” (Samonà, 1981) – più volte attribuito allo specifico atteggiamento di alcuni architetti, in particolare lombardi, attivi nella costruzione delle maggiori città italiane in equilibrio tra interessi per l’aspetto costruttivo dell’architettura e i temi provenienti dall’ambiente artistico internazionale – che accomuna tra gli altri Ignazio Gardella e Franco Albini, chiamati contemporaneamente nel 1949 ad insegnare allo IUAV da Giuseppe Samonà, e che rende ragione di un riformato atteggiamento che da Venezia a Milano, da Roma a Palermo, cerca in quegli anni di rompere la frattura tra ambiente accademico e società civile impegnata nella ricostruzione del secondo Dopoguerra.
Come provocatoriamente ma anche puntualmente, riportato da Carlo Aymonino, nel progetto dello IUAV, Giuseppe Samonà «salda tutto questo coacervo (come direbbe lui) con le forze locali che sono venute maturando in quegli anni (Trincanato), accoglie esiliati (Zevi, Astengo), messi al bando (Scarpa) tenuti in quarantena (Albini, Gardella), sbandati (Muratori, Piccinato) giovani speranze (De Carlo). È un piccolo Piemonte dopo il 1859» (Aymonino, 2006).
Eppure seguendo le tracce scomposte della permanenza di Gardella nella scuola veneziana, contenute in alcuni faldoni conservati dallo stesso architetto, sembrano emergere trame inconsuete. Trame che travalicano la sola esperienza didattica – continuamente contesa con l’intensa attività professionale di quegli anni – e raccontano in parallelo una possibile altra storia, attualmente solo intuita, come uno dei possibili temi della ricerca intrapresa. Una storia immaginata affrontando per la prima volta i pochi appunti di lezioni, le molte convocazioni e lettere istituzionali o personali, le bozze di interventi ufficiali, dattiloscritte ma continuamente appuntate e corrette o ancora le risposte, mai superficiali, scritte e riscritte, a studenti desiderosi di capire il cambiamento in atto nella scuola veneziana, così come ben raccontato nella citazione ad apertura di questo contributo.
I documenti, non sempre datati, raccolti spesso senza un evidente ordine cronologico ma piuttosto raggruppati per temi: amministrazione, corrispondenza, didattica, ministero, testimoniamo una costante presenza di Gardella all’interno degli organi di governo dello IUAV. Spesso emergono ruoli di primo piano da lui ricoperti all’interno del Consiglio di Facoltà, di Amministrazione o ancora le partecipazioni attive all’interno di commissioni speciali; come quella del 1960 per lo studio del riordinamento didattico che vede impegnati tutti i professori ordinari delle scuole di architettura italiane oppure quella del 1964 la Commissione per l’arredamento della nuova Sede IUAV (assieme a Egle Renata Trincanato, Daniele Calabi, Guido Bacci, Fernanda Valle e Gianugo Polesello). Pochi documenti dattiloscritti contribuiscono da soli a esprimere un interesse intrinseco quanto originale anche se ciascuno, nella sequenza schizofrenica, conferma una presenza inaspettatamente attiva dell’architetto milanese nella vita dell’Istituto Universitario, tra questi testi si possono ricordare ad esempio: l’elenco personalmente stilato dei libri da acquistare per l’incremento della biblioteca universitaria così come le poche tracce di un viaggio “di studio” in Grecia compiuto nel 1955 da alcuni docenti IUAV tra cui Albini, Helg, Piccinato, Samonà, Tentori e lo stesso Gardella.
Il peso politico-culturale della sua figura, scorrendo le numerose cartelle contenenti i titoli consegnati dai candidati per la chiamata in ruolo a professore ordinario e la corrispondenza a margine dei maggiori concorsi delle Facoltà di architettura italiane da Palermo a Milano, sembra acquistare nel trascorrere degli anni una certa autorevolezza nazionale. Gardella, presidente di commissione in molti concorsi importanti, conserva i giudizi predisposti, alle volte risponde personalmente alle molte lettere di presentazione dei titoli da parte dei candidati. Sintesi e precisione dei termini corrispondono oggi con più facilità ai nostri occhi al carattere dell’architetto.
Le tante tracce, nel susseguirsi frammentato, fanno oggi pensare alla possibilità di un suo coinvolgimento, silenzioso ma attento, al formarsi del corpo docente delle sette scuole italiane di architettura che negli anni Sessanta pensavano di lavorare ad una vera e propria rete di insegnamento che avesse come centro il progetto di architettura.
Anche il contributo critico di Gardella all’interno dell’Istituto Universitario di Venezia, dopo la laurea in architettura da lui ottenuta proprio nello stesso Istituto, è sostanziata da pochi ma incisivi segni, sicuramente non inediti ma forse mai approfonditi nella loro genesi. I documenti centrali sono i discorsi inaugurali per l’a.a. 1955-56 (Scuola di Architettura e corsi di composizione) e 1958-59 (Esperienze nella Scuola per la riforma della Scuola) conservati in più versioni continuamente corretti, rimaneggiati quasi a dimostrazione di sempre nuovi ripensamenti, dubbi, integrazioni a conferma del carattere schivo di Gardella che solo l’anno prima, nel 1954, aveva rifiutato il primo invito di Samonà a tenere l’inaugurazione dell’anno accademico: «Caro Samonà, non puoi credere quanto mi dispiace di non averti potuto accontentare accettando il tuo così cortese invito per l’inaugurazione dell’anno accademico. Ero ben lontano dall’immaginare che tu pensavi a me per la prolusione! Tuttavia, per quanto io abbia difficoltà a parlare ufficialmente in pubblico quando non si tratti di brevi interventi, e per quanto in questo periodo non mi senta troppo bene e sia in uno stato di stanchezza e depressione, avrei cercato di accontentarti se solamente avessi potuto avere qualche giorno di più. (…)» (Gardella, 1954).
La ricerca avviata presso il CSAC dell’Università di Parma si propone di verificare tra le carte, alla giusta distanza temporale, queste nuove possibili trame.




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