Sintini

Gardella/l’abitare: lo spazio temporaneo

Matteo Sintini



L’indagine sull’attività di Ignazio Gardella in relazione al progetto di interni, aspetto non ancora sistematicamente esplorato dalla pur vasta critica sull’autore, trova certamente un campo di approfondimento nello studio degli interventi di sistemazione di strutture alberghiere.
Tali lavori, al pari di quelli commissionati da grandi gruppi industriali, testimoniano l’attiva partecipazione dell’architetto milanese ai processi di sviluppo del paese a partire dagli anni Sessanta, in questo caso legati al crescente settore turistico, tema questo considerato dalla letteratura seppur limitatamente a pochi casi (in particolare alle ben note vicende dei progetti realizzati a Ischia, dal 1952, Arenzano, a partire dal 1957, Punta Ala, 1962-67 e Pugnochiuso, dal 1965. Numerosi poi quel non realizzati), concentrati maggiormente sulla realizzazione di grandi complessi residenziali per vacanze e quasi per nulla sul progetto degli alberghi, nonostante rappresenti una parte quantitativamente importante (anche in questo caso tra i molti tutti presenti presso l’archivio CSAC e documentati dai regesti presentati nella bibliografia sull’autore: l’Albergo Arbusto a Lacco Ameno, Ischia, 1951; la trasformazione e ammodernamento dell’Hotel Principi di Piemonte, a Torino, 1964; l’Apartment House a Firenze, 1966-69; l’Apartment House a Santa Maria del Giglio, Venezia, 1967-69; l’Aerhotel Tre Fontane, a Roma, 1976-78).   
Gardella emerge come una personalità di riferimento in questo ambito, a partire dall’immediato secondo Dopoguerra quando, nel 1950, partecipa alla missione italiana negli Stati Uniti (indicato negli elenchi dei partecipanti come “membro dei CIAM”), finanziata dal piano Marshall, organizzata dall’Economic Cooperation Administration (E.C.A.) allo scopo di  studiare l’industria turistica nord-americana. Significativo notare come Gardella presenti nello stesso anno il resoconto del viaggio al concorso per la cattedra allo IUAV.
Importante sarà quindi considerare, nel contesto della ricostruzione prima, e del boom economico poi, come i lavori di Gardella si collochino all’interno di un contesto che vede impegnati molti tra i principali progettisti dell’epoca (ad esempio Giò Ponti), ma che al tempo stesso devono essere considerati anche al di fuori della sola disciplina architettonica, valutando fondamentali aspetti di carattere sociale, culturale ed economico.
I numerosi vincoli imposti dalla specificità del tema, quali: le precise richieste della committenza, la necessità di mantenere un’immagine adeguata alla clientela e al marchio, la presenza di numerosi attori che partecipano al processo decisionale, il dialogo con le strutture tecniche delle società che dispongono di professionisti interni, consentono poi di misurare la metodologia progettuale dell’autore, così come una più generale idea di spazio interno, confrontabile con altre realizzazioni della stessa destinazione d’uso o con quelle residenziali.
In alcuni casi, tali condizioni determinano la richiesta di un adeguamento di edifici preesistenti alla nuova funzione, intervenendo sulla distribuzione interna. In altri, invece, si prevede il solo allestimento o arredamento di alcune parti dell’hotel, risistemato o progettato ex-novo da altri, come nei due casi studio che si prendono qui in considerazione. A questo proposito risulta assai interessante valutare come entra nella progettazione l’utilizzo di prodotti in serie a catalogo e di esempi di progetti contenuti in repertori e pubblicazioni specifiche appartenenti all’autore, tutto ampiamente ricostruibile nella completa documentazione d’archivio.

In questo quadro generale due progetti in particolare possono essere considerati come maggiormente rappresentativi: l’allestimento delle sale dell’albergo Cavalieri-Hilton di Roma (1961-63) e la sistemazione della hall, della sala congressi, del bar, dei corridoi e della spiaggia, del Grand Hotel Excelsior al Lido di Venezia (1963-68).
Il legame di Gardella con il gruppo Hilton può essere ricondotto ai precedenti lavori progettati dall’architetto per conto della Società Generale Immobiliare per la realizzazione del quartiere Paride Salvago a Genova (1953-58); la società Hilton detiene in quel periodo, infatti, un quarto della IANA (Società Italo Americana Nuovi Alberghi), costola della S.G.I nata per la realizzazione dell’Hotel di Roma a cui partecipa direttamente la stessa Economic Cooperation Administration.
L’incarico richiede la sistemazione di alcune sale poste al piano terra del complesso progettato da Ugo Luccichenti, Emilio Pifferi e Alberto Rossa, tra cui: la sala da ballo: «la più grande e ampia sala sostenuta da colonne di questo genere in Italia al tempo della costruzione» (Wharton, 2001, 139), il ristorante e il foyer; mentre Franco Albini progetta la fontana a spirale dell’ingresso. Il fondo Gardella non restituisce traccia di una collaborazione tra i due importanti progettisti (ampiamente nota invece in altri progetti), tuttavia un approfondimento sull’archivio dell’architetto di Robbiate potrebbe fornire ulteriori elementi e spunti.
Il voluto carattere “antimoderno” (Wharton, 2001, 138) della costruzione, sembra influenzare anche la richiesta della sistemazione degli interni. Il progetto di Gardella, elaborato in diverse soluzioni tra il 1960 e il 1962 fino all’esecutivo, si adatta a tale indicazione proponendo un’idea “classica” corrispondente ad una precisa idea di spazio interno perseguita in molte altre realizzazioni dell’architetto. L’obiettivo dell’unità formale degli ambienti è raggiunto attraverso l’integrazione dei componenti di arredo e delle finiture con episodi artistici fatti realizzare appositamente; elementi plastici a bassorilievo e sculture oppure figurativi, visibili nel disegno bidimensionale delle pareti sovrimpresso direttamente sulle stoffe di rivestimento.
Per la sala da ballo, ancora, la necessità di una certa fastosità e la caratteristica dimensionale sopra citata, inducono il progettista a sottolineare la spazialità con bassorilievi metallici posti nelle cupolette del controsoffitto e decorazioni sui divisori mobili, lasciando la sala spoglia da decorazioni fisse di volta in volta modificabile secondo le necessità. La mancata realizzazione di queste parti produce accesi contrasti tra Gardella, che disconosce in un primo momento l’intera paternità del progetto, e lo stesso direttore della Società Generale Immobiliare, Aldo Samaritani. L’episodio è infatti imputabile alla pluralità dei soggetti decisori che determinano alcune scelte non condivise da Gardella. Egli è affiancato, infatti, da due figure della SGI a dirigere il cantiere, l’architetto Pifferi e l’ingegnere Cuccia, che rispondono a loro volta al direttore americano Emmanuel Grant.
Da ultimo, nel ristorante, l’elemento figurativo della circonferenza rappresenta figura unificante, che al tempo stesso detta l’organizzazione distributiva dei tavoli e dei setti circolari divisori, anch’essi pensati in alcune ipotesi per ospitare piccoli gruppi scultorei.
Il progetto di Venezia del 1964-66 è, invece, direttamente legato alla già citata missione negli Stati Uniti a cui partecipano anche importanti manager di strutture alberghiere, tra cui Riccardo Zucchi, direttore dell’Excelsior Palace Hotel del Lido di Venezia, poi gestito dalla CIGA (Compagnia Italiana Grandi Alberghi), per la quale l’architetto milanese realizza l’Apartment House a Santa Maria del Giglio di Venezia (1967-69).
Come nel caso precedente il progetto, svolto in collaborazione diretta con Roberto Menghi dal 1963 al 1968, prevede l’allestimento e l’arredamento di alcuni ambienti dell’edificio storico in stile eclettico orientaleggiante adibito a hotel dal 1947 (Silvestri, 1947) e la sistemazione della porzione di spiaggia di pertinenza della stessa struttura.
Senza modificare il prospetto esterno che mantiene gli stessi ben riconoscibili caratteri linguistici, il progetto interviene a ridefinire gli spazi interni attraverso la creazione di nuove continuità caratterizzate dagli accostamenti cromatici delle finiture.
Nel bar, l’unione di tre stanze in un’unica a “L” rimanda, come riportato nella relazione di progetto, ad un ambiente «tipico dei palazzi veneziani» affacciato sulla terrazza, concepito come «una scatola nuova dentro la costruzione» (1968. «Ottagono», 11, 92) in cui sono accuratamente studiati gli accostamenti dei colori dei pavimenti e delle pareti e dei materiali di arredo: la moquette e le lastre in gesso del soffitto blu notte, la formica nera per il raccordo curvilineo delle pareti rivestite in tessuto plastificato, il palissandro scuro per le bordature in legno; nei corridoi ribassati in altezza, l’abbinamento è tra il bruno scuro della moquette, il legno di noce degli zoccolini e degli stipiti, il grigio scurissimo delle porte e la profilatura rosso cupo che demarca lo stacco tra la volta e le pareti. 
Nell’atrio e nel soggiorno, invece, l’intervento agisce in maniera più incisiva nella creazione di un differente spazio architettonico rispondente alle necessità dell’albergo, attraverso la suddivisione e ripartizione del volume esistente in una serie di piani che fungono da “raccoglitori” delle parti pubbliche dell’hotel.
Il fulcro di questa nuova distribuzione spaziale è costituito dall’ambiente al primo piano, nuovamente richiamante i saloni passanti veneziani, comunicante con il ristorante e il salone delle feste. Concorre a questa nuova definizione dei diversi livelli il disegno dei parapetti delle scale e dei ballatoi, caratterizzati da una serrata sequenza di tagli che, in parte, riprende motivi già sperimentati dall’autore e al tempo stesso sembra ricercare un adattamento allo stile del luogo.



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