Manfredi

Gardella/l’esporre: il museo e la mostra

Maria Chiara Manfredi



«Occorre quindi recuperare il momento contemplativo, il valore formale che noi chiediamo agli spazi e agli oggetti della nostra esistenza, per superare il sempre più alienante e allucinante squallore del nostro habitat. Occorre ritrovare l’altissima qualità degli ambienti urbani […] dove non c’era bisogno di distinguere il tempo ‘libero’ dal tempo ‘schiavo’, perché il tempo del lavoro come quello dell’amore erano sempre tempi creativi, tempi umani»
Ignazio Gardella (Guidarini, 2002)

Questo testo restituisce la prima fase di studio dei disegni di Ignazio Gardella relativi ai progetti per gli allestimenti museali, esposizioni temporanee, esposizioni internazionali ed edifici museali conservati presso il Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma (CSAC). La ricerca si sviluppa attraverso l’analisi del materiale, donato dallo Studio Gardella all’archivio, conservato e catalogato nel corso degli anni. I disegni che riguardano progetti legati ai temi dell’esporre, realizzati da Ignazio Gardella a partire dagli anni Trenta del Novecento fino alla fine della sua carriera, sono oltre milletrecento. Un materiale straordinariamente ricco in cui in ogni schizzo Gardella rielabora, con sovrapposti e ripetuti segni, lo sviluppo progettuale, riportando anche, in alcuni casi, note scritte sui caratteri da attribuire allo spazio. Questo materiale ci permette di individuare aspetti del percorso progettuale che non è possibile ritrovare nell’opera finita e che si rivelano solo nei passaggi intermedi.
Un primo elemento che emerge dallo studio di questo materiale è il modo in cui nell’opera di Gardella, anche nel caso dei progetti di allestimenti legati al tema della temporaneità, le linee e le scelte di ogni disegno vengano verificate attraverso molteplici ipotesi, con la stessa attenzione che viene rivolta alle architetture urbane. È inoltre possibile individuare attraverso i disegni continuità e nessi esistenti tra progetti differenti negli esiti e indagare così il metodo di lavoro dell’architetto.
Sono ventidue i progetti relativi al tema dell’esposizione e del museo, realizzati da Ignazio Gardella durante la sua carriera. Di questi il CSAC ne conserva quindici, per ciascuno dei quali la consistenza di documenti e disegni d’archivio varia in modo considerevole. Per questo motivo, già a partire da questa prima fase di lavoro, è emersa la necessità di integrare il materiale visionato con fotografie e disegni presenti all’interno della bibliografia e in altri archivi.
I primi progetti di Ignazio Gardella legati all’ambito dell’esporre, sono quelli realizzati per la Triennale di Milano (Pansera, 1978), alla quale l’architetto partecipa a partire dagli anni Trenta (1933, V Triennale, Mostra internazionale delle arti decorative e industriali per la quale realizza alcuni oggetti nella sezione Cristalli, Metalli, Illuminazione) e con cui collaborerà fino alla fine della sua carriera. Nel corso degli anni Quaranta troviamo il progetto dell’unico edificio museale realizzato da Gardella: il PAC, Padiglione d’Arte Contemporanea (1946-1954), posto sul fianco della Villa Reale di Milano, considerato a partire dai saggi interpretativi di Giulio Carlo Argan e Carlo Ludovico Ragghianti tra i primi esempi di compiuta riflessione sul tema della museografia in Italia (Samonà, 1981, 11 e Ragghianti, 1974, 230).
Durante gli anni Cinquanta Gardella disegna inoltre diversi allestimenti museali all’interno di edifici storici: il Museo Colombiano a Genova (1955), poi non realizzato, e le prime sale all’interno della Galleria degli Uffizi a Firenze (1954-1956) con Giovanni Michelucci e Carlo Scarpa. In questi anni realizza anche il progetto d’allestimento per la collezione Grassi alla GAM, Galleria d’Arte Moderna (1956-1959), all’interno della Villa Reale di Milano: uno spazio che dialoga con quello del PAC, costruito pochi anni prima (Lanzi 2013, 111). Nel 1957 realizza a Palazzo Reale la Mostra Storica della Scienza Italiana con Lodovico Belgiojoso e sul finire degli anni Cinquanta partecipa all’Esposizione Internazionale di Bruxelles (1958). Un episodio significativo per la storia dell’architettura italiana che vede coinvolte alcune delle figure più importanti della cultura architettonica del Novecento, tra cui Ernesto Nathan Rogers e Ludovico Quaroni.
I progetti proseguiranno negli anni Sessanta e Settanta con diversi allestimenti temporanei, per la Mostra risorgimentale nella casa di Giuseppe Mazzini a Genova (1960), la mostra storica Italia 1961 a Torino (1961), la Biennale di Venezia (1972), la mostra su Il Seicento lombardo a Milano (1973) e l’ipotesi per la realizzazione di uno spazio museale all’interno di Villa Strozzi a Firenze (1974). Negli anni Ottanta ricordiamo inoltre la partecipazione di Gardella all’Esposizione Internazionale di Tsukuba in Giappone (1985), più di vent’anni dopo l’esperienza di Bruxelles.
L’ampiezza del materiale conservato presso il CSAC consente inoltre un confronto tra questi progetti e altri ambiti della produzione gardelliana, in una riflessione sul metodo architettonico che riconduce a principi comuni sia le opere destinate a durare nel tempo e pensate alla scala della città, sia i progetti più effimeri e contestualizzati nella realtà dello spazio interno. Attraverso il disegno, la sua inquadratura, lo sviluppo della forma e delle scelte figurative, è possibile ipotizzare intrecci non consueti tra le opere.
La ricerca si è concentrata in questa prima fase su tre opere più significative sia per il materiale conservato sia per le loro caratteristiche progettuali: il PAC di Milano (1946-54), la Mostra della sedia italiana nei secoli alla IX Triennale di Milano (1951) e l’Esposizione Internazionale di Tsukuba (1985).
Nel caso del PAC, il disegno dell’edificio museale introduce il tema del rapporto tra progetto d’architettura e città, spazio interno e spazio esterno. Il PAC è l’esito di un lungo processo progettuale che Gardella porta avanti per anni disegnando contemporaneamente gli allestimenti per le Triennali (tra le quali quella del 1951), ma con già alle spalle un’ampia esperienza di architetture urbane, dalle soluzioni geometriche della Torre per piazza Duomo a Milano e del Dispensario di Alessandria degli anni Trenta, alle modanature dei piani parete della casa Borsalino, quest’ultima quasi contemporanea al progetto del PAC. I disegni realizzati per il PAC ci permettono inoltre di indagare il rapporto che si stabilisce tra progetto architettonico e percorso espositivo, un tema centrale nei progetti di Gardella legati alla questione dell’esporre. Nel caso del PAC fin dai primi disegni il progetto si identifica con il percorso di visita così come accade anche nel caso della collezione Grassi, di cui si conservano moltissimi schizzi relativi all’inserimento della scala a pianta ellittica, elemento nodale del percorso museale della Villa Reale. Il rapporto tra elementi architettonici e percorso espositivo da un lato e tra spazio interno e spazio esterno dallʼaltro sono i temi principali intorno a cui la lettura dell’edificio intende articolarsi.
Nel caso della Mostra della sedia italiana nei secoli per la IX Triennale (1951), Gardella lavora all’interno della realtà della Triennale, luogo di confronto tra architetti, artisti e intellettuali in un panorama internazionale al quale partecipa sia come progettista sia come membro del comitato scientifico. L’idea che guida l’allestimento è nuovamente legata al tema del percorso. Il progetto si struttura infatti a partire da una superficie piana continua, una sorta di nastro, che si articola su diversi livelli grazie a brevi rampe di scale. Su questa superficie, come sul palcoscenico di un teatro, 147 sedie scelte insieme alla storica dell’arte Licia Ragghianti sono messe in scena come attori e divengono protagoniste di un dialogo sull’archetipo della seduta. L’allestimento è pensato come uno spazio teatrale ed enigmatico, un percorso-palcoscenico in cui i visitatori, il pubblico della Triennale, si aggirano tra gli oggetti esposti, le sedie selezionate, senza una divisione netta tra spettatori e protagonisti, entrambi diventano parte della scena.
Mi sembra possibile concludere questo primo accenno ai progetti di Ignazio Gardella legati al tema dell’esporre con alcune osservazioni relative al progetto per il Padiglione Italiano all’Expo di Tsukuba (1985) che riportano nuovamente al tema del rapporto tra spazio interno ed esterno e ad un’idea di esposizione come messa in scena. Il Padiglione di Tsukuba è un’opera realizzata in seguito all’esperienza della Biennale di Venezia del 1980 (con la Strada Novissima e il Teatro del Mondo progettato da Aldo Rossi) e al progetto per il Teatro Carlo Felice di Genova, concepito da Gardella insieme ad Aldo Rossi, dove lo spazio esterno della città viene ricondotto ad uno spazio interno così divenendone una rappresentazione. Per altri versi Gardella sceglie di riprodurre, all’interno del Padiglione italiano, in scala reale, il soggiorno di un appartamento della Casa alle Zattere da lui stesso progettata a Venezia diversi decenni prima, rappresentando, al tempo stesso, l’interno della stanza con la parete finestrata e, attraverso una riproduzione fotografica di grande scala, la scena urbana del canale della Giudecca su cui affaccia l’edificio. L’allestimento per Tsukuba, come emerge dai documenti d’archivio, è un momento di riflessione sul progetto d’interni e sulla sua relazione con il contesto esterno che assume qui una valenza scenografica. In una piccola planimetria a schizzo dell’allestimento, conservata presso il CSAC, è lo stesso Gardella ad annotare a matita, nella posizione in cui dovrà essere posta l’immagine del paesaggio veneziano, l’indicazione “fondale”, un esempio di quella plurima e ambigua natura che possiedono i documenti d’archivio. Al carattere effimero dello stand si affianca la presenza illusoria ma di lunga durata della città, una Venezia che compare come «scena urbana», incorniciata dalle raffinate finestre della Casa alle Zattere. La città è elemento necessario a spiegare il carattere dello spazio interno e insieme diviene parte di una complessa e sorprendente messa in scena.
Questo work in progress mette in luce già da questa fase iniziale del lavoro i temi e le possibili linee di ricerca trasversali sulle qualità spaziali e figurative dell’opera di Ignazio Gardella a partire dai disegni di queste “altre” architetture conservate presso il CSAC.



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