Matta

Gardella/il trasmettere: il metodo didattico

Andrea Matta



«Il mio metodo di insegnamento era molto semplice.
Facevo fare un progetto, chiarendo bene che questo esercizio era legato ad una determinata località di Venezia ma libero da ogni vincolo normativo. Doveva essere un progetto attraverso cui conoscere l’architettura.
In generale gli studenti hanno sempre grandi difficoltà a scegliere, e l’architettura è una scelta continua. Sono in generale frenati dall’idea, secondo me sbagliata, che da qualche parte esista già una soluzione, che basti andarla a cercare, come quando si gioca a mosca cieca e si va a cercare chi si è nascosto. Invece io credo che non esista a priori una soluzione ottimale ma che la miglior soluzione si possa trovare solamente continuando a fare scelte dopo scelte.
Il mio incitamento agli studenti era questo: cominciate con un’idea qualsiasi, la prima che vi viene in mente a partire dal vostro problema, naturalmente pensandoci bene. Questa prima scelta vi permetterà di discutere le modifiche, le variazioni, vi permetterà insomma di iniziare il lungo percorso che vi condurrà al progetto finale. Senza una prima idea non c’è materiale su cui lavorare» (Gardella, Monestiroli, 1997)
Come scriveva Alberto Samonà ad inizio anni Ottanta, ancora oggi riteniamo non siano state pienamente riconosciute, da parte della critica, le doti da professore di Ignazio Gardella, il cui ruolo e le cui capacità rimangono marginali rispetto all’attenzione dedicata alla prevalente produzione professionale. In particolar modo Alberto Samonà lamentava la mancanza di un’analisi riferita alla «natura del metodo attraverso il quale Gardella ha operato nella scuola […]» (A. Samonà, 1981)
Anche se allo stato attuale della ricerca in corso non è possibile definire in maniera chiara tale natura metodologica, il presente scritto si orienta in questa direzione, tentando di impostare un primo ragionamento sulla base della letteratura disponibile e della scarsa documentazione che è stato possibile consultare finora, come ipotesi dalla quale ripartire. Quelle che emergono dalle rare comunicazioni teoriche di Gardella sono tracce di un metodo che proviamo a ricomporre, partendo da una serie di concetti chiave espressi dall’architetto sotto forma di densi aforismi, ripetuti frequentemente nei pochi scritti o interviste rilasciate, quasi come “pilastri” concettuali del suo stesso fare architettura.
Se il termine método ci suggerisce di perseguire la strada più breve per raggiungere una meta, o meglio, il modo più efficace per giungere ad uno scopo, nel caso specifico della didattica gardelliana potremmo assimilare il metodo ad un percorso, principalmente intellettuale (supportato dal fare), le cui tappe sono costituite dai progressivi obiettivi che gli studenti devono raggiungere attraverso la rappresentazione del proprio avanzamento progettuale. E sono proprio alcuni concetti ad organizzare il percorso e limitarne il tracciato, definendo i lineamenti di una didattica strutturata sulla base dell’esperienza maturata all’interno dell’ambito professionale, che Gardella porta nella Scuola. Un profilo didattico che però si libera di tutto l’apparato normativo, per non distogliere l’attenzione dal vero obiettivo: perseguire l’essenza dell’architettura, ricercando le leggi che la sostanziano dall’interno, sviluppando anche una capacità critica, di scelta, degli studenti, che permetta loro di proseguire nel processo progettuale. D’altronde Gardella faceva parte di quel gruppo di architetti denominato “professionismo colto” che negli anni Cinquanta del Novecento eleva lo Iuav a miglior Scuola di Architettura a livello internazionale, perché capaci di trasmettere agli studenti un “saper fare” che intrecciava cultura e tecnica, teoria e pratica, disciplina ed esperienze personali all’interno del progetto; un processo composito e articolato che veniva poi sintetizzato in termini semplici nell’opera costruita.
Rispetto quindi alla professione, potremmo ipotizzare che per Gardella la didattica rappresenti un “altro momento”, un “momento educativo” in cui non trasferire informazioni precostituite verso gli allievi, piuttosto educarli alla scelta razionale e consapevole, supportata dalla conoscenza che via via si acquisisce, attraverso la trasmissibilità di un metodo continuamente verificato ed aggiornato, nella scuola così come all’esterno di essa. (Gardella, 1955)
In questo senso, è dalla scelta dei temi che possiamo iniziare un ragionamento. Principalmente è la tipologia scolastica che sembra ritornare spesso, con diverse varianti, nei corsi di Gardella. E se è vero che la scelta dei temi (Gardella, Monestiroli, 1997) e dei luoghi (Gardella, 1972) sia da riferire alla stessa volontà del direttore Giuseppe Samonà (Lanzarini, 2011) di rifondare la Scuola della città lagunare, possiamo ipotizzare anche, rispetto soprattutto ai primi, una concretezza di Gardella (ancora tutta da verificare) nel voler stimolare un ragionamento critico degli studenti rispetto a tipi di spazi che ben conoscono, perché appartenenti alle dirette e ravvicinate esperienze di ognuno di loro.
Tuttavia è nell’atto di iniziare un progetto che sorge il primo grande problema. Gardella, riferendosi a questo importante momento, argomenta: «[…] di fronte al vastissimo arco iniziale delle scelte possibili, credo che bisogna partire non dal particolare, non da infinite analisi settoriali che risultano alla fine evasive o velleitarie, ma da una prima immagine totalizzante – e non ha in fondo importanza quale – dell’oggetto architettonico». (Gardella, 1972)
Questa prima «immagine totalizzante» non è detto però che sia quella giusta e definitiva. Risulta invece fondamentale perché lo studente possa accorgersi dell’errore e, allo stesso tempo, indirizzare analisi e scelte successive, senza rischiare di perdersi in esse.
Come riportato anche nella citazione iniziale, in sostanza Gardella vede il progetto come una scelta continua. Egli afferma che se «il progetto è la risposta ad una domanda anche la struttura della domanda rientra subito nella operazione progettuale.» (Gardella, 1972) Inoltre, se nell’atto creativo le scelte spesso rimangono intuitive, ovvero nel subconscio, come dimostrato nel felice esempio di “progetto collettivo” per la sede dell’Amministrazione regionale del Veneto, è proprio in ambito didattico che Gardella cerca di indagare anche questo aspetto legato all’intuizione, tentando di comprenderne il meccanismo attraverso uno sforzo di pensiero razionale che lo avvicini alla struttura del ragionamento stesso, per poi ricalibrare metodologia di insegnamento e la propria azione progettuale in ambito professionale.
Tutto questo percorso da compiere, per Gardella, non è lineare, bensì circolare. Infatti egli afferma: «Struttura della domanda e struttura della risposta, nella prospettiva della sintesi finale si pongono però in un rapporto non di stretta consequenzialità, ma di circolarità». (Gardella, 1972) Fa quindi parte del suo stesso metodo il vedere il processo come una successione di momenti, talvolta per approfondire alcune questioni, altri per tornare indietro a rivederne altre, con maggior consapevolezza e conoscenza. D’altronde anche il tornare indietro risulta comunque un progredire all’interno del processo. (Gardella, Monestiroli, 1997)
Questo deve sicuramente portare a dei risultati: la rappresentazione finale del progetto nell’ambito didattico, ma non solo. Assume infatti particolare importanza il livello di conoscenza acquisito. Studi complementari, così come continuo dialogo con i docenti, attraverso periodici seminari collettivi (Gardella, Monestiroli, 1997), non fanno altro che arricchire il bagaglio culturale degli studenti. Ma Gardella avverte: «La cultura è cibo necessario alla formazione dell’architetto, ma diventa inutile peso sullo stomaco se resta cultura stratificata, se cioè le cognizioni teoriche e le esperienze pratiche non si integrano le une con le altre, e se non sono assorbite, digerite, direi “dimenticate” nel circolo sanguigno del fare». (Gardella, 1952)
Ed è proprio da questo concetto di assimilazione, innanzitutto di un sapere specifico legato alla disciplina, che la ricerca in corso potrebbe ripartire, per cercare di individuare quella natura metodologica che molto ha a che vedere con la stessa idea di Scuola di Gardella, quale “momento” fondamentale in cui aspetti teorici e aspetti pratici si intrecciano in seno ad un’operatività della ricerca, di cui il progetto costituisce l’asse portante e il campo reale di sperimentazione e verifica. Didattica, inoltre, in cui lo stesso aspetto analitico non può prescindere da quello progettuale del “fare”, e viceversa, ma dove entrambi, attraverso continui rimandi, trovano una sintesi il cui risultato diventa unico e non parziale o meccanico, come se derivasse da una presunta consequenzialità logica dei due aspetti.



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