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Recensioni

Abbazia Carlo Quintelli

La comunità possibile: un progetto per lo CSAC di Parma.

Carlo Quintelli mette le cose in chiaro fin dal titolo L’Abbazia, archivio | museo | laboratorio e dalla citazione di Tolstoj che campeggia sotto la bella fotografia dell’abbazia di Valserena: «La gente capisce il senso dell’arte solo quando smette di considerare la bellezza, cioè il piacere, come fine di questa attività». E svincola di fatto il programma museologico e allestitivo per lo CSAC Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università degli Studi di Parma da una troppo facile e rassicurante tentazione estetizzante e contemplativa. A ben vedere, le oltre 200 pagine di questo volume, lungo le quali si dipana il racconto del progetto architettonico dell’archivio-museo-laboratorio – dalla genealogia del tipo abbaziale alla definizione di un complesso programma funzionale –, puntano altrove e più in alto: a cercare di capire il ruolo dell’arte nella società, il ruolo dell’architettura per l’arte, cioè la possibilità di approntare un sofisticato congegno spazio-funzionale in grado di porre il fruitore nella condizione di assumere un ruolo attivo e consapevole nei confronti dell’arte. E più in generale, è possibile tramite il connubio tra arte ed architettura contribuire in una qualche misura a riattivare la coscienza individuale, nella sua componente razionale ed emotiva, e, più in generale, a restituire l’individuo ad un ruolo di cittadino cosciente e responsabile?

Quintelli è ben conscio della difficoltà del problema e non mancano nel volume i riferimenti alla “condizione umana” contemporanea nel racconto di sociologi ed antropologi, presa nella morsa stretta tra solitudine esistenziale e illusioni simulacrali. Non a casa egli parla di “indirizzo r-esistenziale”, che tenda «a riportare sotto un certo controllo logico, selettivo, riflessivo, l’inflazione caleidoscopica dell’offerta estetica e le sindromi che l’accompagnano (…)»[1]. Ma forse il punto consiste proprio in questo: costruire una contro-narrazione in cui un pretesto – a volte si ha la sensazione, leggendo il libro, che il progetto per lo CSAC sia solo un pretesto – diventa l’occasione per auspicare “gramscianamente” (cioè sotto la responsabilità del fare) la possibilità di ri-produrre quei germi di razionalità e stupore che alimentano le esperienze più autentiche della vita. Da questo punto di vista il progetto architettonico per lo CSAC rappresenta la costruzione o l’invenzione di un’esperienza fortunata, in cui l’abbazia presta il proprio corpo all’esposizione-produzione di un materiale la cui densità semantico-figurativa sembra in grado di ri-attivare la capacità critica dei fruitori, «coinvolgendoli in un meccanismo di comprensione e quindi di partecipazione all’interno di una spazialità ricca di stimoli spaziali, segnici, immaginari, lungo un percorso non univoco ma ben determinato nel rivelarsi formalizzato e decifrabile»[2] e ri-produrre analogicamente la ricchezza spirituale delle antiche comunità cistercensi. Perché, sviluppando ulteriormente i termini del discorso – è il libro che lo richiede, la cui struttura si presenta come una concatenazione tematica per approfondimenti successivi – il cruccio su cui fondare la nostra contro-narrazione consiste in una re-azione alla rassegnazione di Bataille sull’impossibilità di dar vita ad una qualsivoglia comunità o per lo meno ad una comunità che sopravviva a se stessa e non termini con l’annullamento cosciente nella morte. Bataille intravede per un momento la possibilità di una “comunità dei lettori”, i cui membri condividono un testo, che si “espone” (si sacrifica) alla lettura e all’interpretazione. Franco Basaglia[3] – dal quale abbiamo preso a prestito il titolo di questa recensione – riferisce la sua “comunità possibile” ad una “comunità terapeutica” che sostituisca ad un agglomerato di malati una comunità basata sul confronto interpersonale e sulla comunicazione. Questi riferimenti non sono poi così estranei al nostro discorso se pensiamo all’eterogeneità con cui le antiche comunità cistercensi accoglievano ed ospitavano sia studiosi dediti all’interpretazioni dei testi che pellegrini bisognosi di conforto spirituale e corporale e a come numerosi antropologi ed artisti contemporanei (non posso fare a meno di pensare a John Hejduk) facciano corrispondere il tema dell’educazione a quello della cura. O addirittura – per rispondere alle preoccupazioni sulla tenuta del rapporto tra città e democrazia espresse nell’ultimo libro di Carlo Olmo[4] –, se è vera la citazione che Quintelli fa di Munford, al fatto che in una qualche misura le comunità monastiche si prendessero cura anche delle città, fungendo da incubatore per individuarne e rinnovarne gli obiettivi ideali[5]. Perché la comunità a cui pensa Quintelli, da docente e professore universitario, una comunità dedita allo studio e all’esegesi delle opere d’arte conservate allo CSAC, ma anche al “fare vivo” delle attività laboratoriali, da cui ricavare «inaspettate aperture di senso rispetto alle opere, agli autori, ai contesti storici.»[6], in fondo, non può sottrarsi all’imperativo romantico dell’”educazione dell’uomo” – per citare Fröbel e la dimensione umanistico-fenomenologica dell’idealismo tedesco. E questo Quintelli lo lascia intendere abbastanza chiaramente, appellandosi all’idea di una “comunità universitaria”, ad una sorta di “tecnopolo umanistico” sull’esempio del Bauhaus e richiamando, infine, Arnheim nella definizione di una prospettiva espressamente pedagogica: «Per cercare di rispondere a questa domanda il progetto adotta il punto di vista di Rudolf Arnheim quando, nel suo trattato da titolo eloquente Il pensiero visivo, afferma che “una volta riconosciuto il fatto che il pensiero produttivo, in qualsiasi zona della coscienza, è un pensiero percettivo, la funzione centrale dell’arte nell’educazione generale diverrà evidente.”»[7].

Come il progetto per lo CSAC anche il volume di Quintelli “lavora” o “entra-in-azione” – per richiamare alcuni rimandi “poleselliani” del libro – a diversi livelli, articolando il discorso per approfondimenti successivi che si innestano sulla struttura principale del testo, in un gioco continuo di corrispondenze tra progetto e libro: il capitolo dal titolo “Il congegno spazio-funzionale dell’archivio-museo-laboratorio” è pensato come la sceneggiatura di un film, secondo la quale una serie di lunghi piani sequenza articolano il dispositivo narrativo dall’arrivo all’abbazia (museo 1) alla sua proiezione nel piano profondo della campagna circostante (museo 9), passando per la corte delle sculture (museo 2), androni, diaframmi, snodi, chiostri, “il laboratorio grande della chiesa“ (museo 8), in un gioco di traguardi e attraversamenti che si ripetono alle diverse scale, tra cappelle e chiesa come tra abbazia e paesaggio; la struttura del testo assomiglia un po’ a quei dispositivi medievali di mnemotecnica che suggerivano di stabilire una corrispondenza tra un’architettura reale ed il libro il cui contenuto si voleva ricordare. Nel nostro caso, all’interno del discorso generale, si aprono, come cappelle laterali, dei lunghi excursus tematici (le comunità cistercensi, il tipo abbaziale, il museo contemporaneo), che articolano il racconto per sotto-racconti che assumono la densità di approfondimenti monografici; tra la natura della vita comunitaria e quella dell’archivio-museo-laboratorio si stabilisce un gioco di specchi e di rimandi, dove i significati si rincorrono analogicamente secondo tre nozioni-chiave: la ricerca, il produrre, la comunità (vedi il capitolo “Riproducibilità del progetto abbaziale”).

E infine, nel gioco delle ricorsività a cui abbiamo accennato, il libro racconta un progetto pensato come un racconto, funzionale cioè al raccontare le opere esposte a loro volta portatrici ognuna di una storia particolare. Perché in fondo ha ragione Quintelli, quando, “bataillamente”, sostiene che «il primo oggetto da esporre [donare o sacrificare][8] è infatti lo CSAC stesso, il racconto di un’idea e di un processo dall’origine a oggi lungo la sua evoluzione storica»[9].

Lamberto Amistadi


[1] C. Quintelli, L’Abbazia, archivio | museo | laboratorio, un progetto architettonico per lo CSAC, Il Poligrafo, Padova 2018, p. 14.

[2] Ibid., p. 20.

[3] Franco Basaglia: la comunità possibile. Atti del 1° Convegno internazionale per la salute mentale (Trieste, 20-24 settembre 1998).

[4] Cfr. C. Olmo, Città e democrazia, per una critica delle parole e delle cose, Donzelli editore, Roma 2018.

[5] Cfr. C. Quintelli, cit., p. 71.

[6] Ibid., p. 51.

[7] Ibid., p. 124.

[8] Parentesi dell’autore della recensione.

[9] C. Quintelli, cit., p. 168.





Autore: Carlo Quintelli
Titolo: L’Abbazia, archivio | museo | laboratorio, un progetto architettonico per lo CSAC
Lingua del testo: italiano, inglese
Editore: Il Poligrafo, Padova
Collana: Il progetto dell'archè
Caratteristiche: formato 18x25 cm, 216 pagine, brossura, bianco e nero
ISBN 978-88-9387-053-5
Anno: 2018


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