Dell'Aira

Luigi Vietti. Attitudine creativa

Paola Veronica Dell'Aira



Nessuno di noi ha mai progettato una casa razionale
Luigi Vietti


Fil vert
C’è un filo … “verde” che attraversa l’architettura moderna, già al momento del suo nascere, fin dal suo debutto al principio del secolo scorso. Quello “rosso” è il più noto, il più forte, il dominante. Al colore si associa l’importanza. E, in effetti, il “fil rouge” è il progresso.
Nasce così il “Movimento”. Occorreva esser compatti, in quell’inizio ‘900, in cui molte erano le riforme da effettuare, e ad alta voce bisognava promuoverle. Gli occhi di molti, infatti, “non vedevano”, per dirla con Le Corbusier, oppure preferivano attendere, appoggiarsi sul già noto. Il revival stilistico era un comodo rifugio, tanto agevole e invitante, per via degli storici accrediti e per i sicuri indici di gradimento dal risultare quasi irremovibile. Il passato era però la grande insidia: al sicuro, senza rischi, ma anche senza sbocchi. Perché l’ingegneria allungava le braccia oltre il suo campo disciplinare. Attenzione, messieurs les architectes, era l’allarmata implorazione contenuta ne L’Art décoratif d’aujord’hui1 e nei “trois rappels” di Vers une architecture, perché presto ne sarete schiacciati anziché coglierne la forza elevatrice, il potere riscattante. Sì, perché l’architettura, in quel passaggio di secolo, tra ‘800 e ‘900, andava perdendo di ruolo: superficie contro profondità; decoro contro struttura; forma più che tecnica. Il rapporto storia-progetto non dava i giusti frutti. Che fare allora? Armarsi era un atto d’obbligo. E alla fine si passava dalla parte del torto: disconoscere, colpire, affrancarsi, più che cogliere il profondo valore del “tradurre” al presente, come appunto l’affidamento alla “tradizione” vuole in luogo del ripetersi anti-costruttivo del manierismo. Era un torto glorioso, certamente, il torto di chi si esponeva assumendo il primo piano nella crociata, al costo di pesanti critiche. Ecco allora i “più bravi della classe”, gli Hilberseimer, i Mies Van der Rohe, i Le Corbusier … Ecco i Manifesti, i CIAM, i testi fondativi, il Werkbund e le Mostre dell’Abitazione, gli slogan. “La casa per tutti”, “il meno è il più”, il “form follows function”, l’ “existenzminimum”. L’ideologia ebbe più volte la meglio. La filosofia positivista era la fede. Lo standard era il traguardo; l’aggiornamento tecnico, un atto d’obbligo
Serpeggiava però, tra le fila degli esponenti maggiori della battaglia, ma anche nei loro stessi animi, un dubbio: potrà mai un’esistenza esser minima?
Prima della “revisione”, prima del Team X. Prima dell’architettura di “tendenza” e della rigenerazione esistenzialista, l’incertezza di alcuni tra i leader del “mainstream” del tempo già faceva pensare: Häring, Frank, Stam, Taut, Markelius...
La linea verde non dimenticava la vita.

Ragionevolezza
“L’architettura inizia dove finisce l’ingegneria” sosteneva Gropius, mentre Le Corbusier metteva in guardia: il Modulor è come un pianoforte ben accordato, quindi sta a voi il suonarlo bene, affermava, e se si accorgeva che i suoi schemi e misure generavano assunzioni acritiche e dogmatiche, se ne sbarazzava con severo distacco: «Il Modulor, me ne infischio! Quando non va, non bisogna applicarlo»2.
Ma allora perché tanta levata di scudi dinnanzi alla forma delle cose? Perché mai tanta condanna dell’estro e della ricerca di immagine? Non era dunque la bellezza la vera sfida? “Errori del moderno”, ci dice oggi Franco Purini3. è stato infatti, al tempo, teorizzato uno spazio troppo cerebrale e concepiti ambienti di vita come costrutti ideali, ci si è scostati dalle cose, dall’aderenza ai contesti, agli uomini, ai fatti, alla società. L’architetto ben calato nel “Movimento” era il genio solitario.
Entriamo più decisamente in Italia.
La sottoscrizione del razionalismo è sincera e convinta. È estensiva e compatta. Si aderisce alle tesi e ai principi, ci si impegna nella manualistica, attraverso il CIRPAC (Comitato Internazionale per la Risoluzione dei Problemi nell’Architettura Contemporanea, organo esecutivo dei CIAM) si assume parte attiva nell’organizzazione dei congressi, si partecipa, si decide.
1927: Figini, Pollini, Frette, Larco, Rava, Terragni, Castagnoli, si legano fondando il “Gruppo Sette”, Libera si unisce a loro e il gruppo si costituisce ufficialmente come MIAR (Movimento Italiano per l’Architettura Razionale).
Luigi Vietti è della partita. Partecipa, in particolare, come delegato italiano, con Bottoni e Pollini, al 3° Congresso CIAM, quello di Bruxelles del 1930; titolo: Rationelle Bebauungsweisen. La discussione promossa, in quel terzo appuntamento, dopo La Sarraz e Francoforte, dedicati rispettivamente alla pronunciazione del Manifesto e al tema dell’Existenzminimum, verte sul tema dell’altezza. “Low-, Mid- or High-Rise Building?” è l’interrogativo posto da Gropius e Giedion. La risposta si vuole che sia una valutazione libera dallo stretto ragionamento contestuale. Lo sviluppo in altezza garantisce infatti sicuri vantaggi economici, oltre a esibire l’arditezza e le potenzialità delle tecniche nuove, l’acciaio, il cemento.
Vietti condivide, ma non del tutto.

«Come possiamo dire se sono più belle le case alte o basse, lunghe o strette, concentrate o sparse, se non sappiamo se e quali individui sono meglio sistemati in queste o quelle case e se queste case rispondono alle esigenze urbane della città?»4.

A comandare, in altri termini, dovrebbe essere, ogni volta, il tratto individuale del luogo. Ne è di conferma l’ipotesi formulata con i razionalisti genovesi (Morozzo Della Rocca, Fuselli, Daneri, Haupt, Fineschi, Crosa di Vergagni, Nicoli, Zappa), alla V Triennale di Milano, nel 1933, per la progettazione della Casa a struttura in acciaio (Casa alta genovese). La scelta è per un Modulo facilmente moltiplicabile, componibile, adattivo. Il “segmento” di edificio, in luogo di un’architettura unica e singolare, si abbina a un’oculata strategia di utilizzazione del difficile territorio ligure. Va benissimo, pertanto, la ragione interna alla soluzione tecnica, purché essa non sopravanzi la “ragionevolezza”. Il “razionale” va declinato.
Del MIAR, Vietti cura, con i colleghi, l’organizzazione, pur non aderendovi in prima battuta; a Roma, è tra le fila dei fedeli alla causa e partecipa, introdotto da Giovannoni, alla Prima Esposizione di Architettura Razionale (1928), alla Seconda (1931) e alla Esposizione di Architettura Razionale di Firenze (1932); dal 1937, è poi coprogettista dell’EUR, nominato dal Duce, con Pagano, Piccinato, Rossi e Piacentini.
Ed eccoci al punto. Dalla vicinanza con Piacentini nasce il dubbio. Sì perché l’idea di “codice”, costruttivo, formale, figurativo, non lo convince affatto. Nonostante l’acceso dibattito, sorto all’interno dell’equipe incaricata dell’E42, l’orientamento stilistico da adottare, implicitamente imposto, è quello patrocinato da Piacentini, nominato coordinatore tecnico dell’intera opera. Che fare allora? Sottrarsi? Giammai! Il Regime vuole rappresentarsi unitariamente. E da parte delle giovani leve c’è, prima di  tutto, la voglia di lavorare. Pertanto, rinunciare non conviene. Meglio “strizzare l’occhio”. Per Vietti, è “razionalista” «(...) un’architettura che corrisponda al problema che si pone, con elementi costruttivi reali, necessari e adeguati al tema, inserita nel contesto, commisurata alle esigenze e richieste del committente»5. Il filo verde può viaggiare indisturbato senza richiedere attività di fronda.

Saggio compromesso
Il regime ha i suoi fini rappresentativi e le sue premure propagandistiche. Tra glorie, vittorie, sanità e cultura, sorgono monumenti trionfalistici, case littorie, colonie, edifici espositivi… Lo stare in tema implica elasticità e disincanto. Mettersi contro, invece, osteggiando grandezze e forme prevaricanti, può far del male alla gente, far mancare, oltre ai simboli, anche le indispensabili utilità sociali, la casa, le infrastrutture, i servizi.
La benevolenza e il saper prendere in carico temi “di squadra”, anche non condividendone il fine oltre che il carattere, si rivela pertanto come organicità nei confronti delle cose: contesti, circostanze, persone. All’epoca del regime, Vietti assume importanti ruoli istituzionali. Per il Ministero della Pubblica Istruzione, si occupa della legislazione per la tutela ambientale, del panorama e del paesaggio; viene quindi nominato Direttore della Sovrintendenza alle Belle Arti e Ispettore Onorario per la Regione Liguria. C’è poi un tema delicato: le sedi della rappresentanza politica. Tra il 1932 e il ’33, Vietti è autore della Sede del Gruppo Nazionale Fascista Giordana e della Casa del Fascio di Intra. Con Ignazio Gardella, nel 1934, progetta la Casa del Fascio di Oleggio. Con Carminati, Lingeri, Nizzoli, Saliva, Sironi e Terragni, partecipa al Concorso per il Palazzo Littorio di Roma, in via dell’Impero, e, nel 1935, a quello per il Nuovo Auditorium, accanto alle Terme di Caracalla. Del 1937, inoltre, è il progetto per la Casa del Fascio di Rapallo, concorso bandito dalla Federazione Provinciale dei Fasci di Combattimento; del 1938, è il progetto per la Sede della Confederazione Fascista dei Commercianti.
Tutto sembra stare pienamente “nelle sue corde”. Eppure, la vera ricerca è quella che egli sviluppa al fianco dell’eclatanza celebrativa. Sin dall’esame di Laurea, Vietti rinuncia, convenientemente, alla sua prima proposta.

«Mi avvisarono che con un simile progetto avrei preso il minimo dei voti. Partii allora per il servizio militare, che fu per me un buon periodo di riflessione. Pensai che potevo lavorare su un’architettura “spontanea” nel senso adattivo del termine, ossia ragionevolmente calzata sui luoghi. Avrei potuto avere un buon voto senza disconoscere il mio bagaglio di architetto razionalista. Feci allora un progetto che si rifaceva alle architetture spontanee del Lago Maggiore; ed ebbi un gran successo. Da allora ho sempre creduto nell’accompagnamento delle due cose: razionalità e spontaneismo. (...) gli elementi dell’architettura razionalista erano diventati “fissi”, gli architetti ci giocavano (...) in più pensavo a tutto il bagaglio di architettura spontanea del nostro paese (...)»6.

Accompagnamento delle due cose, quindi: filo rosso e filo verde in libero parallelismo.
Accanto al Modulo di Casa Alta Genovese, alla V Triennale di Milano (1933), c’è la “sobrietà di forme” e la “naturalezza felice”7 della Stamberga per 12 sciatori.
Accanto alle Case Littorie, stanno le case di vita, i numerosi progetti che, di “razionalista”, hanno quasi solo l’immagine esterna, ispirata, per lo più, ai motivi “macchinisti”, alle suggestioni “navali”, come Le Corbusier suggeriva che fosse. Per il resto, valeva, quale fattore principe di ogni definizione, la qualità dell’esistenza al loro interno.

«(…) da una sensibilità non contaminata da teorie nebulose, da una viva coscienza dei principi che reggono l’architettura dei (…) tempi», nasce la Villa Wanda di Stresa (recupero e ampliamento di uno chalet preesistente), vestita di un nuovo involucro cementizio in rigoroso intonaco bianco con terrazza-giardino e grandi aperture orizzontali, in intensificazione massima del rapporto interno-esterno, salubrità, trasparenza, visuali, ma tuttavia, «Una casa per abitarvi, non una casa teorica»8.

C’è la Villa La Roccia a Cannobio, progressiva evoluzione di un iniziale “modello di casa” (la villa su roccia a sperone) che, dalla revisione operata dallo stesso Vietti, diviene concrescenza indivisibile dal promontorio sottostante. Ma ci sono, soprattutto, le case di tradizione locale, quelle “osservanti” nei confronti del paesaggio sedimentato, quelle che impiegano la sapienza e il “calore” delle tecniche e dei materiali autoctoni, quelle attente al vernacolo, se pur impegnate a produrne il necessario aggiornamento. Così vanno lette tante sue architetture del tempo che, ancorché piccole, si mostrano grandi nel messaggio di una progettualità innovativa ma, assolutamente, anti-ideologica. Ecco allora la Casa “Il Ronco” a Pedemonte di Gravellona Toce (1930); è una “casa tipo” sì, ma solo come base di partenza, tutt’altro che come fine; è un prodotto industrializzabile, certamente, una maison minimum, dalle piccole, modulari dimensioni, dai seriali orditi di rivestimento in tavolato ligneo, dalle squadrate finestrature di cui, la grande del soggiorno, tagliata in più campi vitrei, apribili a soffietto. Tuttavia, ne direbbe Alvar Aalto, una casa dotata di “momenti non finiti”, come la corda annodata, a far da mancorrente alla scala, momenti «(...) che permettono di alleviare l’effetto limitativo della standardizzazione attivandone i lati culturalmente più positivi»9. Ed ecco ancora la Villa di Ugo Nebbia a Mulinetti (1938), lontana da ogni retorica purista: una casa-riparo, dalla forma a guscio, con un grande camino ellittico al suo interno, tetto a spioventi, portico in legno, pareti intonacate di rosa secondo un motivo a losanghe, tipico delle antiche case dei pescatori.

Ludus, divertimento, svago
“Mai dimenticarsi di giocare” affermava Aalto.
Al grande simbolo littorio di Via dell’Impero a Roma, si affianca il loisir e lo sport dei numerosi progetti di club e stabilimenti balneari: Spiaggia di Santa Margherita Ligure (1932), Aeroclub di Cameri (1933), Allestimento della Mostra del Mare a Genova (1936), Club sul Lago a Cannobio (1937).
Nel grandioso Quartiere dell’E42, c’è un ritaglio di “border line”. Successivamente all’elaborazione del Piano, diretta da Piacentini, dovendo sceglierne una porzione di suo approfondimento, Vietti si ritaglia uno spazio autonomo, lontano da ingerenze e da errori demagogici: è il Progetto per il Parco dei divertimenti, un’esercitazione personale quale presa di distanza dal peso dell’architettura ufficiale.

«(...) quando mi fu chiesto cosa volessi fare, all’interno dell’E42, pensai a un settore escluso dalla sovrintendenza di Piacentini, ossia al comparto delle architetture “non permanenti”. Dissi “voglio occuparmi della parte dei divertimenti e svaghi”, che occupava circa un quarto dell’E42. Era una città nuova, fantastica, con invenzioni di vario genere… i pianeti, luna, marte, la via di terra, la via d’aria,   con funicolari, canali, padiglioni (…). Poi c’era una grande statua, in cui si poteva entrare e scrutare, dall’interno, il corpo umano»10.

Si fissa così, nella sua poetica, la linea dell’indulgenza, della filantropia, dell’inclusività. Si fanno largo le categorie ”permissiviste”, ispirate al gusto, al desiderio, alla memoria, all’affezione, al kitsch. Le tipologie del condannato “disimpegno” non sono, infatti, da bandire. Tutt’altro. Al filone del divertimento e del tempo libero, si affianca la ricerca dedicata alle architetture per le vacanze: alberghi, ristoranti, ville al mare o in montagna. C’è il progetto di Ristorante e Sala da ballo, in Corso Italia a Genova (1936), il Teatro alla Foce (1937), i progetti di albergo del 1937: il Delfino a Portofino, l’Albergo di San Fruttuoso, il Nord-Est di Santa Margherita Ligure, tutte configurazioni plasmate sui territori di appartenenza e, al tempo, libere, fantasiose e finanche eclettiche.
L’immaginario si spalanca. Ma non c’è nulla da spiegare, da attutire, da giustificare. Nulla è più sano e virtuoso dell’ascolto: il committente, l’utente destinatario, la finanza, l’ambiente. Mentre a questi dati, quasi-oggettivi, si affianca il mondo delle percezioni, delle emozioni, dei segreti desideri...
La seconda guerra lascia un segno. Ricostruire? Ma per quale umanità? Per quale fede? In nome di cosa?
La Villa dei Sette Camini a Cortina (1940-‘44), lancia un’onda lunga. «In questa casa di Vietti, così diversa dalle sue altre, v’è la continuità del suo spirito osservatore che s’è andato, man mano approfondendo dalle prime esperienze della Villa La Roccia (...)»11. Si apre il filone delle case di villeggiatura e, a partire dagli anni ‘60, quello dei grandi incarichi in Sardegna. Qui realizza il Villaggio di Porto Cervo, per incarico del Principe Karim Aga Khan, l’Hotel Pitrizza a Liscia di Vacca, l’Hotel Cervo. Sono gli episodi più significativi della sua ricerca sul tema dell’architettura spontanea. Vietti ci tiene a precisare che non si tratta di un disconoscimento della modernità, che non è il segno di una frattura rispetto al suo precedente lavoro, bensì del suo arricchimento attraverso l’appiglio ai moventi più relativi e soggettivi, quelli che rendono l’opera sempre nuova e impensata, quindi ancor più moderna quanto più “incontornabile” ed estrema.





Note
1 Vedi Le Corbusier (1923 e 1925) - Vers une architecture, Parigi, e L’Art décoratif d’aujourd’hui et “la loi du ripolin”, Parigi.
2 Le Corbusier, Le Modulor, 1945, in H. Allen Brooks et al., Le Corbusier, 1887-1965, Electa, Milano, 1987.
3 Purini F. (2015) - Tre errori moderni, Edizioni Arianna, Geraci.
4 Vietti L. (1933) - I piani di organizzazione delle città moderne, in «Il Secolo XIX», Genova, 13 febbraio.
5 Vietti L. (1992) - Intervista, 1992, in PV. Dell’Aira (1997) Luigi Vietti, Progetti e realizzazioni degli anni ‘30, Alinea Firenze.
6 Vietti L. (1928) - Complesso Alberghiero sul Lago Maggiore, Tesi di laurea.
7 Albini F. (1933) - La stamberga dei 12 sciatori, in «Domus», ottobre.
8 Podestà A. (1938) - Gli incanti di una villa nell’incanto di Stresa, in «Domus», gennaio.
9 Aalto A. (1935) - Il razionalismo e l’uomo, in «The Architectural Forum», settembre.
10 Vietti L. (1992) - Intervista, 1992, in PV. Dell’Aira, op. cit.
11 Pagani C. (1941) - Lo stile di Vietti, in «Lo Stile».






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