D'Amato

Controspazio come "piccola rivista"

Claudio D'Amato Guerrieri




Le “piccole riviste” negli anni Sessanta e Settanta del Novecento
A partire dagli anni sessanta del novecento una forma tipica con cui gli architetti discussero di teoria e critica dell’architettura fu quella delle “piccole riviste” prodotte al di fuori dei grandi circuiti editoriali.
Fu un fenomeno tipicamente europeo (Italia, Francia, Spagna) e nordamericano (New York, San Francisco), in controtendenza con il mondo delle riviste sostenute dalla pubblicità.
La loro vita fu breve, le loro uscite irregolari; ma cambiarono il modo di pensare l’architettura, riportando l’attenzione sulla ricerca piuttosto che sulla professione. Il loro pubblico privilegiato fu quello del mondo universitario, da cui provenivano i loro redattori, quasi tutti docenti.
Esse diedero voce a quel fenomeno noto come “architettura disegnata”, che vide protagonisti, soprattutto in Italia, gli architetti-intellettuali, distaccati dal mondo professionale, e dediti all’insegnamento e all’esercizio della critica.
Nel 1977, dal 3 al 5 febbraio, si tenne a New York nella sede dell’IAUS, Institute for Architecture and Urban Studies diretto da Peter Eisenman, un significativo dibattito fra queste piccole riviste promosso da «Oppositions» e da MIT Press, sul tema After Modern Architecture (Figg. 1-2).
All’incontro furono invitate: «Architese» (Bruno Reichlin, Stanislaus Von Moos), «Arquitectura Bis» (Oriol Bohigas, Federico Correa, Rafael Moneo), «AMC-Architecture-Mouvement-Continuite» (Jacques Lucan, Patrice Noviant), «Controspazio» (Alessandro Anselmi, Claudio D’Amato), «Lotus» (Pierluigi Nicolin, Joseph Rykwert)[1]. Due anni dopo, nel maggio 1979, in occasione del decennale di «Controspazio» furono affrontati temi analoghi in un dibattito coordinato da Paolo Portoghesi con Mario Ridolfi, Carlo Aymonino, Aldo Rossi, Roberto Gabetti [2] (Fig. 3) .
Questi due incontri –uno informale, l’altro accademico [3] – segnarono simbolicamente il passaggio ai significativi cambiamenti di rotta degli anni ottanta.

La nascita di «Controspazio»
Il periodo di gestazione di «Controspazio» (1968) fu tutto “romano”, e crebbe nel clima culturale delle lotte studentesche e operaie che dal 1963 (Fig. 4) al 1968 avevano avuto grande seguito nella Facoltà di Architettura di Roma, fino a sfociare in quel punto di radicale rottura con la politica tradizionale che fu la cosiddetta  “battaglia di Valle Giulia” (1 marzo 1968).
Paolo Portoghesi,  giovane docente di “letteratura italiana” (storia della critica) [4] a partire dal 1962, era stato il riferimento di un gruppo di studenti, autonominatosi “seminario dei Cinquanta”, che in quegli anni scrivevano per una rivistina off –Finalità dell’architettura, organo dei Goliardi Autonomi (GA)– diretta da uno di loro, Michele Pinto. L’alleanza fra Portoghesi e molti di quegli allievi si era poi venuta consolidando negli anni successivi quando, a partire dal 1968, egli chiamò molti di essi a lavorare al DAU, Dizionario Enciclopedico di Architettura e Urbanistica, 6 volumi, edito dall’Istituto Editoriale Romano fra il ‘68 e il ’69 (poi rieditato da Gangemi Editore dal 2005 al 2007).
Per il n. 0 di «Controspazio» (mai uscito) la redazione romana, propose a Portoghesi uno schema di presentazione che esaltava il ruolo della “politica” come vera finalità dell’architettura, tutta vista in funzione di un processo rivoluzionario in cui essa avrebbe dovuto catarticamente dissolversi:
«Quali sono i nodi di fondo che oggi deve affrontare chi pensi all’architettura come ad un problema politico? Non c’è bisogno di spiegare che cosa significhi politico: non c’è momento della professione dell’architetto, non c’è aspetto della crisi di proposte e soluzioni, non c’è problema didattico che in qualche modo non affondi le proprie radici nella contraddizione sociale complessiva a cui ogni giorno siamo più violentemente chiamati ad assistere. […]
Perché allora questa rivista? Perché a questo punto uno strumento che rompa il particolare tipo di ‘silenzio rumoroso’ che si è creato intorno a tutto ciò, che si ponga come nucleo e come servizio di un processo che sta cominciando qua e là, nelle borgate romane e nei quartieri popolari milanesi, … nelle cento città italiane immiserite da un’edilizia pubblica e privata …, è l’unica o almeno la più immediata delle cose da fare.
L’unica informazione interessante sull’architettura ed i problemi di massa è oggi infatti affidata alle seconde ed ultime pagine di qualche quotidiano più o meno di sinistra. Le riviste, l’editoria d’architettura, si sono invece completamente adeguate all’incremento dell’attività arredativa della città e del territorio.
«Certo questo problema non può trovare soluzione in una rivista: … Ma rimandare tutto al ‘giorno dopo la rivoluzione’ può essere non solo pericoloso ma errato….» (documento inedito)
Di fronte ad un’impostazione velleitaria e senza sbocchi, Portoghesi decise che la redazione sarebbe stata ‘milanese’: a Milano infatti dal 1967 ricopriva la cattedra di Storia dell’Architettura ed era stato eletto Preside.
Il nome «Controspazio» fu invenzione di Portoghesi, che seppe intercettare il sentimento “contro” che la cultura giovanile esprimeva in quel momento [5] , coniugando i valori dello “spazio” che la rivista di culto di Luigi Moretti [6] aveva esaltato, con la storia dell’architettura antica e moderna. L’editore di «Controspazio» fu Raimondo Coga (Edizioni Dedalo, Bari) che proprio in quel periodo si qualificò come uno degli editori di punta della cultura extraparlamentare (sua la testata il manifesto che preparò la scissione del gruppo Natoli, Rossanda, Magri dal PCI). Formato tabloid, carattere bastone in copertina, carta uso mano e prezzo popolare (500 lire=2,5 €) furono i fattori che ne determinarono l’immediato successo fra gli studenti delle facoltà d’architettura italiane. Geniale risposta al mercato delle riviste della carta patinata (Fig. 5).

Le stagioni e le redazioni di «Controspazio»
«Controspazio, rivista di Architettura e Urbanistica» diretta da Paolo Portoghesi uscì dal 1969 al 1981. Sono identificabili in essa tre stagioni: una milanese e due romane, connesse ad altrettante redazioni, tutte costituite da giovani architetti-ricercatori, la cui ambizione era progettare e al tempo stesso scrivere. Tutti si erano laureati prima della fine degli anni sessanta, quando le Facoltà erano ancora strutturate con i piani di studio previsti da Giovannoni alla loro fondazione nel 1919 (37 esami); e per loro, anche se con accentuazioni diverse, la conoscenza della storia dell’architettura era la base indispensabile del progettare.
La rivista, seppure articolata in sezioni (teoria, progetto, storia, ecc.) considerava l’architettura un insieme unitario. E così proponeva una buona miscela di progetti, elaborazioni teoriche, saggi di storia dell’architettura, stabilendo una continuità reale con le riviste che erano uscite in Europa fra le due guerre.
La prima stagione (1969-1972) fu quella milanese. ll direttivo di redazione era costituito da Ezio Bonfanti, redattore capo (Milano 1937-1973) e da Massimo Scolari (Milano 1943). Insieme ad essi: Luciano Patetta (Milano 1935), Virgilio Vercelloni (Milano 1930-1995) , Maria Grazia Messina, Benigno Cuccuru. Portò alla notorietà la “tendenza” milanese di Aldo Rossi e fece scoprire alle facoltà italiane il fenomeno degli studi urbani che avevano in Venezia la loro roccaforte. Produsse complessivamente 26 fascicoli [7] .
Dopo la morte di Ezio Bonfanti, Portoghesi trasferì la redazione a Roma: questa stagione (1973–1976) produsse 17 fascicoli [8] e vide Renato Nicolini (Roma 1942-2012) prendere il posto di Bonfanti, facendola diventare però una rivista sempre più di “tendenza”. Nel 1973 facevano parte della redazione, con Renato Nicolini, Gianni Accasto (Cuneo 1941), Giampaolo Ercolani (Roma 1946), Vanna Fraticelli (Roma 1942), Giorgio Muratore (Roma 1946-2017); e continuarono ad esserci della vecchia redazione milanese Antonio Monroy, Luciano Patetta e Virgilio Vercelloni. Ad essi si aggiunsero dal 1974 al 1976 Maurizio Ascani, Alessandro Anselmi (Roma 1934-2013), Claudio D’Amato (Bari 1944), Daniela Fonti, Guglielmo Monti (1941), Livio Quaroni (Roma 1942), Giuseppe Rebecchini (Roma 1942), Duccio Staderini (Roma 1941), Laura Thermes (Roma 1942). Seguendo la tradizione ideologica del PCI, fu creato un “centro studi” di cui faceva parte l’ala dura della “tendenza”: Salvatore Bisogni (Napoli 1932), Rosaldo Bonicalzi (Milano 1944), Raffaele Panella (Foggia 1937-2016), Uberto Siola (Napoli 1938).
In questo periodo fu proposta una rilettura critica dell’architettura italiana del dopoguerra, incentrata sull’opera di maestri come Ridolfi e Gardella, e fu analizzata l’eredità del Movimento Moderno. Si contrapposero due linee: una che faceva capo al neo-razionalismo; l’altra che rivolgeva la sua attenzione all’espressività dei linguaggi e al ritorno alla storia.
Il dissidio ideologico fra Nicolini comunista e Portoghesi liberalsocialista venne alla luce con il primo dei due numeri monografici dedicati a Ridolfi. Dal 1977 Portoghesi azzerò tutta la redazione, la cui composizione non comparve più in testata.
Nell’ultima stagione (1977–1981) continuarono a lavorarci Anselmi, Thermes, Staderini, D’Amato cui si aggiunse Francesco Cellini (Roma 1944): uscirono 17 fascicoli [9] che anticiparono i temi della Prima Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, “La presenza del passato”, diretta da Paolo Portoghesi (Fig. 6).

«Controspazio», l’autonomia e il pluralismo dell’architettura
Nella storia delle “piccole riviste” «Controspazio» fu quella che nella sua prima stagione con maggiore chiarezza teorica affrontò il rapporto fra politica e architettura, che vedeva contrapposte la concezione eteronoma, con l’architettura al servizio della politica; e quella autonoma con l’architettura che reclamava la sua specificità artistica. Non a caso, proprio nel 1963 – all’inizio delle “occupazioni” delle Facoltà di Architettura italiane – due testi si imposero nella cultura giovanile di sinistra, che rappresentavano bene queste due anime del movimento: da una parte il discorso che Che Guevara, proprio nel 1963, tenne al I Congresso internazionale dei professori e degli studenti di architettura a L’Avana; dall’altra La critica del gusto di Galvano Della Volpe [10] . Nelle due stagioni seguenti Portoghesi contrastò il tentativo delle élite intellettuali, che avevano in «Casabella» il loro riferimento, di imporre un “pensiero unico” appiattito sull’interpretazione ortodossa del modernismo.
Proprio su questi temi intervistai nel 2008 Paolo Portoghesi [11] :
«[…] Le riviste che io ho fatto sono riviste di ascolto: in fondo, quando ho iniziato «Controspazio», tu sai l’avventura iniziale, cosa volevamo fare? volevamo dar voce alle tante obiezioni che erano nate, quindi approfondire questa autocritica dall’interno della modernità.
In un primo tempo l’abbiamo fatto coinvolgendo a pieno titolo la politica. Poi ci siamo resi conto, dopo il trasferimento a Milano, che questo sarebbe stato pericoloso perché in fondo saremmo stati costretti ad adeguare l’architettura alle condizioni continuamente mutevoli del discorso politico, senza riconoscere un minimo di autonomia che l’architettura deve sempre avere.
Poi «Controspazio» è stata in un certo senso il teatro di un eccesso di autonomia rivendicato da alcuni, e viceversa di una consapevole eteronomia sviluppata da altri, e io credo di aver dato alla tua generazione fondamentalmente, comunque alla generazione dei miei primi allievi, questa situazione,  questo palco da cui ciascuno poteva fare la sua predica, e io ho dato questo senza selezionare rispetto ad una idea di architettura ma accettando che la rivista diventasse il luogo di confronto, richiedendo soltanto quel tipo di coerenza che era l’impegno nella disciplina, mentre c’era chi pensava che la politica potesse sostituire la disciplina e che, quindi, l’architettura fosse buona in quanto era fatta con buone intenzioni.
Io mi ricordo che abbiamo combattuto le famose palazzine “impegnate”, quelle della generazione prima della mia, di persone impegnatissime nella politica, che stava facendo una architettura di serie B o C, pensando che questo sacrificio della qualità avesse un grande significato politico; io ero, come del resto Ridolfi, completamente contrario a questa serie C fatta con buonissime intenzioni, ma anche estremamente facile da fare, perché poi la domanda spontanea era: “sarebbero stati in grado di fare delle cose di serie A?”, e probabilmente non lo erano.
I conflitti generazionali io li ho risolti dando la parola alla generazione successiva alla mia, e di questo non me ne pento. Poi questo è stato considerato come un fattore che faceva di Controspazio una rivista in cui io c’entravo fino ad un certo punto; lo disse Gregotti: “questa è più la rivista di Scolari o Nicolini che la rivista di Portoghesi”, ma io credo che sia stato giusto fare così, anche perché la mia generazione non aveva un suo messaggio da portare. […]»

Fine di «Controspazio»
«Controspazio» fu dunque la rivista della generazione di mezzo fra coloro che rappresentavano ancora la classe dei professionisti che avevano contribuito alla ricostruzione postbellica (la generazione nata negli anni trenta) e coloro che sarebbero stati nella maggior parte gli architetti sotto-occupati e disoccupati (la generazione nata dopo gli anni cinquanta) dell’Italia della crisi di fine secolo.
Essa diede voce a una generazione consapevole della trasformazione del proprio ruolo; una generazione che fu l’ultimo frutto della Scuola accademica pensata da Gustavo Giovannoni negli anni venti. La sua eredità nel breve periodo non potè essere colta da alcuno, perché le condizioni culturali che l’avevano generata erano ormai del tutto scomparse [12] .







[1] All’incontro parteciparono anche molti altri architetti che scrivevano su quelle riviste, espressamente convenuti a New York o perché lì presenti: Edith Girard (AMC); Mario Gandelsonas, Anthony Vidler, Diana Agrest, Suzanne Frank, Stanford Anderson (Oppositions); Alessandra Latour (Controspazio); Lluis Domenech, Federico Correa  (Arquitectura bis); Peter Blake, Kenneth Frampton, Robert Gutman, Colin Rowe, George Baird, Peter Marangoni, Livio Dimitriu. Si veda in proposito «Controspazio», IX, n. 1, giugno 1977, p. 62

[2] Si veda in proposito «Controspazio», XI, n. 3, pp. 63-64. La trascrizione integrale dell’intervento introduttivo di Portoghesi si trova in C. D’Amato, Studiare l’architettura, Roma, Gangemi editore, 2014 (ISBN 978-88-492-2980-6), cap. VIII, appendice C, pp. 149-153.

[3] La celebrazione fu tenuta a Roma, giovedì 10 maggio 1979, presso l’Accademia Nazionale di San Luca, di cui era allora presidente Mario Ridolfi.

[4] Paolo Portoghesi (Roma 1931), laureato nella Facoltà di Architettura di Roma nel 1957, iniziò la sua carriera accademica come assistente di Gugliemo De Angelis D’Ossat alla cattedra di “Caratteri stilistici dei monumenti”. Dal 1962 al 1966 ebbe l’incarico del corso di “letteratura italiana”. Nel 1967 vinse la cattedra di “storia dell’architettura” e fu chiamato al Politecnico di Milano.

[5] Certamente non fu estranea anche una certa suggestione esercitata dalla rivista, tutta politica e ideologica, Contropiano, diretta da Alberto Asor Rosa (Roma 1933) e Massimo Cacciari (Venezia 1944), cui collaboravano Mario Tronti (Roma 1931) e Antonio Negri (Padova 1933), che uscì a Firenze dal 1968 fino al 1971 per i tipi della Nuova Italia. Il titolo (come ha detto Asor Rosa in una intervista del 2001) riprendeva quello «di un film sovietico degli anni Venti o Trenta, in cui si descrivevano le imprese e gli sforzi per realizzare un piano di sviluppo dell’Unione Sovietica diverso da quello tradizionale».

[6] La rivista Spazio, diretta da Luigi Moretti (Roma 1906 - Isola di Capraia 1973), uscì fra il 1950 e il 1968 (dal 1953 con periodicità irregolare).

[7] Nel 1969 (a. I, mensile), uscirono 5 fascicoli: n. 1, giugno; nn. 2-3, luglio-agosto; nn. 4-5, settembre-ottobre;  n. 6, novembre; n. 7, dicembre.
Nel 1970 (a. II, mensile), uscirono 6 fascicoli: nn. 1-2, gennaio-febbraio; nn. 3-4, marzo-aprile; nn. 5-6, maggio-giugno; nn. 7-8, luglio-agosto; nn. 9-10, settembre-ottobre; nn. 11-12, novembre-dicembre.
Nel 1971 (a. III, mensile) uscirono 7 fascicoli: nn. 1-2, gennaio-febbraio; n. 3, marzo; nn. 4-5, aprile-maggio; n. 6, giugno; nn. 7-8, luglio-agosto; nn. 9-10-11, settembre-ottobre-novembre; n. 12, dicembre.
Nel 1972 (a. IV, mensile) uscirono 8 fascicoli: nn. 1-2, gennaio-febbraio; nn. 3-4, marzo-aprile; nn. 5-6, maggio-giugno; n. 7, luglio; n. 8, agosto; n. 9, settembre; n. 10, ottobre; nn. 11-12, novembre-dicembre.

[8] Nel 1973 (a. V, mensile), uscirono 6 fascicoli: n. 1, giugno; n. 2, luglio-agosto; n. 3, settembre; n. 4, ottobre; n. 5, novembre; n. 6, dicembre.
Nel 1974, (a. VI, mensile), uscirono 4 fascicoli: n. 1, settembre; n. 2 ottobre; n. 3, novembre; n. 4, dicembre.
Nel 1975 (a. VII, mensile), uscirono 4 fascicoli: n. 1, settembre; n. 2, ottobre; n. 3, novembre; n. 4, dicembre.
Nel 1976 (a. VIII, irregolare), uscirono 3 fascicoli: n. 1, gennaio-febbraio; n. 2, marzo-aprile; n. 3, novembre-dicembre.

[9] Nel 1977 (a. IX, bimestrale), uscirono 5 fascicoli: n. 1, giugno; n. 2, luglio-agosto; n. 3, settembre; n. 4-5, ottobre-novembre; n. 6, dicembre.
Nel 1978 (a. X, bimestrale), uscirono 4 fascicoli: n. 1, gennaio-febbraio; nn. 2-3, marzo-giugno; n. 4, luglio-agosto; nn. 5-6, settembre-dicembre.
Nel 1979 (a. XI, bimestrale), uscirono 4 fascicoli: nn. 1-2, gennaio-aprile; n. 3, maggio-giugno; n. 4, luglio-agosto;  n. 5-6, settembre-dicembre.
Nel 1980 (a. XII, bimestrale), uscì un solo fascicolo: nn. 1-6, gennaio dicembre.
Nel 1981 (a. XIII, trimestrale), uscirono 3 fascicoli: n. 1, gennaio-marzo; n. 2, aprile-giugno; nn. 3-4, luglio-dicembre.

[10] Il discorso che il Che pronunciò il 29 settembre 1963, si trova in traduzione italiana con il titolo Questa è una generazione di sacrificio in E. C. Guevara, Opere, vol. III, tomo II, pp. 98-106, Milano, Feltrinelli, 1969. Facevano parte della delegazione italiana della FGCI (Federazione Giovanile Comunista Italiana), Alessandro Ansemi e Renato Nicolini. L’incontro si svolse in contemporanea al Congresso annuale dell’Unione Internazionale degli Architetti (UIA), che quell’anno aveva scelto L’Avana come sede.
La prima edizione della Critica del gusto per i tipi di Feltrinelli, è del 1960. Nel 1963 gli studenti della facoltà di architettura di Roma, su proposta di Renato Nicolini,  invitarono Galvano della Volpe a parlare della “specificità” del fare architettura.

[11] Cfr. C. D’Amato, Studiare l’architettura, Roma, Gangemi Editore, 2014, pp. 84 e segg.

[12] Nel 1982 Controspazio divenne una rivista sovvenzionata dalla mano pubblica: le Edizioni Dedalo ne vendettero la testata all’EDIS (Ente Diritto allo Studio) dell’Università degli Studi di Reggio Calabria, che nominò direttore Marcello Fabbri.

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