Brennan

Perspecta e la produzione mediatica dell’architettura postmoderna americana

AnnMarie Brennan



Introduzione [Figura 1]
Per capire il significato di un singolo numero di una rivista studentesca, (il numero 9/10 del 1966) bisogna prima comprendere l’ambiente in cui si è sviluppata. Fondata presso la Yale School of Architecture nel 1952, «Perspecta» è la più antica e longeva rivista studentesca di architettura degli Stati Uniti. Questa rivista si contraddistinse rispetto agli altri periodici di architettura perché fu tra le prime ad approcciarsi a tematiche legate al progetto dal punto di vista artistico, storico e teorico e, per molti aspetti, potrebbe essere considerata come la sede in cui la teoria dell’architettura, passando per l’Italia, giunse sulle rive americane.
Prodotta dagli studenti laureandi di architettura di Yale, la rivista promosse e pubblicò articoli di studiosi e professionisti. Henry-Russell Hitchcock, architetto, storico, collaboratore di «Perspecta» 6, dichiarò nel 1960: «Perspecta non ha mai ambito a pronunciare l’ultimo giudizio sui temi da essa trattati. Molto spesso, invece, si è fatta strumento di diffusione e di prima analisi di progetti d’avanguardia. Si tratta di un servizio che, nel nostro Paese, le riviste professionali e le riviste di dottrina più tradizionali, per loro vocazione, non si sono mai spinte a offrire»[1]. Anni dopo, come decano della Scuola di Architettura di Yale, Robert Stern sosteneva che «segnò l’inizio di una nuova forma di discorso critico sull’architettura. Anche se «Perspecta» non fu mai una pubblicazione presente sul mercato di massa, il suo impatto nel settore fu di straordinaria importanza. La rivista è stata - e continua ad essere - un esempio culturale per la Scuola di Architettura di Yale e una presenza importante nella comunità del progetto»[2].
In una pubblicazione che celebrava il 50° anniversario di «Perspecta», Stern sostenne che l’idea della rivista fosse attribuibile all’architetto George Howe dopo la sua nomina a direttore del Dipartimento di Architettura di Yale nel gennaio 1950. Parafrasando l’introduzione di Howe pubblicata nel numero 1 di «Perspecta» egli sosteneva che «Gli studenti di Yale, anche se professionalmente inesperti, erano comunque chiari osservatori della scena architettonica contemporanea. Credeva che gli studenti, e non i professionisti, fossero in grado di cogliere nuove idee e di interpretare i lavori del passato e del presente in un’unica continuità»[3]. [Figura 2]
Tuttavia, Norman Carver, uno dei redattori del primo numero di «Perspecta», insieme a Joan Wilson e Charles Brickbauer, negò che il giornale fosse un’ideazione di Howe. «La prima ragione [della nascita del giornale]» scrive Norman Carver, «è stata la nostra frustrazione per la mancanza di progetti stimolanti e la totale assenza di contenuti che caratterizzavano le riviste di architettura commerciale dell’epoca». «La seconda ragione, comunque legata alla prima», continua Carver, «… è stato il piacere per le lezioni stimolanti e le discussioni con insigni critici e figure come Lou Kahn, Phillip Johnson e Bucky Fuller. Nonostante molto di questo materiale si sia rivelato effimero, parte di esso ha costituito uno degli aspetti tra i più importanti della nostra formazione architettonica e, per questo, abbiamo ritenuto che esso dovesse essere efficacemente preservato e diffuso»[4].
L’architettura italiana ha sempre influenzato la pedagogia architettonica americana. Tuttavia, subito dopo la seconda guerra mondiale, l’arrivo degli architetti dall’Europa che riproponevano i principi di un’architettura modernista portò a un’eliminazione dei corsi di storia dell’architettura dai curricula di studio delle università americane. Tuttavia, lentamente, in «Perspecta», iniziavano ad apparire scritti di Storia sul Rinascimento italiano.
Alcuni numeri furono animati teoricamente da un particolare architetto o storico/critico italiano come il caso di «Perspecta» 13/14, in cui Peter Eisenman pubblicò il suo studio sulla Casa del Fascio di Giuseppe Terragni[5] e gli utopisti radicali Paolo Soleri e Manfredi G. Nicoletti, pubblicarono articoli sul tema dell’Utopia[6]. I 23 numeri pubblicati tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, evidenziano, attraverso la pubblicazione di articoli di Francesco Dal Co e George Teyssot che trattano temi di storia dell’architettura e dell’origine del progetto nella disciplina, un punto di vista particolare verso l’Italia e in particolare verso la Scuola di Venezia. Questi articoli, accompagnati da altrettanti articoli di autori e storici americani come George Hershey, Jennifer Bloomer e Robert Segrest, si occupavano di argomenti legati alla storia dell’architettura italiana estrapolati da autori come Vitruvio, Piranesi e Filarete. Nonostante questo comune interesse per la storia dell’architettura italiana, e i numerosi contatti con le teorie dell’architettura provenienti da Venezia durante gli anni Novanta, Manfredo Tafuri non contribuì mai alla rivista, e il suo nome fu raramente citato durante tutti i cinquant’anni di vita. Solo successivamente, con i numeri di «Perspecta» pubblicati all’inizio del XXI secolo, Tafuri iniziò ad essere citato nei testi. Al di la dell’assenza inspiegabile di Tafuri c’è stato però un particolare numero di «Perspecta» che mirava a dare vita ad un movimento di architettura americana, e che si è ispirato direttamente ad una rivista di architettura italiana: il numero 281 di «Casabella Continuità».

Significato di «Perspecta» 9/10
Il numero 9/10  di «Perspecta» fu molto significativo in quanto fu la prima doppia uscita della rivista. Curato da un giovane Robert A.M. Stern, che mise insieme una schiera di autori che contraddistingueranno la scena architettonica dei vent’anni successivi, il numero fu caratterizzato dal noto dibattito White/Gray e, soprattutto, quello che Kate Nesbitt definì “lo storicismo postmoderno”[7]. Questo scritto cerca di analizzare «Perspecta» 9/10 e l’ambiente in cui si è sviluppato nel tentativo di dimostrare che attraverso le azioni curatoriali selettive di un “redattore”, la rivista intendeva definire un movimento americano di architettura postmoderna analogo all’ascesa e al successo dell’arte americana del dopoguerra. Mentre una prima architettura moderna sembrava spesso molto vicina alle teorie e alle idee dell’arte moderna, per l’architettura postmoderna lo sguardo fu rivolto altrove, all’interno della disciplina stessa. Nell’ambito dell’architettura non si stava guardando al contenuto dell’arte americana del dopoguerra, ma piuttosto, con più probabilità, ad alcuni giovani architetti, che sotto l’egida dell’Arte Moderna e la tutela del maestro Philip Johnson, si muovevano nell’ambiente della cultura americana del dopoguerra, allo stesso modo di come ci si muoveva nel corrispondente mondo dell’arte.
«Perspecta» 9/10 si impose come voce polemica dei molti articoli di Stern il quale successivamente fu associato nella sua carriera a portavoce dei “Grays”, o piuttosto, di un’architettura storicista postmoderna americana. Queste pubblicazioni comprendono la mostra e il catalogo 40 Under 40: An Exhibition of Young Talent in Architecture (1966), New Directions in American Architecture, (1969), Gray Architecture as Post-Modernism, or Up and Down from Orthodoxy (1976) e New Directions in Modern American Architecture: Postscript at the Edge of Modernism (1977)[8]. Tutte queste pubblicazioni ebbero l’effetto di una sorta di editoriale retroattivo per Perspecta 9/10 riproponendo i principali argomenti dei suoi autori/architetti e pubblicando nuovamente il loro lavoro.
Durante la metà degli anni Sessanta e nei primi anni Settanta ci furono una serie di pubblicazioni analoghe che si occuparono dello sviluppo storico dell’architettura americana, come ad esempio American Architecture and Urbanism (1969) di Vincent Scully, The Rise of an American Architecture 1815 – 1915 (1970) di Edgar Kaufmann così come i numeri monografici delle riviste internazionali «Casabella Continuità» pubblicato nel 1963[9] e «Architecture d’Aujourd’hui» nel 1965, quest’ultimo dedicato all’architettura contemporanea americana[10]. [Figura 3 e 4]
A differenza dei precedenti numeri di «Perspecta», che pubblicavano interviste e articoli di architetti che hanno insegnato nella scuola di Yale, la linea editoriale di Stern privilegiò la divulgazione di articoli di storici dell’architettura come Vincent Scully e George Hershey alla ricerca di giovani architetti in grado di definire un nuovo movimento dell’architettura americana. I numeri non includevano una dichiarazione editoriale o un’introduzione, tuttavia, la presenza di un indice contenente l’elenco dei nomi degli autori/progettisti associati ognuno a una breve biografia, suggeriva il tentativo di far emergere un nuovo movimento nell’architettura americana.
 
Gli autori della Scuola di Philadelphia [Figure 5]
Robert Venturi, Charles Moore e Romaldo Giurgola sono tre architetti che hanno pubblicato articoli su Perspecta 9/10 e tutti furono selezionati per ricoprire l’incarico di Preside della Yale School of Architecture, dopo il ritiro di Paul Rudolph. Sosteneva Stern, «questi architetti erano in gran parte sconosciuti tranne che per «Perspecta» 9/10»[11].
Secondo Stern, il modo in cui ha conosciuto questi giovani e poco conosciuti architetti è stato per mezzo di una serie di presentazioni e incontri casuali con amici, insegnanti e altri architetti.
Denise Scott Brown, nell’articolo Team 10, Perspecta 10 and the Present State of Architectural Theory, descriveva i contenuti di questo numero e proponeva questo nuovo gruppo di architetti americani - che comprendeva Venturi, Moore, Giurgola e Kahn - come coloro maggiormente in grado di definire il cambiamento dei valori dell’architettura americana. Perspecta, secondo Scott-Brown, «cattura lo spirito del momento in quello che può o non può essere un nuovo punto di partenza per l’architettura americana»[12]. Anche se il gruppo non era ufficiale, questi architetti erano «a capo di una serie di piccoli studi individuali, insegnanti part-time il cui lavoro ha qualcosa in comune».
L’uso della storia dell’architettura all’interno della pedagogia architettonica nel dopoguerra fu trattato in modo molto diverso. Ad esempio, le scuole come la GSD [Graduate School of Design] ad Harvard sotto l’influenza di Gropius, non avevano insegnamenti di storia dell’architettura all’interno del curriculum universitario. Venturi ottenne il Rome Prize e frequentò l’American Academy di Roma per due anni, dal 1954 al 1956, interessandosi profondamente della storia dell’architettura italiana,[13] studiando i capolavori architettonici di Michelangelo e di Borromini. Charles Moore fu un grande viaggiatore e visitò l’Italia durante le ricerche per il suo Ph.D. a Princeton sul tema “Acqua e Architettura”. Per queste e per molte altre figure, l’Italia fu un’esperienza che aprì i loro occhi fornendo una visione sul significato che la storia ha per l’architettura. Mentre Giurgola, essendo italiano, già apprezzava la storia dell’architettura all'interno dello storicamente già ricco ambiente italiano, e di conseguenza l’apprezzamento per la storia e la tradizione faceva parte di una sensibilità innata, un requisito indispensabile per fare quello che avrebbe poi descritto in un altro giornale studentesco, «Precis», come un approccio etico all'architettura[14].
Stern affermò di aver scoperto l’opera di Charles Moore attraverso un articolo di Donlyn Lyndon pubblicato nel numero monografico sull’America di «Casabella continuità» ed è all’interno delle pagine di questo articolo del 1963 che possiamo trovare ciò che forse fu l’ispirazione di Stern a trattare, in «Perspecta» 9/10, certi argomenti teorici. Nel 1965, Lyndon, che era partner di Moore nello studio Moore Lyndon Turnbull Whitaker, scrisse l’articolo principale Filologia dell’architettura americana, che trattava di un nuovo tipo di architettura che si ribellava a quelle regole diffuse dalle generazioni precedenti, caratterizzate in particolare da un modernismo irrigidito e demoralizzato che usava un “vocabolario facile” e funzionava come una sorta di “gergo” comunicando con gli altri architetti, ma non in grado di “esplorare significativi modelli di vita”. Lyndon, sottolineando il rapporto vitale tra gli architetti e i media all’interno del dibattito dell’architettura scriveva: «La stampa architettonica internazionale mantiene in maggior contatto reciproco i singoli professionisti d’ogni paese di quanto questi stessi non siano con la loro propria società e i loro problemi; conseguentemente ne nasce una propensione a sviluppare chiusi linguaggi convenzionali di forme, che si rivelano significativi solo per quanti sono mentalmente orientati in modo analogo.»[15].
In una critica all’eredità dell’architettura moderna del dopoguerra, Lyndon sostenne che questa nuova generazione di giovani architetti presenti nel suo articolo condivideva una crescente insoddisfazione nei confronti della maggior parte dell’architettura contemporanea, che aveva «troppo facilmente formalizzato il suo approccio, applicando canoni senza pensieri»[16]. Gli architetti descritti da Lyndon erano stati “eretici” perché il loro lavoro era considerato come una protesta contro i concetti e le forme della generazione precedente, un’architettura di vuoto modernismo che aveva portato a “fini inefficaci”[17].
 
Molte Americhe in una
La panoramica di Lyndon sullo stato attuale dell’architettura negli Stati Uniti presentava molti degli stessi architetti e progetti che Stern prese in considerazione nei suoi numeri di «Perspecta». Tra questi architetti descritti sia nell’articolo di Lyndon che nella «Perspecta» di Stern erano presenti: Louis Kahn, Robert Venturi, Philip Johnson, Mitchell, Giurgola, Kallman, McKinnell e Knowles (entrambi sul progetto Boston City Hall) e Charles W. Moore. Inoltre, il numero di «Casabella» conteneva un editoriale illuminante di Ernesto N. Rogers che, forse, anticipava il dibattito White/Gray che seguirà negli anni Settanta. Nell’editoriale, “Molte Americhe in una”, Rogers sosteneva che «gli americani non si curano più soltanto del presente e del futuro ma recuperano il loro passato; cercano di affermare una tradizione in cui poter costituire, attraverso le molteplici parole, un linguaggio unitario che, al di là delle origini filologiche, possa esprimere una realtà autonoma e scevra di debiti verso le esperienze altrui»[18]. Nonostante la ricerca di un linguaggio unificato, Rogers rileva che due diverse Americhe possono coesistere rendendo il paese ricco di “scontri dialettici”. Tuttavia, nonostante questo successo, non riescono a scoprire un ambiente “figurativo” o una lingua per esprimere questa loro diversità. Scrive Rogers a proposito: «Questa società è attratta da due poli opposti: da una parte si determinano i problemi della metropoli germogliata dallo sviluppo industriale, sia con l’affrontare i grandi temi richiesti dai suoi bisogni pratici, sia usando gli strumenti tecnici negli stessi organismi; dall’altra parte l’opposizione alla metropoli suggerisce architetture piccole, modeste costruite in legno e con altri semplici mezzi.»[19]
Molti anni dopo, nell’articolo New Directions in Modern American Architecture: Postscript at the Edge of Modernism, Stern continuò la “filologia” dell’architettura di Lyndon, chiedendo un linguaggio architettonico comunicativo che fosse incorporato con il significato culturale[20]. Come nei suoi scritti precedenti, Stern citava Venturi e Moore come i fondatori dello storicismo postmoderno, segnalando un passaggio da un formalismo moderno autonomo a un nuovo modo di affrontare il progetto di architettura che affermava il suo significato culturale. Questo mutamento si ritrova in particolare attraverso la facciata, tema evidente nell’opera di Venturi, nel contesto della città, essenza del lavoro di Giurgola, e infine nell’idea di una memoria culturale. Questi tre temi sono stati sintetizzati da Stern come contestualismo, allusionismo e ornamentalismo.
 
Conclusioni
Stern fu affascinato dagli architetti Venturi, Giurgola e Moore dal momento in cui iniziò a considerare quei progettisti in grado di comprendere il valore della storia dell’architettura all’interno del progetto, affermando che: «Questi architetti erano persone colte che potevano parlare di architettura, non solo in termini di dadi e bulloni o del corrente lavoro di tutti i giorni, riferendosi a Mies, Le Corbusier o Wright, ma riferendosi a Michelangelo, all’urbanistica e al contesto architettonico. Ciò era in contraddizione con l’architettura autoreferenziale di quei giorni»[21]. E non diversamente da Soane, Alberti, o Palladio, questi architetti avevano iniziato a scrivere, nuovamente, del loro lavoro in modo autoriflessivo e sistematico.
È importante notare che quando molti di questi giovani architetti arrivavano a un’età matura intorno ai primi anni Settanta, l’economia americana era in declino e c’era un’urgente necessità di trovare lavoro. Era il tempo di polemizzare sul momento contemporaneo e di sfruttare pienamente lo strumento della rivista per chiarire un proprio punto di vista sull’architettura, come lo stesso Stern sostenne scrivendo: «Abbiamo scritto molto. ... Abbiamo polemizzato sul crollo, o sul crollo apparente, di quella che avevamo definito architettura moderna, una fine apparente dei grandi e anonimi edifici per uffici aziendali. E così, i giovani architetti come me o Peter Eisenman e altri hanno sistematicamente cercato di sconvolgere quella struttura prevalente - senza ambiguità, sfidando la sua credenza sulla base di quello che credo sia stata definita correttamente una visione più ampia di ciò che sono le responsabilità di un architetto e le sue possibilità»[22].
Se la teoria architettonica può essere intesa come autoriflessione del processo di progettazione da parte dell’architetto, unita alla capacità di fornire una spiegazione testuale e visiva, allora il numero 9/10 di «Perspecta» e gli articoli di Venturi, Giurgola e Moore in esso contenuti realizzano questo presupposto. Con l’architetto come redattore-curatore e collettore selettivo di informazioni, dimostriamo l’intento di fabbricazione di una teoria americana dell’architettura negli Stati Uniti, passando per Italia, attuata mediante lo strumento della rivista.


[1] Henry-Russell Hitchcock, Food for Changing Sensibility, Perspecta 6, 1960.

[2] Gran parte delle informazioni raccolte in questo lavoro sono tratte da un’intervista a Robert A.M. Stern realizzata nel suo ufficio a Manhattan nel giugno del 2011. Si veda anche la pubblicazione, Robert A.M. Stern and Jimmy Stamp, Pedagogy and Place: 100 Years of Architecture Education at Yale (New Haven: Yale University Press, 2016), 239.

[3] Robert A.M. Stern, Peggy Deamer, e Alan Plattus, eds. Rereading Perspecta: The First Fifty Years of the Yale Architectural Journal (Cambridge, M.A.: MIT Press, 2005), xvi.

[4] Norman Carver, corrispondenza via mail con l’autore, 11 febbraio 2000.

[5] Peter D. Eisenman, From Object to Relationship II. Casa Giuliani Frigerio: Giuseppe Terragni, Casa del Fascio, in Perspecta 13/14, 1971, pp. 36-65

[6] Paolo Soleri, Utopia and/or Revolution, in Perspecta 13/14, 1971, pp. 280-285; Manfredi G. Nicoletti, The End of Utopia, in Perspecta 13/14, 1971, pp. 268-279

[7] Kate Nesbitt, ed., Theorizing a New Agenda for Architecture. An Anthology of Architectural Theory 1965 – 1995, (Cambridge, M.A.: MIT Press), 26. Sul dibattito White/Grey vedi “White and Gray,” a + u: Architecture and Urbanism, 4 (52) (1975): 25-80; e in questa rivista, Emanuela Giudice, The Architecture Between ‘Whites’ and ‘Grays’ Tools, Methods, and Compositive Applications, FAMagazine, 30, Nov-Dec. 2014.

[8] Robert A.M. Stern and the Architectural League of New York, 40 Under 40: An Exhibition of Young Talent in Architecture (New York: Architectural League of New York, 1966); Robert A.M. Stern, New Directions in American Architecture, (New York: George Braziller, 1969); Robert A.M. Stern, Gray Architecture as Post-Modernism, or Up and Down from Orthodoxy, L’Architecture d’aujourd’hui, 186 (August-September 1976); Robert A.M. Stern, New Directions in Modern American Architecture: Postscript at the Edge of Modernism, AAQ, 9, (2-3) (1977), 66-71.

[9] Casabella Continuità n. 281 novembre 1963 intitolato Architettura USA. Si segnala anche il successivo numero doppio 294-295 del dicembre 1964 - gennaio 1965 intitolato Problemi USA e dedicato interamente agli Stati Uniti

[10] Architecture d’Aujourd’hui n. 122 del 1965 intitolato USA 65

[11] Stern and Stamp, Pedagogy and Place, 239.

[12] Denise Scott Brown, Team 10, Perspecta 10 and the Present State of Architectural Theory, AIP-Journal, vol. 33, no. 1 (Jan. 1967), 42-50.

[13] Denise R. Costanzo, ’I Will Try My Best to Make It Worth It,’ Robert Venturi’s Road to Rome, Journal of Architectural Education, 70:2, Oct. 2016: 269-283.

[14] Romaldo Giurgola, Notes of Architecture and Morality, Precis II, Columbia University Graduate School of Architecture, (1980): 51-52.

[15] Donlyn Lyndon, Filologia dell’architettura americana, Casabella Continuità, no. 281, 1963: 8.

[16] Lyndon, Philology of American Architecture, 8.

[17] Lyndon, Philology of American Architecture, 8.

[18] Ernesto N. Rogers, Molte Americhe in una, Casabella Continuità, no. 281, 1963: 1.

[19] Rogers, Molte Americhe in una, Casabella Continuità, 1.

[20] Robert A.M. Stern, New Directions in Modern American Architecture: Postscript at the Edge of Modernism, AAQ, 9, (2-3) (1977), 66-71.

[21] Robert A.M. Stern, intervista dell’autore, giugno 2011.

[22] Nicholas von Hoffman, Professionals: Robert A.M. Stern. The making of a Legend in the World of Architecture, Architectural Digest, 31 Marzo, 2004. http://www.architecturaldigest.com/story/stern-article-042004 (Accessed March 26, 2017)

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