










Se volessimo considerare le
Case della Salute, oggi Case della Comunità, tra i «nuovi
temi dominanti» della città contemporanea –
parafrasando la scansione epocale delle tipologie architettoniche nella
costruzione urbana secondo lo storico dell’arte Hans Sedlmayr
all’inizio del XX secolo (1967) – non potremmo certo
riscontrare una casistica significativa di strutture progettate e
costruite, rimanendo nel contesto italiano, né una ricerca
teorica o applicata che possa offrirci un primo quadro di riferimento
utile alla progettazione di queste nuove opere pubbliche.
Tale considerazione assume un rilievo particolare a fronte di una
dinamica politico programmatoria, quella del PNRR, diretta emanazione
del Next Generation EU, capace di investire ingenti risorse nella
realizzazione di nuovi centri destinati al fabbisogno di servizi
decentrati per la salute, in un’accezione vasta e in diretta
corrispondenza con l’insediamento urbano e territoriale.1
Appare allora opportuno chiedersi: quando mai nella storia recente sono
state messe a disposizione così tante risorse per realizzare
edifici di servizio pubblico in un così breve lasso di tempo e
in chiave sistemica a livello nazionale? Bisognerebbe riandare a fasi
di forte espressione della pianificazione di Stato in materia di opere
pubbliche, come nella costruzione urbana post-unitaria o nel ventennio
fascista, al netto delle espressioni retoriche prima stataliste poi
dittatoriali, sino ad una ricostruzione postbellica di lunga inerzia
tra gli anni Cinquanta e Sessanta, in quel caso ricca di modelli di
riferimento internazionali verso i quali l’architettura italiana
ha guardato con capacità critica e attraverso un processo di
originale ed antiretorica declinazione contestuale dove la città
è assunta come interlocutore primo (Canella 1982). Emblematico
in tal senso il progetto olivettiano di valorizzazione del significato
comunitario sul piano del lavoro ma anche educativo, culturale e non
ultimo del benessere sanitario, capace di permeare tutte le componenti
della vita urbana così superando il confine tra pubblico e
privato nella ricerca di un’etica oltre che di
un’utilità sociale condivisa.2
In generale si tratta di fasi storiche dove emerge, attraverso
differenti modalità ed esiti, la volontà di sostenere la
strategia realizzativa dell’architettura pubblica attraverso
strumenti di cultura progettuale che hanno caratterizzato non solo
l’edificio in sé, dal punto di vista del rapporto
innovativo tra forma e funzione, ma anche, non di meno, del contributo
alla trasformazione della struttura urbana, del suo paesaggio,
attraverso la definizione di nuovi luoghi collettivi ad incremento del
valore sociale e civile della città.
Se allora ci interroghiamo sulle ragioni epistemiche di una
progettazione architettonica in grado di applicarsi al tema della
salute così fortemente sollecitato dalla recente esperienza
pandemica, il punto di partenza non può che essere quello del DM
77 (2022), che non solo conferisce contenuti specifici ad una strategia
attuativa dei presidi sanitari di base sull’intero territorio
nazionale, cosa pressoché unica nella storia italiana, ma
soprattutto caratterizza e coniuga la funzione della salute con il
senso di comunità, ancora una volta nella dialettica storica tra
Gemeinschaft e Gesellschaft, tra legami
individuali e contrattualità sociale (Cantarelli, Quintelli,
Prandi 2009).
La definizione di «Standard qualitativi, strutturali, tecnologici
e quantitativi relativi all’assistenza territoriale» del DM
77 costituisce quindi la spinta ulteriore nei confronti di un modello
che nella Casa della Salute si limitava alla prestazione prettamente
medica mentre con la Casa della Comunità la dotazione
prestazionale si amplia e si diversifica trasformando
significativamente l’identità stessa della struttura.3 Un decisivo passo in avanti, da tempo
prefigurato ma ora ben caratterizzato, che coinvolge l’evoluzione
delle pratiche sanitarie sui piani della prevenzione, della medicina
attiva, del coordinamento operativo che la multidisciplinarietà
può determinare attorno alla figura del paziente complesso, e
non ultimo della previsione statistica calata all’interno della
programmazione gestionale. Una dimensione medica integrata a quella
dell’assistenza sociale, dei consultori, di differenti servizi
comunque concorrenti ad un’idea di welfare dove la salute
è riferita in senso generale all’individuo persona e non
solo al corpo vivente affetto da patologia. Il denominatore comune a
tutte queste componenti, da portare al massimo grado di espressione
fisiologica, risulta essere quello della dimensione comunitaria, al
tempo stesso causa ed effetto di una nuova concezione di salute
radicata nel corpo sociale della città, nei quartieri e tra le
case.
A fronte di questa metamorfosi del modello assistenziale primario,
espressione di una politica condivisa a livello europeo,4 in mancanza di riferimenti, esperienze, strumenti di
una progettazione architettonica urbana la cui necessità risulta
evidente per poter affrontare interpretazioni tipologiche ed
insediative dove i concetti di salute e di comunità si
sovrappongono a quelli di spazio funzionale, di luogo pubblico, di
ambiente e di paesaggio della città, emerge più che mai
la necessità di una ricerca in senso architettonico e urbano
complementare a quelle di tipo sanitario e di welfare, gestionale e,
sino ad oggi, solo prevalentemente edilizio. Quella intrapresa da un
gruppo di docenti, ricercatori, dottorandi dell’Università
di Parma5 che prende le mosse
dall’unico materiale istruttorio disponibile, promosso
dall’agenzia ministeriale Agenas, dal titolo Documento di indirizzo per il metaprogetto
della Casa della Comunità a cura di ricercatori del
Politecnico di Milano (Capolongo 2022). Un efficace quadro di indirizzo
tecnico avente la finalità di «supportare le direzioni
strategiche, gli uffici tecnici e i progettisti nella programmazione e
progettazione delle nuove Case della
Comunità, Ospedali di
Comunità e Centrali
Operative Territoriali», dove si chiariscono i principali
dati qualitativi e quantitativi, i meccanismi dispositivi,
l’organizzazione funzionale, la matrice distributiva tipo e altri
parametri per il funzionamento delle strutture per le quali prevalgono
le raccomandazioni tipiche di un approccio logistico, tecnico-sanitario
e tecnologico-costruttivo.
Più generica e di relativa capacità di indirizzo appare
invece la parte del documento riguardante il tema degli spazi
architettonici, delle variabili tipo-morfologiche che possono
interpretare un congegno funzionale, ma soprattutto fruitivo,
così complesso, dove incidono le caratterizzazioni formale,
figurativa, iconica, cromatica e non di meno relazionale che investono
significativamente la responsabilità del progetto e di
conseguenza la qualità complessiva della struttura
architettonica da realizzarsi.6
Maggiormente circostanziato appare per certi aspetti il sintetico
contributo di Nicoletta Setola (2022) su un ruolo
dell’architettura che deve partire dalla dimensione urbana del
quartiere per poi dipanarsi negli ambienti dell’edificio secondo
modalità mutuate in gran parte dagli healty buildings e
dall’evidence-based design di scuola anglosassone, cioè da
metodologie di matrice scientistica sostanzialmente estranee ad
un’interpretazione formale dello spazio architettonico
richiamante una ben più complessa coniugazione di fattori, a
partire da quelli di natura contestuale.
Non sorprende che la componente architettonica che dovrebbe far parte
dell’apparato della strumentazione organizzativa, materiale ed
umana per la cura, non sia tuttavia compresa tra le categorie tematiche
della pur dettagliata analisi comparativa delle cure primarie nei
diversi paesi europei svolta dalle nostre autorità sanitarie
nazionali.7 Paradossalmente, tale
mancata attenzione vede invece significative testimonianze in altri
settori fondamentali del servizio pubblico, in particolare nel campo
della scuola come testimonia la straordinaria casistica storico
architettonica e la ricerca più avanzata sin dalla prima
formazione, quella dell’infanzia così vicina alla
dimensione della cura, dove la funzione esperienziale ed educativa
degli ambienti coinvolge significativamente la responsabilità
architettonica all’interno dei progetti educativi (Prandi 2018).
Si tratta quindi ora di focalizzare l’attenzione sugli aspetti
concorrenti a significare il valore comunitario e civile di
un’architettura chiamata a contraddistinguere una nuova
generazione di servizi per la salute in un’accezione sociale e di
decentramento territoriale. Quella che dovrebbe mutuare solo in parte
dall’esperienza tecnico ospedaliera per ricercarne una propria,
relativa ad una medicina di vicinanza
in termini di servizi ma anche di appartenenza culturale, di effettiva
condivisione, rispetto a cui risulta fondamentale, tra le altre cose,
una qualità specifica delle forme e delle logiche relazionali
degli spazi da adottare, secondo quell’apporto di competenza che,
evidentemente, spetta all’architettura.
Anche l’esperienza storica, in grado di fornire presupposti
causali e supporto analogico ad una ricerca prefigurante il futuro,
sembrerebbe suggerire attenzione non tanto o solo ai modelli della
modernità industriale dove l’architettura della salute ha
sviluppato macchine tipologiche dedicate principalmente
all’efficienza produttiva della cura, relativa ai corpi
più che alle persone,8 ma
anche a un’epoca proto-salutistica, a partire dal processo
rifondativo della città al termine del periodo altomedievale.
Infatti, in quel contesto storico di ripresa dei circuiti di scambio
tra città e città, già tipizzato su una geografia
europea, ritroviamo strutture indirettamente idonee se non
specializzate nell’ospitare le prime forme organizzate di cura ed
assistenza che, come osservava Guido Canella, esprimono una
«articolazione diffusa, direttamente e capillarmente a contatto
della comunità insediata» secondo logiche spaziali capaci
di mettere «in contaminazione la più varia
umanità», così verificandosi il «ritorno
dialettico nel corpo dei fatti architettonici ed urbanistici» che
la contemporaneità delle ragioni sociali e comunitarie del tema
ci impone ancor oggi di riconsiderare e valutare a fondo. Si tratta di
xenodochi, spazi di accoglienza e di assistenza prevalentemente
gratuiti per forestieri, pellegrini ma anche persone povere e fragili,
capaci di restituire in nuce il senso di una coniugazione virtuosa tra
le azioni della solidarietà e quelle della cura a cui, mutatis
mutandis, oggi torniamo a guardare. Una riflessione utile nel concepire
le linee di ricerca di una progettazione che vuole riguadagnare il
significato sociale dell’assistenza sanitaria che auspicabilmente
dovremmo attribuire ad una Casa
della Comunità.
A partire da questi presupposti, nonché dalla necessità
ormai improcrastinabile a fronte della programmazione del PNRR, di
coinvolgere pienamente l’apporto dell’architettura in
questo importante tema, un gruppo dell’Università di Parma
ha inteso dare corso ad una ricerca dal titolo: Dalla casa della Salute a quella di
Comunità, sino ai Luoghi e Centri di Salute Comunitaria: una
strategia di indirizzo per la progettazione architettonica e urbana,
con l’obiettivo di fornire alcuni strumenti operativi oltre che
concettuali proiettati nella prospettiva in continuo divenire sul ruolo
e l’identità delle Case
di anziché della
Comunità, a sottolinearne il significato socialmente
produttivo oltre che di appartenenza.
Un’ottica di ricerca dove le due sfere del problema
interpretativo che affronta la coniugazione tematica tra salute e
comunità, secondo una reciprocità semantica oltre che
fenomenologica, richiamano altrettante categorie del progetto,
innanzitutto di ordine scalare e tipologico oltre che funzionale.
Una riguarda il ruolo che queste nuove strutture decentrate determinano
all’interno della città o di nuclei del territorio
urbanizzato, condizionandone il potenziale di significatività
urbana nei luoghi dello spazio pubblico, nella struttura morfologica,
funzionale e della rappresentatività sociale.
L’altra si incentra sull’organismo architettonico quale
congegno spaziale in grado di interpretare la complessità delle
interrelazioni tra componenti sociali e sanitarie al massimo grado di
sinergia e di valorizzazione degli attori e delle situazioni previste.
Entrambe le categorie si raccordano e vengono portate all’interno
di un unico processo analitico e propositivo: quello della composizione
architettonica e urbana quale strumento primo nella costruzione di
edifici e luoghi della città, in particolare se di natura
pubblica e di alta significatività sociale.
La dimensione urbana del tema evidenzia, in dialettica con
l’entità tipologica dell’edificio intesa in quanto
Centro, la necessità di concepire innanzitutto un Luogo di Salute Comunitaria,
secondo criteri progettuali che servono a superare le logiche
contingenti ed occasionali attraverso cui vengono spesso individuate le
aree o le strutture dismesse e convertibili nel tessuto urbano quando
si prevede di realizzare una Casa
della Comunità.
In alternativa, almeno per quanto riguarda il contesto italiano ed
europeo di una città che mantiene ancora una struttura formale
basata prevalentemente sui principi della concentrazione morfologica e
della polarizzazione insediativa sul territorio, un corretto approccio
progettuale richiederebbe una strategia innanzitutto posizionale alla
scala urbana e di quartiere a copertura delle rispettive estensioni
geografico insediative, individuando le potenzialità esistenti
in termini di accessibilità, in particolare quella
ciclo-pedonale e del trasporto pubblico, di relazione con gli spazi
verdi e a destinazione pubblica, ricercando il massimo grado di
complementarietà con i servizi primari, innanzitutto pubblici ma
anche privati come quello commerciale, frequentati dai cittadini.
Contribuendo quindi alla caratterizzazione di un luogo dei servizi
integrati, non solo sanitari, rivolto alla cittadinanza, per le diverse
esigenze degli anziani e dei disabili, dei giovani e delle donne, delle
famiglie, in generale per la qualità della vita
all’interno di un quartiere o di una parte urbana in grado di
riconoscersi in forma comunitaria. Adottando in questi termini una
concezione di salute estesa, rivolta al benessere sia individuale che
collettivo, dove il fattore della qualità spaziale, innanzitutto
urbana in quanto intrinsecamente sociale, non può che incidere
significativamente sul funzionamento dei servizi ma anche sul senso di
appartenenza, sulla rappresentatività, sui processi di
aggregazione ed inclusione di abitanti al tempo stesso attori e
fruitori sulla scena di un luogo sentito come proprio.
Spazi conformati che assumono, in virtù di questi requisiti, il
valore di vere e proprie centralità urbane nelle diverse
tipologie spaziali chiaramente percepite come piazza, strada-piazza,
snodo, campus urbano, ecc. ecc. da predisporre all’interno dei
quartieri quali strumenti per armare di fattori rigenerativi (Ugolini
2021) parti di città spesso prive di ambiti di vita e
rappresentanza sociale, sempre più surrogati dai soli centri
commerciali.
La caratteristica del progetto architettonico inteso in senso urbano,
attraverso la collocazione dei servizi sanitari e sociali nel tessuto
costruito, costituisce quindi un a priori metodologico per il pieno
raggiungimento degli obiettivi attesi già oggi riguardo alle
Case della Comunità.
La dimensione tipologica del tema investe invece l’architettura
alla scala dell’edificio, dove non si tratta solo di distribuire
ma anche di valorizzare i caratteri e le relazioni tra i servizi
sanitari e sociali previsti secondo un’ottica di stretta
complementarietà. Un’articolazione spaziale capace di
incentivare lo scambio interprofessionale da cui possono scaturire
pratiche transdisciplinari caratterizzanti un vero e proprio
laboratorio di comunità socio-sanitaria. (Quintelli 2023a).
Muovendosi sul piano del dimensionamento tipologico, e prendendo a
riferimento le categorie delle Case
della Comunità indicate dal DM 77 poi riprese nel
documento Agenas-POLIMI citato, la ricerca UNIPR sui Luoghi e Centri di
Salute Socio-comunitaria ha voluto aggiungere al modello dell’Hub
(indicativamente dedicato ad un bacino di circa 40.000 abitanti-utenti)
e dello Spoke (per circa 20.000 abitanti-utenti), quella del SuperHub
(per 70/100.000 abitanti-utenti) quale entità ulteriore di
presidio territoriale extra-ospedaliero particolarmente dotata di
attrezzature e servizi specialistici, ad esempio riguardo al primo
soccorso e urgenza, sia per la domanda sanitaria che per quella a
carattere sociale. Una dotazione tipologica il cui ambito prestazionale
e di servizio può oscillare quindi, per dimensione e
complessità, dalla scala del quartiere a quella di un intero
settore urbano.
Pensando in particolare al SuperHub,
ma non solo, appare logico far uscire questo tipo di strutture
dall’identità domestica ed individualistica a cui allude
metaforicamente il termine “Casa”, anche rinunciando a
certe suggestioni protettive e consolatorie di facile consenso, a
favore della denominazione di Centro
di Salute Comunitaria. Un Centro che evidenzi la dimensione
collettiva e partecipata dei cittadini fruitori, la caratura
prestazionale e la garanzia qualitativa dei servizi offerti,
nonché la rappresentatività pubblica di uno spazio ad
alto valore comunitario nella città in cui si vive.
Rispetto a quella che possiamo definire scala architettonica del
progetto, la ricerca si focalizza sul congegno tipo-morfologico,
coinvolgente sia gli spazi interni, chiusi, coperti e a cielo aperto,
che quelli esterni coperti e all’aperto di prossimità.
Viene verificata e descritta la potenzialità formale e
costruttiva di un modello innovativo di edificio specializzato di nuova
generazione sotto i profili della razionalità distributiva,
delle sequenza spaziali, delle logiche di accesso e di collegamento,
della flessibilità d’uso (da non risolvere con la
neutralità di forma), dei caratteri figurativi tra paesaggio
interno ed esterno attraverso le differenti componenti spaziali, della
semantica identificativa, a cui aggiungere le necessarie considerazioni
progettuali in termini costruttivi, di sostenibilità ambientale
e gestionale per le quali si rimanda ad altre già sviluppate
competenze in materia, ricavabili dalla generale esperienza di
realizzazione di edifici pubblici, a cominciare da quelli per la scuola
oltre che ospedalieri. Un processo di natura compositiva che coinvolge
la dimensione dinamico percettiva della struttura, dove ad esempio, con
riferimento alle analisi a carattere psicologico di Ludwig Binswanger
(2022), «lo spazio proprio e lo spazio estraneo non sono
completamente separati l’uno dall’altro, ma si fondono
costantemente l’uno nell’altro attraverso la mediazione
della motricità», quindi attraverso l’esperienza di
un attraversamento che non si limita a raggiungere la destinazione
voluta potendo cogliere le sensazioni di una sequenza capace di
narrazione, di significati e se vogliamo di emozioni.
L’impostazione della ricerca tende a codificare comportamenti
compositivi e in genere progettuali capaci di restituire una
prototipazione esemplare ad uso orientativo di Centro di Salute Comunitaria,
mettendo altresì in rilievo l’importanza di quei fattori
contestuali e di quelle variabili culturali che, entrando in dialettica
con una tassonomia tipologica data, ne declineranno i parametri e i
principi nell’ottica di un realismo del progetto da ricercarsi di
volta in volta, rispetto alle differenti condizioni dei luoghi e delle
condizioni operative tra nuova costruzione e riuso edilizio.
Un’architettura comunque ad alto grado di riconoscibilità
e rappresentatività iconica all’interno del quartiere
urbano, punto di forza nella strategia dei processi di rigenerazione di
parti di città.
La concezione tipologica indagata nel lavoro di ricerca, attraverso le
soluzioni innanzitutto di caratterizzazione relazionale oltre che
formale degli spazi, si avvale anche di un confronto casistico esteso a
scala internazionale dove, fatti salvi i differenti sistemi sanitari,
sono stati rilevati elementi di interesse traducibili nella
formalizzazione dei modelli sperimentali (Taheri 2024).
Analogo quadro di riferimenti non ha invece trovato riscontro in
Italia, dove le poche e recenti realizzazioni non sono riuscite a
definire un avanzamento originale e caratterizzato di architettura
destinata a questa importante funzione pubblica. Ci si muove tra il
velleitarismo effettistico di certa architettura tesa a
spettacolarizzare e la banalizzazione di un’edilizia che si
limita ai fondamentali del minimo comfort abitativo e standard
funzionale (Quintelli 2023b; Simbari 2024). Ciò non toglie che
l’architettura italiana, anche in tempi recenti, abbia continuato
a misurarsi sul tema della sanità ospedaliera, mentre rimane
confinata al primo Novecento l’esperienza progettuale su
interventi di sanità decentrata di cui ancora costituisce
riferimento archetipico il Dispensario Antitubercolare di Ignazio
Gardella ad Alessandria, un’architettura che potremmo considerare
prototipale rispetto all’idea di Casa della Salute.
La concezione tipologica di un Centro
di Salute Comunitaria affronta innanzitutto il tema di un chiaro
disegno dell’impianto complessivo, attraverso rapporti, sequenze
e logiche di gerarchia dispositiva delle componenti formali
corrispondenti alla specificità degli ambienti utilizzati sotto
il profilo sia operativo che fruitivo. Appunto, un’idea di
congegno spaziale unitario ma corrispondente ad una funzionalità
complessa e quindi necessariamente articolata, ricca di
potenzialità come di incompatibilità relazionali, da
portare al massimo grado di organicità e di ottimizzazione
fisiologica a partire dalle scelte formali.
Qui si apre il capitolo della componentistica del congegno, cioè
i diversi ambienti funzionalmente denotati alle diverse scale e
situazioni fruitive, dove la ricerca analizza gli aspetti
caratterizzanti e ipotizza configurazioni spaziali delle singole parti
intese anche come nuclei tematici a sé, sistemi nel sistema, in
particolare quelle potenzialmente più suscettibili di una
eterogeneità e quindi complessità d’uso.
In quest’ottica, lo spazio d’ingresso ed accoglienza, ad
esempio, riveste il compito fondamentale di interpretare una
realtà comunitaria che si coniuga con quella sanitaria, con
l’esigenza di apertura dell’edificio alla vita di una
città che vi si ritrova non solo per esigenze di cura ma anche
rispetto ad altri bisogni di forte pregnanza, in termini di
aggregazione ed appartenenza socio-culturale, determinanti il tasso di
attrattività di quell’ambiente. Si tratta di
caratterizzare uno spazio cardine dove fornire informazioni e primi
indirizzi, di distribuzione ai servizi ma anche deputato alle occasioni
di incontro, del tempo libero, di incremento della cultura sociale e
sanitaria attraverso mostre, conferenze, attività di formazione,
sino alle funzioni tradizionali a carattere aggregativo come quelle di
una caffetteria anziché di un esercizio commerciale tematizzato.
Per certi aspetti da intendersi quale proiezione dello spazio
d’accoglienza, emerge in questa disamina anche quello per
l’attesa, declinato sulle differenti prestazioni socio-sanitarie,
al netto della riduzione dei tempi determinata dai sistemi informatici
di prenotazione. La condizione spesso sottovalutata dell’attesa
si presta altresì a trovare nuove modalità situazionali
tese al confort fisico e psicologico delle diverse categorie di
fruitori (adulti, anziani, bambini, persone con fragilità
psichiche, ecc.) attraverso caratterizzazioni di posizionamento e di
forma degli spazi preposti, oltre che di colori, immagini e componenti
d’arredo, secondo configurazioni che superino la consuetudinaria
stanza con sedute o, ancor peggio, il corridoio con fila di sedie a
lato. Spazi dove la ricerca di caratterizzazione dei paesaggi interni e
di riscontro visivo interno-esterno, a cominciare dal fattore luce,
crea condizioni ambientali capaci di mitigare i sentimenti di noia o di
preoccupazione, ad intensità variabile, dell’utenza in
stato di attesa.
Un quadro delle componenti tipologiche in gioco che coinvolge anche la
caratterizzazione formale degli spazi di distribuzione (corridoi,
scale, ascensori); le aree verdi interne ed esterne di
prossimità all’edificio con gli effetti di luce, colore e
visività diaframmatica, oltre che di praticabilità
ricreativa e curativa, che ne conseguono; gli ambienti con funzione
ambulatoriale dove la durata dell’operatività quotidiana
rischia di incidere sul benessere del personale medico ed
infermieristico; gli spazi per attività ricreative e di gruppo
degli operatori in grado di alleviarne lo stress psico-fisico che le
attività sanitarie e di assistenza sociale spesso determinano;
le soluzioni di una segnaletica a cui spetta il rafforzamento della
riconoscibilità identificativa dei percorsi e delle aree
funzionali. Sino agli aspetti di un allestimento di emergenza dove la
capacità di adattamento e predisposizione degli spazi, sia
interni che esterni alla struttura, possa rispondere con
tempestività ed efficacia funzionale a situazioni analoghe a
quelle vissute durante la recente fase pandemica.
L’organicità complessiva del Centro di Salute Comunitaria, a cui
ricondurre l’articolato sistema di funzioni e situazioni fruitive
tradotte in altrettante caratterizzazioni di natura architettonica, si
predispone anche nei confronti di ulteriori occasioni di
complementarietà funzionale capaci di estendere la dotazione dei
servizi di assistenza pubblica. Nella fattispecie si tratta di
integrare strutture ospedaliere preposte in particolare a percorsi di
follow up, i cosiddetti Ospedali di
Comunità, a cui aggiungere residenze protette (in
particolare per donne sole e nuclei famigliari fragili) o strutture di
pernottamento ed assistenza rivolte a soggetti senza fissa dimora.
Basterebbe riconoscere sino in fondo e in prospettiva
l’importanza di ruolo, il grado di fruizione sociale,
l’investimento in risorse professionali e strumentali, per
sancire la necessità di un’architettura dedicata ai Centri di Salute Comunitaria quale
espressione civile e collettiva che non può non assumere una
responsabilità anche iconica nel paesaggio della città.
Non tanto però sul piano di un linguaggio alla moda o di una
figurazione dell’apparenza, ma piuttosto del carattere di una
struttura che si misura e trova la propria autentica originalità
nel rapporto con le specificità dei tanti contesti urbani e
territoriali di applicazione, dove cioè il processo progettuale,
pur avvalendosi di una modellistica di indirizzo, porti a un esito
frutto di una dialettica circostanziata attraverso la conoscenza dei
luoghi e delle culture. Cosa d’altra parte ancora ci insegna il
progetto di Le Corbusier per l’ospedale di Venezia del 1963,
secondo un rapporto ideativo tra innovazione tipologico-funzionale e
carattere della morfologia urbana?9
Note
1 Il Piano Nazionale di Ripresa e
Resilienza (luglio 2021) prevedeva 15,6 miliardi per la Missione 6
Salute finalizzati a “innovazione, ricerca e digitalizzazione del
SSN” (7,00 MLD) e a “reti di prossimità, strutture e
telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale” (8,63
MLD) di cui 2 miliardi per il capitolo Case della Comunità poi
revisionato nel 2023 attraverso la riduzione degli interventi da 1.350
a 936.
2 L’umanitarismo di Adriano
Olivetti emerge in tutta la sua complessità nella raccolta La
città dell’uomo, edito nel 1960 (Edizioni di
Comunità, Milano), dove nello scritto Il cammino della
Comunità descrive la potenzialità politico
amministrativa, oltre che ideale, del fenomeno comunitario nella chiave
del decentramento territoriale e dell’erogazione solidaristica
dei servizi di pubblica utilità compresi quelli sanitari e
sociali.
3 Nelle premesse il DM 77 prefigura
una prospettiva per il sistema sanitario che “consenta al Paese
di conseguire standard qualitativi di cura adeguati, in linea con i
migliori paesi europei e che consideri, sempre più, il SSN
come parte di un più ampio sistema di welfare comunitario
secondo un approccio one health e con una visione olistica”, in
G.U. del 22.6.2022, pag.9.
4 In relazione alle cure primarie
risulta significativo da parte della Commissione Europea, un paio di
anni prima del Covid-19, il Report dell’Expert Panel on effective
ways of investing in Health (EXPH), Tools and Methodologies for
Assessing the Performance of Primary Care, 2018,
https://ec.europa.eu/health/sites/default/files/expert_panel/docs/opinion_primarycare_performance_wen.pdf
5 La ricerca PNRR in corso di
svolgimento è condotta dal Gruppo UAL – Urban and
Architectural Laboratory del Dipartimento di Ingegneria e Architettura
dell’Università di Parma composto dai Prof. C. Quintelli
(responsabile scientifico), Prof. E. Prandi (co-responsabile
scientifico e coordinatore della ricerca PNRR), Arch. G. Verterame,
Arch. A. Simbari, Arch. S. Taheri.
6 Rispetto al documento Agenas di cui
alla nota precedente, sotto il profilo di una metaprogettualità
architettonica pare essere più avanzato e di maggiore
spendibilità progettuale il documento anticipatorio Case della
salute: indicazioni regionali per la realizzazione e la organizzazione
funzionale, approvato con Delibera della Giunta della Regione Emilia
Romagna n.291/2010.
7 Non si riscontra alcuna
considerazione riguardante il ruolo e la qualità delle strutture
costruite all’interno della Analisi comparata delle cure primarie
in Europa a cura di Agenas, Monitor 2022.
8 Negli ultimi venti anni in Italia,
si assiste ad un processo di revisione identitaria tendente ad
“umanizzare” la macchina ospedaliera pur attraverso
approcci metodologici di derivazione anglosassone basati
prevalentemente su aspetti di natura psico-emotiva oppure
fenomenologica, ad esempio attraverso l’Evidence-Based Design. In
questa direzione risulta emblematica la ricerca per il Ministero della
Salute coordinata da Romano Del Nord e Gabrielle Perelli (2012).
Più recentemente, anche in riferimento ai bisogni di una
società multietnica, si veda F. De Filippi, G. G. Cocina,
(2021), mentre il tema delle strutture ospedaliere intermedie è
affrontato da Sacchetti L. e Oberosler C. (2022).
9 Come osserva Francesco Tentori
“il Maestro francese è stato il più sistematico
nella ricerca della prevalenza dei vuoti sui pieni e, tuttavia, proprio
in questo progetto per Venezia, inverte nettamente la rotta, prendendo
ispirazione anche lui dal continuum edificato veneziano”. F.
Tentori, Imparare da Venezia,
Officina, Roma 1994, pag. 21.
Bibliografia
BINSWANGER L. (2022) – Il problema dello spazio in psicopatologia. Quodlibet, Macerata.