Alessandra Gabriele
È il 21 ottobre 1961. È domenica sera. Alla televisione olandese va in onda un solo canale, in bianco e nero. La giovane emittente AVRO (Algemene Vereniging Radio Omroep), prima emittente pubblica olandese, è nata da appena 10 anni.
Giacca e cravatta, mano sinistra in tasca, mano destra un pezzo di gesso, fronte alla camera, spalle alla lavagna, Jaap Bakema entra nelle case di tutti gli olandesi.
Quella che si presenta alle famiglie è la figura di un insegnante, piuttosto che quella di un architetto: eppure lo studio van den Broek-Bakema di Rotterdam è uno dei più grandi studi di architettura d’Europa, ha all’attivo numerosi progetti e conta centinaia di collaboratori.
La telecamera inquadra, in apertura di programma, una seduta e una scritta, in corsivo e a gesso, Van Stoel tot Stad (Dalla sedia alla città). Pochi secondi e poi stacca sul mezzo busto di Bakema, sorriso sornione, alle spalle una serie di schizzi alla lavagna. In mano un pezzo di gesso con il quale continua a giocherellare:
Signore e signori, la storia della sedia e della città è una storia difficile. Difficile perché, in realtà, io non voglio parlare né di sedie, né di città, ma dello spazio nel quale sedia e città si trovano. [...] Voglio parlare di amore per lo spazio: capirete bene quanto l’argomento sia difficile, soprattutto di domenica sera. Penso, però, valga la pena farlo. E lo farò volentieri. Ho, infatti, l’impressione di vivere in un momento storico nel quale manca l’amore per lo spazio.1
Queste le parole introduttive di Jaap Bakema: il programma Van Stoel tot Stad va in onda in due puntate, tra il 1961 e il 1962,2 ed è diretto da Leen Timp, per un canale liberale, non di sinistra, quale era AVRO. Come sostiene Dirk van den Heuvel,3 Timp, all’epoca dei fatti, è uno dei principali registi olandesi, sposato con una delle conduttrici televisive più popolari, Mies Bouwman. Per la coppia Bakema disegna un’abitazione unifamiliare (mai realizzata), e progetta un centro disabili, costruito grazie alla raccolta fondi televisiva promossa e condotta, nel 1962, proprio da Mies Bouwman.4
Questi dati attestano quanto Bakema faccia parte dell’establishment postbellico olandese: un’appartenenza che, unita alla sua dote di grande comunicatore, lo rende capace di utilizzare diversi media per divulgare temi spaziali, anche e soprattutto, ai non addetti ai lavori. Bakema si dimostra, infatti, in grado di avvalersi di riviste specialistiche quanto di giornali generalisti, televisione, mostre, conferenze, workshop, videoriprese, per condividere con la società civile scelte urbanistiche e architettoniche, secondo una particolare visione democratica della società.
Come fa notare Francis Strauven (1992, p. 48), il lavoro e il pensiero di Jaap Bakema sono strettamente legati ai principi e alle caratteristiche della società olandese: «una società con un forte senso del bene comune e una tradizione di cooperazione sociale radicata nell’etica calvinista; un paese in gran parte strappato al mare e tradizionalmente governato da un rigido ordine geometrico, dettato dalle esigenze dell’ingegneria della bonifica».
Proprio in Olanda, nella regione nord della Groninga dove è nato e cresciuto, Bakema trova i suoi riferimenti teorici nella famiglia della moglie, Sia van Borssum Waalkes: una famiglia di medici, insegnanti e clerici, attraverso i quali si avvicina alla teosofia di Krishnamurti e alle idee anarchiche di Domela Nieuwenhuis (Strauven 1998, p. 215).
Ispirato da queste correnti di pensiero, Bakema intende il mondo come uno spazio pieno di energia: rispetto questa visione panteistica e teosofica della vita e dello spazio, l’architetto è una figura che deve mediare e facilitare la comprensione e l’uso dello spazio alla collettività, all’interno di una società democratica e giusta, una società aperta.
Per Bakema l’idea di società aperta si sviluppava attorno alla relazione dell’individuo con l’intero più grande, che fosse il quartiere, la città, la società stessa o quello che lui chiamava “spazio totale”. L’architettura doveva, dunque, permettere all’individuo di diventare consapevole della propria relazione con questo insieme più ampio, mentre la società aperta doveva essere così generosa e tollerante da consentirgli la propria autorealizzazione (van den Heuvel 2014).
Dunque perché la società sia veramente democratica è necessario che i cittadini diventino maggiormente consapevoli, da un lato di quelle che sono le proprie necessità abitative, dall’altro di quelle che sono le possibilità costruttive ed edilizie: la televisione, in questo caso, è uno strumento utile a Bakema per condividere alcune questioni architettoniche.
Nel 1964 i contenuti della trasmissione vengono trascritti, dalla figlia, Brita Bakema, nell’omonimo libro Van Stoel tot Stad (Dalla sedia alla città). Appare emblematica la scelta per il sottotitolo: Storia di persone e spazio.5
Di persone, di spazio, di azioni spaziali ancestrali, di tecniche costruttive e di tanto altro Bakema parla in televisione, ad un pubblico generalista, usando frasi e parole dirette, metafore facilmente comprensibili. E lo fa disegnando. Nel pomeriggio ha disegnato una sorta di mappa concettuale ante litteram di quella che sarà la sua lezione serale: alla lavagna alle sue spalle una serie di schizzi e disegni. Un meraviglioso percorso iconografico che sintetizza, tramite grafemi, il suo discorso, specie, dice, per scongiurare un pericolo: «altrimenti temono possa parlare troppo a lungo».
L’utilizzo di una mappa concettuale, anche nella sua forma embrionale, quale strumento didattico per eccellenza, progettato per facilitare la comprensione e il consolidamento della conoscenza, è espressione della capacità maieutica di Bakema. L’architetto fa frequente uso di disegni, schizzi e diagrammi per comunicare un progetto anche dopo la sua realizzazione: l’Archivio Bakema presso il Nieuwe Instituut di Rotterdam contiene numerosi disegni prodotti retrospettivamente, non solo per i committenti ma spesso anche per i semplici cittadini. Dirk van den Heuvel li definisce disegni apocrifi.6
Bakema disegnava meno per progettare che per spiegare. Molti dei suoi disegni non erano annotazioni personali, ma tentativi di trasmettere un messaggio. Di solito apparivano in serie e nel loro carattere esplicito e narrativo, spesso in combinazione con immagini e testo, richiamano i fumetti. (Baeten 1995, p. 3)
La pratica del disegno come strumento esplicativo e narrativo è strettamente connessa all’attività didattica di Bakema, che dagli anni Cinquanta affianca all’esercizio professionale un’intensa esperienza di insegnamento. Nei seminari tenuti come visiting professor in numerose università statunitensi e poi come professore alla Technische Universiteit di Delft nel 1963, il disegno, lo schema e la proiezione di immagini e pellicole, sono utilizzati come strumenti pedagogici per rendere intellegibili relazioni spaziali complesse e processi architettonici, più che per definire esiti formali.
Il formato privilegiato per questi appuntamenti accademici era il workshop o il seminario di progettazione, strumento che consentiva uno studio intenso e uno scambio serrato in un arco di tempo relativamente breve. Il tema prescelto riguardava sempre una questione locale, legata alla modernizzazione della città, dei suoi spazi pubblici e delle infrastrutture. Per esempio, alla Washington University, dove Bakema fu visiting professor nel 1959, il progetto di design aveva per oggetto “The Humane Core: A Civic Center for St. Louis” (van den Heuvel 2022, p. 227).
Dunque, Van Stoel tot Stad può essere letto come una trasposizione televisiva di una pratica didattica già consolidata: la lavagna, il gesso e la costruzione progressiva del discorso visivo riproducono il setting del seminario, estendendolo a un pubblico non specialista.
La narrazione di Bakema alla televisione olandese, di domenica sera in prima serata, si divide in due parti: una prima relativa alla storia delle trasformazioni dello spazio da parte dell’uomo nel corso dei secoli; una seconda nella quale attualizza quelle stesse azioni trasformative e tecniche costruttive secondo una persistenza delle immagini di memoria warburgiana.
La storia raccontata da Bakema è «una storia cominciata tanto tempo fa, la conosciamo ancora oggi: ve la ricordo per farvi riflettere», dice. Una storia che va dalla sedia alla città, appunto: dall’azione del sedersi come atto ancestrale di appropriazione dello spazio, fino alla conformazione del paesaggio naturale e urbano. Spazio e uomo sono strettamente legati da rapporti biunivoci: la qualità ambientale dipende, dal modo con il quale viviamo lo spazio e ce ne appropriamo, afferma Bakema.
«Non costruiamo solo per ripararci dalla natura, ma anche per cercare una relazione con quella natura». Allora scavare una buca circolare da usare come seduta, piantare un albero, costruire una chiesa sono azioni che l’uomo ripete da millenni, e che conformano l’ambiente e cercano con esso una relazione, specie se l’ambiente in questione è il piatto paesaggio olandese.
Le rappresentazioni alla lavagna non sono solo disegni prospettici e assonometrici, rappresentazioni tridimensionali dello spazio facilmente comprensibili da tutti, ma sono anche astrazioni bidimensionali, quali piante e sezioni schematiche. Tratti veloci ma ben comprensibili.
E poi lo sguardo alla camera, per non perdere la connessione visiva con lo spettatore e trasformare la comunicazione in un difficile monologo.
Quelle che, ad un pubblico di addetti ai lavori, possono sembrare nozioni scontate, non lo sono per un pubblico generalista: Bakema lo sa e, usando lessico e metafore semplici, le comunica in televisione. Sono frequenti, infatti, paragoni e confronti con la contemporaneità, per attualizzare il discorso e renderlo più vicino all’esperienza di chi ascolta: il sistema gotico pilastro-arco a sesto acuto-contrafforte, permette di coprire grandi luci paragonabili a quelle di una contemporanea aviorimessa!
Analogamente, il sistema trilitico greco, è lo stesso sistema che usiamo nella costruzione delle nostre abitazioni: pilastri e pareti portano il peso di travi e solai e lo scaricano a terra. Dunque le azioni trasformative e abitative dello spazio e i relativi sistemi costruttivi, seppur nel loro naturale aggiornamento, persistono nel tempo.
La possibilità di utilizzare uno strumento di comunicazione così efficace e di larga portata, quale la televisione nei primi anni Sessanta, non sfugge a Bakema, che con naturalezza affronta temi nati dalle discussioni del Team 10, del quale fa parte. Così, in una domenica sera d’autunno, nelle case degli olandesi entrano questioni quali lo spazio pubblico, lo spazio della soglia, lo spazio tra le cose, accompagnate da una critica agli «spazi disumanizzanti progettati per l’utente anonimo».
In questo contesto, il pensiero di Bakema si intreccia strettamente con quello di Aldo van Eyck, cofondatore del Team 10, che mutuando dalla filosofia di Buber l’idea di “spazio tra”, definisce il In-between Realm luogo dell’incontro, della relazione, della mediazione tra opposti. Uno spazio che non è né privato né pubblico, né interno né esterno, né chiuso né aperto: una condizione di relazione resa concreta attraverso la forma architettonica.
Nel terzo numero di Forum del 1960, il celebre fascicolo dedicato allo spazio della soglia come spazio dell’in-between, Bakema definisce l’architettura come «espressione tridimensionale dei comportamenti umani», sottolineando come «il fatto che muro, finestra, facciata, intercapedine, porta, pavimento, tetto, scale siano mezzi primari per rendere l’abitare un’esperienza spaziale sia ancora poco compreso» (Bakema 1960, p. 122).
Per comunicare in televisione il valore dello spazio tra le cose come spazio per le relazioni umane Bakema usa una metafora, la cui esplicitazione grafica diventerà emblematica, e sarà usata per la copertina del libro che contiene la trascrizione del programma.
Afferma Bakema (1964, pp. 48-50): «gli edifici potrebbero tornare a fare amicizia tra loro, come a volte accade tra le persone tramite i loro bambini o animali. [...] Gli edifici potrebbero, in un certo senso, tendersi di nuovo la mano l’un l’altro, e lo stesso potrebbe accadere con i due lati di una strada».
Bakema, quindi, realizza alla lavagna due disegni e li mette in relazione. Il primo è quello di un profilo urbano nel quale alti edifici laterali definiscono uno spazio centrale a corte, protetto e a misura umana. A questo disegno Bakema associa un secondo disegno: un gruppo di persone, due adulti ai lati, quattro bambini al centro. Attraverso la spinta energica e positiva dei bambini centrali, gli adulti tornano a stabilire un contatto umano, relazionale, così come gli spazi della corte interna entrano in risonanza con gli edifici circostanti più alti.
Lo spazio pubblico non è solo uno spazio di transizione e passaggio, è lo spazio vitale dello stare comune: è necessario, afferma Bakema, che «la relazione tra spazio individuale e spazio pubblico (totale) sia frutto di un’azione progettuale che contempli, allo stesso tempo, individualità e collettività» (Bakema 1964, p. 21).
L’immagine di Bakema alla lavagna che disegna e racconta di questioni architettoniche è l’immagine di un insegnante piuttosto che di un architetto solipsista, non certo paragonabile alle coeve apparizioni televisive di architetti quali Le Corbusier e Wright, e più tardi a quelle di Rem Koolhaas o Jean Nouvel. Come sostiene nella sua ricerca Sophie Suma: «paradossalmente quando l’architettura è presentata in televisione dagli architetti, non è più una materia popolare!» (Suma 2021, p. 9).
L’immagine dell’architetto comunicata dai media è spesso stereotipata: un uomo, estremamente erudito, un creatore solitario, i cui riferimenti vanno spesso rintracciati nella filosofia, nell’arte e nella musica.
Per Bakema, invece, l’architetto ha il compito di coinvolgere e rendere consapevole la società civile dell’immediato dopoguerra del processo di trasformazione del territorio: è necessario, dunque, promuovere azioni e attività divulgative all’architettura. Nella società contemporanea, scrive, le scelte in campo architettonico vengono prese da una ristretta cerchia di professionisti. La maggior parte dei cittadini non possiede conoscenze specifiche in materia.
Cosa sa l’utente medio dei nostri nuovi edifici e delle città, del maggiore o minore agio che le diverse distribuzioni spaziali possono offrirgli al miracolo che gli permette di esistere? È realmente vero che in questo caso il concetto di spazio è importante. (Bakema 1964, p. 91)
Il programma televisivo Van Stoel tot Stad di Bakema va in onda per sole due puntate: difficile sostenere che abbia potuto avere importanti ricadute sulla società civile olandese del secondo dopoguerra. Ma, accanto a quest’iniziativa, Bakema si dedica a numerose altre attività divulgative, con lo scopo di facilitare la comprensione di nozioni spaziali. Oltre all’impegno nella redazione della rivista olandese “Forum” tra gli anni 1959 e 1963, Bakema progetta e realizza numerose mostre: potenti dispositivi comunicativi, dal forte valore didattico.7
Nel 1970 lo studio van den Broek en Bakema progetta, in collaborazione con Carel Weeber, il padiglione olandese per l’Esposizione Universale di Osaka come un gigantesco display comunicativo, al quale lavorano registi, film maker, grafici, artisti e che coinvolge il grande pubblico, migliaia di visitatori al giorno, anche nei temi architettonici.8
Accanto alla televisione, alle riviste e alle mostre, Bakema usa anche il mezzo cinematografico: già a metà anni Cinquanta, appena immesse sul mercato, Bakema possiede una cinepresa Bell & Howell che lo accompagna in tutti i suoi viaggi, e con la quale realizza ore e ore di girato, compresi gli ultimi CIAM e gli incontri del Team 10. Video che Bakema proietta, poi, a lezione.
Solo in un secondo momento, a metà degli anni Sessanta, Bakema allestisce nel suo studio un laboratorio cinematografico, per produrre video esplicativi dei suoi progetti: dei veri e propri documentari, antesignani dei contemporanei video 3D, realizzati facendo muovere la cinepresa nei modelli, e che usa per spiegare i suoi progetti a cittadini e committenti.
Televisione, giornali, mostre, proiezioni sono strumenti superbamente utilizzati da Bakema che, da grande comunicatore, media nozioni spaziali e architettoniche alla società, al grande pubblico. Conoscere, dice, è l’unico modo per curare lo spazio. Questa posizione risulta particolarmente significativa se letta alla luce della scarsa qualità di molti spazi urbani contemporanei, che rende evidente l’urgenza di una diffusa azione divulgativa sui temi dell’architettura.
La scelta di usare la televisione per discutere di città, abitazione, qualità dello spazio e diritti dei cittadini non è una semplice istanza comunicativa, ma una forma di militanza culturale, un modo per portare l’architettura fuori dai circoli professionali e dentro il dibattito civile.
Bakema ha la capacità di mettere al centro del discorso pubblico temi quali la qualità degli spazi abitativi, l’importanza e il valore degli spazi pubblici e di relazione: temi che negli anni Sessanta rischiavano di essere schiacciati dalle grandi narrazioni della pianificazione modernista, e che oggi ritroviamo al centro di dibattiti urgentissimi sulla giustizia spaziale, l’accesso alla casa e il diritto alla città.
È necessario, oggi quanto ieri, riflettere sulla condivisione della cultura architettonica, lavorare sull’efficacia della comunicazione tra specialisti e fruitori, sulla mediazione di contenuti e questioni attinenti al mondo dell’architettura.
La cura dello spazio può ottenere risultati a patto che sia una cura totale. [...] Una cura che va esercitata anche mediante la disciplina economica, politica, sociotecnica e culturale. La cultura come equilibrio fra uso e cura! (Bakema in Gubitosi, Rizzo, 1972 p. 20)
1 Le due puntate del programma sono custodite presso l’archivio dell’Istituto Olandese per la Radio e la Televisione, Beeld & Geluid. La prima parte del programma è liberamente visionabile al seguente link youtube: youtube.com/watch?v=uPYRgLSYt6E, accesso marzo 2025. ↩
2 Le date del programma non sono unanimi: Bakema riporta nel libro frutto della trascrizione del programma le date 1962-63, mentre l’Istituto Olandese per la Radio e la Televisione riporta le date del 1961 e 1962. ↩
3 Dirk van den Heuvel, docente presso la facoltà di Architettura della TU Delft, è fondatore e direttore del Jaap Bakema Study Centre presso il Nieuwe Instituut di Rotterdam. È stato co-curatore del Padiglione Olandese per la Biennale di Architettura di Venezia nel 2014, dedicato all’architetto olandese. Si veda, Dirk van den Heuvel, Arjen Oosterman, Brendan Cormier (a cura di), Open: A Bakema Celebration, Die Keure, Brugge 2014. ↩
4 Il programma televisivo Open het Dorp (Apri il Villaggio) raccoglierà i fondi necessari alla costruzione del centro disabili Het Dorp, progettato dallo studio van den Broek en Bakema, con lo scopo di ospitare persone disabili, in Dirk van den Heuvel, 2014. ↩
5 Jaap Bakema, Van Stoel tot stat. Een verhaal over menser en ruimte, (trad. Dalla sedia alla città. Una storia di persone e spazio), W. De Haan N.V. Zeist, Anversa 1964. ↩
6 Scrive infatti Dirk van den Heuvel: “Notably too, many of the sketches in the archive are apocryphal, made after the projects were realized in order to explain the basic design concept and how it fit his larger view on the discipline as a whole and architecture’s role in society”, in Dirk van den Heuvel, The elusive bigness of Bakema, in Dirk van den Heuvel (a cura di), Bakema and the open society, Archis, Amsterdam 2018, p. 21. ↩
7 La mostra Building for an Open Society allestita nel 1962 presso il museo Boymans-van Beuningen di Rotterdam accompagnava il visitatore in un percorso fatto, oltre che di disegni, anche di fotografie dei lavori dello studio ad altezza umana; la mostra Cityplan Eindhoven al Van Abbemuseum del 1969, invece, permetteva ai cittadini di muoversi liberamente all’interno di un plastico dell’intervento urbano proposto dallo studio van den Broek en Bakema per il centro della città. Il plastico era realizzato in scala 1:20 e posto ad altezza dell’occhio, cosicché l’esperienza spaziale fosse più realistica e coinvolgente. In una sala adiacente, un plastico interattivo permetteva ai cittadini di toccare, spostare e maneggiare gli edifici, quasi fossero blocchi lego. ↩
8 Jorrit Sipkes, Communication Machine, in D. van den Heuvel (a cura di), Bakema and the open society, cit., pp. 224-231. ↩
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van den Heuvel D. (2022) – “The global Workshop”. In Beatriz Colomina (a cura di), Radical Pedagogies, The MIT Press, London.
Fig. 1 – Jaap Bakema, Van Stoel tot Stad. Een verhaal over mensen en ruimte (trad. Dalla sedia alla città. Una storia di persone e spazio), W. De Haan N.V. Zeist, Anversa 1964. Copertina.
Fig. 2 – Jaap Bakema, Van Stoel tot Stad. Een verhaal over mensen en ruimte (trad. Dalla sedia alla città. Una storia di persone e spazio), W. De Haan N.V. Zeist, Anversa 1964. Pagine di apertura.
Fig. 3 – Jaap Bakema, Van Stoel tot Stad. Een verhaal over mensen en ruimte (trad. Dalla sedia alla città. Una storia di persone e spazio), W. De Haan N.V. Zeist, Anversa 1964. Pagine interne: evoluzione dei sistemi costruttivi disegnati da Bakema alla lavagna.
Fig. 4 – Jaap Bakema, Van Stoel tot Stad. Een verhaal over mensen en ruimte (trad. Dalla sedia alla città. Una storia di persone e spazio), W. De Haan N.V. Zeist, Anversa 1964. Pagine interne: evoluzione dei sistemi costruttivi disegnati da Bakema alla lavagna.