Riccarda Cantarelli
Il 1974 è un anno decisivo per Carlo Aymonino: assunse la direzione dell'Istituto Universitario di Architettura di Venezia, a Pesaro presentò il Piano Particolareggiato del centro storico (1971-1974), una complessa opera collettiva di progettazione che pone al centro il rapporto tra conservazione e trasformazione nel contesto di strutture urbane antiche e dell'abitazione, espressione dell'unità architettura-urbanistica. Il Piano è il manifesto più completo e maturo della ricerca e dell'attuazione delle teorie del Gruppo Architettura dello IUAV, costituitosi nel '68-69 e che proprio nel 1974 veniva da lui stesso sciolto al suo insediamento all'Istituto.
Aymonino, inserendosi in un programma di alfabetizzazione per la Scuola Media Superiore con specifici finanziamenti statali, firma un programma televisivo di tipo documentaristico sulla Rai sul tema dell'INSEDIAMENTO URBANO, cioè il ruolo dell'abitazione nella formazione e nello sviluppo della città moderna e contemporanea, argomento di ricerca presentato dallo stesso Aymonino nell'Introduzione al programma dell'anno accademico 1970-71 dell'Istituto Universitario di Architettura di Venezia1 che si configurerà come ricerca operativa sperimentale, seguendo diverse declinazioni, del Gruppo Architettura per almeno un decennio (anche dopo lo scioglimento formale).
Il senso di tale operazione è riscontrabile nella visione di apertura del mondo accademico alla società che Carlo Aymonino esplica a conclusione della sua Introduzione:
«[…] Bisogna trasformare l'università da isola di semi-privilegiati in parte produttiva di un diverso ordinamento sociale. Produttiva non nel senso puramente strumentale […], ma nel senso scientifico, […] rompendo il diaframma che separa l'università dalla società, che la separa dalle forze che tale società vuole mutare. Significa soprattutto legarsi ai problemi che il luogo geopolitico ha da risolvere, senza perdere di vista gli aspetti teorici che i problemi stessi sollecitano e impongono» (Gruppo Architettura 1971, pp. 5-6).
Dall'aprile del 1974 fino al 6 giugno 1974, vengono mandate in onda 8 puntate,2 vere lezioni di architettura che ‒ con l'utilizzo di accurate immagini video che mostrano inquadrature dall'alto delle città descritte, specifiche architetture con interni riprese da vicino e contesti urbani variegati ‒ propongono un originale discorso sulla città con una narrazione che parte dall'esistente e guarda al futuro. Degna di nota è la scelta di presentare i progetti architettonici protagonisti dei servizi non attraverso i disegni, mostrati solo in alcuni casi, ma con l'utilizzo di immediati maquettes di più facile comprensione per lo spettatore. Il recupero di questi preziosi video ha permesso finora il reperimento di sole tre puntate, tra cui le due finali, che hanno restituito il senso del suo lavoro.
In quegli anni, con in testa le città del futuro pensando a Le Corbusier, si era occupato dei contadini inurbati di Roma progettando il quartiere Tiburtino (1950-1954), degli operai di Milano con il complesso residenziale Monte Amiata del Gallaratese (1967-1972), e aveva condensato il socialismo in un solo quartiere, le Spine Bianche di Matera.
Non è un caso che una puntata sia stata dedicata proprio all'Utopia, laddove le problematiche sociali si traducevano in soluzioni architettoniche. Da qui parte e ritorna la ricostruzione effettuata nel corso delle singole puntate, ognuna dedicata a un tema e a specifici esempi presenti in Italia ma anche in Europa.
Sviluppatasi nella prima metà dell'800, con figure come Owen e Fourier, l'utopia in architettura dà una visione progressista del modo di vivere associato. Le Utopie irrealizzabili e tecnologiche vengono descritte come utopie che scartano ogni rapporto con la storia poiché ipotizzano un'organizzazione tecnologica che ignora i rapporti di produzione contemporanei. Gli esempi riportati nel servizio televisivo sono le città ambulanti, enormi macchine mobili dotate di tutte le attrezzature urbane e collegate tra loro da tubi telescopici, una risposta alla crescente mobilità della popolazione; la Grande Cupola, che può coprire un terzo di Manhattan dovrebbe assicurare condizioni climatiche costanti, evitando i fastidi delle intemperie naturali; la Città Galleggiante a piramidi rovesciate con possibilità di crescita illimitata; la Città a Grappolo, basata su «cellule abitative prefabbricate in materia plastica»; la Città a Crateri, un «insieme artificiale che ingloba nella propria struttura continua anche gli elementi naturali»; la Città Piramide per 3 milioni di abitanti interamente meccanizzata; la Città lineare piramidale progettata per l'urbanizzazione della Siberia.
Tutte utopie che non solo sono irrealizzabili, ma neppure hanno un carattere concreto con la città moderna, spiega un giovane Aldo Rossi intervistato come voce autorevole nella prima parte della puntata. Eppure il dilemma sussiste: la tendenza attuale che vede una crescita di milioni di abitanti da collocare sulla superficie terrestre. Questi problemi vengono affrontati dall'architettura moderna attraverso la personalità di Le Corbusier, che rappresenta una serie di piani di trasformazioni urbane con un approccio realista, cioè un carattere progressivo rispetto alla storia dell'architettura, come fece nel Plan Voisin, al centro di Parigi, o come venne realizzato nelle Siedlungen, nuovi quartieri nelle città tedesche intorno agli anni Trenta. Si tratta di anticipazioni di un modo di trasformare la città che appartengono al campo del reale o del possibile.
Un altro punto affrontato da Aymonino nei suoi prodotti divulgativi è stato il rapporto fra la casa e il luogo di lavoro, una questione inevitabilmente affrontata in quasi tutte le città italiane in quei primi anni Settanta, in particolare nei confronti degli insediamenti industriali. La puntata si è concentrata su tre casi studio specifici ed esemplificativi per il contesto italiano: Taranto con l'Italsider, Ivrea con l'Olivetti e Torino con la Fiat.
Partendo dal caso Taranto, la prima considerazione fatta ha riguardato il contrasto con la modalità nazionale predominante di costruire le fabbriche lontano dalle strutture urbane, laddove i terreni costavano meno, dove era più facile l'accesso carrabile e dove era possibile immettersi nella rete ferroviaria. È così che le fabbriche erano divenute luoghi puramente produttivi, isole escluse sia culturalmente che fisicamente dalla vita cittadina. A Taranto non era stato così. L'impianto Italsider, un'industria pesante per la lavorazione dell'acciaio, uno dei più grandi complessi d'Europa progettato nel 1963, aveva condizionato fortemente lo sviluppo della città e del territorio limitrofo.
Aymonino analizza le scelte politiche compiute nella decisione dei luoghi destinati alle abitazioni dei dipendenti, discordando con esse. La soluzione più immediata era stata quella di costruire un nuovo quartiere nei pressi della fabbrica, quasi 20.000 unità, finanziato dall'Italsider, dove però vi si erano allocati solo il 3% dei lavoratori. Per le notevoli carenze dei servizi e delle infrastrutture, da quella zona non si riusciva a raggiungere la città e questo aveva determinato il suo destino, diventando di fatto un ghetto operaio. Da lì, si è urbanizzato così tanto da rendere Taranto tra le città più congestionate d'Italia. Una monotona sequenza di palazzi costruiti dall'iniziativa privata di tipo speculativo, senza servizi né attrezzature, dove si pagavano i fitti più alti che in qualsiasi altra città italiana con traffico paralizzato nelle ore di punta e tempi di percorrenza raddoppiati. La provincia si stava spopolando mentre la città viveva nel pieno della congestione. Esistevano invece le condizioni per uno sviluppo più equilibrato; Aymonino parla di tre scelte possibili: nei centri abitativi dell'interno, compresi in un raggio di pendolarità di 20-30 minuti; in zone decentrate dalla città ma vicine all'impianto; nei paesi vicini che avevano strutture urbane già edificate e in parte servite, collegandoli tra loro e con l'insediamento industriale attraverso un sistema di infrastrutture di traffico a prevalente carattere pubblico, efficiente e rapido. In generale, sarebbe costato meno alla collettività uno sviluppo del genere e la maggioranza degli operai avrebbe continuato a vivere nel paese di provenienza senza troppi disagi.
Un altro esempio, questa volta nel Nord dell'Italia, costituisce il modello opposto a quello adottato dalla cittadina pugliese: Ivrea, città di 40.000 abitanti negli anni Settanta, ai confini con la Val d'Aosta. Dagli inizi del Novecento, aveva più che raddoppiato la sua popolazione, trasformandosi da grosso centro agricolo del Canavese a città industriale, condizionata dall'esistenza di un'unica realtà, la Olivetti. Il più grande merito di questa azienda è stato quello di mantenere un certo equilibrio fra centro storico e insediamento industriale. Uno dei primi nuclei è stato il quartiere Olivetti, la cui costruzione iniziata nel 1941 è stata completata nel 1954. Il quartiere Bella Vista distava 2 km dalla fabbrica ed era provvisto dei servizi collettivi quali scuole, asili, ambulatori, centro sociale, parchi giochi per bambini. In seguito, tale operazione è stata allargata in altre zone del Canavese, a San Bernardo, Agliè e Caluso. Oltre a tale piano di sviluppo urbanistico, sono state le iniziative economiche di tipo associativo e cooperativo nei centri agricoli ad aver decretato un "esperimento Ivrea" in cui la fabbrica non viene esclusa dalla città, ossia la distanza tra la casa e il luogo di lavoro veniva risolto da un efficiente sistema organizzativo urbano.
Il terzo esempio affrontato è stata la città di Torino, sede dell'unica grande azienda a livello internazionale esistente all'epoca in Italia: la Fiat, il motore dell'industrializzazione, simbolo di progresso e di produzione di massa, con modelli iconici come la Fiat 127 e la 131 Mirafiori. In quegli anni, la città fu teatro di aspre lotte operaie per i diritti e le condizioni di lavoro, diventando un simbolo della conflittualità sociale. Con la Fiat, il processo di integrazione ha visto la città diventare proprietà, soprattutto culturale, dell'azienda. Lo sviluppo produttivo aveva portato la popolazione da 905.000 abitanti del 1953 ai 1.620.000 degli anni Settanta. Di questi, quasi la metà era formata da immigrati. L'assetto urbano, il piano regolatore, i programmi di edilizia pubblica e quelli della Fiat non avevano retto a quel flusso immigratorio. Così la città era diventata un enorme ghetto, o meglio un insieme di ghetti stretti intorno alla struttura della fabbrica. Nel centro storico, nelle 31.000 case (con almeno 13.000 casi di coabitazione) si viveva in condizioni igieniche precarie, dove c'era solo un letto, che serviva al riposo temporaneo scandito dagli orari di turni di fabbrica. Nella cintura, cioè in quelle diramazioni radiali della città, lungo le strade di accesso, gli immigrati operai pagavano il minor costo della vita con una assoluta mancanza di servizi e con condizioni di vita che ricordavano quelle del primo sviluppo del capitalismo inglese.
Ecco che torna l'approccio di Aymonino e la sua capacità di guardare oltre. L'architettura, pur non risolvendo tutte le contraddizioni sociali, può nel suo campo specifico di competenza migliorare le condizioni materiali della vita quotidiana indicando nuove soluzioni. L'obiettivo finale è trasformare l'insediamento urbano da ghetto per esclusi a parte di città per uomini aventi gli stessi diritti. Questo richiede non solo la progettazione e la tecnologia, ma anche "l'appoggio e il sostegno dei diretti interessati" e una visione politica unitaria che superi le frammentazioni amministrative e finanziarie, tutte indicazioni riscontrabili nel Piano di Pesaro (Comune di Pesaro, 1974).
Dall'Italia, Aymonino allarga lo sguardo all'Europa, concentrandosi sull'importanza dell'intervento pubblico e della progettazione unitaria per creare insediamenti urbani integrati e funzionali, definendo il concetto di "unità di insediamento". Già dal 1944 a Londra, si cercava di abolire la parcellizzazione del suolo secondo il regime della proprietà privata e consentire un intervento progettuale unitario. L'obiettivo era applicare scelte progettuali a vere e proprie parti della città, considerando destinazioni d'uso, sistemi di traffico e relazioni con l'intera città come elementi di una soluzione architettonica unitaria. Gli esempi citati nell'ottava e ultima puntata mostrano il desiderio di superare la lottizzazione e le tipologie edilizie tipiche dell'Italia per creare rapporti tra i vari elementi che concorrono a formare una struttura urbana, inclusi sistemi di traffico, centri commerciali, scuole, tipologie abitative diverse, spazi per il gioco e lo sport.
Tra i casi analizzati, riportiamo: a Londra Thamesmead, il Brunswick Center e il Barbican; in Francia il Firminy-Vert. Il servizio ha seguito tale approccio di analisi:
«Penso che vada scartato il rapporto residenza-attrezzature collettive (e tanto più quello residenza-fonti di lavoro) come antitesi compositiva (riflesso a sua volta di un'antitesi sociologica ed economicistica) e vada invece assunto come rapporto strutturale per la definizione di più ipotesi organizzative e formali della città contemporanea»3 (Aymonino 1976, p. 276).
Questi esempi parziali all'estero erano per Aymonino la dimostrazione di come potesse mutare il rapporto tra l'abitazione, i servizi e le attrezzature con vantaggi collettivi rilevanti. Chiaramente la città moderna secondo tale visione si poteva realizzare compiutamente se la proprietà privata del suolo veniva annullata e in presenza di un piano unitario di investimenti produttivi e sociali.
Ecco che quindi torna il concetto dell'utopia che, per Aymonino, in senso positivo e progressista, doveva ridare un carattere concreto alle città, salvando i centri storici con una prospettiva di carattere residenziale e non di sfruttamento o distruzione.
La città dunque non significa solo espansione, ma anche possibilità di riattrezzare il già edificato secondo un piano di investimenti nel tempo. Negli anni del Dopoguerra, nei centri storici delle città più importanti erano avvenuti investimenti speculativi che avevano espulso gli abitanti dei ceti più popolari privati per fare posto a nuove abitazioni privilegiate con uffici e negozi sofisticati. Questa operazione, partita durante la dittatura fascista, secondo Aymonino, a Roma aveva distrutto simboli della città, come Piazza Augusto Imperatore divenuto un enorme parcheggio intorno al rudere del mausoleo di Augusto con l'illusione della piazza come luogo di incontro e di vita. Non diversa era stata la destinazione del Colosseo, ridotta a un'enorme rotatoria per il traffico automobilistico.
Per Aymonino, un quadro complessivo di gestione politico-sociale della città e di controllo politico-tecnico degli investimenti urbanistici non poteva ignorare il centro storico. E la chimera in tal senso è stata Bologna, dove si è avuto l'obiettivo ambizioso di un intervento pubblico atto a garantire la stabilizzazione di tutta la popolazione, agendo sia nella ristrutturazione delle abitazioni, sia nella dotazione di attrezzature di base, interessando circa 3.000 abitanti. Si era anche provveduto a costruire case "di rotazione" nelle quali ospitare gli abitanti per la durata dei lavori di ripristino e restauro. Il mantenimento dei caratteri architettonici degli edifici, i portici, i tetti e le finestre e la ristrutturazione interna avevano permesso di utilizzare meglio gli ambienti esistenti, di dotare ogni alloggio dei suoi servizi igienici, di destinare i piani terreni ad attività commerciali e ricreative.
Un altro esempio proficuo si era registrato nelle nuove costruzioni. Il Movimento Cooperativo Abitativo di Bologna ambiva a costruire una "città più Umana", sottratta alla speculazione edilizia che lasciava gli insediamenti urbani in balia di una crescita caotica senza freni. Il Movimento, con più di 90 anni di esperienza, prevedeva un'ampia partecipazione, con centinaia di soci. Era organizzato in un consorzio per la parte tecnica e in un'associazione per le scelte politiche, sostenuto dalla legge n. 167 del 1962 (e successivamente n. 865 del 1971) per l'edilizia economica popolare, che aveva permesso l'acquisizione di terreni a "prezzi fortemente inferiori a quelli del mercato" e la programmazione di opere di urbanizzazione primaria (strade, fognature, illuminazione, verde). Il tutto a costi vantaggiosi: ad esempio, alloggi di 100 m² costavano circa 7 milioni nel '68-'69, mentre, nel 1974, 10 milioni, circa il 50% in meno rispetto all'edilizia privata. A differenza di altri interventi di edilizia economica, si puntava a dare tutti i servizi sin da subito: verde di vicinato, parchi con attrezzature di gioco per bambini; autorimesse interrate per ogni alloggio; attrezzature collettive alla base degli edifici: sale riunioni, palestre, biblioteche; centri commerciali integrati; scuole di vari ordini localizzate strategicamente in base ai raggi di influenza e integrate nel tessuto residenziale. L'obiettivo del movimento era promuovere la partecipazione dei soci, arrivando all'autogestione urbanistica.
L'intervista realizzata agli architetti Masi e Morelli, e all'ingegner Tabanelli spiega meglio le modalità di realizzazione del tutto. Strutture collettive e integrazione con l'esistente, un tentativo di unire il nuovo insediamento con l'edilizia precedente salvaguardando edifici storici e valori affettivi ambientali del passato.
Secondo Aymonino, quindi, superare le utopie meramente tecnologiche e irrealizzabili è possibile a favore di un'utopia «legata alle possibilità concrete che oggi esistono».
Sicuramente il suo sguardo è stato rivolto all'uomo inteso nella persona con i suoi bisogni e le sue esigenze, una visione olistica che tiene conto di un benessere che sia prima di tutto mentale e psicologico, alleviando le difficoltà quotidiane con scelte mirate e funzionali. L'architettura a servizio del bene collettivo, promuovendo la sperimentazione: è questa la strada che percorre e il messaggio implicito che lancia ai suoi spettatori, rincorrendo forse le sue utopie.
Lo spirito critico e i modelli presentati con dettagliati apparati di immagini video rendono questi servizi televisivi pregiati contributi a testimonianza di un'epoca che si è conclusa con tutti i suoi risvolti sociali e antropologici. Nelle cui tracce, però, tra le pieghe di tali ricerche e nel profondo di una visione dettata dai condizionamenti politici e dall'imperante trasformazione sociale in corso, ritroviamo ancora validi e preziosi insegnamenti per la nostra contemporaneità.
La presenza di Carlo Aymonino in televisione ha segnato un passaggio decisivo nel modo di raccontare l'architettura al grande pubblico. La sua capacità di trasformare un tema tecnico in un racconto accessibile ha aperto una stagione in cui il progetto urbano entrava nelle case degli italiani, contribuendo a formare una nuova sensibilità civile. La televisione, in quegli anni, era un luogo di alfabetizzazione collettiva: parlare di città significava parlare di lavoro, mobilità, qualità della vita. Aymonino lo fece con una lingua chiara, mostrando plastici, modelli, interni, strade, quartieri. Questa scelta raccontava un'idea precisa: l'architettura è un bene comune, riguarda tutti, deve essere compresa da tutti.
Questa esperienza ha lasciato un'eredità culturale profonda. Ha insegnato che il progetto non è solo disegno ma interpretazione del presente, lettura dei bisogni, capacità di orientare lo sviluppo sociale. Le puntate in televisione hanno rappresentato un'occasione preziosa nella quale per la prima volta la città è stata mostrata come un organismo complesso e non il solito sfondo alla vita quotidiana. È in questo dialogo tra ricerca e società che l'opera di Aymonino trova il suo significato più profondo.
Oggi il ruolo che negli anni Settanta apparteneva alla televisione viene svolto da nuovi strumenti. I linguaggi digitali consentono una diffusione ampia e immediata, capace di superare le barriere tecniche che spesso rendono l'architettura un campo riservato agli specialisti. I social, se usati con consapevolezza, possono diventare luoghi di confronto critico: brevi video, mappe animate, immagini di cantiere, spiegazioni essenziali sul rapporto tra spazi e comportamenti collettivi permettono di riportare la città dentro la discussione pubblica. Si possono mostrare processi, non solo risultati, e rendere comprensibili le ragioni delle scelte. Molti architetti stanno già sperimentando queste forme di racconto: spiegano la logica di una sezione, il valore di una strada pedonale, il significato di un intervento di recupero. Raggiungono studenti, cittadini, amministratori, creando una cultura condivisa dello spazio. È una continuità ideale con l'intuizione di Aymonino: la conoscenza come strumento di emancipazione.
1 «La scelta del tema è in diretta relazione con le nostre ricerche precedenti, sia per quanto riguarda la formazione e lo sviluppo della città moderna e contemporanea, sia per quanto riguarda le tesi da noi formulate sulla progettazione architettonica in rapporto alle strutture urbane». Il testo segue con l'indicazione delle ricerche su cui il tema si fonda. (Gruppo Architettura 1971). ↩
2 Si riportano di seguito i titoli delle otto puntate con le date della messa in onda: L'insediamento urbano: La casa (6/4/1974); L'insediamento urbano: L'unità di abitazione (20/04/1974); L'insediamento urbano: Istruzione e abitazione (2/05/1974); L'insediamento urbano: La casa e le fonti di lavoro (9/5/1974); L'insediamento urbano: La casa e i trasporti (16/05/1974); L'insediamento urbano: L'assetto territoriale (30/05/1974); L'insediamento urbano: Utopie e possibilità (4/6/1974); L'insediamento urbano: l'unità di insediamento (6/6/1974). I video sono depositati presso l'archivio RAI Teche. ↩
3 Questa affermazione è accompagnata, nello stesso capitolo, con la rappresentazione del complesso di Barbican del 1959 per 6.500 abitanti (architetti Chamberlin, Powell e Moya) posto in relazione con il complesso residenziale del Gallaratese a Milano realizzato dallo stesso Aymonino del 1970 per 2.500 abitanti. I progetti sono documentati graficamente e affiancati (Aymonino 1976). ↩
«Casabella» (1980) – Pesaro: architettura e gestione della città, numero monografico, a. XLIV, n. 456.
Aymonino C. (1975) – Il significato della città, Laterza, Bari.
Id. et al. (1976) – Piano Particolareggiato del Centro storico di Pesaro, in «Controspazio», n. 2, marzo-aprile 1976.
Bocchi R. et al. (1978) – L'abitazione, Cluva Editore, Venezia.
Cina C. et al. (1977) – Il dibattito architettonico in Italia, 1945-1975, Bulzoni, Roma.
Comune di Pesaro (1974) – Il piano particolareggiato del Centro Storico di Pesaro, mostra e catalogo a cura di Mauro Lena.
Gruppo Architettura (1971) – Per una ricerca di progettazione 3 (a.a. 1970-71). Il ruolo dell'abitazione nella formazione e nello sviluppo della città moderna e contemporanea. Elaborazioni e alternative della cultura architettonica, con Scritti di Aymonino, Burelli, Fabbri, Lena, Panella, Polesello e Villa, IUAV, Venezia.
Id. (1972) – Per una ricerca di progettazione 5 (a.a. 1972-73). Rapporto abitazioni, servizi, attrezzature. Trasformazione delle aree centrali delle città, IUAV, Venezia.
Panella R. (1976) – L'ottica di un'urbanistica operativa, in Il Piano Particolareggiato per il Centro storico di Pesaro, «Controspazio», n. 2, marzo-aprile 1976.
Fig. 1 – Aldo Rossi nella settima puntata del programma L'insediamento urbano: Utopie e possibilità (4/6/1974). Rai Teche.
Fig. 2 – Frame della settima puntata del programma L'insediamento urbano: Utopie e possibilità (4/6/1974). Rai Teche.
Fig. 3 – Frame della settima puntata del programma L'insediamento urbano: Utopie e possibilità (4/6/1974). Rai Teche.
Fig. 4 – Frame della settima puntata del programma L'insediamento urbano: Utopie e possibilità (4/6/1974). Rai Teche.
Fig. 5 – Frame della settima puntata del programma L'insediamento urbano: Utopie e possibilità (4/6/1974). Rai Teche.
Fig. 6 – Frame della settima puntata del programma L'insediamento urbano: Utopie e possibilità (4/6/1974). Rai Teche.
Fig. 7 – Frame dell'ottava puntata del programma L'insediamento urbano: l'unità di insediamento (6/6/1974). Rai Teche.
Fig. 8 – Carlo Aymonino nell'ottava puntata del programma L'insediamento urbano: l'unità di insediamento (6/6/1974). Rai Teche.
Fig. 9 – Frame dell'ottava puntata del programma L'insediamento urbano: l'unità di insediamento (6/6/1974). Rai Teche.
Fig. 10 – Carlo Aymonino nell'ottava puntata del programma L'insediamento urbano: l'unità di insediamento (6/6/1974). Rai Teche.
Fig. 11 – Carlo Aymonino nell'ottava puntata del programma L'insediamento urbano: l'unità di insediamento (6/6/1974). Rai Teche.
Fig. 12 – Frame dell'ottava puntata del programma L'insediamento urbano: l'unità di insediamento (6/6/1974). Rai Teche.