Recensioni


Manganaro

Il grado zero dell'arte di costruire

Autore: Elvio Manganaro
Titolo: ][][][][][][
Nota al titolo: Il catalogo del Servizio Bibliotecario Nazionale OPAC SBN ha inventariato il libro con il titolo [Architecture as an object of language] specificando che si tratta del titolo della premessa.
Lingua del testo: Inglese (traduzione Antonella Bergamin)
Editore: EUT, Trieste
Caratteristiche: 12,8x18,4 cm, bianco e nero, 95 pagine
ISBN: 978-88-551-1536-0 (stampa) / 978-88-551-1537-7 (online)
Anno: 2024

Quando un'architettura perde la propria utilitas ritorna alla sua genesi asemica. È un frammento nel paesaggio, un segno bidimensionale senza significato sulla superficie terrestre. Lo stato finale coincide con il suo inizio. Un lacerto di muro nel territorio è la promessa di uno spazio al pari di una linea su un foglio alla ricerca di senso.

Il libro di Elvio Manganaro racconta la stessa promessa, il potere spaziale delle tracce bidimensionali nel loro grado zero. Prima e dopo l'architettura non esiste linguaggio: tutti i segni sono astratti, i significati azzerati, come le parentesi quadre riportate nella copertina del volume. Per l'autore il titolo non è necessario. I caratteri sul fronte ][][][][][][ sono un frammento di una composizione «muratoriana» contenuta all'interno del libro: sono tracce di una città in nuce, o di un edificato passato come le impronte al suolo di Ostia antica, Timgad e Olimpia viste dall'alto. Testi e immagini sono intenzionalmente slegati e l'uso della lingua inglese, foneticamente lontana dall'autore come indicato nella premessa,1 enfatizza la composizione casuale del libro. Le rappresentazioni sono di diversa natura (esercizi didattici, fotografie o disegni bidimensionali) che trattano l'architettura come oggetto di linguaggio.

Il libro è composto da quarantotto paragrafi raggruppati in otto capitoli tematici che il lettore scopre solo alla fine: la composizione è dichiaratamente arbitraria. L'autore utilizza la scrittura asemica e la poesia concreta come strumenti per indagare i segni architettonici intesi come elementi testuali al limite del contesto disciplinare.

Il volume di Manganaro suggerisce due possibili livelli di lettura che si fondono e confondono avanzando nel testo. Il primo è quello pedagogico attraverso cui l'autore racconta tra le righe un metodo didattico ribadendo l'appartenenza dell'architettura all'interno del dominio delle arti. A questo proposito la rielaborazione di un progetto dello studio GRAU (Gruppo Romano Architetti Urbanisti), a pagina ottantadue del libro, non è un fatto casuale dal momento che lo stesso Gruppo poneva il problema della architettura come arte nei termini di «unità del molteplice».2 Manganaro ricorda agli apprendisti architetti che l'arte del costruire è un esercizio di sensibilità del comporre che si acquisisce educando la vista e il fare manuale-digitale. Solo così è possibile sedimentare quella che Alessandro Anselmi (ex componente del GRAU) definiva la Formazione del gusto: ovvero quel riflesso condizionato che permette al tennista di colpire la pallina senza guardare e all'architetto di possedere, in maniera analoga, un istinto spaziale-figurativo.3 Il libro educa, dunque, alla lettura delle immagini e alla composizione mettendo sullo stesso piano il pittorico, ovvero l'informale come la foto di un tavolo da disegno segnato dal tempo (pp. 48-49) – all'apparenza un dipinto di Emilio Vedova –, e il lineare, un registro di forme geometriche più definite come le rappresentazioni muratoriane (pp. 44-45) che rimandano alle pitture di Capogrossi.

Il secondo livello di lettura suggerito dal libro di Manganaro è una riflessione al limite dei confini della disciplina, un invito a meditare sul senso di fare architettura oggi.

Se il segno architettonico diventa unità figurativa in sé, che può essere composta e ricomposta da una intelligenza artificiale o da un soggetto (non più interprete di un linguaggio personale), è possibile un'architettura del grado zero nella società attuale?

È possibile praticare, come nella poesia concreta, l'opacità in architettura combattendo la sua riduzione ad arte dello spazio e cristallizzando i significati e i significanti degli elementi costruttivi?

Avventurarsi verso il limite disciplinare è la sfida di Manganaro che, come afferma in un recente testo, ci invita a non smettere di «considerare l'architettura come un campo aperto di sperimentazione».4 Il libro è dunque una chiara dimostrazione di questo approccio ma anche un oggetto che appare come un'entità auto-significante, un vero e proprio «lavoro d'arte».5


Alessandro Brunelli

Note

1. «This is due to the need to assign the proposed themes a phonetic substance that is as far as possible from the voice of the autor». Manganaro E. (2024) – [Architecture as an object of language], EUT, Trieste, p. 6.

2. GRAU (1981) – Isti mirant stella. Architetture 1964-1980, Kappa, Roma, p. 9.

3. Cfr. Anselmi A. (1997) – «L'insegnamento ai primi anni della scuola di architettura. Una didattica per la formazione del gusto». In: Altarelli L. et al. – Forme della composizione, Kappa, Roma. Anselmi A. (2019) «Arte e figure della modernità». In: Brunelli A. – Intuizioni sulla forma architettonica. Alessandro Anselmi dopo il GRAU, Quodlibet, Macerata.

4. Manganaro E. (2025) – «I libri di architettura mi annoiano (con 7 postille)». In: Bisiani T., Venudo A. (a cura di), Seminario tre, Maggioli, Santarcangelo di Romagna, p. 75.

5. Celant G. (2008) – Artmix. Flussi tra arte, architettura, cinema, design, moda, musica e televisione, Feltrinelli, Milano (2021), p. 26.