Prove multimediali di trasmissione dell'architettura.
Sei programmi televisivi italiani tra pedagogia pubblica e cultura disciplinare.

Enrico Prandi


Fig. 1
Tabella 1
Fig. 2
Tabella 2
Fig. 3-4
Fig. 5
Fig. 6
Tabella 3
Tabella 4
Fig. 7-8
Tabella 5
Fig. 9-14
Tabella 6
Fig. 15
Fig. 16
Tabella 7
Fig. 17
1 / 17
Fig. 1 – Copertina del primo numero del "Radiocorriere". 1, 1954, settimana dal 3 al 9 gennaio.

Abstract
Il contributo ricostruisce sei programmi televisivi RAI dedicati all'architettura e alla città, trasmessi tra il 1954 e il 1985: La casa dell'uomo (1954) di Ernesto N. Rogers; L'uomo e la città (1968) di Vittorio Gregotti; Dentro l'architettura (1974) di Mario Manieri Elia; L'insediamento urbano (1974) di Carlo Aymonino; La tradizione ritrovata (1983-84) di Aldo Grasso, Fulvio Irace e Giampiero Viola; L'utopia urbana (1984–85) di Carlo Doglio. A questi si aggiunge l'esperienza di Teleroma56, emittente televisiva fondata da Bruno Zevi nel 1976 come parte della sua idea di Università dell'aria. Attraverso l'analisi sistematica delle puntate e il confronto con la produzione teorica coeva dei rispettivi autori, l'articolo propone una lettura comparativa dei programmi come indicatori di altrettante stagioni della cultura architettonica italiana e della televisione. Ne emerge che la televisione non è mai per questi protagonisti un medium alternativo alla rivista o al libro, ma uno spazio di elaborazione pubblica in tempo reale degli stessi temi che vanno sistematizzando nei testi scritti.

Parole Chiave
Architettura e televisione — Pedagogia pubblica — Università dell'aria


Si potrebbe rimanere un po' spiazzati nel vedere nomi come Ernesto Rogers, Ludovico Quaroni, Giuseppe Samonà, Carlo Aymonino, Costantino Dardi, Manfredo Tafuri, per citarne alcuni, tra le pagine di un rotocalco. Eppure il Radiocorriere – la guida settimanale ai programmi RAI – ospitava con la stessa disinvoltura le rubriche di architettura, i concerti musicali e l'attualità. In altre parole c'è stato un tempo in cui la televisione era un – o forse il – mezzo di trasmissione culturale anche architettonica. La riflessione teorica sulla televisione come medium culturale attraversa quasi un secolo di studi, intrecciando diverse discipline come filosofia della comunicazione, storia dei media e critica culturale. Il punto di partenza ineludibile resta comunque il pensiero di Marshall McLuhan, che con Understanding Media (1964) rovesciò il senso comune sulla televisione affermando che non è il contenuto trasmesso a definire l'impatto di un medium, ma la sua stessa struttura comunicativa. Per McLuhan ogni medium va studiato in base ai criteri strutturali con cui organizza la comunicazione, poiché è proprio questa struttura a renderlo non neutrale, capace di suscitare negli utenti determinati comportamenti e modi di pensare. La televisione, in questa prospettiva, non è semplicemente un contenitore di programmi, ma un ambiente che trasforma i modi della percezione collettiva.

Su questo fondamento si è sviluppata successivamente una tradizione critica che, nella seconda metà del Novecento, ha progressivamente rivendicato alla televisione uno statuto culturale pieno, sottraendola alle letture meramente ideologiche o alla condanna elitaria. In Italia, questa operazione è stata condotta con rigore e continuità soprattutto da Aldo Grasso, che ha fondato una storiografia televisiva capace di dialogare con la Kulturkritik senza abdicare all'analisi testuale (Grasso 2013). Attraverso la storia dei suoi programmi, telegiornali, varietà, eventi sportivi, fiction, talk show, la televisione racconta oltre settant'anni di storia del paese e degli italiani che li hanno visti, commentati e vissuti (Grasso, Barra, Penati 2019). Ed è in questa prospettiva che vogliamo riflettere sull'architettura in televisione coscienti del fatto che quest'ultima non è specchio passivo della società, ma piuttosto agente attivo nella sua costruzione. Accanto a Grasso, Peppino Ortoleva (1989) ha approfondito la dimensione storica e sistemica del medium, mettendo in luce come la televisione sia divenuta quasi subito una componente centrale del sistema dei media, capace – grazie alla sua onnivora capacità di assorbimento – di dialogare con l'infanzia anche in età prescolare e di socializzare gli individui alle diverse forme di comunicazione. È questa vocazione totalizzante che ha reso la televisione, per decenni, il principale canale di trasmissione della cultura al di fuori dei circuiti accademici e istituzionali tradizionali.

Fin dal 3 gennaio 1954, giorno del debutto delle trasmissioni RAI, la televisione si è misurata con la questione fondamentale della legittimità di un medium a vocazione popolare nel veicolare contenuti "alti", scontrandosi con la diffidenza, per non dire l'ostracismo, di una parte consistente di critici e intellettuali. Questa tensione – tra divulgazione e cultura disciplinare, tra accessibilità e profondità – costituisce la costante strutturale attorno a cui si organizza ogni discorso televisivo di ambizione culturale ed organizzata, ed è in questa tensione che si collocano i programmi di architettura oggetto del presente saggio.

Naturalmente, come tutti i media che hanno costituito prima una rivoluzione, anche la televisione ha subito successivamente un'evoluzione – o forse un'involuzione – fino a essere progressivamente superata da nuove forme di fruizione audiovisiva. È Umberto Eco (1983), a fornire la prima geografia critica di questa trasformazione: con il termine "neotelevisione" egli coglie il passaggio a una televisione che "sempre meno parla del mondo esterno" e che invece "parla di se stessa e del contatto che sta stabilendo col proprio pubblico", cercando di trattenere lo spettatore non con i contenuti ma con la propria presenza autoreferenziale. La distinzione tra "paleotelevisione", quella delle origini, con la sua vocazione pedagogica e il suo servizio pubblico esplicito, e "neotelevisione" commerciale e generalista segna una prima, decisiva frattura. Una terza fase, la cosiddetta "post-televisione" (Missika 2007), si afferma dal 2007 con l'avvento delle piattaforme digitali (Netflix, 2007 in USA e 2012 in Europa), quando la tv di flusso tipica della neotelevisione si frammenta in una miriade di flussi personalizzati.

In ogni caso, parlare di "fine della televisione" (Missika 2007) sarebbe prematuro in quanto se è vero che il mezzo sta attraversando una fase di ridefinizione, cercando di integrarsi con il digitale e con nuove modalità di fruizione è altrettanto palese che il bisogno di trasmissione culturale che la paleotelevisione aveva assunto come missione istituzionale non si è dissolto con essa, ma attende ancora una risposta adeguata. In questo quadro la questione della trasmissione culturale si ripropone con urgenza: se la paleotelevisione, quella RAI delle origini che qui ci interessa, aveva una progettualità editoriale esplicita, fondata su un'idea alta e condivisa di cultura pubblica, il suo progressivo svuotamento verso l'intrattenimento commerciale prima, e verso la frammentazione digitale poi, apre un vuoto difficilmente colmabile. Il corpus di programmi di architettura analizzato in questo studio appartiene interamente a quella prima stagione: un'esperienza irripetibile di trasmissibilità culturale disciplinare che merita di essere riconosciuta e studiata nella sua specificità storica.

6 programmi + 1 rete televisiva

Nell'arco di trent'anni, dal gennaio 1954 al gennaio 1985, la Radiotelevisione italiana ha ospitato almeno sei programmi interamente dedicati all'architettura e alla città. Ciò non significa che l'architettura sia stata relegata solo a queste singole esperienze: anzi, ricercando con la facilità dei database le parole chiave negli indici del Radiocorriere (la nostra principale fonte di informazioni) si può registrare una presenza molto più capillare di quanto si potrebbe supporre. Nomi come Ludovico Quaroni1, Giuseppe Samonà2, Giancarlo De Carlo3, Paolo Portoghesi4, Renzo Piano5, Manfredo Tafuri6, Carlo Scarpa7, Bruno Zevi8, solo per citarne alcuni, compaiono con sorprendente regolarità anche in rubriche non specialistiche, come ospiti di singole puntate o protagonisti di conversazioni di considerevole durata – emblematica, in questo senso, quella tra Giuseppe Samonà e Leonardo Benevolo in occasione dell'uscita di un libro del primo. Fa riflettere, non a caso, anche solo il fatto che esistessero rubriche di presentazioni editoriali di durata considerevole (anche 45 minuti) in cui sono passati tutti i libri più importanti dell'epoca: da L'urbanistica a l'avvenire delle città negli stati europei o Teorie e storia dell'architettura. Insomma, l'architettura era molto presente come disciplina in grado di affrontare i problemi dell'ambiente ma anche come fatto culturale tant'è che l'architetto, intellettuale e uomo di cultura, era chiamato a esprimere opinioni anche al di fuori delle sfere di sua specifica competenza. Ciò fa riflettere rispetto a un presente in cui l'architettura non riesce più a occupare quel ruolo all'interno della società civile (non solo in televisione). Marco Biraghi (2019), ha diagnosticato con precisione questa involuzione: da figura capace di proporre della città e della società una visione complessiva e critica, l'architetto è diventato prevalentemente esecutore di progetti, perdendo quella capacità di «interpretazione del mondo» che ne aveva fatto, da Alberti a Rossi, un intellettuale pubblico a pieno titolo.

La selezione che qui si propone è più restrittiva, e per questo più significativa. Le sei esperienze prese in esame sono le uniche che, per peso e continuità – non episodi singoli, ma vere e proprie rassegne strutturate in più puntate –, offrono lo spunto per un discorso analitico sull'uso della televisione come strumento di divulgazione dell'architettura.

Vengono prese in considerazione alcune importanti esperienze di programmi culturali come La Casa dell'Uomo di Ernesto N. Rogers, 9 puntate trasmesse tra gennaio e luglio 1954, L'uomo e la città di Vittorio Gregotti, 10 puntate trasmesse tra febbraio e aprile del 1968; Dentro l'Architettura di Mario Manieri Elia, 10 puntate trasmesse tra gennaio e aprile 1974; L'insediamento urbano di Carlo Aymonino 8 puntate trasmesse tra aprile e giugno del 1974, La tradizione ritrovata di Aldo Grasso e Fulvio Irace, 6 puntate trasmesse tra dicembre 1983 e gennaio 1984 e L'utopia urbana di Carlo Doglio, 10 puntate trasmesse tra novembre 1984 e gennaio 1985. A queste, tutte trasmesse dalla RAI, va affiancata un'esperienza del tutto particolare come la fondazione (e direzione) ad opera di Bruno Zevi di TeleRoma56, emittente libera privata che dal 1976 trasmesse spesso contenuti sull'architettura pur senza una programmazione fissa e ad oggi verificabile. Al fine di valutare gli obiettivi divulgativi, delle trasmissioni si esamineranno le caratteristiche e l'articolazione oltre che produrre un'analisi critica che mette in relazione i contenuti televisivi ai relativi studi teorici compiuti dai curatori.

La casa dell'uomo (1954)

Il 17 gennaio 1954, quattordici giorni dopo l'avvio delle trasmissioni televisive regolari della RAI, va in onda la prima puntata di La casa dell'uomo, a cura di Ernesto N. Rogers. Il titolo, evidentemente stabilisce una continuità esplicita con la direzione della rivista «Domus» che Rogers intraprese nel 1946-47. La rubrica si svolge per nove puntate documentate, con una struttura redazionale collettiva: oltre a Rogers (17 gennaio e 27 aprile), curano le puntate Tito Varisco (21 febbraio), Carlo De Carli (14 marzo) e Paolo Antonio Chessa (27 maggio e 29 luglio). È opportuno comprendere chi erano gli altri collaboratori della rubrica. Tito Bassanesi Varisco (1915-1998) è un architetto milanese, attivo nell'orbita della cultura architettonica milanese autore del progetto vincitore per la sede del Gruppo Rionale Fascista "Crespi" di corso Sempione, e progettista insieme ad altri dei Quartieri INA-Casa Harar-Dessié (1951-55), Forlanini (1956-62) e Feltre (1957-61). Due elementi lo collocano con precisione nel contesto delle puntate: il primo è la sua appartenenza al Movimento Arte Concreta (MAC) insieme a Mariani, Menghi, Paccagnini, Perogalli, Ravegnani, Viganò, Zanuso, un movimento che si faceva portatore di un'istanza di rinnovamento in grado di superare il monopolio del razionalismo-funzionalismo verso una sintesi più dialettica tra le arti la cui influenza appare evidente nei progetti dello stesso Varisco del condominio di viale Molise e nel garage di via De Amicis; il secondo, è costituito dalla struttura grafica che apriva le trasmissioni televisive realizzata appositamente da Tito Varisco, in collaborazione con Erberto Carboni, per la RAI (la "Composizione di geometrie proiettive a forma libera" sullo sfondo di nuvole e accompagnata dalla musica del Guglielmo Tell di Rossini). In altre parole, Varisco è l'autore della sigla d'apertura della RAI, l'immagine con cui la televisione italiana cominciava ogni giorno le trasmissioni. Che sia lui a curare la seconda puntata de La casa dell'uomo non è casuale ma una conferma ulteriore della densità culturale del progetto rogersiano.

Carlo De Carli (1910-1999) è architetto e designer milanese, laureato al Politecnico di Milano nel 1934, e dal 1948 inizia a collaborare ai corsi di Architettura degli interni, Arredamento e Decorazione tenuti da Gio Ponti nell'ateneo milanese. Nel 1954 vince il primo Compasso d'Oro della storia con la "sedia 683" prodotta da Cassina, e nello stesso anno riceve anche il premio Good Design del MoMA di New York. Nello stesso anno De Carli è anche membro della Giunta Esecutiva della X Triennale di Milano ruolo che gli varrà anche la partecipazione ad una trasmissione televisiva specifica9. La puntata L'arredamento della casa non è da intendersi come una concessione divulgativa al grande pubblico domenicale, ma il momento in cui Rogers porta in televisione il tema che stava dividendo e ridefinendo la cultura architettonica italiana: il confine (o la continuità) tra architettura, arredo e oggetto d'uso e De Carli costituisce la figura ideale in quel momento per quel tema. In altre parole la televisione elabora in pubblico, in tempo reale, un dibattito disciplinare che stava prendendo forma nelle riviste e nelle istituzioni culturali milanesi e Rogers lo chiama in televisione nell'anno in cui De Carli è al culmine della visibilità disciplinare.

Paolo Antonio Chessa (1922-1981) è un architetto della generazione immediatamente successiva a Rogers – ha trent'due anni quando cura le due puntate televisive del 1954. Nel 1946, insieme a Vico Magistretti e Mario Tedeschi, partecipa al concorso nazionale per le case ai reduci d'Africa nel nascente quartiere QT8 di Milano, progettando soluzioni che sperimentano tipologie nuove nel segno del dibattito sulla casa razionale dei CIAM degli anni Trenta. È dunque fin dagli esordi un professionista inserito nel milieu della ricostruzione milanese e nella rete rogersiana. Inoltre la sua visibilità internazionale è documentata da un profilo sulla rivista americana Interiors in cui vengono descritte alcune opere di architettura, interni e arredi nonché il progetto per l'ampliamento del teatro Carlo Felice a Genova del 1950 (Fiske 1952). La presenza su una rivista americana nel 1952 – due anni prima delle puntate televisive – testimonia di una figura già riconosciuta oltre i confini italiani, e il suo essere stato chiamato da Rogers per ben due puntate ne conferma il peso nel dibattito del momento. Le due puntate affidate a Chessa sono le più teoricamente cariche dell'intera serie. Architettura razionale / Architettura organica (27 maggio) mette in scena la grande frattura disciplinare del dopoguerra italiano: quella tra la tradizione razionalista – con i suoi riferimenti a Gropius, Mies, Le Corbusier – e il movimento organico di Bruno Zevi, che dal 1945 con la fondazione dell'APAO e con Verso un'architettura organica aveva aperto un fronte polemico durissimo contro il razionalismo ortodosso. Nel 1954 quella contesa era tutt'altro che risolta in quanto Rogers la stava gestendo sulle pagine di Casabella-Continuità con la sua politica editoriale inclusiva, e affidare il tema a un giovane come Chessa – non uno dei capiscuola ma un interlocutore della generazione seguente – è un gesto editorialmente preciso. I grattacieli (29 luglio) è altrettanto carica di significato contingente. Nel 1954 viene avviata la progettazione esecutiva del Grattacielo Pirelli di Gio Ponti, e tra il 1952 e il 1955 viene portato a termine il progetto definitivo della Torre Velasca dei BBPR. La puntata sui grattacieli va in onda nel luglio 1954, cioè esattamente nel momento in cui Milano sta decidendo il suo profilo verticale futuro, con due proposte radicalmente diverse – il "grattacielo" internazionalista di Ponti e la "Torre" Velasca contestuale di Rogers – che incarnano le stesse tensioni del dibattito razionale/organico della puntata precedente. Non è stato possibile reperire informazioni su tre puntate, quelle di martedì 8 giugno 1954, ore 18., di lunedì 21 giugno 1954, ore 22.30 e di giovedì 8 luglio 1954, ore 22.20: la prima viene segnalata solo con il titolo generale della rassegna La casa dell'uomo (ma manca titolo e curatore della puntata) ed è probabile che sia una puntata introduttiva; nella seconda è presente solo il titolo Sopravvivranno le nostre città? senza curatore, mentre la terza non presenta nessun riferimento.

È da sottolineare che Rogers al momento della messa in onda della trasmissione aveva da poco assunto la direzione di «Casabella-continuità» (con il numero 199 del dicembre 1953-gennaio 1954), la rivista che lui rifonda e ricostruisce con la collaborazione di più autori. È ipotizzabile che tale impostazione gli abbia fatto concepire il programma televisivo con una sovrapposizione metodologica (una rubrica televisiva a più voci, come Casabella) e tematica. Il confronto tra i temi televisivi e gli scritti rogersiani coevi rivela una sovrapposizione sistematica. La puntata Antico e moderno del 17 gennaio 1954 è contemporanea alla settimana con l'editoriale Continuità (Casabella n. 199, gennaio 1954) e anticipa di tredici mesi il testo fondatore Le preesistenze ambientali e i temi pratici contemporanei (Casabella n. 204, febbraio-marzo 1955). Così come l'incipit di «Casabella-continuità», la rassegna televisiva inizia con il tema più caro a Rogers ossia il rapporto tra antico e moderno. Segue la puntata Evoluzione dell'architettura in Russia del 21 febbraio 1954 che si inserisce in una traiettoria culturale precisa che attraversa l'intera cerchia rogersiana e milanese degli anni Cinquanta. L'interesse per l'URSS in quel momento non è solo architettonico ma politico-culturale nel momento in cui il PCI italiano e gli intellettuali di sinistra guardano all'URSS post-staliniana con speranza riformista. Che Rogers inserisca questo tema nelle primissime settimane di vita della televisione italiana, e della sua stessa direzione di Casabella, è un gesto culturalmente denso e non casuale. La terza puntata è di nuovo curata da Rogers stesso e riguarda un tema Alcune riviste di architettura in Italia del 27 aprile 1954, che coincide esattamente con l'ambito in cui Rogers era il maggiore protagonista vivente come direttore di «Casabella-continuità», ex direttore di Domus, conoscitore diretto di Architectural Review, Architectural Forum, L'Architecture d'Aujourd'hui. Portare questo tema in televisione nel 1954 significa fare della televisione stessa una sorta di meta-rivista: uno spazio dove la cultura disciplinare riflette sui propri strumenti di trasmissione. A suggellare questa ipotesi c'è anche l'interesse costantemente percorso da Rogers di riflettere sulla trasmissione della cultura architettonica attraverso i canali della critica e quindi anche delle riviste. L'analogia più calzante è probabilmente l'articolo Pretesti per una critica non formalistica pubblicata su Casabella-Continuità n. 200, feb-mar. 1954 e poi confluito in Esperienza dell'architettura, sotto il titolo di Tradizione e talento individuale, in cui Rogers riflette esplicitamente sul ruolo delle riviste come strumenti di formazione e dibattito.

La puntata Sopravvivranno le nostre città? sembra essere esattamente la trasposizione televisiva del tema del CIAM IV del 1933, il Congresso della "città funzionale" tenuto a bordo della motonave Patris tra Marsiglia e Atene, di cui Sert pubblicò il libro Can Our Cities Survive? nel 1942 sotto il marchio di Harvard University Press la versione angloamericana della Carta di Atene, parallela alla versione lecorbuseriana (La Charte d'Athènes, pubblicata sempre nel 1942-1943 a Parigi). Nel periodo di messa in onda della trasmissione Rogers e Sert stanno preparando il volume collettivo Il cuore della città, (1955) che documenta il CIAM VIII tenutosi a Hoddesdon in Inghilterra nel 1951.

Il Radiocorriere pubblica a circa un anno dall'avvio un articolo redazionale che valuta positivamente la serie: «La casa dell'uomo ha anch'esso superato la prova, mettendo a contatto i telespettatori con gli studiosi più progrediti, e i creatori più felici con le opere più celebri e quelle più discusse.»10

L'uomo e la città (1968)

Nel febbraio 1968 Vittorio Gregotti avvia il secondo ciclo della rubrica Sapere (Rai Canale nazionale) con la serie L'uomo e la città, in collaborazione con Emilio Battisti e la realizzazione di Antonio Moretti. La serie conta dieci puntate trasmesse il mercoledì sera alle 19.15-19.30, con repliche il lunedì a mezzogiorno11. Silvano Giannelli (1968), coordinatore della rassegna Sapere, presenta il secondo ciclo della rubrica, precisando che si rivolge «a un pubblico popolare indifferenziato, composto soprattutto da adulti, ossia un pubblico al cui grado di istruzione corrisponde piena maturità civile e psicologica», e che la rubrica aveva già registrato «un indice di gradimento medio attorno a 70, con frequenti punte a 80».

Gregotti è coadiuvato da Emilio Battisti, architetto allievo di Gregotti ed ai tempi della trasmissione assistente ordinario al Politecnico di Milano. A differenza delle trasmissioni di Rogers del 1954, il Radiocorriere non riporta titoli per le singole puntate della rassegna che è concepita come un unico discorso progressivo in dieci episodi, non come una sequenza di temi autonomi. In attesa di un approfondimento specifico sulla visione delle puntate, si può supporre che ciò sia coerente con la struttura de Il territorio dell'architettura il testo che Gregotti aveva pubblicato due anni prima e che la serie potrebbe aver portato in televisione.

Se così fosse, la serie televisiva sarebbe il canale di diffusione popolare di una teoria elaborata nel libro. L'assenza di titoli per singola puntata è essa stessa un dato interpretativo in quanto Gregotti non concepisce la serie come una successione di argomenti autonomi, ma come un unico discorso progressivo – esattamente come Il territorio dell'architettura è un unico saggio suddiviso per capitoli.

Dentro l'architettura (1974)

Nel gennaio del 1974 va in onda Dentro l'architettura, un programma di Mario Manieri Elia e Giuseppe Miano, a cura di Anna Amendola, con la collaborazione di Mariella Serafini e la regia di Maurizio Cascavilla. Si tratta di una serie di dieci puntate destinata alle scuole superiori, nell'ambito delle trasmissioni scolastiche pomeridiane (ore 16.40). È l'unico programma tra quelli esaminati di taglio dichiaratamente storico, alla scala del singolo monumento, come il titolo stesso, nella sua precisione quasi didascalica, già annuncia. L'approccio è quello del "monumento eccezionale" a scala mondiale (Piramidi di Giza, Brooklyn Bridge, Guggenheim di Wright, Santa Sofia, Versailles, colonnato berniniano di San Pietro, Villa Rotonda palladiana, World Trade Center) che privilegia l'unicità iconica e la leggibilità immediata per un pubblico generalista televisivo, senza ambizioni di analisi tipologica o urbana, con alcuni precisi inserimenti di attualità dati in alcuni casi dalla contingenza: il Karl Marx Hof di Vienna (7 marzo), l'unica puntata dedicata all'edilizia residenziale sociale del Novecento sollecitata dal clima di interesse che la critica marxista di quegli anni riservava al simbolo della politica abitativa della Vienna Rossa; il Guggenheim di Wright che introduce il tema dell'architettura contemporanea americana; il World Trade Center di New York che appena inaugurato nel 1972-73 è quasi una cronaca del presente.

Tutto ciò riflette esattamente il profilo degli autori: Manieri Elia (1929-2011) era infatti storico dell'architettura con una formazione fortemente orientata alla storia della città e dell'architettura internazionale – i suoi libri su Sullivan, Burnham, Morris, il dopoguerra USA sono tutti lavori di storia dell'architettura a scala mondiale. Dove Rogers ragionava per temi e Gregotti per categorie territoriali, Manieri Elia entra nell'oggetto architettonico con lo strumento della storia: una postura critica diversa, che riflette una diversa idea di trasmissione culturale.

L'insediamento urbano (1974)

Nello stesso anno, tra aprile e giugno 1974, Carlo Aymonino conduce per la RAI una serie di otto puntate anch'essa destinata alle scuole superiori, nell'ambito delle trasmissioni scolastiche pomeridiane (ore 16.40). La serie è a cura di Anna Amendola e Giorgio Belardelli, con la collaborazione di Rosemarie Courvoisier, la regia di Cesare Giannotti e la consulenza scientifica di Paolo Leon.

Per comprendere il peso di questa presenza televisiva occorre collocarla nel momento preciso in cui si produce. Nel 1974 Aymonino è al culmine della sua stagione teorica: Il significato della città (Laterza, 1975) e Lo studio dei fenomeni urbani (Officina, 1977) sono in fase di elaborazione; il complesso residenziale del Gallaratese a Milano (1967-74, con Aldo Rossi) è appena stato completato. La corrispondenza tra i temi televisivi e la produzione teorica coeva è – come già in Rogers e probabilmente in Gregotti – sistematica e non casuale: la televisione, quindi, non divulga ciò che il libro ha già detto, ma elabora in tempo reale ciò che il cantiere intellettuale sta ancora costruendo.

La struttura delle puntate rivela questa tensione con particolare nitidezza. Si parte dall'unità abitativa – la casa, l'unità di abitazione – con casi di studio che il telespettatore scolastico poteva riconoscere: Spinaceto, il Gallaratese. Si procede poi verso scale più ampie e più politicamente cariche: il rapporto casa-lavoro (con i casi di Taranto, Torino, Ivrea), lo sviluppo urbano e agricoltura, le relazioni tra area urbana e territorio, con un'attenzione esplicita al Mezzogiorno. La penultima puntata documentata – Utopie e possibilità – mette a confronto utopie e realizzazioni concrete: Bologna, Ivrea. E qui non è casuale la presenza di Aldo Rossi: il Gallaratese, completato nel 1974, è il luogo in cui la collaborazione teorica tra Aymonino e Rossi si materializza architettonicamente, e portarla in aula – attraverso lo schermo televisivo – significa fare del cantiere intellettuale un atto pedagogico. La televisione scolastica non semplifica ma traduce, portando l'elaborazione disciplinare alla scala di un pubblico che non ha ancora gli strumenti per accedervi autonomamente.

Va detto che questa presenza si inscrive in una tradizione consolidata di collaborazione tra la RAI e il Ministero della Pubblica Istruzione che ha radici lontane. Fin dal 1958, con Telescuola – primo esperimento europeo di didattica a distanza, ideato da Maria Grazia Puglisi – la televisione italiana si era assunta il compito di sopperire all'assenza di scuole secondarie nelle zone più remote e povere del paese. A questa esperienza si affiancò dal 1960 Non è mai troppo tardi di Alberto Manzi, che in oltre quattrocento puntate aiutò quasi un milione e mezzo di adulti analfabeti a conseguire la licenza elementare. La funzione educativa della RAI non si esaurì con l'alfabetizzazione di base: nel corso degli anni Sessanta e Settanta si sviluppò un sistema articolato di trasmissioni integrative e sostitutive, culminato nel 1975 con l'istituzione di uno specifico Dipartimento Scuola Educazione e poi nel canale tematico Rai Scuola. È in questo solco che L'insediamento urbano acquista il suo significato più pieno: non un programma di nicchia, ma un atto consapevole di trasmissione culturale disciplinare attraverso il mezzo di maggiore penetrazione sociale del paese. Aymonino usa la televisione scolastica per diffondere i concetti che sta elaborando in Il significato della città – quasi un anticipo degli studi universitari, costruito come curriculum televisivo che analizza casa, scuola, lavoro e territorio come categorie politiche prima ancora che architettoniche.

Da ultimo, è interessante notare questa dicotomia che mostra come la RAI non fosse un'istituzione monolitica ma uno spazio attraversato da culture architettoniche diverse e talvolta opposte. Nello stesso anno 1974, infatti sulla stessa RAI, convivono due approcci opposti come quello di Manieri Elia con Dentro l'architettura, una storia dell'architettura come grande canone internazionale, dal registro enciclopedico e divulgativo, ancorato ai monumenti eccezionali e dalla sponda opposta quello di Aymonino con L'insediamento urbano ossia una analisi critica della città italiana contemporanea, con un'agenda disciplinare e politica esplicita.

La tradizione ritrovata (1983-84)

Nel dicembre 1983 Rai Tre trasmette La tradizione ritrovata. Passato e presente della nuova architettura italiana, ciclo di sei puntate a cura di Aldo Grasso, Fulvio Irace e Giampiero Viola (regista), produzione della Sede RAI della Lombardia. Fulvio Irace è l'autore dei testi che si alternano alle risposte dirette dei sei protagonisti: Paolo Portoghesi, Carlo Aymonino, Aldo Rossi, Vittorio Gregotti, Roberto Gabetti e Aimaro Isola, Guido Canella. Laddove Rogers poneva il rapporto tra antico e moderno come problema aperto, irrisolto, generativo, trent'anni dopo la tradizione viene dichiarata «ritrovata»: non più una tensione da gestire, ma un patrimonio da celebrare. Oltre ad un profilo biografico e ad un percorso tra le opere principali Irace pone ad ogni interlocutore di definire la tradizione spiegando anche in che termini la intendono ritrovata. Portoghesi vede la tradizione come strumento indispensabile per comunicare e dare senso all'architettura. Rifiuta l'azzeramento moderno e propone il "passato come amico": la memoria storica permette di radicare il progetto nel luogo, nella natura e nella cultura collettiva. Aymonino intende la tradizione come radice necessaria ma da reinterpretare liberamente. Studiare la città e la storia serve ad arricchire l'immaginazione progettuale, ma senza determinismi: la tradizione è continuità tipologica e urbana, non copia. Per Rossi la tradizione non è recupero di stili, ma continuità storica dell'architettura. Passato e presente fanno parte di un unico processo: la città è il luogo dove questa continuità si manifesta. La tradizione è quindi memoria collettiva, permanenza di forme e archetipi, non citazione formale. Per Gregotti la tradizione è uno strumento critico, non un repertorio formale. Serve a leggere la storia (anche quella del moderno) e soprattutto il territorio: il progetto nasce dalla interpretazione della struttura storica e geografica dei luoghi, senza imitazioni. La tradizione per Gabetti e Isola è concreta e operativa: storia vissuta, dei luoghi, dei mestieri e della città reale. Non è teorica né programmata, ma nasce dal rapporto diretto con il contesto urbano e sociale, evitando sia la rottura modernista sia la mimesi. Per Canella la tradizione è un ritrovamento critico delle identità storiche e locali, contro l'astrazione del moderno. È una continuità dialettica tra passato e presente, soprattutto nella dimensione urbana: la città è un sistema storico complesso da reinterpretare.

La struttura monografica – un maestro per puntata – riflette con precisione la cultura critica degli anni Ottanta in quanto non si dibatte di problemi dell'architettura ma si consacrano le personalità. È un cambio di paradigma che vale la pena leggere criticamente, senza per questo sminuire il valore dell'operazione. La pubblicistica dell'epoca restituisce bene il clima. L'Unità presenta così la trasmissione: "Nelle città «brutte» si vive anche male?" È vero che la gente non ama più il posto in cui vive? È vero che un'architettura anonima o ripetitiva contribuisce a guastare in modo definitivo i rapporti fra la metropoli e i suoi abitanti? A queste e ad altre domande rispondono sei protagonisti dell'architettura in La tradizione ritrovata su Raitre alle 21.30.

La trasmissione va contestualizzata all'interno di un'operazione culturale più ampia che in quegli anni si svolge su più fronti. La Galleria Civica di Modena, dall'estate del 1983, ospita alla Palazzina dei Giardini una sequenza di mostre monografiche: prima Aldo Rossi. Opere recenti (con disegni, oli e acquarelli legati in particolare al concorso per il Nuovo Cimitero di San Cataldo di Modena, vinto da Rossi e Gianni Braghieri nel 1971) poi Guido Canella, Opere recenti (1984), Paolo Portoghesi. Opere (1985), Carlo Aymonino. Architetture (1991). Non solo, ma lo stesso nucleo culturale di architetti (ad esclusione di Gregotti) sarà oggetto negli anni Duemila di una mostra itinerante Disegni di architettura. Cinque Storie Italiane Aymonino, Canella, Isola, Portoghesi, Rossi con la produzione di altrettanti cataloghi critici. La televisione lombarda e il sistema museale emiliano si muovono in sincronia, costruendo insieme una narrazione della tradizione italiana che aveva nella Biennale di Venezia del 1980 – con la Strada Novissima e la consacrazione internazionale del Postmoderno – il suo momento fondativo. Non è un caso, a mio avviso, che questo progetto culturale prenda forma precisamente in quell'area geografica e in quella rete di istituzioni del lombardo-veneto. La curatela mista – un critico televisivo come Grasso, uno storico dell'architettura come Irace, un regista come Viola – segnala una volontà progettuale che va ben oltre la semplice divulgazione: è un atto critico consapevole, in cui la forma televisiva viene piegata a un progetto culturale preciso, e in cui la produzione regionale (Rai Lombardia) diventa laboratorio intellettuale di respiro nazionale. Il Terzo Canale – che diverrà poi Rai3 – nasce con una vocazione esplicitamente educativa e territoriale, quasi erede istituzionale della paleotelevisione pedagogica; ed è significativo che sia proprio questo canale ad ospitare, a distanza di pochi mesi, anche la rassegna successiva, di segno assai diverso.12

L'utopia urbana (1984-85)

Nell'autunno 1984 Rai Tre trasmette L'utopia urbana, rassegna prodotta dal Centro OIKOS e curata da Carlo Doglio. La serie conta dieci puntate trasmesse tra il 2 novembre 1984 e il 18 gennaio 1985, tutte in orario tardo-notturno (oltre le 23.00) ed un format basato sull'intervista singola a un esperto internazionale. Tre elementi distinguono questa serie da tutte le precedenti, e ciascuno merita una lettura autonoma. Il primo è il soggetto produttore: il Centro OIKOS – Centro internazionale di studio, ricerca e documentazione dell'abitare, fondato e diretto a Bologna da Giorgio Trebbi, presieduto dal politico Beniamino Andreatta, con sede nel Padiglione dell'Esprit Nouveau di Le Corbusier ricostruito da Giuliano Gresleri, – introduce il modello della co-produzione tra istituzione di ricerca e televisione pubblica. Non è la RAI che produce cultura architettonica ma è una istituzione esterna che usa la RAI come canale di trasmissione. Un'inversione di prospettiva non banale. Il secondo elemento è l'orario: oltre le 23.00. Non è una collocazione residuale, ma una dichiarazione di pubblico. Chi segue L'utopia urbana in seconda serata su Rai Tre nel 1984 non è il grande pubblico della paleotelevisione domenicale, né lo studente delle superiori del pomeriggio scolastico: è una nicchia consapevole, che cerca nel mezzo televisivo qualcosa che le riviste specializzate raggiungono solo parzialmente. Il terzo elemento – forse il più rilevante sul piano culturale – è l'internazionalismo sistematico degli interlocutori. Vittorio Gregotti e Giancarlo De Carlo, Percy Johnson Marshall, Derek Wood, John Turner, Henri Chombart de Lauwe, Maurice Culot, John Celecia, Nicholas Negroponte, Boleslaw Malisz: Francia, Belgio, Gran Bretagna, USA, Polonia. La televisione italiana apre al pensiero globale sulla città contemporanea, dalla partecipazione (Turner) all'ecologia urbana (Celecia) all'informatica applicata (Negroponte) – un arco tematico che le riviste specializzate italiane dell'epoca faticavano a coprire con la stessa ampiezza e la stessa simultaneità. Questo approccio era connaturato alla figura di Carlo Doglio, curatore della serie: urbanista anarchico, amico di Elio Vittorini, Aldo Capitini e Giancarlo De Carlo, ispirato da Kropotkin, Geddes e Mumford, sostenitore di un'urbanistica "dal basso" fondata sulla partecipazione e sull'autogestione, valori che si rispecchiano con precisione nella scelta degli intervistati. L'approccio internazionale era del resto una costante del suo lavoro, anche nella direzione della rivista Parametro. Carlo Doglio, peraltro, aveva già intrecciato rapporti con la RAI nel 1977, quando aveva curato insieme a Giuseppe Samonà una serie di puntate intitolate La città13: L'utopia urbana è quindi un ritorno e un approfondimento. La puntata del 9 gennaio 1985 con Nicholas Negroponte – La macchina dell'architettura – merita una menzione a sé in quanto egli stava elaborando le idee che avrebbero portato a Being Digital (1995) e alla fondazione del Media Lab del MIT (1985, lo stesso anno della trasmissione). Portare questo pensiero sulla televisione italiana in seconda serata è un atto di anticipazione culturale in quanto cinque anni prima del web, dieci prima della sua diffusione di massa, la televisione pubblica italiana ospita il pensiero di chi stava ridisegnando il rapporto tra architettura, informatica e spazio abitato.

Bruno Zevi, la RAI e TeleRoma56

Bruno Zevi merita una trattazione specifica all'interno di questo studio per il suo impegno rivolto alla divulgazione (diremmo oggi multimediale o multicanale) dei temi dell'architettura. In virtù di questa sua vocazione è tra gli architetti più presenti all'interno dei palinsesti RAI, come esperto con esperienza internazionale, come curatore di rubriche e come opinionista culturale. Ancor prima che in televisione Zevi inizia la sua esperienza in Radio: dal gennaio al luglio del 1956 sul Terzo Programma (Radio) nell'ambito del contenitore La Rassegna curato da Marziano Bernardi, Bruno Zevi tiene una rubrica settimanale intitolata Architettura e urbanistica. Si tratta di sette puntate che affrontano temi diversificati ma riconducibili agli stessi assi problematici della rivista L'Architettura. Cronache e storia che aveva fondato l'anno prima: l'aggiornamento sul fronte internazionale, la questione urbanistica italiana, la costruzione di una genealogia critica nazionale. Il confronto sistematico tra il palinsesto radiofonico e gli indici di L'Architettura del medesimo periodo rivela una sostanziale coincidenza di agenda, con la rivista che precede e la radio che amplifica, secondo una logica multimediale ante litteram che fa di Zevi il primo critico italiano a praticare consapevolmente la diversificazione dei canali come strategia di egemonia culturale.

La prima puntata è dedicata a L'ultima opera di Le Corbusier. Bisogna dire che su L'Architettura il cantiere lecorbusieriano era seguito sistematicamente e Le Corbusier compare già dal primo numero. Ronchamp (1955) aveva appena scatenato il dibattito internazionale e Zevi stesso aveva posizioni ambivalenti, affascinato e insieme diffidente verso quella svolta plastica. Testimoni di questa ambivalenza sono "Lettura della Cappella di Ronchamp" di Giuseppe Samonà, e "Contro Ronchamp" di Giulio Carlo Argan, che insieme alla puntata radiofonica del gennaio 1956 sono probabilmente facce della stessa operazione critica. Riguardo invece alla seconda puntata possiamo dire che per Zevi l'America era il terreno di legittimazione dell'organicismo contro il razionalismo dogmatico europeo. E in effetti la rivista nel 1956 dedicava ampio spazio all'aggiornamento americano – Wright in primis, ma anche la scuola di Chicago miesiana, i primi lavori di SOM, Saarinen, spesso commentati da Gutheim Frederick ossia il principale corrispondente americano della rivista, che lo stesso Zevi cita come fonte autorevole sull'architettura USA. La terza puntata è forse la più rappresentativa nel sottolineare come Zevi tenesse a portare all'attenzione anche questioni minori dell'architettura. Essa è legata al Concorso per il monumento a Giovanni Paisiello che, nel 1956, vide come vincitore il bozzetto di Nino Franchina, poi mai realizzato a causa di ingerenze politico-culturali. Zevi interviene nel tentativo di difendere l'arte astratta di Franchina contro i canoni figurativi tradizionali e soprattutto contro la parte della politica locale di sinistra che contestò la scelta della commissione in quanto riteneva che l'opera fosse "incomprensibile" per il pubblico e inadatta a uno spazio simbolico della città come l'area del Castello Aragonese. La quinta puntata riguarda Biagio Rossetti che Zevi aveva già valorizzato nella sua Storia dell'architettura moderna (1950) come anticipatore di una pianificazione organica ma che soprattutto è stato oggetto della monografia L'architettura di Biagio Rossetti che Zevi presenterà in radio nella trasmissione Il libro della settimana a cura di Goffredo Bellonci. La quarta, sesta e settima puntata riguardano alcuni temi di urbanistica che Zevi stava affrontando anche sulla rivista L'architettura: a dimostrazione oltre ai numerosi PRG presentati, ai nuovi orientamenti, vi è l'esatta coincidenza tra il titolo della sesta puntata Quartieri coordinati con l'editoriale del n. 8 del 1956. Nel caso della rassegna radiofonica di Zevi vi è una sovrapposizione quasi totale tra tematiche della rivista e tematiche delle trasmissioni.

Il passaggio di Zevi dalle trasmissioni radiofoniche a quelle televisive avviene nel 1962, quando con L'architettura secondo Bruno Zevi compare tra i protagonisti della rubrica culturale Settimo giorno, curata da Francesca Sanvitale ed Enzo Siciliano. Successivamente, in occasione dell'uscita del suo libro (Zevi 1973), nell'ottobre 1974, va in onda una serie di 3 puntate intitolate Paese mio – «Linguaggio moderno dell'architettura». Bruno Zevi stava diffondendo il suo progetto di "critica operativa", militante e quindi utile al progetto, attraverso tutti i canali disponibili televisione compresa. Si badi bene che ciò è perfettamente coerente con tutta la sua figura di intellettuale pubblico che intende la critica come atto politico e pedagogico insieme.

Da questo momento in poi le apparizioni in RAI di Bruno Zevi sono legate ad interventi in qualità di esperto, come nel caso della puntata sul Brunelleschi (1976), come ospite di un confronto tra Musica e architettura nell'estate aquilana (1980) oppure nel ruolo di intervistato nel documentario sull'Urbanistica assassinata di Roberto Guiducci (1981). Negli anni successivi la sua presenza televisiva e radiofonica si sposta progressivamente verso il registro dell'intellettuale pubblico: intervistato su Le battaglie di intellettuale impegnato e di critico militante al Giornale Radio Tre (1987), ospite di "Una sera, un libro" per commentare "La Poesia" di Benedetto Croce su Raitre (1988), fino alla curiosa apparizione nel talk-show ArsAmanda su RaiDue (1989), dove viene interpellato – in quanto «famoso critico» – su amore ed erotismo dalla conduttrice Amanda Lear.

L'unica esperienza esterna alla televisione di stato che vale la pena di citare è quella di TeleRoma56, una rete televisiva (la prima televisione via etere di Roma) fondata nel 1976 dallo stesso Bruno Zevi insieme a Guglielmo Arcieri, professore di neuropsichiatria presso la Sapienza. L'emittente in realtà sorge l'anno prima come Teleromacavo nella villa di Zevi in via Nomentana 150, per iniziativa dello stesso Zevi e di Arcieri, in riunioni a cui partecipava anche Elsa De Giorgi, musa di Italo Calvino. Il progetto culturale era esplicito: a dettare la programmazione era l'idea condivisa da Arcieri e Zevi di creare "un ponte tra l'università e la città", con il coinvolgimento di molti intellettuali romani e la realizzazione sperimentale di lezioni universitarie in diretta (Grisanti, s.d.). Bruno Zevi con la sua attività critica divulgativa, oggi diremmo multimediale, è stato tra i più assidui e decisi difensori della pluralità. La sua attività critica è veicolata attraverso diversi strumenti dalle aule universitarie alle riviste (dapprima Metron dal 1945 e poi L'Architettura cronache e storia nel 1955), ai settimanali di cultura (come la sua rubrica di architettura su L'Espresso, tenuta ininterrottamente dal 1954 al 2000), la radio e la radiotelevisione con TeleRoma56. Tutto ciò era perfettamente in linea con il suo pensiero dell'Università dell'aria ossia la convinzione che l'università di massa richiedesse un approccio pedagogico innovativo volto a democratizzare l'insegnamento dell'architettura e della cultura. Per questo motivo egli sosteneva l'utilizzo di mezzi di comunicazione di massa (televisione, radio, stampa) per superare l'elitismo accademico tradizionale, puntando a un apprendimento diffuso, trasversale e accessibile, anticipando il concetto di didattica a distanza. (Lazier 2020)

Zevi scrive che dopo aver letto la letteratura specialistica sul "messaggio televisivo" – che prescriveva attenzione massima di 10 minuti, spettacolarizzazione, ritmo frenetico – lui e i suoi soci decisero deliberatamente di fare il contrario: programmi culturali di 60 o 90 minuti, senza concessioni all'intrattenimento. E conclude: «Risultato: malgrado l'ibernazione RAITV, gli italiani non sono idioti, la cultura ha un mercato anche nei mezzi di comunicazione di massa. Obiettivo: fare della Teleroma56 il trampolino di lancio di un'Università dell'Aria.» (Zevi 1993, p.124).

L'idea era semplice e radicale insieme: usare la televisione libera – non la RAI, non lo Stato, non le istituzioni accademiche – per fare vera didattica universitaria rivolta a chiunque avesse un televisore. Non divulgazione semplificata, non intrattenimento culturale, ma lezioni vere e proprie. Il modello era già in atto su Teleroma56 nei primissimi mesi: il professor Aurelio Roncaglia, filologo romanzo della Sapienza, teneva lezioni alla lavagna sul canale, in orario pomeridiano. Il punto politico – perché in Zevi tutto aveva una dimensione politica – era doppio. Da un lato, la sfiducia ormai dichiarata nell'università istituzionale: dopo il '68, Zevi aveva concluso che la riforma universitaria non sarebbe arrivata, che l'accademia era un sistema chiuso e autoreferenziale, e nel 1979 avrebbe lasciato la cattedra definitivamente (famoso il suo "Me ne vado per ottimismo"). Dall'altro, la convinzione che il pubblico televisivo non fosse quello stupido e passivo che i teorici della comunicazione di massa descrivevano. Gli italiani, sosteneva, erano capaci di reggere un'ora e mezza di critica architettonica o di filologia se il contenuto era onesto e profondo.

L'"aria" del titolo è ovviamente l'etere – il segnale che viaggia via onde radio, liberalizzato dalla sentenza della Corte Costituzionale del marzo 1976. È un gioco di parole con una tradizione in quanto già nell'immediato dopoguerra si parlava di "università della radio" come strumento di educazione popolare. Zevi sposta quel modello sulla televisione privata, che nell'estate del 1976 era una frontiera appena aperta, con tutto il senso di urgenza e di libertà conquistata che lui stesso descrive – «di questi tempi, occorre conquistare ogni centimetro quadrato di libertà».

In sintesi: l'«Università dell'Aria» era la scommessa che la televisione libera potesse fare ciò che l'università non riusciva più a fare – trasmettere cultura seria, fuori dalle mura istituzionali, a chiunque. Una didattica senza iscrizione, senza esami, senza gerarchia accademica. In altre parole, la città come aula. Sono programmi politici e culturali lunghi e accurati, in cui Zevi intende sconfiggere non solo i nemici della democrazia liberale e dell'architettura organica, ma anche l'idea che tramite la televisione non possa passare un messaggio culturalmente accurato e profondo.

Modelli a confronto

La lettura comparativa dei sei programmi – e dell'esperienza zeviana di TeleRoma56 – rivela un carattere ricorrente e significativo: la televisione non è mai, per questi protagonisti, un medium alternativo alla rivista o al libro, anzi è supplementare e simultaneo. Si potrebbe dire che in ciascuno di questi casi la televisione funziona come amplificatore e traduttore del pensiero disciplinare: non lo semplifica necessariamente, ma lo porta a una scala diversa e lo fa circolare in ambienti diversi.

I format, però, non sono affatto omogenei e le differenze sono rivelatrici. Riassumendo, Rogers costruisce una rubrica tematica con curatori plurali, ossia il modello della redazione, mutuato direttamente da Casabella. Non c'è bisogno per lui di modificare la struttura tematica e narrativa in quanto elabora in televisione gli stessi temi che va sistematizzando in rivista, con una coincidenza a volte mensile tra trasmissione e articolo. Gregotti adotta invece il documentario d'autore: un unico discorso progressivo in dieci episodi, senza titoli per singola puntata, che replica la struttura saggistica di Il territorio dell'architettura – un testo, non un manuale. Aymonino costruisce un corso scolastico curricolare, in cui la progressione tematica – dalla casa all'unità di abitazione, dal rapporto casa-lavoro all'assetto territoriale – replica la logica di un programma universitario compresso in otto puntate pomeridiane. Grasso, Irace e Viola costruiscono il ritratto monografico del maestro in un formato che riflette la cultura critica degli anni Ottanta più attenta alle personalità. L'OIKOS costruisce il dialogo internazionale mediante una serie di interviste a voci diverse, accomunate dal tema della città ma non da una prospettiva unica ma con il ricorso ad un pluralismo che rispecchia fedelmente l'urbanistica partecipativa e anarchica di Doglio.

Diversi anche i pubblici immaginati, e la collocazione nel palinsesto li rivela con la stessa trasparenza di un documento scritto. Rogers si rivolge al grande pubblico della paleotelevisione domenicale: unico canale, poche ore al giorno, ogni ora di trasmissione è un evento. Gregotti al pubblico colto di Sapere, che il Radiocorriere descrive come «adulto, con piena maturità civile e psicologica» – un pubblico già formato, a cui si offre non alfabetizzazione ma approfondimento. Aymonino agli studenti delle superiori: pubblico captivo istituzionale, per cui la televisione non è una scelta ma un'integrazione curricolare. Grasso, Irace e Viola al pubblico specializzato di Rai Tre, in prima serata domenicale, nel clima postmoderno dei primi anni Ottanta. L'OIKOS alla nicchia notturna degli appassionati e degli addetti ai lavori, con la consapevolezza – dichiarata dall'orario stesso – di non cercare il grande pubblico ma di costruire un discorso preciso per chi sa già cercarlo.

I temi, infine, riflettono con precisione le stagioni della cultura architettonica italiana. Nel 1954 Rogers affronta il rapporto tra moderno e contesto storico, in coincidenza con l'avvio di Casabella-Continuità. Nel 1968 Gregotti affronta la scala territoriale, in coincidenza con Il territorio dell'architettura. Nel 1974 Aymonino affronta la città come fatto sociale e produttivo, nel pieno della stagione del riformismo urbanistico. Nel 1983–84 Grasso e Irace celebrano i maestri della Tendenza, dopo la Biennale di Venezia del 1980. Nel 1984-85 il Centro OIKOS apre al pensiero internazionale sulla città, in un momento di crisi dei paradigmi disciplinari consolidati e di apertura verso nuovi saperi. Sei stagioni, sei orientamenti, sei declinazioni diverse del rapporto tra architettura e media. Ma una costante: la televisione pubblica come spazio di elaborazione e trasmissione del pensiero disciplinare, supplementare e simultaneo rispetto alla rivista e al libro.

Oltre la scuola: l'architettura come pedagogia pubblica

I sei programmi – e l'esperienza zeveiana che li affianca – condividono un'ambizione comune: portare l'architettura fuori dai canali istituzionali della scuola e della rivista specializzata, verso un pubblico più ampio. Questa ambizione – la critica come pedagogia pubblica – li accomuna e li rende rilevanti per una riflessione sul rapporto tra formazione disciplinare e sfera pubblica che, a distanza di quarant'anni, non ha perso nulla della sua urgenza.

In questo senso, i sei programmi tracciano una genealogia della comunicazione pubblica dell'architettura in Italia che precede di decenni il dibattito contemporaneo sui nuovi media. La questione di come la disciplina si trasmette al di fuori dei propri canali istituzionali ha una storia lunga trent'anni, che comincia con Rogers davanti a una telecamera della RAI appena nata nel gennaio 1954 – quattordici giorni dopo l'avvio delle trasmissioni regolari – e si chiude, almeno in questa prima stagione, con Negroponte che parla di «macchine dell'architettura» in seconda serata su Rai Tre nel gennaio 1985. Tra questi due momenti, la televisione pubblica italiana ha ospitato una riflessione sull'architettura e sulla città di straordinaria densità e varietà, non malgrado i suoi limiti strutturali, ma – in molti casi – proprio attraverso di essi.

Conclusioni

La ricostruzione delle esperienze analizzate permette di tracciare una storia inedita articolata in altrettante stagioni, ciascuna con un formato, un pubblico e un orientamento teorico distinto. Sei modelli diversi – sette, contando Zevi – sei concezioni diverse del pubblico, sei declinazioni diverse del rapporto tra architettura e media. Ma una costante importante consistente nella televisione pubblica come spazio di elaborazione e trasmissione del pensiero disciplinare, supplementare e simultaneo rispetto alla rivista e al libro. Fuori da questo sistema, Zevi costruisce con TeleRoma56 qualcosa di diverso e forse di più radicale: non la divulgazione del pensiero disciplinare, ma la sua trasmissione diretta, senza mediazioni istituzionali, come atto politico oltre che culturale leggibile come una resistenza lucida, per quanto breve, contro la deriva già in atto.

C'è un dato che la ricostruzione fin qui condotta lascia emergere con la stessa evidenza di un documento: la progressiva marginalizzazione dell'architettura – e della cultura in senso lato – all'interno del palinsesto televisivo italiano. La traiettoria è leggibile già nella sola collocazione oraria dei programmi esaminati. Rogers trasmette la domenica pomeriggio nel 1954, in un sistema a canale unico in cui ogni ora di programmazione ha il peso specifico di un evento. Gregotti occupa il mercoledì sera nel 1968, in una fascia ancora nobile e intenzionale. Aymonino scivola al pomeriggio scolastico del 1974 – una fascia istituzionale, certo, ma già laterale rispetto al grande pubblico. Grasso e Irace recuperano la prima serata domenicale nel 1983-84, ma su Rai Tre, canale di nicchia per definizione. Doglio e il Centro OIKOS, nel 1984-85, trasmettono oltre le 23.00: una collocazione che è già, di fatto, una dichiarazione di resa nei confronti del palinsesto generalista.

Il movimento è inequivocabile: l'architettura – e con essa la cultura disciplinare seria – viene progressivamente confinata ai margini temporali della programmazione, cedendo le fasce centrali a quella che Umberto Eco, in un saggio del 1983 quasi contemporaneo alle ultime trasmissioni esaminate, chiamerebbe neotelevisione – una televisione che, a differenza della paleotelevisione pedagogica, non parla più al pubblico con un'autorità formativa, ma parla di se stessa, si autoriflerisce, e dissolve la distinzione tra informazione, cultura e intrattenimento (Eco 1983). Non è un caso che la diagnosi di Eco cada esattamente negli anni in cui la stagione qui analizzata si chiude: il 1985 non è solo la data dell'ultima puntata de L'utopia urbana, è anche la soglia oltre la quale la televisione italiana – RAI compresa – sceglie un'altra strada.

Le conseguenze di questa deriva sono state analizzate da più voci e con strumenti diversi. Giovanni Sartori, in Homo videns (1997), ha diagnosticato nel primato dell'immagine sulla parola un impoverimento strutturale del pensiero politico e civile: il telespettatore non è più un cittadino che si informa, ma un consumatore di immagini che si emoziona. Vincenzo Trione, dal fronte della storia dell'arte, ha osservato come anche i linguaggi visivi più complessi – l'arte, l'architettura – vengano progressivamente addomesticati dalla televisione generalista fino a perdere la loro carica critica, ridotti a spettacolo o a cornice decorativa (Grasso, Trione 2014). Ma è forse Gianni Canova – critico cinematografico, già rettore dello IULM, voce tra le più acute nel dibattito culturale italiano – a fornire la sintesi più tagliente: nel suo Ignorantocrazia (2019) descrive un paese «culturalmente anoressico», in cui «quando l'ignoranza dilaga, e si fa sistema, diventa ignorantocrazia» – generando forme distorte di consenso che mettono in discussione le basi stesse della democrazia culturale. La televisione non è l'unica imputata, ma è certo tra i principali vettori di questa deriva.

Eppure – ed è questo il punto che mi preme sottolineare in chiusura – la storia qui ricostruita dimostra che non è sempre stato così. Rogers, Gregotti, Aymonino, Zevi non erano figure marginali costrette ai bordi del sistema ma al contrario erano, nel loro tempo, al centro del dibattito disciplinare e culturale italiano, e la televisione pubblica li ospitava proprio in virtù della loro caratura. La domanda sul presente che questa breve storia lascia aperta è così riassumibile: Cosa è rimasto, nei media contemporanei, di quella capacità di fare della trasmissione culturale un atto politico? E soprattutto: chi, oggi, raccoglie quella scommessa?

Se la televisione di flusso – secondo la definizione che Raymond Williams elabora nel 1974, quasi in contemporanea con le trasmissioni di Aymonino e Manieri Elia – ha progressivamente eroso la distinzione qualitativa tra i contenuti, dissolvendo la cultura disciplinare nel continuum indifferenziato del palinsesto generalista, le piattaforme on demand disegnano oggi uno scenario strutturalmente diverso: restituiscono al pubblico la scelta del cosa e del quando, e con essa la possibilità di un'attenzione intenzionale che la televisione di flusso aveva reso sistematicamente impossibile. È in questo spazio – non nostalgico, ma tecnicamente nuovo – che esperienze come LIA, Lezioni Italiane di Architettura, trovano la loro ragione più profonda: non la ripetizione della paleotelevisione pedagogica di Rogers o la scommessa carbonara di Zevi su TeleRoma56, ma la loro erede consapevole, che affida alla piattaforma digitale quella stessa fiducia nel pubblico – «gli italiani non sono idioti», scriveva Zevi a proposito di TeleRoma56 – che la televisione generalista ha progressivamente smesso di avere. Se questa storia comincia dietro uno schermo televisivo con Rogers nel gennaio 1954 e si chiude, almeno nella sua prima stagione, con Negroponte in seconda serata su Rai Tre nel 1985, forse non è azzardato ipotizzare che la sua seconda stagione stia cominciando adesso e che stia cominciando altrove sempre dietro uno schermo non più televisivo ma digitale: perché la trasmissione – nel senso più antico e più nobile del termine, quello che Rogers intuiva già nel 1954 secondo una coincidenza tra contenuto e modo di diffonderlo – non si è fermata con la fine della paleotelevisione, ma sta semplicemente cambiando il canale di trasmissione.


Note

1 Ludovico Quaroni appare nei palinsesti RAI in relazione alle sue pubblicazioni sulla città di Roma. Inoltre interviene nella puntata di Habitat dedicata al Ponte sullo stretto di Messina. Giovedì 19 dicembre 1974, ore 21.00, Secondo Programma In difesa di… – Ludovico Quaroni e il Tridente di Piazza del Popolo, un programma di Anna Zanoli. Quaroni illustra la grave situazione urbanistica del Tridente, il settore del centro di Roma che va dal Mausoleo di Augusto a Piazza del Popolo, nella Roma cinquecentesca; Martedì 2 aprile 1968, ore 12.00 – Televisione, Scuola Media Superiore, martedì ore 11,30 Storia dell'arte – «L'architettura moderna» Prof. Ludovico Quaroni.; Venerdì 15 dicembre 1967, ore 11.30 – Televisione, Scuola Media Superiore, venerdì ore 11,30 Storia dell'arte – «Architettura e città» Prof. Ludovico Quaroni.; 18 febbraio 1962 ore 19,45 – Radio, Terzo Programma, Le nostre città crescono in fretta Ludovico Quaroni: Viabilità, traffico e parcheggio.; lunedì 3 ottobre 1955 ore 21,20 – Radio, Terzo Programma, L'ora delle opinioni – Aspetti e problemi dell'urbanistica. Con interventi di Carlo Ludovico Ragghianti, Ludovico Quaroni, Luigi Piccinato, Leonardo Benevolo, Leone Cattaneo, Laura Fasolo, Plinio Marconi. A cura di Paolo Portoghesi; Domenica 7 luglio 1968, ore 18.45, Terzo Canale, La lanterna, settimanale di cultura e costume a cura di Leonardo Sinisgalli, Ludovico Quaroni o del costruire insieme; venerdì 27 Novembre 1970, ore 22.05 Secondo Canale televisivo – Habitat Quaroni è ospite del programma in studio. Inoltre sul Radiocorriere vi è l'articolo L'ormeggio al continente – Ponte sullo Stretto di Messina in cui Quaroni è citato come autore della parte urbanistica del progetto Quaroni-Musmeci. Giovedì 30 marzo 1972 ore 18,45 – Radio, Secondo Programma, Pagina aperta – «Quindicinale di attualità culturale» Roma ieri e domani: distruggere per conservare? Con Leonardo Benevolo e Ludovico Quaroni; Mercoledì 12 giugno 1985, ore 22,30 Rai Tre, Giorgio Ciucci intervista Ludovico Quaroni.

2 Giuseppe Samonà compare nei palinsesti RAI in relazione alla conoscenza di Le Corbusier, alle sue pubblicazioni sulle questioni urbanistiche. Ritratto di Charles E. Le Corbusier a cura di Giuseppe Samonà, 1964 – Radiocorriere n. 44 pag. 39; Novità librarie: L'urbanistica e l'avvenire delle città negli stati europei di Giuseppe Samonà a cura di Leonardo Benevolo, lunedì 1 febbraio 1960, ore 18.00 (durata di 45 minuti); Le nostre città crescono in fretta. Giuseppe Samonà: Decentramento degli uffici e miglioramento dei servizi pubblici, 25 febbraio 1962, 19.15 – Radiocorriere n. 9 pag. 23.

3 Giancarlo De Carlo compare in relazione al suo progetto per Urbino. Alloggi per gli studenti d'Urbino realizzati da Giancarlo De Carlo. Ospite della trasmissione è l'architetto Mario Marengo. 1980 – Radiocorriere n. 9 pag. 123.

4 Paolo Portoghesi è il più presente nei programmi RAI sia come architetto, storico della città di Roma e dei suoi protagonisti sia in virtù del suo ruolo di Direttore della Biennale di Venezia. Mercoledì 27 gennaio 1954 ore 21.20., Radio, Terzo Programma, La Cibernetica — a cura di Enzo Cambi — Paolo Portoghesi: Idea e mito dell'automa; Lunedì 3 ottobre 1955, ore 21.20 Radio, Terzo Programma, L'ora delle opinioni — Aspetti e problemi dell'urbanistica. A cura di Paolo Portoghesi; Sabato 8 maggio 1982 ore 21,40 — Televisione, TV3, La parola e l'immagine (rubrica culturale settimanale) Portoghesi è uno dei tre consulenti stabili della rubrica, insieme allo storico Gabriele De Rosa e al critico letterario Enrico Filippini; Lunedì 4 febbraio 1985 ore 22,35 — Televisione, Raitre, Paolo Portoghesi architetto. Regia di Impero Sugaroni.

5 Renzo Piano deve la sua presenza innanzitutto al Beaubourg ed alla consulenza nella trasmissione Habitat di Giulio Macchi: martedì 4 ottobre 1977 ore 12,30 — Rete 1, "Habitat" Una macchina per la cultura. Il Centro Nazionale d'arte e cultura a Parigi di Renzo Piano con la collaborazione di Luigi Fantoni. Regia di Luciano Arancio (Dipartimento scolastico-educativo); 1978, varie puntate — "Habitat" Renzo Piano è consulente del programma condotto da Giulio Macchi; Domenica 26 giugno 1983, ore 21,30 — TV3 L'architetto e…: Renzo Piano. Intervista a cura di Elisabetta Barsantini. Regia di Maria Gazzo.

6 Manfredo Tafuri compare nei palinsesti in relazione agli studi storico-critici. Rassegne culturali. I luoghi dell'architettura. Intervista a Manfredo Tafuri di Luca Zevi, 1980 – Radiocorriere n. 33 pag. 115; Un architetto italiano nella Russia settecentesca, conversazione con Manfredo Tafuri, lunedì 18 dicembre 1967, ore 22.00 1967 – Radiocorriere n. 51 pag. 62; Venezia, storia di una città, un programma di Giorgio Piccinato, Manfredo Tafuri e Stefano Ray; Manfredo Tafuri, Teoria e storia dell'architettura, Conversazione di Costantino Dardi, 1969 – Radiocorriere n. 6 pag. 58.

7 Carlo Scarpa compare in una trasmissione del 1972: Incontri 1972: Un'ora con Carlo Scarpa, 13 novembre 1972 ore 21.15 1972 – Radiocorriere n. 46 pag. 73.

8 Bruno Zevi è tra i più presenti in quanto animatore della scena architettonica del Paese, e del suo ruolo nell'impegno politico. Oltre alla rassegna radiofonica, la sua presenza in televisione è da far risalire al 1962 e precisamente domenica, ore 22.10 1962 Secondo Programma (TV) Settimo giorno. Zevi è citato tra i protagonisti della rubrica culturale Settimo giorno, curata da Francesca Sanvitale ed Enzo Siciliano. Ottobre 1974, Secondo Programma (TV) Paese mio — «Linguaggio moderno dell'architettura», ciclo in tre puntate; lunedì 11 dicembre 1989, ore 21.45 RaiDue (TV), ArsAmanda. Zevi è ospite del talk-show («Il famoso critico di architettura, conosciuto anche grazie alla sua infaticabile attività pubblicistica. Anche per lui domande sull'amore e sull'erotismo.»); domenica 22 febbraio 1987, ore 9.35 Giornale Radio Tre — Settimanale di politica e cultura, Intervista all'«Attuale storico dell'architettura Bruno Zevi sulle battaglie di intellettuale impegnato e di critico militante».

9 Urbanistica e Industrial Design alla X Triennale di Milano. Rassegna a cura di Carlo De Carli e Marco Zanuso. Lunedì 13 settembre 1954, ore 18,15 – Fascicolo 37 p. 21.

10 Radiocorriere n. 3, 1954, p. 14. Archivio digitale: radiocorriere.teche.rai.it (consultato marzo 2026).

11 Le dieci puntate de L'uomo e la città andarono in onda ogni mercoledì sera tra il 21 febbraio e il 24 aprile 1968. La serie è documentata nei seguenti fascicoli del Radiocorriere: 1ª puntata, fasc. 8 (21 feb.); 2ª puntata, fasc. 9 (28 feb., p. 56); 3ª puntata, fasc. 10 (6 mar.); 4ª puntata, fasc. 11 (12 mar.); 5ª puntata, fasc. 12 (19 mar., p. 68); 6ª puntata, fasc. 13 (26 mar., p. 84); 7ª puntata, fasc. 14 (3 apr.); 8ª puntata, fasc. 15 (10 apr.); 9ª puntata, fasc. 16 (17 apr., p. 84); 10ª e ultima puntata, fasc. 17 (24 apr., p. 82). Il Radiocorriere non riporta titoli per le singole puntate, indicando solo il titolo generale della rassegna e il numero progressivo dell'episodio.

12 Radiocorriere nn. 51–52/1983 e nn. 1–4/1984. La 2ª puntata (25 dicembre 1983) riporta: «Ciclo in sei puntate sull'architettura documentato da altrettante concezioni di celebri autori. La serie illustra il rapporto di ogni architetto con la città e in particolare la sua «filosofia» per migliorare il rapporto tra il vecchio e il nuovo.».

13 Carlo Doglio e Giuseppe Samonà curano per il dipartimento educativo 4 puntate dal titolo La Città andate in onda mercoledì 7 settembre 1977 ore 18.35 (prima puntata), mercoledì 14 settembre 1977 ore 18.35 (seconda puntata); mercoledì 21 settembre, ore 18.35 (terza puntata); mercoledì 28 settembre, ore 18.35 (quarta ed ultima puntata), Radiocorriere 36, 37, 38, 39, 1977.


Bibliografia

AYMONINO C. (1975) – Il significato della città, Laterza, Roma-Bari.

AYMONINO C. (1977) – Lo studio dei fenomeni urbani, Officina, Roma.

BELLO F., DULIO R. (2020) – «Zevi, Bruno», in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 100, Treccani, Roma.

BIRAGHI, M. (2019) – L'architetto come intellettuale. Torino: Einaudi.

CANOVA G. (2019) – Ignorantocrazia, Nave di Teseo, Milano.

ECO U. (1983) – "TV: la trasparenza perduta", in Sette anni di desiderio, Bompiani, Milano; ora in Sulla televisione. Scritti 1956–2015, a cura di MARRONE G., La Nave di Teseo, Milano 2018.

FISKE J. (1952) – "Paolo Chessa, architetto: a profile in three dimensions", Interiors, vol. 111, n. 11, pp. 88–101.

FERRARA P.G.L. (2001) – "Università dell'aria venti anni dopo", in Antithesi. Giornale di critica architettonica, 30 luglio. Disponibile a: web.archive.org/web/20210122030538/https://www.antithesi.info/0newf/leggitxt.asp?ID=26 (consultato marzo 2026).

GIANNELLI S., (1968) – «50 lezioni televisive per 100 milioni di alunni», Radiocorriere, febbraio 1968, p. 33.

GRASSO A. (a cura di) (2002) – Schermi d'autore. Intellettuali e televisione, 1954–1974, RAI-ERI, Roma.

GRASSO A. (2013) – Storie e culture della televisione, Oscar Mondadori, Milano.

GRASSO A., BARRA L., PENATI C. (2019) – Storia critica della televisione italiana, 3 voll., Il Saggiatore, Milano.

GRASSO A., TRIONE V. (2014) – Arte in TV. Forme di divulgazione. Johan&Levi.

GREGOTTI V. (1966) – Il territorio dell'architettura, Feltrinelli, Milano.

GRISANTI G. (s.d.) – "TeleRoma56 (Lazio)", in ATLas – Atlante delle Televisioni Locali, percorso 13, Università di Bologna. Disponibile a: site.unibo.it/atlas/en/exhibitions/teleroma56 (consultato marzo 2026).

LAZIER S. (2020) – "Bruno Zevi e la didattica che non c'è", in Antithesi. Giornale di critica architettonica, 1 marzo. Disponibile a: antithesi.it/2020/03/01/bruno-zevi-e-la-didattica-che-non-ce/ (consultato marzo 2026).

LÓPEZ REUS E. (2009) – Ernesto Nathan Rogers. Continuità e contemporaneità, Marinotti, Milano.

MARCACCIO R. (a cura di) (2025) – The Hero of Doubt: Selected Writings by Ernesto Nathan Rogers, MIT Press, Cambridge MA.

MARRAS G. (2024) – "Ernesto Nathan Rogers. La casa dell'uomo e l'architettura come fenomeno", Philosophy Kitchen, n. 20, pp. 139–153.

MCLUHAN M. (1964) – Gli strumenti del comunicare (ed. or. Understanding Media, McGraw-Hill, New York 1964), trad. it., Garzanti, Milano 1967.

MONTELEONE F. (2003) – Storia della radio e della televisione in Italia, Marsilio, Venezia.

MISSIKA, J-L. (2007) – La fine della televisione. Traduzione di A. Zuliani. Roma: Lupetti.

OPPEDISANO F.O., BERRUTI S. (2023) – "Dal telecomando alla città: design e televisione dalle origini a oggi", SeR, AIS/Design. VOL. 11 / N. 21 (2024), Disponibile a: https://www.aisdesign.org/ser/index.php/SeR/article/download/306/289 (consultato febbraio 2026).

ORTOLEVA P. (2009) – Il secolo dei media. Riti, abitudini, mitologie, Il Saggiatore, Milano.

PANZERI M. (2017) – «Rogers, Ernesto», in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 88, Treccani, Roma.

Radiocorriere, annate 1954, 1968, 1974, 1983–1985. Teche RAI, radiocorriere.teche.rai.it (consultato marzo 2026).

ROGERS E.N., SERT J.L., TYRWHITT J. (a cura di) (1955) – Il cuore della città, Hoepli, Milano.

ROGERS E.N. (1958) – Esperienza dell'architettura, Einaudi, Torino.

ROGERS E.N. (1968) – Editoriali di architettura, Einaudi, Torino.

ROSSI A. (1966) – L'architettura della città, Marsilio, Padova.

ROSSI A. (1974) – Scritti scelti sull'architettura e la città 1956–1972, Clup, Milano.

ROSSI P.O. (a cura di) (2020) – Bruno Zevi e la didattica dell'architettura, Quodlibet, Macerata.

SARTORI G. (1997) – Homo videns. Televisione e post-pensiero, Laterza, Roma-Bari.

WILLIAMS R. (1974) – Televisione. Tecnologia e forma culturale, trad. di C.E. Spada, De Donato, Bari 1981.

ZEVI B. (1977) – Università dell'aria, numero monografico di L'architettura. Cronache e Storia, n. 261, luglio.

ZEVI B. (1973) – Il linguaggio moderno dell'architettura, Einaudi, Torino.

ZEVI B. (1993) – "Quinto potere", in ib. Zevi su Zevi: architettura come profezia, Marsilio, Venezia.

ZEVI B. (s.d.) – Biografia 1965–1977, Fondazione Bruno Zevi, fondazionebrunozevi.it/it/biografia-bruno-zevi/biografia-1965-1977/ (consultato aprile 2026).


Didascalie

Fig. 1 – Copertina del primo numero del "Radiocorriere". 1, 1954, settimana dal 3 al 9 gennaio.

Tabella 1 – Le sei rassegne sull'architettura analizzate.

Fig. 2 – Ludovico Quaroni intervistato da Giorgio Ciucci, Mercoledì 12 giugno 1985 (Radiocorriere).

Tabella 2 – Le 9 puntate di La casa dell'uomo (RAI canale unico, 1954). Fonte: Radiocorriere nn. 3, 8, 11, 17, 21, 23, 25, 27, 30/1954.

Fig. 3-4 – Tito Varisco, in collaborazione con Erberto Carboni, Composizione di geometrie proiettive a forma libera, 1954.

Fig. 5La casa dell'uomo, a cura di Ernesto Rogers, 1954. Puntata: I grattacieli a cura di Paolo Antonio Chessa (Radiocorriere).

Fig. 6 – L'ormeggio al continente, puntata di Habitat dedicata al Concorso per l'attraversamento stabile dello Stretto di Messina, venerdì 27 novembre 1970 (Radiocorriere n. 47, pp. 112-114). Intervengono Ludovico Quaroni e Pier Luigi Nervi.

Tabella 3 – Le 10 puntate della trasmissione Dentro l'architettura (RAI Primo canale, trasmissioni scolastiche), di Mario Manieri Elia e Giuseppe Miano, a cura di Anna Amendola, con la collaborazione di Mariella Serafini e la regia di Maurizio Cascavilla. Fonte: Radiocorriere nn. 14-23.

Tabella 4 – Le 8 puntate della trasmissione L'insediamento urbano (RAI Primo canale, trasmissioni scolastiche), programma di Carlo Aymonino, a cura di Anna Amendola e Giorgio Belardelli, regia di Cesare Giannotti, con collaborazione di Rosmarie Courvoisier. Fonte: Radiocorriere nn. 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 23.

Fig. 7-8La tradizione ritrovata. Passato e presente della nuova architettura italiana, a cura di Aldo Grasso, Fulvio Irace e Giampiero Viola (regista). ©RAI Teche.

Tabella 5 – Le 6 puntate di La tradizione ritrovata (Rai Tre, 1983–84) a cura di Aldo Grasso e Fulvio Irace. Fonte: Radiocorriere nn. 51–52/1983, nn. 1–4/1984.

Fig. 9-14La tradizione ritrovata. Passato e presente della nuova architettura italiana, a cura di Aldo Grasso, Fulvio Irace e Giampiero Viola (regista). ©RAI Teche.

Tabella 6 – Le 10 puntate di L'utopia urbana (Rai Tre, 1984–85) a cura di Carlo Doglio e il Centro OIKOS. Fonte: Radiocorriere nn. 44–52/1984, nn. 1–2/1985.

Fig. 15 – Paolo Portoghesi consulente della rubrica "La parola e l'immagine", 1982. ©Radiocorriere n. 18, p. 71.

Fig. 16 – Bruno Zevi e Leonardo Benevolo discutono di Urbanistica con Fiorentino Sullo (Radiocorriere n. 47, pp. 87, 1981).

Tabella 7 – Le 7 puntate radiofoniche di Architettura e urbanistica (Radio Tre, 1956) curate da Bruno Zevi. Fonte: Radiocorriere nn. 3–30/1956.

Fig. 17 – Giuseppe Bocconetti, Alle radici di un male antico, articolo pubblicato in occasione del programma Nascita della metropoli, di Franco Damato, Paolo Melis, Maurizio Rotundi (regista). Con la consulenza urbanistica di Elio Piroddi (Radiocorriere n. 41, pp. 31-32).