Recensioni


Nella Pianura Pontina

Palinsesto, tipi, figure

Autore: Cristina Pallini
Titolo: Nella Pianura Pontina: luoghi e temi di architettura
Lingua del testo: Italiano
Editore: Casa dell'Architettura Edizioni
Caratteristiche: 16,5 x 24 cm, 191 pagine, brossura, bianco e nero
ISBN: 9788889002148
Anno: 2024

Nella Pianura Pontina: luoghi e temi di architettura è, prima di tutto, un tributo al progetto come processo di conoscenza. Nel caso specifico, conoscenza di un territorio oggetto di una lunga tradizione di studi critici che, nel tempo, hanno offerto analisi e giudizi complessi e sfaccettati. Non è semplice quindi districarsi nella pletora di documenti e punti di vista. L'occasione che ha dato avvio all'originale lavoro di scavo condotto da Cristina Pallini, sui documenti o direttamente in loco, è stata la ricerca europea Modscapes (Modernist reinvention of the rural landscape), poi proseguita con il coinvolgimento diretto di studenti e laureandi dei Laboratori di progettazione tenuti dall'autrice presso il Politecnico di Milano. Il saggio iniziale restituisce un sintetico resoconto della ricerca, mentre la parte più corposa del libro si concentra sulle sperimentazioni progettuali sviluppate con gli allievi in diversi «cantieri» dell'agro pontino.

La ricerca Modscapes si proponeva di dipanare l'ossimoro «moderno rurale» attraverso il confronto tra paesaggi rurali realizzati nel Novecento, mettendone in luce il carattere distintivo nella recente storia europea. Gli undici casi studio prendono avvio dalle prime colonie ebraiche istituite nella Palestina ottomana a partire dal 1878, per poi passare agli anni Venti con i profughi greco-ortodossi dell'Asia Minore «trapiantati» nelle campagne della Grecia del Nord. Negli anni Trenta si analizzano il completamento della bonifica delle paludi pontine e gli interventi nel Tavoliere di Puglia e in Libia, considerata la «Quarta Sponda» dell'Italia fascista. Nello stesso decennio, anche il Portogallo di Salazar e la Spagna franchista avviano la colonizzazione delle regioni interne per compensare la crisi dei rispettivi imperi coloniali; mentre negli anni Cinquanta, nel Marocco francese, si modernizzano i centri rurali della valle del Gharb per contrastare l'esodo verso le grandi città. Parallelamente, nel secondo dopoguerra, la collettivizzazione e la meccanizzazione agricola vengono esportate dall'Unione Sovietica ai Paesi del blocco orientale come Ucraina, Estonia e Repubblica Democratica Tedesca.

«Confronto» è stata la parola chiave per indagare questo patrimonio condiviso, spesso sottovalutato. Il confronto fra realtà storico-geografiche così diverse mette in luce affinità, disparità e significative dicotomie. I criteri adottati nell'ordinamento dei casi studio comprendono, oltre ai diversi assetti politici, i tempi di realizzazione dei progetti, il ruolo strategico della modernizzazione rurale nei vari contesti, oltre alla gestione nazionale, internazionale o coloniale dei processi di trasformazione del territorio. Fondamentale, per comprendere il rapporto fra queste cruciali sperimentazioni insediative e il progetto di architettura, è anche la configurazione dei villaggi – compatta o dispersa –, in relazione alla presenza o meno di insediamenti preesistenti, così come la distinzione tra luoghi della produzione e spazi rappresentativi presidiati da edifici istituzionali. Una differenza sostanziale, infatti, è quella tra le comunità immaginate a partire da un principio di laicità e quelle accomunate dall'appartenenza religiosa e orientate verso nuovi valori.

Un interrogativo stringente riguarda la misura in cui i modelli di organizzazione sociale ispiratori di tali insediamenti abbiano trovato una compiuta espressione architettonica. In questo senso, è significativa la relazione tra la standardizzazione delle abitazioni rurali, necessaria a garantire i requisiti minimi di igiene e contenere i costi di costruzione, e la scelta localizzativa degli edifici pubblici, nonché il loro carattere formale e figurativo.

Ciò che rendeva questi insediamenti non «tradizionali» ma «innovativi» era la loro disposizione ordinata all'interno di un reticolo isotropo, un impianto concentrico oppure un disegno aderente agli aspetti topografici. Un ordine espresso sia nella gerarchia fra le strade in funzione della loro sezione trasversale, sia nella disposizione degli edifici in relazione agli spazi aperti.

In questo quadro complesso, l'Italia degli anni Trenta rappresenta un caso emblematico. La bonifica delle paludi a sud di Roma, a lungo celebrata da artisti e viaggiatori del Grand Tour, ottiene rapidamente risonanza internazionale. L'importanza del caso pontino inoltre è rimarcata dal ruolo specifico assunto dal progetto di architettura.

Nel cantiere della bonifica viene infatti sperimentata una precisa strategia insediativa, in cui le città nuove costituiscono i fulcri di un disegno infrastrutturale più ampio, che si dirama nel territorio attraverso borghi e poderi, in stretta relazione con le tracce dei precedenti tentativi di bonifica e con gli interventi del Genio Civile tra gli anni Dieci e Venti. In questa armatura territoriale, che in un decennio darà origine a un'intera provincia, la gerarchia tra borgo e città è resa evidente dalla presenza di un sistema di piazze a vocazione teatrale, vere e proprie scenografie in cui gli architetti reinventano i tipi consolidati della chiesa e del municipio e sperimentano i nuovi temi promossi dal regime (Case del Fascio, sedi dell'Opera Nazionale Dopolavoro, Casa del Balilla).

A partire da questi interventi, Cristina Pallini, per e con il progetto di architettura, indaga con ostinazione i tratti distintivi dell'agro pontino secondo il principio braudeliano della lunga durata, riconoscendo sotto le trasformazioni indotte dai diversi tentativi di bonifica un ordine latente dai tratti distintivi straordinari, senza farsi fuorviare dai sommovimenti visibili ma superficiali delle attività umane. Insieme al principio della lunga durata fondamentale è stato quello di «palinsesto», mutuato da André Corboz, utile a leggere i rapporti che di volta in volta i progetti di trasformazione hanno saputo stabilire con le risorse disponibili sul territorio.

Su questo «palinsesto» si innestano gli interventi progettuali condotti tra il 2018 e il 2024 in ambito accademico, articolati in una serie di casi studio tali da includere luoghi con caratteri diversi, capaci di definire una sezione spazio-temporale ampia. I lavori di tesi sono suddivisi in tre gruppi: il primo riunisce cinque progetti per cinque luoghi notevoli del territorio pontino, il secondo include due progetti per Pontinia e il terzo cinque progetti per il centro di Latina. Nel paesaggio contemporaneo, accanto alle città di fondazione, affiorano così luoghi storici dai caratteri originali: l'Acropoli di Cori, Ninfa lungo la via consolare, Mesa lungo il Decennovio della via Appia, il borgo di Fogliano e la cava abbandonata di Montecchio. Una scelta ragionata che li sottrae all'abbandono per restituirli a un rinnovato uso e valore collettivo.

A partire da una attenta riflessione sul rapporto fra architettura e disegno urbano, a Pontinia i progetti reinterpretano la «geometria nascosta» sottesa fra le parti di città, ad esempio attraverso sequenze spaziali innestate sulle «quinte teatrali» della piazza; a Latina, invece, operano per innesti in «contrappunto» e a completamento dell'esistente.

Negli altri contesti, più che l'area di intervento, hanno prevalso i possibili riferimenti e punti di innesto, individuati attraverso l'attento censimento delle risorse ambientali con le quali stabilire relazioni. Orografia, idrografia, trama stradale, patrimonio edilizio e spazi aperti, insieme all'identificazione dei fulcri planimetrici ai quali riferire le giaciture del nuovo impianto, hanno permesso di individuare assi visivi e «punti di stazione» in cui nuovo e preesistenze si ricompongono in un'unica scena. Questi aspetti confluiscono poi nella definizione tipologica e nella caratterizzazione figurativa dei progetti. In contesti così diversi, gli aspetti percettivi e proporzionali sono stati fondamentali per declinare, di volta in volta, «promenades architecturales», nuove «gemmazioni», riproporzionamenti degli spazi esistenti.

A rafforzare il rapporto fra teoria e prassi, fra preesistenze e innesti, fra valori intrinseci e intuizioni figurative, concorre un prezioso e ricchissimo apparato iconografico, costituito da materiali d'archivio, rilievi sul campo e ricostruzioni accurate: un lavoro paziente e ingegnoso, oggi non così frequente, che diventa esso stesso parte del processo creativo.

I progetti dal canto loro testimoniano una ricerca tipologica e figurativa assai sensibile ai luoghi, mai però subordinata o incline al mimetismo, ma piuttosto orientata verso sperimentazioni capaci di prefigurare possibili futuri, espressione di un'architettura autenticamente contemporanea nel senso più pieno e positivo del termine.


Francesca Bonfante