Il passaggio
dalla società disciplinare di Michel Focault verso quella
del controllo di William Borroughs, che trent’anni fa Gilles
Deleuze (Deleuze 1990) ha evidenziato, ha subito oggi una ulteriore
trasformazione: il Covid-19 ha imposto alla società,
insieme, sia disciplina che controllo. Credo dunque che sia necessario
riflettere, prima di ogni cosa, sul senso dell’auspicio di
– e sulla convenienza in – un ritorno alla
normalità: sappiamo che questa segue a una norma e che oggi
essa è definita dal costante stato di emergenza che le
comunità e le politiche urbane hanno accumulato negli ultimi
cinquant’anni, già prima della pandemia. Il
Covid-19 sta accelerando il processo che è già in
corso, ampliando il divario sociale che sta inghiottendo le classi
medie e investendo le più deboli: il tutto si riflette
inevitabilmente anche nella relazione tra la sua diffusione e le
condizioni di vita delle realtà urbane più
marginali, sulle quali l’architetto contemporaneo
è chiamato a esprimere la sua posizione. Sorprendentemente,
mentre il lockdown
ha accelerato il potenziamento delle
capacità e delle relazioni virtuali, quasi in contraddizione
l’esigenza della distanza fisica ha imposto
l’attenzione alla concretezza della misura che il virtuale
tende ad ignorare.
In questo scenario assume un ruolo chiave una questione ben precisa:
cosa deve rappresentare l’architettura? Deve essa rispondere,
a posteriori, alle esigenze tecniche e sociali e alle
necessità contingenti oppure è possibile
affermare il suo ruolo di disciplina utile a fornire alla
società da un lato visioni alternative e
dall’altro griglie culturali? Tale questione si colloca in un
quadro ben definito: abbiamo imparato, in quest’ultimo mezzo
secolo, che la via giusta è quella che sta tra il costruire
“per” e il costruire “contro”
qualcosa; ma in questa terza via abbiamo disimparato le implicazioni
dei due estremi: questa mia impressione si fonda su un principio di
esperienze generazionali. Intendo dire che la generazione attuale, alla
quale appartengo, non ha vissuto i drammi e le euforie dei padri della
modernità e della democrazia, se non nella forma indiretta
della narrazione: viviamo invece, e siamo la seconda o terza
generazione di fila, i fallimenti di quelle esperienze che, in quanto
tali e avendo rimosso le motivazioni di quei fallimenti, assumono la
funzione di monito preventivo che costringe alcuni sulla via media del
minimo rischio e attrae altri sulla via nostalgica del mito. La prima,
via del nichilismo più mediocre, l’altra, via del
surrogato più esaltato.
Entrambi gli atteggiamenti ricalcano solchi già tracciati su
un terreno preciso che corrisponde ad una altrettanto precisa
interpretazione della storia. Questa interpretazione, parziale e
solitamente ereditata, è presa come certezza e alimenta il
desiderio di una condizione specifica: quella della sicurezza. Nella
città questo desiderio sostituisce l’interesse per
la sua definizione con quello per il suo controllo. Esso inoltre riduce
il controllo a vigilanza, annullandone la potenzialità di
strumento concettuale del progetto e del confronto tra i fenomeni. Ne
deriva una condizione dominante: essa corrisponde
all’identificazione del controllo della città con
il tentativo di sottomettere le sue parti e le loro relazioni allo
strumento di una griglia intelligente e di regole matematiche. Questa
identificazione tra fine e strumento, ritenuto troppo spesso necessario
e addirittura sufficiente, non solo porta con sé il
riverbero di un funzionalismo che nella storia si è rivelato
sterile, ma rischia di produrre un’amnesia generazionale,
culturale, e di conseguenza un’incapacità nel
riuscire a custodire, a ricostruire e a trasmettere un pensiero e un
sapere collettivi, un patrimonio umano che comprende il senso
dell’architettura e della città. In questo senso
l’appello di Giorgio Agamben durante la quarantena (Agamben
2020), si rivela esemplare: nel tentativo di evitare un rischio
presunto rischiamo di cancellare, e di dimenticare
nell’indifferenza, rituali e comportamenti umani che
costituiscono il fondamento dei valori civili che nel tempo abbiamo
conquistato.
Le immagini di città silenziose, immobili e metafisiche,
persino le immagini del papa in una piazza San Pietro deserta, hanno
messo a nudo la sostanza delle città: esse hanno dimostrato
che i monumenti e i simboli di una comunità sono i soli
fatti che possono custodire la sua storia, i suoi luoghi, la sua
identità, ma soprattutto che possono rappresentare i valori
in cui essa si riconosce (o che disconosce). La potenza espressiva e
poetica di quelle immagini (molto più densa rispetto a
quella di molti film e serie TV) rappresenta, a mio parere, la
rivendicazione dello specifico e del generale, secondo
l’accezione che ne dà Deleuze (Deleuze 1968), come
alternativa alla città generica che Rem Koolhaas aveva
profetizzato e che la sua mostra “Countryside, The
future”, inaugurata a febbraio ed ancora in esposizione al
Guggenheim Museum di New York, conferma.
Questa osservazione consolida la mia convinzione: il senso della
città corrisponde ai suoi contenuti formali ed essi
costituiscono la sostanza degli spazi urbani; inoltre il cambiamento,
la rettifica e l’attualizzazione della città e dei
suoi valori semantici si fondano sulla conoscenza, che
«comprende quel che ancora non si sa» (Monestiroli
2014), e questi valori – e contenuti – si formano a
cavallo tra l’interpretazione antropomorfa della storia e una
sorta di “rivelazione” che solitamente ha una
origine individuale (Giedion 1956). Allora, se è vero che
entrambi risultano, per la loro natura, variabili imprevedibili e
incerte, sarebbe errato affermare che l’uso tecnicistico di
modelli algoritmici corrisponde a un’azione conflittuale e
contraddittoria rispetto al compito cui è chiamato
l’architetto e che risiede nel «richiamo alla
sostanza umana e quotidiana dell’abitare» (Purini
1985)? Non è forse giusto dire che in questo richiamo,
nell’umano e nel quotidiano, si manifesta un principio
contraddittorio, persino etimologicamente, rispetto alla sicurezza,
cioè quello della cura? Se infatti la prima evoca forza e
certezza, la seconda esprime gentilezza e imprevedibilità:
immediatezza contro lentezza, gestualità contro
ritualità, univocità contro pluralità.
Voglio qui intendere la cura come condizione labile, nel senso della
provvisorietà e per questo autenticamente nel reale, attenta
alle relazioni plurali tra parti diverse ed il loro continuo mutamento
di significato. La cura riconosce il carattere di necessità
che appartiene alla misura, sia delle “cose” che
delle relazioni tra esse. Contemporaneamente essa permette la
coesistenza di scelte specifiche e generali, di regole ed eccezioni,
secondo un processo inferenziale di tipo abduttivo, incerto e per
questo sempre aperto, che implementa quelli deduttivo e induttivo,
tendenzialmente ideologici, delle due vie. Inoltre tale condizione
accoglie l’inversione del rapporto che si era consolidato sul
territorio globale: le città, le metropoli, diventano, per
chi ha la possibilità, fulcri centrifughi verso luoghi
più riservati, solitamente borghi di dimensioni contenute,
che hanno la caratteristica di essere fuori dalla rete di connessione
globale sulla quale si sposta il virus; mentre nell’ordinario
si dirama il pericolo, lo straordinario diventa il rifugio.
Penso che operativamente questo richiamo alla cura e alla misura
può essere accolto solo se si guarda al valore autentico del
loro significato. Non esiste cura che non sia calma, che non sia
attenta e metodica, riflessiva, razionale, misurata. Non esiste misura
che non sia duplice, al tempo stesso transitiva (misurare) e
pronominale (misurarsi): essa impone da un lato una misura nel senso di
proporzione e così rivela il senso dell’azione
progettuale, ovvero di sistema intelligibile riguardante il rapporto
tra le parti, tra le forme; dall’altro determina un confronto
sincero con la realtà, di esplorazione critica
dell’inconoscibile, finalizzato alla conoscenza e persino
alla sua contraddizione.
Possiamo, dobbiamo chiederci come si riflette tutto questo nel progetto
architettonico, se gli standard subiranno una leggera attualizzazione
oppure se riusciremo a superare anche nella pratica la loro concezione
quantitativa. E ancora, ci interroghiamo sulle risposte insediative e
abitative più coerenti e rispondenti alle esigenze attuali.
Queste domande si collocano nell’ambito del rapporto
problematico tra gli interessi attuali e la possibilità di
affermare l’autonomia della ricerca. Non solo
perché essa, lenta per sua natura, non può
competere in velocità con i primi, ma soprattutto in quanto
si ritiene che questi siano responsabili di valori alterati, di
informazioni trasfigurate e della determinazione di quello che
Siegfried Giedion definiva «gusto dominante»
(Giedion 1956). Occorre dunque essere attenti a non confondere
«problema pratico con problema estetico» (Persico
1935). L’emergenza può rivelarsi
l’occasione per mettere in evidenza l’inconsistenza
del mito, che si è consolidato negli ultimi anni e che ha
carattere disgiuntivo oltre che dogmatico, a favore della cura come
nuovo logos: la sua natura inclusiva e democratica consente alle
differenze di assumere una dimensione dialettica e compensativa che il
sapere scientifico deve convogliare nei nuovi paradigmi metodologici e
nelle parti costituenti la città.
Per fare questo è necessario distinguere chiaramente i
problemi che Persico ha messo in evidenza; è necessario
essere immersi nel reale e al tempo stesso essere estranei alla
velocità caotica, alle urla isteriche e
all’omologazione ordinaria del contemporaneo. Rivolgo il mio
pensiero a Vittorio Gregotti: «Il mio consiglio
più importante è: quando fate architettura fate
meno rumore possibile. Questo si ottiene con l’attenzione e
la pazienza, senza dimenticare mai che l’architettura
è un lavoro. Regola principale per chi si mette a
progettare, fare silenzio intorno, per essere più attenti, e
capaci di vedere piccolo: tra le cose» (Gregotti 1985).
Bibliografia
AGAMBEN G. (2020) – Una
domanda. [online] Disponibile a:
<https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-una-domanda>
[Ultimo accesso 17 luglio 2020]
DELEUZE G. (1968) – Différence
et
répétition. Presses Universitaires
de France,
Paris.
DELEUZE G. (1990) – “Post-scriptum sur les
sociétés de contrôle”.
L’autre journal, 1 (maggio).
GIEDION, S. (1956) – Architektur
und Gemeinschaft, Rowohlt
Taschenbuch Verlag GmbH, Reinbek (trad. it.: Olmo C. (a cura di)
– Breviario di architettura, Bollati Boringhieri, Torino
2008).
GREGOTTI V. (1985) – “Dieci buoni
consigli”. Casabella, 516, 2-3.
MONESTIROLI A. (2014) – in CAPOZZI R., VISCONTI F., a cura
di, Saper credere in
architettura, trentatrè domande a
Antonio Monestiroli. Clean, Napoli.
PERSICO E. (1935) – “Profezia
dell’architettura”. In: Skira (a cura di), Profezia
dell’architettura, Skira, Milano 2010.
PURINI F. (1985) – Addio
Tipologia (Quale Città?),
“Spaziosport”, 2; in F. Moschini e G. Neri (a cura
di), Dal Progetto:
scritti teorici di Franco Purini 1966-1991. Kappa,
Roma 1992.
RISPOLI F. (2016) – Forma
data e forma trovata:
interpretare/progettare l’architettura. Istituto
italiano per
gli studi filosofici, Napoli.