Scultura e architettura conquistano spazio.
Esempi tra Medioevo e Contemporaneo dal workshop Presenze scultoree.
Maria Chiara Manfredi
Fig.
1 - Locandina del Workshop Presenze scultoree nel chiostro, nel
recinto, nel parco, CSAC, Parma 2016.
Fig.
2 - Immagine dalle lezioni del Workshop. Fotografia di Paolo Barbaro.
Fig.
3 - Immagine dalle lezioni del Workshop. Fotografia
di Paolo Barbaro.
Fig.
4-5 - Villard de Honnecourt, Disegni tratti dal Taccuino, XIII
sec.
Fig.
6 - Battistero di Parma
Fig.
7-8 - Abbazia di Valserena e centuriazione del territorio parmense.
Fig.
9 - Bruno Munari, Scultura da viaggio, 1959.
Fig.
10 - Carlo Scarpa, Sezione della poesia, Padiglione Italiano a Expo 67
Montréal.
Fig.
11 - Agnes Denes, Wheatfiel, 1982.
Fig.
12 - Paolo Icaro, 1991.
Fig.
13 - Alice Cattaneo, Untitled, 2016.
Fig.
14 - Alis Filliol, Ultraterra, 2016.
Fig.
15 - Luciano Fabro, Lo spirato, 1973. Foto di G.Ricci.
Fig.
16 - Fotogramma dal film di Michelangelo Antonioni, Lo sguardo di
Michelangelo, 2004.
Fig.
17 - Orazio Carpenzano, Progetto per Sylvatica, 2005
Fig.
18 - Carlo Aymonino, Gabriella Barbini, Progetto per il completamento
del bacino di San Marco, Terza Mostra Internazionale di Architettura,
Biennale di Venezia, 1985.
Fig.
19 - Franco Purini, Casa Pirrello, Gibellina, 1990.
Fig.
20 - Franco Purini al Workshop, Abbazia di Valserena, Parma 27 luglio
2016. Foto di Paolo Barbaro.
Fig.
21 - Ritratto di Martin Heidegger di Bernhard Heiliger, 1965.
Fig.
22 - Tavola rotonda a partire da Corpo e spazio di Martin Heidegger,
Chiostro dell'Abbazia di Valserena, Parma 22 luglio 2016. Foto di Paolo
Barbaro
Indagare il
rapporto tra architettura e arte è il fil rouge
del Workshop Presenze scultoree, organizzato
dall’Università di Parma (coordinamento Carlo
Quintelli),
dall’Università IUAV di Venezia,
Università di
Bologna, Politecnico di Milano e Università di Roma La
Sapienza.
Il confrontarsi stando in uno specifico luogo, la sede Csac
dell’Abbazia di Valserena a Parma, con diversificate e
attente
visioni del rapporto tra architettura e scultura, migrando da una
disciplina all’altra sul concetto di
“spazio” oggi si
rivela in una dimensione diversa.
Rileggere il contesto del workshop svoltosi nell'estate 2016 nel tempo
presente, fa meglio apprezzare quella occasione di incontro e di
condivisione che oggi non ci è permessa e, a distanza di
qualche
anno, l’approfondimento ne ha guadagnato facendo emergere
accezioni non immaginabili. Pur in una fase di allontanamento dai
luoghi dove l’arte vive ed è conservata.
L’occasione
di confrontarsi stando in uno specifico luogo, la sede Csac
dell’Abbazia di Valserena a Parma, con diversificate e
attente
visioni del rapporto tra architettura e scultura ha permesso di
muoversi da una disciplina all’altra intorno ad una nozione
di
“spazio” che oggi rivela una diversa fondatezza.
L’occasione di dover operare un possibile “trovare
spazio” alle opere scultoree che sono conservate nel luogo
abbaziale, come sempre avviene, è stato l’innesco
per
alimentare un dialogo tra diversi relatori che, nei nove giorni del
workshop, hanno scandito sequenze logiche e dilatato i confini su un
tema culturale antico. Tali continui intrecci di punti di vista diversi
tra teoria e pratica hanno fatto apparire sul tavolo di lavoro molte
situazioni reali accompagnate da rare testimonianze che possono
derivare solo dall’esperienza diretta dei singoli docenti e
artisti.
Così a poco a poco si è venuto delineare,
coinvolgendo
studenti e pubblico, un vero e proprio “contesto
culturale”
di indagine. Dalla scuola quintavalliana di studi sul Medioevo ad una
filosofia milanese dell’esporre che contraddistingue lo
spazio
architettonico in rapporto all’arte, ma anche attraverso
l’apporto della scuola anceschiana bolognese, delle
riflessioni
sul rapporto storia e progetto di Aldo Rossi e di Guido Canella, non
trascurando infine le ombre lunghe di Petitot e dell’Aleotti.
Tre sono i percorsi di rilettura che attraversano questa esperienza. Il
primo porta in luce il ruolo del contesto, un luogo e un tempo, in cui
figura e forma architettonica si realizzano. Il secondo si incentra
sull’esperimento e sull’immediatezza del processo
ideativo,
ovvero dalla visione compiuta dei tre artisti invitati. Il terzo rende
conto di un intenso spessore teorico che guida il rapporto tra
architettura e scultura attraverso l’approfondimento del
termine
“spazio” dopo l’influenza della lettura
critica di un
testo-guida come Corpo e spazio di Martin Heidegger. Tornare a quelle
riflessioni oggi è utile per portarne fuori i principali
caratteri emersi di quel “continuo indagare un misterioso
rapporto dell’uomo con lo spazio” (Heidegger) e
quindi con
l’arte, l’architettura e la scultura.
La media durata del workshop, nei suoi nove giorni, ha permesso di
scandire e intrecciare il lavoro di progetto degli studenti con
contributi molto differenti tra loro, ad esempio considerando
l’istanza sul tema dello storico dell’arte
medioevale, del
contemporaneo e dell’architetto. Il
“regista” di
questi nove giorni di workshop, Carlo Quintelli, conoscitore
dell’archivio Csac e del luogo abbaziale che lo vede condurre
da
molti anni progetti e ricerche, ha voluto espressamente riunire
“saperi” che nella quotidianità
accademica sembrano
essere tra loro separati. L’organizzazione e il pensiero
dietro
questo tema, nel dibattito e anche nel disegno, ha quindi mirato
all’apertura di una riflessione che vede nel contesto
– il
sito, Valserena – il punto focale verso il quale tendere le
speculazioni e verso il quale far convergere le intuizioni e le
esperienze, dal medioevo al contemporaneo.
Incalzato dal rapporto architettura e scultura Arturo Calzona, storico
dell’Arte Medioevale e tra i primi attori del nascente Csac
negli
anni Settanta, ripropone i disegni di Villard de Honnecourt, fogli dove
ogni forma si fa rientrare nella logica geometrica: tutto è
rapportabile ad essa, anche la figura umana.
Lo stesso contesto abbaziale del workshop ricorda la logica progettuale
gotica, testimonianza di una architettura “ars cum
scientia” e in essa, innestata sulla geometria degli spazi,
si
disvela il rapporto tra architettura e scultura su facciate, capitelli,
volte. Pure San Bernardo di Chiaravalle, teologo della regola
cistercense, scriveva della scultura del primo Medioevo:
«cosa ci
fa nei chiostri quella ridicola mostruosità deforme e
deformità formosa?» introducendo una nuova regola
per la
geometria che, ancora una volta, come racconta lo storico
dell’arte Giorgio Milanesi riferendosi alle linee
dell’Abbazia di Valserena, orienta sia gli spazi
architettonici e
sia le forme plastiche della scultura, testimoniando come il luogo
abbaziale simboleggi il trascorso storico del legame tra arte e
architettura e del significato della loro sottesa misura e forma.
Con le sue riflessioni Stefano Cusatelli ricorda come il contesto
parmigiano esprime una precisa identità scultorea e
architettonica che è sì quella (medioevale) di
Benedetto
Antelami, ma anche di Simone Moschino (tra le altre la facciata di San
Giovanni), di Giovan Battista Aleotti nel XVII secolo (il Teatro
Farnese), di Ennemond Alexandre Petitot nel XVIII secolo, che spingono
in avanti opere dove la figura di architettura e di scultura congiunte
delineano uno spazio unico. A Parma inoltre in modi diversi, sia nel
medioevo che nella fiorente epoca farnesiana, è valsa
l’introduzione di ricerche spaziali, scultoree, pittoriche
condotte altrove, ad esempio in Francia (il Battistero influenzato da
Saint Gilles) o a Roma (le sculture di Parma provenienti dal Palatino).
Il contesto e l’occasione in cui una certa architettura o
scultura sorgono si affianca a quel migrare e contaminarsi proprio di
entrambe le discipline, nel disegno dei luoghi e delle forme.
Natura geometrica dell’architettura come forma che Carlo
Quintelli riporta alla centuriazione stessa su cui l’Abbazia
si
innesta e alla sua posizione nel territorio, ben delineata da una mappa
storica di inizio Ottocento dove si tira un filo immaginario fatto di
visuali e di morfologia territoriale dal campanile di San Giovanni
– nel pieno centro religioso – alla Torre di San
Martino
(il precedente nome di Valserena). L’architettura abbaziale
è un “articolato corpo di fabbrica posato con
risalto
plastico sull’orizzonte della pianura”,
nell’immagine
del bianco Sasso di Matera di Mario Cresci. Gli ambiti definiti da
Quintelli per il progetto del workshop divengono infatti dei successivi
limiti dimensionali, di carattere morfologico e di significato: il
chiostro, il recinto e il parco. Ricordano le misurazioni che lo stesso
Cresci utilizza come strumento antropologico per la lettura dei
manufatti, del territorio e dell’architettura di Matera.
Mario Cresci è tra i donatori che nel tempo rinforzano
l’ampia raccolta d’archivio del Csac, luogo della
memoria
storica del rapporto fecondo tra architetti, pittori, scultori, ma
anche tra architetti che hanno dipinto e artisti che hanno progettato.
Guardando dal Medioevo al Novecento l’Istituto di Storia
dell’Arte dell'Università di Parma e Csac si
occupano da
fine anni Sessanta del rapporto paritetico tra le arti,
contestualizzando per comprendere ma non per suddividere. Le opere
degli scultori qui conservate testimoniano i loro precisi legami al
passato, rapporti con lo spazio e con l’architettura: si
pensi a
Ceroli e Pardi, a Consagra e Spagnulo, a Paolini e Uncini per nominare
solo alcuni della raccolta.
Le opere degli artisti presenti in archivio campeggiano inoltre
all’interno di una vicenda della critica d’arte
italiana
molto articolata, sul ruolo e i dilemmi dell’essere scultore
di
cui parla Vanja Strukelj. Ella sottolinea come la definizione di
scultura data dagli artisti a volte non corrisponde con la definizione
tradizionale e di uso comune di scultura, come accade ad esempio per le
Sculture da viaggio di Bruno Munari conservate in archivio, creazioni
leggerissime e mobili. La storica dell’arte rende visibile
come
esistano ancora oggi delle identità di scultori in cui il
dibattito che li precede vive, sia nel rapporto con la materia o con
l’emancipazione dalla statuaria, riflessi archetipici di quei
passaggi fondamentali nella definizione di scultura, dalle
problematiche quattrocentesche tra arti liberali e meccaniche,
all’annosa questione del primato delle arti.
Evidenzia la relazione feconda che l’architettura stabilisce
con
l’arte nella costruzione degli allestimenti Giampiero Bosoni.
Procedendo dagli anni Trenta del Novecento ad oggi, da Persico a
Nizzoli, da Castelli Ferrieri a Castiglioni, Rogers e Carboni, da
Albini a Scarpa, poi Munari, Carmi, Ponti, Sottsass, Rosselli per i
quali la singola occasione, contesto, evento prende forma e viene
declinata in un interagire continuo tra architettura, scultura, pittura
e idea di “spazio”. E non solo,
l’introduzione dei
materiali nei passaggi storici si rivela poi nelle tecniche allestitive
così come il materiale in scultura è spesso la
materia
prima del gesto.
Chiama in campo il contemporaneo, e porta in luce il rapporto tra
architettura e spazio l’intervento di Alessandro Rocca. A
partire
dalle avanguardie artistiche fino ai giorni nostri intercetta numerose
parole chiave come montage, assemblage, stage, landscape, disurbanism,
gardens. Termini che rivelano temi sottesi alle opere e al lavoro di
numerosi artisti riunendo questioni condivise tra arte e architettura:
dalle sperimentazioni di Duchamp e i riflessi in Le Corbusier, dove il
disegno dello spazio modernista appare vicino ai disegni dada. Dalle
figure di East 128 che richiamano la costruzione
dell’immagine
prospettica così i temi e gli esempi si susseguono, da Agnes
Denes a Kathryn Miller fino a Thomas Demand.
Così Marco Borsotti mostra come
nell’attualità
siano presenti nuovi esempi espositivi, contesti di cui
l’arte si
appropria grazie ad istituzioni che mirano a ridefinire i rapporti tra
contesto e globalità, facendo sì che le opere
siano
portatrici di contenuti nel loro porsi all’interno di diverse
modalità di relazione e fruizione. Si determinano forme
espositivo-museali che generano dei modelli nei quali il territorio
– il luogo, il paesaggio, il sito – diventa il
principale
anello di congiunzione e di lettura dell’opera.
Nel secondo percorso di rilettura emerge la sperimentazione del singolo
artista nel suo rapporto tra opera e spazio. L’istanza degli
scultori si fa protagonista e porta subito alla concretezza delle
immagini. Tre scultori diversi, Paolo Icaro, attivo dagli anni Sessanta
e i più giovani Alis/Filliol e Alice Cattaneo aprono il loro
laboratorio allo sguardo interrogativo degli architetti. Come fate
scultura?
Lo scultore torinese Paolo Icaro porta Giacometti come esempio di una
scultura che quasi sembra non voler occupare spazio, che si assottiglia
avvicinandosi all’assenza e dichiarando così la
mancanza
di un desiderio plastico. A presenziare nello spazio
c’è
un gesto, il passo, la mano alzata. All’opposto Icaro
richiama la
cera mossa che si fonde con lo spazio esterno e sembra essere quasi
modellata da venti e terra di Medardo Rosso. L’esplorazione
di
Icaro stabilisce un rapporto sì con lo spazio sì
con la
filosofia e con l’arte che lo precede. Come l’opera
Osservazione delle stella Sirio, una scultura-strumento, un tubo di un
metro che esce dalla parete, per sottrarre la Luna alla sua distanza di
milioni di km.
La scultrice Alice Catteneo invece evoca il Trecento, parlando di una
Madonna con bambino in cui si stabilisce nella distanza tra i due corpi
una tensione, e a questo lei si riferisce nella sua costruzione
scultorea contemporanea, fatta di plastica, ferro, legno. Richiama il
suo rapporto a Picasso, alle ricerche dello Vchutemas, riprendendo fili
di immagini e ricerche precedenti che la affascinano. Stabilisce che i
luoghi per lei sono fondanti, fin dall’inizio lavora quando
si
trova in uno spazio e lo struttura con pochi materiali e gesti. Come in
precedenti lavori come al Palazzo delle Stelline, dove richiama la
stanza di Leonardo, alla Sinagoga di Ostia, dove allude
all’architrave inesistente, e al Museo Archeologico di Acqui
Terme, dove si relaziona alla scultura antica che le sue opere
osservano e riprendono.
Il duo Alis/Filliol lavora con il proprio corpo come protagonista
dell’opera, nei volumi creati dalle fusioni a neve persa e
nell’avvolgimento in cui gli artisti si pongono per costruire
le
figure con il loro corpo. Opere autonome rispetto al contesto, dove
l’ambiente non agisce in primo luogo ma, ad esempio,
è la
musica a contribuire al lavoro e all’evocare spazi, fino
“a
creare paesaggi” come nella Biennale 2015.
In questa rilettura sullo “sperimentare”
contribuiscono
anche le istanze dello storico dell’arte contemporanea, dello
storico del cinema, e dell’architettura che si relaziona con
il
teatro. In primis Marco Vallora valuta il percorso dei due artisti
conosciuti durante il workshop, Alis/Filliol ritenendo reale, intenso,
pregnante il lavoro e portandolo come esempio contro retorica di
manuali e di burocratismi. Nel rapporto tra architettura e scultura
è importante capire – sostiene Vallora –
che
l’arte contemporanea non è un “viluppo
inestricabile” e, allo stesso tempo non è un
succedaneo
con una funzione di riempitivo (porta l’esempio di Puppy al
Guggenheim di Bilbao). Con la differenza che l’arte si
può
allontanare dal suo “oggetto”, mentre
l’architettura
non può rinunciare alla sua visibilità ma come
l’Antonio shakespeariano e come la letteratura oltre alla
scultura insegnano, si deve trovar il modo di lasciare spazio alla
bellezza e ad un vuoto creatore.
Esempio di bellezza che porta Michele Guerra, docente di Storia del
Cinema, e che trova conferma ne Lo sguardo di Michelangelo (2004) il
cortometraggio che Michelangelo Antonioni realizza a 75 anni, del suo
passeggiare avvicinandosi al Mosè di Michelangelo Buonarroti
all’interno della Chiesa di San Pietro in Vincoli, mostrando
i
primi piani e le commozioni di un rapporto tra il suo volto di
osservatore e il marmo che si fa figura in un rispecchiarsi tra materia
passata e vita in corso altamente espressiva. Diversamente il film Les
statues meurent aussi di Chris Marker e Alain Resnais (1954)
esemplifica una bellezza, quella dell’arte africana sulla
quale
l’imposizione della lettura occidentale trasforma il feticcio
religioso in merce, mettendo in luce tutto ciò che
dell’idea di spazio e della scultura va perduto respingendo
la
vera origine culturale.
Anche il teatro rappresenta il luogo di sperimentazione per il rapporto
architettura e scultura; una visione personale è quella di
Orazio Carpenzano che presenta i suoi lavori che uniscono danza e forme
architettoniche. I disegni e le geometrie si uniscono al movimento che
modifica la forma. Gli spettacoli presentati, Physico, Sylvatica, Pycta
e Lalunahalalone mostrano il palco come un terreno che rivela geometrie
disegnate alle quali il corpo dà vita e dimensione,
movimento e
luce e che fa del teatro il luogo in cui si indaga l’idea di
spazio.
Porta in primo piano un architettonico-scultoreo, ovvero quel fare
architettonico tra forma e monumento, tra figura e percorso, Enrico
Prandi attraverso i disegni della figura percorribile del San Carlo di
Arona e di quelle architetture che riportano, così come la
scultura, ad altro, ad una metafora, ad una immagine. Tra queste opere
– i monumenti – si collocano nel punto di
promiscuità più tangibile: dai BBPR a Milano, al
Rossi di
Segrate, da Fiorentino a Roma, e soprattutto Carlo Aymonino che
utilizza la scultura e compone l’architettura secondo forme
scultoree. Si pensi al disegno del 1985 per la Biennale di Venezia dove
il paesaggio incorniciato racconta di architetture e sculture in un
solo gesto.
L’architettura è spesso accompagnata da un
pensiero
teorico, che alcuni protagonisti approfondiscono, tra essi
c’è Franco Purini. L’architetto, nel suo
continuo
rapportarsi con il disegno e le forme solide utilizza le fotografie in
bianco e nero dei suoi edifici (e dei modelli). Un continuo rimando dal
segno alla figura, dalla forma al solido, osserva
l’architettura
come una creatura vivente. L’architettura è
un’arte,
ovvero l’architetto deve pensare come un artista.
Così
Palladio costruisce il territorio veneto ma oggi la sua opera
è
una creatura che è mutata nella propria condizione e
così
come ogni forma d’arte, fa vivere, rivela, come avviene
quando
un’opera d’arte è tale. Purini sostiene
che se non
emergono le sue componenti plastiche e pittoriche
l’architettura
è diminuita, in una tensione verso l’espressione
di
“ciò che di misterioso c’è
nel costruire
umano”.
L’idea del workshop è iniziata dalla
volontà di rileggere il testo Corpo e spazio,
la trascrizione del 1964 di un discorso di Heidegger in occasione di
una mostra dell’amico scultore Bernhard Heiliger. Il breve
saggio
nasconde numerose insidie, come esposto dalla tavola rotonda condotta
alla fine del corso che, mediata e condotta da Rita Messori, ha portato
in luce alcuni aspetti del testo e del tema. Il lascito di Heidegger
(1964) sta anche in alcune significative espressioni: riferendosi
all’antica Grecia sottolinea come “le opere
architettoniche
e scultoree dei grandi maestri parlavano da sé. Parlavano,
ossia
indicava il luogo a cui l’uomo appartiene”. Nel
mutare del
pensiero e del paesaggio Heidegger riconosce che comunque
“è l’artista a realizzare un confronto
con lo
spazio” e, allargando la riflessione “lo spazio fa
spazio
in quanto spazio solo in quanto l’uomo dispone dello spazio,
[…] orienta in esso sé e le cose e
così custodisce
e protegge lo spazio come tale.” L’arte, sia essa
architettura o scultura, pare essere ciò che protegge un
senso
di spazio, esplorandone i possibili confini.
Rita Messori mostra le evidenze del pensiero heideggeriano:
l’aver sollevato per primo il tema dello spazio adottando una
visione anti-cartesiana, lo spazio non ha una dimensione uniforme e
misurabile. Invece “l’opera d’arte mette
in gioco lo
spazio e questo mette in campo l’idea stessa di arte.
L’opera d’arte è mettere in opera la
verità”.
Heidegger introduce inoltre l’esperienza dello spazio
attraverso
l’abitare. Messori conclude osservando come il
“fare
spazio” in Heidegger sia un processo continuo, un processo
manifestativo, le definizioni si mostrano nel corso del tempo come
evento e manifestazione continua della verità. Per un
architetto
– evidenzia Lamberto Amistadi – è
innegabile
l’importanza di questo scritto per fondare un fare spazio
come
spazio investito di significato. Nella tavola rotonda Ildebrando
Clemente e Carlo Gandolfi hanno proseguito nelle istanze del
“fare” architettonico interloquendo sul tema
heideggeriano
con lo storico dell’arte Davide Colombo.
La conclusione del workshop e delle sue conferenze, del lavoro e degli
incontri, ha lasciato aperti diverse direzioni in un momento come
questo, quando l’architettura dei musei è vuota,
la
scultura non si vede e gli occhi si aprono sulle sole forme del nostro
spazio quotidiano. Numerosi interrogativi si aprono sugli spazi che
“mancano”, su spazi dove gesti, corpi, tracce di
cultura
indicano e ancora delimitano il luogo libero, quel nascondimento
poetico, a cui l’uomo ogni volta appartiene.
Bibliografia.
HEIDEGGER M. (1964) – Bemerkungen
zu Kunst - Plastik - Raum [Vortrag St. Gallen 3], hrsg.
von H. Heidegger, Erker-Verlag, St. Gallen 1996, trad. it. di F.
Bolino, Corpo e spazio.
Osservazioni su arte – scultura – spazio,
Il Melangolo, Genova 2000.
QUINTELLI C. (2018) – L’Abbazia
archivio museo laboratorio. Un progetto architettonico per lo CSAC /
The Abbey archive museum laboratory. An architectural project for the
CSAC, Il Poligrafo, Padova.