








Non un monumento per soddisfare l’ambizione plastica ma uno spazio da consegnare al cittadino affinché ne prenda possesso personalmente e in comunità[1].
Vittoriano Viganò insieme allo scultore Nino Franchina suggeriscono ed esprimono progettualmente la tensione, il dialogo e la complementarietà tra l’apporto scultoreo e quello architettonico nella relazione del progetto ammesso al secondo grado per il Concorso nazionale per il Monumento alla Resistenza di Cuneo del 1962-63 qui citata in esergo. La scelta eticamente e saldamente orientata di definire uno spazio tanto per l’individuo quanto per una comunità di persone rappresenta la volontà e la premessa al progetto, di seguito illustrato, di un monumento-memoriale per il non-finito d’autore.
La duplice condizione di incompiutezza e abbandono invita a considerare l’ex Istituto minorile Marchiondi-Spagliardi di Vittoriano Viganò un caso emblematico di non-finito in quanto opera “aperta” sia dal punto di vista della possibilità di interpretazione di quegli spazi non ancora realizzati secondo il progetto e le intenzionalità iniziali, sia per il valore che esprime il suo mandato civile pur in attesa oggi di un superamento dello stato di stasi e abbandono in cui versa.
L’istanza della sicurezza si riflette anzitutto nel sistema delle strutture portanti, in cemento armato in vista, all’esterno e all’interno. Una rigida alternanza di pilastri e travi sfinate copre l’intero terreno, trasmettendo valori di elementarità e primitività che gli psichiatri giudicano stimolanti per la strutturazione della personalità. […] indirizzando non tanto a compensare la mancanza di una famiglia, quanto ad invitare virilmente il ragazzo misplaced a divenire un cittadino (Zevi 1971, p. 42).
Così descrive Bruno Zevi il nuovo Istituto minorile per ragazzi difficili, evidenziandone i valori innovativi tradotti in un’esperienza urbana che attivamente accoglie e forma gli abitanti di questa «città dei ragazzi»: «Da ciò deriva il senso urbano del complesso, la sua scala umana, la sua attrattiva artistica tutta determinata dalla intenzione di spronare alla libertà» (Zevi 1971, p. 42).
Il progetto per un monumento-memoriale trae da queste premesse la volontà di configurarsi come esaltazione simbolica ed espressione evocativa di quelle parti dell’Istituto mai realizzate, ovvero la chiesa, la palestra-teatro, i centri di interesse, i soggiorni per gruppi, la direzione scolastica e le officine. Intende in quest’ottica rileggere in particolare lo spazio incompiuto della cappella, posta in adiacenza con l’ingresso a sud-est del complesso, attraverso la ricerca di inedite relazioni tra i frammenti dell’opera e la sua fruizione da parte della comunità che oggi vive questi luoghi di abbandono. Il tentativo risultante è quello di definire degli extra-luoghi che accolgano sia il ruolo attivo dell’osservatore che vive e percorre questi spazi, sia il suo atto contemplativo rivolto ad una presenza scultorea diffusa nelle aree ancora libere del sito.
Il monumento-memoriale diviene quindi piazza: una scultura di Paolo Delle Monache percorribile ed attraversabile ne definisce l’accesso, da questi propilei si accede ad un piccolo teatro all’aperto posto ad una quota inferiore del sedime della cappella dell’Istituto mai realizzata. Questo ne evoca la memoria, ritagliando una porzione di cielo, spostano la linea dell’orizzonte. Le opere in bronzo (Tempio, 2003; Tra memoria e oblio, 2004) richiamano il tempo sospeso che è proprio dell’opera incompiuta, poste sugli assi tra il complesso e il teatro all’aperto. La presenza diffusa di opere di terracotta (Soffio, Animula, Sole, Vertigine, Stelle, Infinito, Luna, Orizzonte, Tramonto, 2021) su tutta l’area del Marchiondi come pietre d’inciampo concedono e invitano ad un’infinita possibilità di aggiunta.
Il teatro all’aperto con i propilei e le sculture definiscono un nuovo spazio urbano in grado di accogliere i giovani che oggi frequentano le rovine moderne del Marchiondi. I pilastri che ne definiscono il fronte scenico diventano supporto per teli per la videoproiezione serale.
Nuovi arbusti, erbacee perenni e piante da frutto si sommano alla vegetazione spontanea che prevale su tutta l’area del complesso, seguendo lo stesso processo iterativo plastico. Un bosco orizzontale di sculture in espansione, come di forme e di immaginari, un hortus conclusus per isolarsi, la disorientante sopraffazione che si rinnova come nel mondo onirico del Sacro Bosco di Bomarzo.
Cinque punti per un extra-luogo
Il progetto è caratterizzato da cinque punti fondamentali:
Immaginando l’Istituto minorile Marchiondi l’equivalente in miniatura di una città abbandonata, abbiamo ipotizzato che il Tempo grande scultore (e architetto) tornasse a ridisegnarla attraverso la vegetazione e la composizione di un bosco. Con opera aperta intendiamo suggerire una realtà in divenire, qualcosa di vivo, che si espande, che prevede l’innesto di piante nel tempo e la coltivazione di un orto botanico. Ovvero gli odori e le sensazioni della natura: la creazione di un bosco composto da spezie, fiori, piante e nuovi alberi. Il fine è quello di insegnare alle persone che fruiranno di questa area a conoscerli e ad averne cura, interagendo, ci auguriamo, con una Facoltà di Biologia o di Agraria.
Abbiamo individuato alcune mie sculture per realizzare un percorso nell’area dell’Istituto. Tra Memoria e Oblio, Tempio e un gruppo di grandi volti a occhi chiusi e a occhi aperti compongono il filo di Arianna da seguire all’interno del parco, che desidera essere un’eco contemporanea del Sacro Bosco di Bomarzo.
I titoli di queste opere sono fondamentali per intuirne il senso.
Considero infatti il titolo di una mia opera (o di una mia mostra) un dialogo con chi osserva, una chiave di lettura con cui gettare un ponte con chi guarda.
Non si può fare un applauso con una mano sola. Opera e spettatore sono le due mani. Non è quindi un caso se una di queste opere si intitoli Tempio.
Il Tempio era anticamente uno spazio del cielo, uno spazio immaginario, che l'augure segnava con la sua bacchetta, il lituo, ed entro quello spazio azzurro doveva interpretare gli arabeschi disegnati dai volatili e, a seconda se si svolgevano da una parte considerata fasta, o dall'altra nefasta, prevedere, presagire e auspicare il futuro. A questo spazio immaginario ne corrispondeva uno identico in terra che veniva perimetrato, consacrato, ovvero separato (è noto che sacro vuol dire separato) dal resto, entro cui si doveva svolgere l'attività del con-templare, ovvero di guardare lungamente il cielo.
Tutto questo per dire che abbiamo cercato di perimetrare uno spazio intimo, di silenzio e contemplazione, di osservazione del cielo, suggerito ed evocato dalle sculture che circoscrivono alcune aree e ne connotano altre. Abbiamo pensato inoltre di collocare all’entrata una ulteriore presenza scultorea, una città libro aperto da attraversare, inizio e termine del percorso. Una sorta di filtro spartiacque, di limen per segnare l’extramoenia e l’intramoenia.
Quando, molti anni fa, mi sono trovato di fronte al termine “non-luogo” ho pensato che lì dovevano esserci non-uomini, con non-desideri, non-senso, non-amore. Il “non-luogo” è in effetti un luogo di passaggio con cui è impossibile instaurare un legame. Scrivo questo perché la nostra idea di Monumento-memoriale è l’esatto opposto: un extra-luogo, ovvero un luogo dove si va per stare e pensare, per avvertire pensieri extra-ordinari.
La domanda che ci siamo posti è stata: nella contemporaneità cosa realmente manca ad ognuno di noi? La nostra risposta ed essenza del concept per il Monumento-memoriale è: un luogo che ci separi dal caos calmo (che ci avvolge in un presente continuo iperconnesso) e che ci doni una pausa di silenzio e di intimità con noi stessi, a contatto con la natura, con le sculture binocolo[2] e con un capolavoro dell’architettura quale l’Istituto Marchiondi.
L’idea, in estrema sintesi, è quella di immettersi brutalmente in un luogo come l’area dell’Istituto Marchiondi con l’obiettivo di piantare piante dato che è scientificamente provato che un bosco alza il livello di benessere di una persona. Dove e cosa fare? Indubbiamente immettere alberi con un criterio logico, ma anche:
- alternare zone abbandonate e zone coltivate per creare il contrasto tra natura libera e natura “educata”;
- dare in affido a dei bambini, in una zona selezionata e predisposta, una porzione di terra di 100x100 cm per piantare semi e insegnare loro come coltivarli, al fine di apprendere il reale senso della parola Cultura;
- studiare un sistema di raccolta dell’acqua piovana per autoalimentare e innaffiare le piante, educando a non sprecare questo bene fondamentale e prezioso.
Il concetto di opera aperta coinvolge anche la comunicazione con i fruitori. Videoproiezioni con scritte introduttive ed esplicative possono essere proiettate a seconda dei casi a terra, sulle sculture o a parete, per fornire al visitatore le varie direzioni e peculiarità di questo spazio.
Sono frasi in divenire, non fisse, che possono anche contenere frammenti di questo stesso concept per narrare il senso dell’extra-luogo.
Potrebbe essere collocata inoltre una ulteriore segnaletica fatta dal susseguirsi di ciottoli incastonati a terra, da seguire come i sassi di Pollicino, per indicare il cammino da una scultura all’altra, il filo di Arianna da percorrere all’interno dello spazio.
* Il primo paragrafo introduttivo è stato redatto da Maurizio Villata, il secondo, dal titolo “Cinque punti per un extra-luogo”, da Paolo Delle Monache.
Note
[1] Il progetto relativo al concorso nazionale per il Monumento alla Resistenza a Cuneo di Vittoriano Viganò e Nino Franchina, scultore, ammesso al secondo grado così come presentato in «L’architettura. Cronache e storia» (1963), p. 815.
[2] Sculture binocolo: desidero con la mia ricerca realizzare una scultura da mettere davanti agli occhi come un binocolo, che faccia vedere qualcosa che c’è, ma non visibile o intuibile ad occhio nudo. Non è un gioco semplice, non è da tutti il riuscirci. Traguardare dentro una scultura richiede uno sforzo simile al fare silenzio dentro di sé. I binocoli possono essere anche dei manufatti non necessariamente appaganti o gradevoli esteriormente, ma puoi trovarci dentro il mare, una stella o un paesaggio lontano. Cerco di suggerire con il mio lavoro che la scultura non finisce con il suo contorno, ma è una proiezione oltre la forma: un trampolino di lancio per riflettere. La scultura è un binocolo e una bussola con cui orientarsi, con cui dare senso a quello che ci circonda. «L’arte non insegna nulla, tranne il senso della vita», Henry Miller.
Bibliografia
MENZIETTI G. (2017) – “Istituto Marchiondi Spagliardi. Vittoriano Viganò, Milano 1954-1957”. In: Id., Amabili resti d’architettura. Frammenti e rovine della tarda modernità italiana. Quodlibet Studio, Macerata, pp. 40-45.
GRAF F. e TEDESCHI L. (2009) – L’Istituto Marchiondi Spagliardi di Vittoriano Viganò. Mendrisio Academy Press, Mendrisio.
DEZZI BARDESCHI M. (2004) – “L’istituto Marchiondi di Vittoriano Viganò: paradigma del Moderno”. In: Id., Restauro: due punti e da capo. Franco Angeli, Milano, pp. 168-175.
STOCCHI A. (1999) – Vittoriano Viganò. Etica brutalista. Testo e immagine, Torino.
ZEVI B. (1958) – “I ragazzi non scappano. Il nuovo Marchiondi di Milano-Baggio. Capolavoro del Brutalismo di Viganò”. L’Espresso, 2 marzo. Ora in Id., Cronache di Architettura, III. Laterza, Bari, 1971.
ZEVI B. (1971) – L’Istituto Marchiondi di Milano-Baggio. Capolavoro del brutalismo di Viganò. In: Id., Cronache di Architettura, III. Laterza, Bari.
AA.VV. Redaz. (1963) – “Concorso nazionale per il Monumento alla Resistenza a Cuneo. I dieci progetti ammessi al 2° grado”. L’architettura. Cronache e storia, 90 (aprile), 810-823.
PEDIO R. (1959) – “‘Brutalismo’ in funzione di libertà. Il nuovo Istituto Marchiondi a Milano, architetto Vittoriano Viganò”. L’architettura. Cronache e storia, 40 (febbraio), 683-689.
VIGANÒ V. (1956) – “Un istituto per trecento ragazzi”. Domus, 318 (maggio), 4.
VIGANÒ V. (1955) – “Institution a Milan”. L’Architecture d’Aujourd’hui, 63, 101.
VIGANÒ V. (1955) – “L’internato per ragazzi difficili”. Comunità, 57 (febbraio), 64-70.