La Sarajevo socialista: tra eredità e modernità

Stefania Gruosso, Emina Zejnilović

Introduzione
Sarajevo è una città nel mezzo, sia geograficamente che culturalmente, una condizione che l'ha resa, per secoli, una città crocevia e punto di incontro di culture, ideologie e religioni. L'essenza molteplice di questa città è il risultato di un continuum di invasioni, distruzioni, guerre e ricostruzioni.
La storia della capitale inizia con la dominazione ottomana, quando Sarajevo si trasformò nella città più “orientale” d’Europa, seguendo l’esempio di Istanbul. Alla dominazione ottomana seguì quella dell'impero austro-ungarico, che promosse l’adeguamento della città agli standard europei. Dopo la ferocia dei due conflitti mondiali la città fu distrutta e impoverita e si trovò ad affrontare il problema della ricostruzione.
A metà del XX secolo, durante la Repubblica Socialista di Bosnia ed Erzegovina (SRBiH), Sarajevo era caratterizzata da condizioni sociali ed economiche sempre più favorevoli che condizionarono inevitabilmente l’architettura della città.

Intanto, l’intensificarsi degli investimenti sulle costruzioni, la graduale complessità delle esigenze spaziali, e il clima favorevole dovuto all’entusiasmo sociale generale, generarono progetti che proponevano idee spaziali audaci e nuovi approcci formali.
La crescita della società urbana e industriale causò un notevole aumento delle migrazioni verso la capitale che, a questo punto, necessitava di programmare uno sviluppo urbano su larga scala, ponendo particolare attenzione alla produzione di massa di unità abitative. Per rimediare a questa condizione, l'Istituto per la Pianificazione e lo Sviluppo di Sarajevo disegnò il Piano Urbanistico Generale tra il 1965-1986. Il documento proponeva l'estensione longitudinale della città, in direzione est-ovest dando inizio a una rapida espansione che partiva dalla stretta valle del fiume Miljacka per poi espandersi verso l'ampia area di Sarajevsko polje.
L'assetto contemporaneo della città è caratterizzato da una serie di differenti strati urbani che non si sovrappongono mai e che si dispongono perfettamente uno affianco all’altro. Ogni singolo strato ha una propria identità storico-morfologica e testimonia un pezzo di storia in cui la Sarajevo socialista è facilmente identificabile per la sua estensione urbana, per lo sviluppo verticale delle sue architetture e per il salto di scala che la contraddistingue dal resto della città.

La Sarajevo socialista e la modernizzazione della città — Il ruolo di Neidhardt e l'impatto di Le Corbusier sulla città.
L’affermarsi del proletariato e la crescita della società industriale furono adoperati dal governo per la costruzione di un forte stato socialista. Queste condizioni, viste come strumenti sia ideologici che pragmatici, in combinazione con il consolidato sistema di autogestione, avevano un impatto su tutti gli aspetti della vita.
Il ruolo dell’architettura nella costruzione della nazione jugoslava, nel controllo della vita socio-culturale e nella comunicazione della dottrina del socialismo jugo-slavo fu estremamente importante. L’identità politica unica, basata sul continuo equilibrio tra Oriente e Occidente, portò ad un’architettura anch’essa distinta, un’architettura «intermedia» (Mrduljaš & Kulić, 2012), che combinava l’ideologia egualitaria comunista con l’estetica e la tecnologia occidentali.
Nel suo libro Nova arhitektura Bosne i Hercegovine – 1945-1975, uno dei più celebri architetti bosniaci, Ivan Štraus, identifica ben quattro periodi di sviluppo della modernizzazione dell’architettura bosniaca (Štraus, 1977).
Il complesso processo di modernizzazione fu avviato nell'immediato dopoguerra e si concentrò principalmente su grandi costruzioni frutto del lavoro di una cerchia ristretta di architetti e di modeste possibilità economiche e di investimento. Parliamo di anni turbolenti, di divisione ideologica con la Russia di Stalin, di rigido realismo sociale e della svolta decisiva verso le riforme economiche, di decentramento e di liberalizzazione. Personaggi di spicco, come Dušan Grabrijan, Muhamed e Reuf Kadić, Helen Baltasar, Juraj Neidhardt, Jahiel Finci e altri, furono gli ideatori della Sarajevo Moderna, che precede la Seconda Guerra Mondiale, e i promotori dell'architettura bosniaca nello scenario iugoslavo. Il lavoro di questa generazione di architetti pose le basi per la definizione dell’architettura moderna.
La ricerca di una nuova interpretazione architettonica si rifletteva principalmente nella reminiscenza positiva dei primi esempi di architettura moderna, come l’esemplare complesso residenziale di Džidžikovac (Fig.1), costruito dai fratelli Kadić nel 1948, così come suggerito dalla riforma urbanistica della città moderna.

Negli anni successivi, l’architettura di Sarajevo fu fortemente influenzata dalle scuole di architettura di Zagabria e Belgrado, ma anche dal lavoro Juraj Neidhardt , studente di Le Corbusier e uno degli architetti più significativi di Sarajevo. Neidhardt sostenne la rivitalizzazione dell’idea della «città a misura d’uomo» e la creazione del «polo bosniaco dell’architettura», entrambi fondati sull’aspirazione a trascendere i valori architettonici ereditati in un’interpretazione nuova e moderna. (Grabrijan & Neidhartd, 1957) Nella sua visione sulla creazione di un nuovo centro cittadino, a Marijin Dvor, del 1960, Neidhardt propose una «pausa spaziale» che avrebbe fatto rivivere la filosofia ottomana di Sarajevo, proponendo una città giardino come controparte modernista della Bascarsija (Fig.2). La soluzione urbana suggerita prevedeva, come segno principale, una fascia verde pedonale in grado di connettere l’area con la principale arteria stradale, da un lato, e con il monte Trebevic, dall’altro. Stanco della «mania dei grattacieli», Neidhardt suggerì il progetto per un'area commerciale caratterizzata da un accentuato sviluppo orizzontale e da un parterre, in sintonia con la tradizionale architettura doksat. (Neidhardt a Oslobodjenje)
Il progetto è una sintesi del meglio dei due mondi, una composizione contraddittoria, in cui l’accentuata verticalità dell’edificio dell’Istituto di Bosnia ed Erzegovina è giustapposta all’orizzontalità dell’edificio del Parlamento e all’ingresso alla piazza (Fig.3).

L’“approccio neidhartiano” all’architettura si basava su un’armoniosa simbiosi tra principi tradizionali, come il «rituale del vicinato» e il «diritto alla vista», e lo stile contemporaneo fatto di forme chiare e di una modalità di espressione minimalista. Il suo lavoro riuscì a reinterpretare in modo creativo questa idea che si rifletteva in numerosi edifici iconici, come la Facoltà di Filosofia, la Facoltà di Scienze Naturali e Matematica, gli edifici residenziali in via Alipasina 11-17, o come il palcoscenico estivo a Ilidza. Queste sperimentazioni crearono una solida base per la modernizzazione della città che continuò negli anni '60 e '70, quando l'architettura subì sempre più gli influssi regionali e quelli dei primi laureati presso la Scuola di Architettura di Sarajevo.

A quel tempo, le richieste al settore delle costruzioni erano complesse, sia in termini di dimensioni che di programmi. Nuove espressioni formali e organizzazioni spaziali erano il frutto dell’influenza della tecnologia e dall’innovazione contemporanee, dell’ascesa della società dei consumi e del rafforzamento della nazione jugoslava. La tendenza principale fu quella di creare un'architettura di perfezione tecnica come ideale estetico (gli edifici di Energoinvest, Unioninvest, Yugobank, ecc.) mentre negli anni '70 il design era per lo più influenzato dal brutalismo internazionale, particolarmente evidente nell'architettura dell’edificio per Radio e TV; in Skenderija, centro sportivo e ricreativo; nell’icona distrutta dei grandi magazzini Sarajka di Sarajevo, nonché in numerose strutture sanitarie, ricettive e amministrative della città (Straus, 1987). Forse, come mai prima, l’architettura è stata liberata dagli elementi locali e di folklore, e diventa riconoscibile grazie a una raffinata alfabetizzazione artistica e tecnica che ne fa un’autentica eredità come originale interpretazione jugoslava delle tendenze architettoniche europee. Questa architettura si presenta come ineguagliabile nella sua espressione e come perfetta sintesi dei due mondi.

L’architettura residenziale: Ciglane e Alipasino Polje
Il processo di modernizzazione del progetto di architettura residenziale si basava sull’idea socialista di equivalenza radicata nella cultura jugoslava. Fu data priorità al «principio di classe piuttosto che di identità», nella convinzione che un ordine sociale avrebbe risolto qualsiasi questione nazionalista relativa ai diversi gruppi etnici presenti nella città. L’architettura residenziale utilizzò la sua estetica minimalista come strategia per prender parte all’organizzazione della vita individuale e collettiva delle persone (Zejnilovic & Husukic, 2018). Inizialmente l’architettura dell’abitare era vincolata a standard modesti e a una scarsa qualità costruttiva. Negli anni '50 e '60 lo sviluppo edilizio subì invece uno slancio che portò alla comparsa di nuove tipologie residenziali: blocchi unificati. I blocchi erano o completamente spogliati di qualsiasi intervento e di «sensibilità complessiva» – o caratterizzati da un numero esagerato di dettagli e interventi su piccola scala, evidenti nella prima grande area residenziale, Grbavica I. Sebbene migliorata nella disposizione delle unità abitative, l’architettura residenziale, che inizialmente mancava di una pianificazione e organizzazione spaziale, era ritenuta priva di creatività, di spirito e di autenticità. Nonostante l'uniformità dell'espressione visiva, negli anni successivi, ci furono progressi nella modalità di riproduzione delle unità abitative, che divennero sempre più complesse nei contenuti, più contemporanee nella disposizione spaziale e di più grandi dimensioni. Tra gli esempi più significativi di quel periodo ci sono gli insediamenti residenziali Otoka, Čengić Vila e Grbavica II.
Nel 1971 la popolazione di Sarajevo triplicò, passando dai 111.087 abitanti del 1948 a 359.448 abitanti, per poi crescere fino a raggiungere i 448.519 abitanti nel decennio successivo (Grad Sarajevo).
La necessaria e rapida costruzione di unità residenziali rappresentò un grosso onere per la città che pianificò un’intensificazione di edifici residenziali nella zona della valle di Sarajevsko polje (valle di Sarajevo).
Alla crescita demografica e al cambiamento nella struttura sociale della popolazione, seguì anche una prima ondata di costruzioni illegali sulle pendici di Sarajevo, che si protrasse dagli anni '60 fino agli anni '80. La collina, tradizionalmente contraddistinta come l'area residenziale dei Mahala, il cui carattere urbano era legato alla tradizione locale e all’autenticità di Sarajevo, venne aggredita da uno sviluppo frenetico e selvaggio che trascendeva l’immagine del giardino a gradoni della città ottomana del XVI secolo.
Gli architetti locali iniziarono la sperimentazione di nuovi modelli e tipologie edilizie, pur mantenendo le connessioni con la tradizione locale.
Il progetto dell'abitazione, nella produzione jugoslava più matura, portò alla definizione di un nuovo modello abitativo per i sarajevesi che propose, per la prima volta, la tipologia della residenza a torre. Uno degli esempi più interessanti è il complesso edilizio Alipašino Polje, progettato da Milan Medić, Jug Milić e Namik Muftić (1977-1980).
Ciglane (Fig.4), omaggio alla città ottomana, è un insediamento abitativo collettivo di tipo terrazzato che occupa un'area di 16 ettari e che prevede 1451 unità abitative destinate a 6000 residenti (Dobrovic, 1973). Situato nella parte occidentale della valle di Kosevo e nel sito dove sorgeva un'ex fabbrica di mattoni, il complesso residenziale propone una soluzione architettonica che reinterpreta i concetti dei Mahala, le abitazioni tradizionali sorte intorno alla Bascarsija. A una scala più ampia Ciglane era uno dei segmenti spaziali pianificati realizzati lungo via Djuro Djakovć (oggi Alipasina), un’asse che culminava con il centro sportivo Skenderija, da un lato, e il progetto del complesso Zetra, dall'altro.

L'idea di base era fondata sulla continuità della struttura urbana e sulla giocosità della morfologia sia in direzione orizzontale che verticale. Il pittoresco insieme spaziale, caratterizzato dalla libertà dei volumi, dalla materializzazione armoniosa, dalla varietà di vedute e dall'interazione con l'ambiente, permetteva anche di garantire la necessaria intimità nonostante la matrice complessa e stratificata di strade, piazze, parchi e passaggi. Ciò è evidente nella diversità dei programmi urbani offerti: la principale strada pedonale e la strada “galleria” – sopra i garage (piano terra), la strada centrale – “strada residenziale della quiete” (1° livello), la strada residenziale della quiete e il punto panoramico (2°livello) (Juric & Islambegovic, 2019).

Le unità residenziali sono il frutto di un progetto partecipato, pratica oggi comune ma rivoluzionaria al tempo, che ha visto gli abitanti prendere parte al disegno e all’evoluzione di questa megastruttura attraverso la possibilità di intervenire sulle terrazze. Inoltre, poiché flessibilità e adattabilità erano un punto cardine dell’idea originaria, le terrazze erano state concepite come aree supplementari in cui le unità, se necessario, potevano espandersi.
Nel lato opposto a Ciglane, si estende invece il complesso residenziale di Alipasino polje (Fig.5-6), situato sui dolci pendii dell'ampia Sarajevsko polje (valle di Sarajevo), tra le due principali arterie di trasporto della città. Alipasino polje è stato progettato per rispondere alla domanda di alloggi della crescente classe media e a una popolazione attiva che contava 30.000 abitanti. (Investprojekt, 1985)
È importante sottolineare che Alipasino polje è stato il primo insediamento più grande di 15 ettari di Sarajevo, con una superficie coperta di 65 ettari che forniva 8200 unità abitative (architetto Milan Medic per il Comune di Novi grad, 2021). L’impianto urbano è scandito una serie di edifici di 19 livelli, posizionati nella parte perimetrale del sito, che regrediscono fino ad edifici di 5 piani man mano che si spostano nella sezione centrale dell'area. L'aspetto di “chiusura” creato verso l'esterno, viene intelligentemente ammorbidito con la regolazione della scala del costruito e con il livellamento di grandi aree pubbliche, che con la loro orizzontalità bilanciano l'esagerata verticalità degli edifici che li cingono. Il progetto prevede inoltre numerosi spazi comuni pensati per incentivare il culto del vicinato e il senso di comunità.
La vista del complesso dall’esterno, con gli alti edifici, rifletteva le tendenze architettoniche globali dell'epoca e la visione che lo stato voleva trasmettere, ovvero di una società progressista e di successo.
Questo progetto segna un primo passo verso la fase finale della “modernizzazione incompiuta” di Sarajevo, che si concretizzerà con la massiccia espansione della città durante i preparativi per i Giochi Olimpici Invernali del 1984.

Edifici pubblici. Da strumento del regime a icone della città contemporanea.
Insieme all’espansione delle aree residenziali il panorama architettonico della città si arricchì di una serie di nuovi progetti, che erano espressione del ruolo che l'architettura aveva nella costruzione del controllo della vita socio-culturale. Contestualmente, l’architettura, confermava l’interesse del regime per lo sviluppo culturale della città, sotto diversi aspetti e approcci, e l’intenzione di fare di Sarajevo un moderno centro culturale. Vennero costruiti importanti edifici come strumento attraverso il quale Tito comunicava al mondo la modernità della Jugoslavia.
Ne sono un esempio il Centro culturale e sportivo Skenderija, una struttura la cui composizione è un chiaro riferimento all'opera di Le Corbusier; la Facoltà di Scienze Naturali e Matematiche, le cui cupole rimandano all'architettura ottomana e il Museo Storico della Bosnia ed Erzegovina.

Il centro sportivo e culturale Skenderija (CSC Skenderija) (Fig.7) fu costruito nel 1969 lungo il fiume Milicka, nella zona Marijin Dvor, in un’area in prossimità del nuovo centro cittadino progettato da Neidhardt. Il complesso rispondeva all'esigenza della città di dotarsi di un luogo che potesse offrire attività sportive e culturali, con l'intento di essere supporto al miglioramento la qualità della vita degli abitanti. Progettato da Živorad Janković con la collaborazione di Halid Muhasilović, Skenderija, si presentava come un'opera ambiziosa, unica nelle intenzioni, nei contenuti, nelle dimensioni e notevole per l’innovativa modalità di interpretare e organizzare lo spazio.
La composizione spaziale, rifletteva l'influenza dello stile tardo (brutalista) di Le Corbousier (Neidhardt, 2014). Un complesso programma funzionale vedeva la coesistenza di sport, cultura e commercio; un concetto di architettura ibrida molto vicino a quella contemporanea. (Gruosso, di Lallo, Pignatti 2022).
Un ampio podio, utilizzato principalmente per attività commerciali e ricettive, domina la composizione dal livello della strada. I due edifici principali, Dvorana Mirza Delibašić e Dom Mladih, fanno da sfondo al grande spazio pubblico centrale.
La Dvorana Mirza Delibašić, detta anche la «rosa di cemento», è un'arena polivalente utilizzata sia per eventi che per competizioni sportive e caratterizzata da grandi pilastri inclinati in cemento armato posti sui lati corti, che sembrano sollevare l'edificio da terra. Il Dom Mladih, ovvero la Casa della Gioventù, è un centro multifunzionale costituito da una scatola di cemento, scandita da vetrate orizzontali che corrono lungo l’intera facciata, all’interno della quale è inserito un volume cilindrico che ospita una sala da ballo, un anfiteatro, una discoteca e un Centro giovanile. L'unicità e il valore del CSC Skenderija sono confermati dall’assegnazione del Premio Nazionale Jugoslavo Borba, come miglior progetto architettonico della Jugoslavia. L'opera venne rivisitata e ampliata in occasione delle Olimpiadi invernali del 1984, evento che segnò un periodo di nuove trasformazioni urbane per Sarajevo.

Non lontano dal Centro Culturale e Sportivo Skenderija si trova la Facoltà di Scienze Naturali e Matematica, una delle due facoltà dell'Università di Sarajevo previste dal piano generale di Juraj Neidhardt per Marin Dvor.
Il progetto è una chiara espressione della teoria di Neidhardt sull’architettura, adeguata alle condizioni moderne della nazione e costruita su basi vernacolari.
La struttura, realizzata negli anni '60, su progetto dello stesso Neidhardt è composta da due blocchi. Il primo blocco è costituito da una serie di volumi organizzati attorno ad uno spazio centrale. La parte inferiore del primo blocco è termina con un con un basamento in pietra bugnata che richiama palesemente la città vecchia. Il secondo blocco è un edificio ad un piano coperto da un tetto sormontato da volumi semisferici rivestiti in rame, anche in questo caso un intenzionale riferimento alle cupole della tradizionale città ottomana. Le aule all'interno di questi spazi voltati sono caratterizzate da una disposizione particolarmente efficace e da un'illuminazione che filtra dai lati (Pignatti 2019).

Sempre nella parte di transizione verso la città nuova, lungo la via principale (Zmaja e Bosne), si erge discretamente il Museo Storico della Bosnia ed Erzegovina (Fig.8). Il progetto del museo, realizzato da un gruppo di architetti zagabresi, Boris Magaš, Edo Šmidihen e Radovan Horvat, nel 1958, caratterizzato da una forma cubica e da linee pulite, è forse il progetto più internazionale e modernista a Sarajevo.
L'opera è stata vincitrice del primo premio in un concorso pubblico per la progettazione del Museo della Rivoluzione a Sarajevo.

Il museo ha cambiato più volte nome. Nel 1949 il museo fu nominato Museo della Rivoluzione Nazionale della Bosnia ed Erzegovina, nel 1967 Museo della Rivoluzione della Bosnia ed Erzegovina e infine, con la Legge sull'attività museale, adottata nel giugno 1993, il fu ribattezzato Museo Storico della Bosnia ed Erzegovina. L'edificio è costituito da un gigantesco cubo di cemento poggiato su un volume di base quasi interamente vetrato ed è per questo che sembra fluttuare sul podio di pietra bianca. L'ingresso è caratterizzato da un'ampia scalinata realizzata in pietra. L’unicità ed i valori architettonici del Museo sono ben sintetizzati dalle parole del Prof. Stjepan Roš:

L’edificio del Museo della Rivoluzione è manifesto della pura architettura di Mies van der Rohe. L’edificio è composto di “scatole”, trasparenti e piene. La struttura, rivestita in vetro trasparente si estende su un piedistallo di pietra bianca, su cui poggia una scatola interamente in pietra […] Gli spazi sono estroversi, chiaramente orientati verso il giardino interno. Le nove colonne - alberi esili - contraddicono la loro stessa funzione effettiva perché sembrano non poter fare da sostengano. La disposizione libera delle pareti dà l'impressione di elementi in movimento e di una “pianta libera aperta”.


La Sarajevo socialista verso il futuro
A quarant’anni dalla fine dell’era di Tito, la capitale della BiH è ancora caratterizzata da una struttura urbana multistrato, all’interno della quale è chiaramente identificabile l’urbanizzazione su larga scala realizzata durante il periodo socialista. Va anche ricordato che la guerra del 1992-1995 ha frenato lo sviluppo urbano della città e ha creato un divario spaziale, culturale e sociale.
Successivamente, le nuove architetture perseguirono una direzione “distaccata” da quanto era stato precedentemente realizzato, nel continuo tentativo di riaffermare l’identità di Sarajevo come città più globale. Ma mentre l’architettura contemporanea, generica, decontestualizzata ed eccentrica si imponeva come una nuova forma di violenza, i manufatti rappresentativi dell’architettura socialista continuavano a dominare l’immagine della città.
La scala, la monumentalità e la coerenza dell’impianto urbano, in particolare in alcuni ambiti urbani come le aree residenziali di Alipašino polje e Ciglane, consentono a queste architetture di preservare un carattere autentico e una qualità visiva e spaziale che non viene alterata dalle interferenze invadenti delle aggiunte contemporanee.

Marijn Dvor, l'area proposta come “nuovo centro” nel masterplan di Juraj Neidhardt, conferma, da un lato, il suo ruolo di simbolo di rinnovamento e sperimentazione urbana come protagonista di continui investimenti e tentativi che ambiscono alla definizione di un'architettura nuova e contemporanea, e, dall'altro, prosegue il suo percorso di valorizzazione dell’architettura del passato. In quest'ottica gli edifici pubblici e culturali, come simboli della città socialista, costituiscono non solo una memoria storica ma diventano icone che contribuiscono allo sviluppo urbano sotto molteplici aspetti e che per questo devono essere preservati dall’abbandono.

Dal 2007 il Centro Sportivo e Culturale Skenderija ospita l'Art Depot, ovvero la sede temporanea della Collezione Ars Aevi che è stata realizzata grazie al supporto di alcuni tra gli artisti più significativi del mondo i quali hanno contribuito, donando le loro opere, per la creazione della collezione del futuro Museo di Arte Contemporanea. L’Art Depot è l’espressione di una volontà di contrastare la violenza della guerra degli anni '90 con la cultura e si pone come icona di resilienza insieme al Museo Storico della Bosnia ed Erzegovina, che racchiude e ripercorre la storia del Paese dal Medioevo ai giorni nostri. Nonostante le pessime condizioni e il malfunzionamento, il Centro Sportivo e Culturale Skenderija, è ancora oggi uno dei monumenti più significativi della città, al quale è fortemente legata la memoria dei sarajevesi.

Sarajevo è un caso esemplare di città frutto del lavoro condotto da alcuni dei principali architetti della Jugoslavia socialista, i quali hanno prodotto, proprio qui, una gamma unica di forme e approcci facilmente identificabili lungo l'asse ovest-est della città. Il riconoscimento, seppur tardivo, del valore delle opere della Jugoslavia socialista è stato confermato dalla mostra curata da Martino Stierli e Vladimir Kulić, dal titolo Verso un'utopia concreta. Architecture in Jugoslavia, 1948–1980, tenutasi a New York presso il Moma, Museum of Modern Art, nel 2018, in cui Sarajevo è stata rappresentata attraverso le opere di Juraj Neidhardt.

Le opere citate, insieme a molte altre che non sono state discusse in questo contributo, costituiscono, oggi, pezzi di un museo a cielo aperto che emette ancora la scintillante luce dell'utopia socialista, e come testimonianza di un frammento di tempo, di società e del sistema socialista.

Note 

* Il presente contributo è il risultato di ricerche e riflessioni condotte dagli autori nell'ambito di una serie di attività accademiche. Nel dettaglio: S. Gruosso e E. Zejnilović sono gli autori di Abstract; S. Gruosso è l’autore di Introduzione, Edifici pubblici. Da strumento del regime a icone della città contemporanea e La Sarajevo socialista verso il futuro; E. Zejnilović è autore di La Sarajevo socialista e la modernizzazione della città - Il ruolo di Neidhardt e l'impatto di Le Corbusier sulla città e Architettura residenziale: Ciglane e Alipasino Polje.

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