Marzo Lotus

Lotus. I primi trent’anni di una rivista di architettura

Mauro Marzo

 




Il 1963 era stato un anno davvero speciale per il pilota britannico Jim Clark. Alla guida della Lotus 25 realizzata su misura per lui da Colin Chapman, aveva vinto sette delle dieci gare inserite in calendario. Il primo posto al traguardo del Gran Premio Italia, disputato a Monza l’8 settembre 1963, aveva consentito a lui e alla sua scuderia di ottenere il Titolo Piloti e la Coppa Costruttori[1], con ben tre gare d'anticipo sulla fine del campionato. Quel giorno, Chapman fece «il giro d'onore a cavalcioni del cofano motore della Lotus 25»[2].

A quest’automobile, e ai suoi successi, è ispirato il nome scelto per ciò che inizialmente è immaginato, più che come una tradizionale rivista, come un annuario da dedicarsi alle migliori opere di architettura, urbanistica e disegno industriale. È Bruno Alfieri, figlio di un editore d’arte e appassionato di automobilismo[3], a fondare «Lotus» a Venezia nel 1963.

Per la costruzione del primo numero dell’annuario, pubblicato in italiano e in inglese nel 1964[4], egli si avvale dei consigli di Sigfried Giedion e delle segnalazioni di Henry Russel Hitchcock per la East Coast degli USA, di Esther Mc Coy per la West Coast, di Jürgen Joedicke per l’architettura tedesca e di Giulia Veronesi[5] per la situazione italiana e francese. “Lotus. Architectural annual, Annuario dell’architettura, Annuaire de l’architecture 1964-65, edited by Giulia Veronesi and Bruno Alfieri, Bruno Alfieri, Milano 1964” recita il frontespizio del primo corposo volume.  Le opere pubblicate sono selezionate in base al loro “alto raggiungimento artistico e funzionale”[6] o in base alla loro capacità di rivelare “nuove direzioni alla ricerca dell’architettura”[7], quand’anche con i difetti propri della sperimentalità. L’arduo compito che l’annuario si pone è tracciare “un panorama il più possibile obiettivo di una situazione mondiale”[8], scrive Alfieri nella premessa, invitando progettisti e critici dell’architettura di ogni parte del mondo a segnalare opere da prendere in considerazione per la successiva edizione. Nelle pagine seguenti Veronesi precisa che l’obiettivo non è effettuare un bilancio, ma rendere possibile prima di tutto ciò che qualunque “messa a punto”[9] richiede, ovvero la conoscenza stessa delle opere. Se non è ancora tempo per esprimere valutazioni, ciò che risulta però possibile è evidenziare alcuni “tratti salienti”[10] del panorama internazionale che emerge dallo stesso annuario. Dalle pagine di quello che si propone come uno strumento d’informazione e di lavoro emerge, in tutta la sua evidenza, la conclusione del processo di assimilazione delle due estetiche “più risonanti”[11] e “più antitetiche”[12] del secolo, quella di Frank Lloyd Wright e quella di Le Corbusier. E ciò comporta conseguentemente che la «ricerca affannosa di novità estetiche, strutturali o tecniche è stata ormai sostituita dalla meditata elaborazione e utilizzazione di elementi sicuri: cioè di “parole”, con le quali l’originale sintassi dell’architetto formerà un discorso plastico coerente»[13]. La prima edizione dell’annuario delinea, come evidenziato da Alessandro Rocca, «uno scenario dominato dai maestri della prima generazione e una folta presenza americana, ben diciassette opere su trentotto»[14], tra le quali compaiono due progetti di Skidmore, Owings & Merrill. Accanto a Wright, Le Corbusier, Mier van der Rohe, figurano Alvar Aalto, Josep Antoni Coderch, Eero Saarinen e, tra gli italiani, Angelo Mangiarotti, Giovanni Michelucci, Pier Luigi Nervi, Nicola Pagliara e Gino Valle. Al formato quasi quadrato del volume (cm 24 x 25), alla chiarezza dell’impaginato e all’ottima qualità delle immagini, dovuta all’esperienza maturata da Alfieri nel campo dell’editoria d’arte, si accompagnano schede di presentazione delle opere di carattere più descrittivo che critico-interpretativo, concentrate sulle “innovazioni formali e tecnologiche”[15] dei progetti. Piccoli assestamenti compaiono nel sottotitolo della seconda edizione del 1965 – ad “Annuario dell’architettura” si affianca “d’oggi” e ad “Annuaire de l’architecture” si associa l’aggettivo “contemporaine” –, mentre invariato rimane il registro meramente descrittivo degli articoli. Il graduale processo di trasformazione dell’annuario è tuttavia avviato, come testimoniano sia il saggio di Veronesi, che l’introduzione dal significativo titolo Un nuovo Lotus di Alfieri. Questi pone l’accento sulla perdita di significato delle suddivisioni tra organicismo, razionalismo e neo-neo-classicismo ormai travolti dai nuovi e indifferibili obiettivi che i cambiamenti sociali ed economici pongono alla contemporaneità. La stessa figura dell’architetto si modifica, assumendo il ruolo di “progettista della società”[16] e di tecnico chiamato a risolvere problemi che non attengono esclusivamente alla scala dell’edificio, ma si estendono alla scala del quartiere, della città, della regione. «Il mondo […] cammina sempre più in fretta. Agli architetti viene richiesto di disegnare aeroporti a più piste, di collaborare ad imprese urbanistiche che interessano milioni di persone, di progettare industrie e porti […]»[17]. Anche mentre «ammiriamo senza riserve il foglio da disegno di Carlo Scarpa […] o il ponte d’ingresso alla Fondazione Querini Stampalia […], non possiamo non sentire l’angoscia delle urgenti e pressanti necessità che ci portano altrove»[18]. Nel suo saggio Veronesi analizza, al pari di Alfieri, il tema dei grandi cambiamenti registrabili nel mondo dell’architettura, affrontandolo tuttavia da un punto di vista più interno alla disciplina. Nella generazione che succede a quella dei maestri, si stanno definendo “nuove poetiche”[19] nelle quali non si riscontra più un’opposizione netta tra razionale e organico, ma semmai un “tentativo di conciliazione” messo in atto attraverso la tecnica. Nell’attuale “confusione ideologica”[20] che incrocia e confonde le varie tendenze e i molteplici linguaggi che l’annuario si limita a riflettere, l’eclettismo può rinvenire una forma di riscatto solo in quel “carattere tecnico e scientifico che unifica in tutto il mondo le ricerche degli architetti”[21].

Non più piccoli assestamenti, ma consistenti modificazioni sono apportate all’iniziativa editoriale l’anno successivo, quando nel sottotitolo al sostantivo “annuario” si sostituisce la parola “rivista”: LOTUS 3. An International Review of Contemporary Architecture, Rivista internazionale dell’Architettura d’oggi, Revue internationale de l’Architecture contemporaine, 1966-67. Inoltre scompare il nome di Giulia Veronesi e alla guida di «Lotus» rimane il solo Alfieri. La formula dell’annuario aveva rivelato tutte le sue lacune, sia in termini di esaustività dei contenuti, sia in termini di esposizione delle opere; esigenze di spazio e di imparzialità avevano infatti imposto l’uso di “minimi comuni denominatori di impaginazione”[22] provocando un senso di noia visiva nel lettore. Con l’abbandono dell’idea di un’onnicomprensiva pretesa di catalogazione, si ha modo di circoscrivere il campo d’indagine e di attribuire un più ampio spazio al confronto tra le idee e alla presentazione di «fenomeni di ricerca e di progettazione che possono dare utili indicazioni sull’architettura e sul disegno di domani»[23]. Ma è nello scritto L’architettura ricerca nuove relazioni di Alberto Rosselli – designer e docente universitario per il quale la progettazione andava intesa come un “processo decisionale” – che si chiarisce in quale modo la rivista intenda restringere il campo dei propri interessi. Se gli aspetti più discutibili dell’architettura contemporanea coincidono con la perdita di consapevolezza della propria natura e la conseguente tendenza a subire l’influenza di altre discipline collaterali, diventa cruciale interrogarsi sul ruolo che la ricerca può assumere nel mondo della professione. È fondamentale, scrive Rosselli, “saper vedere una certa realtà” e “sapere interpretarla”[24], al fine di individuare le risposte ai problemi che essa pone, di ricostituire una continuità tra la cultura dell’architetto e gli strumenti operativi a sua disposizione. Si rende necessario indagare la natura dei fenomeni, riconoscendone la struttura interna e le relazioni con l’esterno in quanto è proprio “in questo mondo di relazioni”[25] che la progettazione architettonica risulta ormai inserita.

Con il numero 4 di «Lotus» si affina quel processo che conduce il periodico a spostare l’asse delle proprie finalità dall’ambito dell’informazione e dell’aggiornamento professionale a quello dell’approfondimento critico delle principali questioni che attengono al progetto d’architettura. L’obiettivo di «Lotus» è chiaramente definito nella premessa a questo numero, firmata da Alfieri. L’avvio della nuova rivista consente di riprendere il filo del discorso iniziato sulle pagine del periodico internazionale «Zodiac», voluto da Adriano Olivetti e fondato nel 1957 dalle Edizioni di Comunità su iniziativa dello stesso Alfieri. Si dà così seguito a quelle riflessioni «interrotte dalle difficoltà ambientali in cui veniva lentamente invischiata la redazione […] dopo la scomparsa di quell’illustre uomo […] che ha saputo dare la sua impronta alla rinascita culturale dell’Italia nei campi della sociologia, dell’urbanistica, dell’architettura e dell’industrial design, dopo l’ultima guerra mondiale»[26]. Il processo selettivo alla base dell’idea di annuario conduce inevitabilmente all’impostazione di un discorso critico la cui esplicitazione è affidata a un articolo di Rosselli. La costruzione della città moderna non è fallita per l’assenza di teorie e di visioni, ma per l’incapacità a comprendere una realtà divenuta sempre più complessa, così come per la mancanza di strumenti operativi adatti alla nuova scala delle questioni. Il ruolo dell’architetto nella prossima decade sembra «condizionato dal passaggio da uno stato di “visione del mondo” a uno stato di “interpretazione della realtà” in tutte le sue sfumature»[27]. Se il fenomeno davvero inedito che gli architetti dovranno imparare ad affrontare è rappresentato dalla “nuova scala dei problemi e delle opere”[28], le questioni che essi si troveranno dinnanzi spaziano dalla carenza di alloggi, ospedali e scuole, alla crescita fuori controllo delle città, fino alla necessità di “controllare il paesaggio e ristabilire l’ambiente”[29].

Il numero 5 della rivista, pubblicato nel 1968, segna un’altra tappa importante. «Lotus» si è dotata di un comitato di redazione di alto livello composto, oltre che dallo stesso Alfieri – editore e direttore responsabile della rivista – dagli storici americani dell’architettura Esther McCoy e Henry Russel Hitchcock, dallo storico dell’arte Giuseppe Mazzariol, a quel tempo direttore della Fondazione Querini Stampalia di Venezia, da Abraham Rogatnick, professore di architettura alla University of British Columbia, già in contatto con Mazzariol, e in fine da Robert Venturi. Quest’ultimo, insieme a Denise Scott Brown, pubblica in questo numero un lungo articolo intitolato A significance for A & P Parking Lots; or Learning from Las Vegas[30], mentre Philip Johnson apre la rivista con Why we want our cities ugly. Ma è l’intero numero a configurare un evidente salto di qualità rispetto ai precedenti. Esther McCoy, esperta conoscitrice dell’architettura californiana, scrive su Rudolph Michael Schindler[31], alla cui opera è dedicato anche un secondo articolo intitolato Ambiguity in the work of R.M. Schindler[32]. Mazzariol presenta diffusamente un progetto di Guillermo Jullian de la Fuente[33], autore peraltro dello schizzo riportato sulla copertina di questo numero, e di un articolo sul linguaggio di Arthur Erickson[34], mentre Rogatnick scrive EXPO 67: the past recaptured[35].

Ma è solo con le due uscite successive che la rivista perviene alla definizione di un più chiaro orientamento tematico. «Lotus» 6 e 7, del 1969 e del 1970, affrontano le questioni poste dal rapporto tra architettura e città che si erano andate imponendo nel dibattito italiano anche a seguito della pubblicazione di due libri fondamentali rispetto a questo tema: Origine e sviluppo della città moderna[36] di Carlo Aymonino, edito nel 1965, e L’architettura della città[37] di Aldo Rossi dato alle stampe l’anno successivo.

Gli indici di questi due numeri si strutturano secondo uno schema quadripartito. Nella prima parte di «Lotus» 6, un progetto di Louis Kahn offre l’occasione a Mazzariol per riflettere sull’immagine della città di Venezia[38]; la seconda parte[39] indaga il tema del progetto alla scala urbana attraverso l’articolo La progettazione della città di Angelo Villa, docente di progettazione allo IUAV e redattore di «Lotus»,[40] e alcuni casi studio: il Piano Regolatore Generale di Bari (con scritti di Carlo Aymonino, Ludovico Quaroni e Antonio Quistelli), il progetto di concorso per il centro di Plovdiv in Bulgaria (Giancarlo De Carlo), la riqualificazione di Midtown Manhattan (James Stirling, Geoffrey Baker), il concorso per il nuovo centro di Mosca. La terza parte presenta progetti che, per le loro dimensioni o per la loro funzione, si impongono come figure alla scala urbana o territoriale: si tratta di grandi complessi ospedalieri, sedi universitarie, aeroporti progettati da Carlo Aymonino, Costantino Dardi[41], Giancarlo De Carlo, Arata Isozaki, Cesar Pelli, James Stirling.

La quarta parte, intitolata “Studi e Note”, chiude il numero con un articolo di Abraham Rogatnick sul declino della professione dell’architetto in Nord-America[42]. «Lotus» 7 è introdotta da un lungo saggio sulla struttura urbana intesa come “parametro di giudizio (analisi) e di invenzione (progetto) per l’intervento architettonico”[43] di Angelo Villa, divenuto nel frattempo membro del comitato di redazione. Nella prima parte, scritti e progetti di Carlo Aymonino[44], Guido Canella[45], Aldo Rossi[46], Costantino Dardi, Gianugo Polesello e Luciano Semerani[47] offrono l’occasione per riflettere sulle relazioni tra progetto d’architettura e città nell’esperienza italiana. La comparazione tra alcune modalità attraverso cui l’insegnamento affronta questo tema costituisce l’oggetto dell’articolo La progettazione nelle facoltà di Milano, Roma, Venezia[48] che chiude questa prima sezione.

Nella seconda parte, denominata “Progetto architettonico e dimensione urbana”, sono presentate opere di Denys Lasdun e Geoffrey Copcutt [49]. Nella terza parte dal titolo “La formazione della città moderna” si illustrano due situazioni straniere, Londra e New York, e due situazioni italiane: Bologna con il P.R.G. e il progetto di Kenzo Tange[50] e Venezia con un articolo di Gianni Fabbri[51], docente di progettazione allo IUAV, che di lì a qualche anno, avrebbe pubblicato, insieme a Aymonino e Villa, il volume Le città capitali del XIX secolo. Parigi e Vienna[52]. La quarta parte “Studi e Note” ospita infine un articolo di Gillo Dorfles sulla necessità di una “risemantizzazione urbanistica”.

Dopo il numero 7, corposo volume che supera le 400 pagine, «Lotus» interrompe le pubblicazioni. Come ha scritto Pierluigi Nicolin, questo numero rappresenta il “massimo compendio” della prima formula immaginata da Alfieri e insieme “il suo tramonto”[53].


Rispetto all’anno di nascita di «Lotus»[54], il panorama dei periodici italiani dedicati all’architettura si era notevolmente modificato, arricchendosi di numerose nuove presenze.

Le due testate storiche di «Casabella» e «Domus», fondate entrambe nel 1928, mantengono tuttavia posizioni di assoluto rilievo nella scena pubblicistica, tanto per autorevolezza quanto per diffusione, e seguono percorsi fortemente distinti. La prima, guidata da Ernesto Nathan Rogers dal dicembre 1953 al gennaio 1964, aggiunge alla titolazione il concetto di “continuità” che a sua volta implica l’idea di una “mutazione nell’ordine di una tradizione”[55]. Per comprendere a fondo le condizioni e il senso delle vicende architettoniche del dopoguerra, così come per immaginarne le possibilità future «occorre approfondire i motivi del Movimento Moderno, sceverando quelli che sono sorti per ragioni contingenti […] da quelli che possono ambire a una più lunga durée perché ne implicano i contenuti essenziali»[56], scrive Rogers. Il gruppo redazionale, avvalendosi del contributo di molti dei futuri protagonisti dell’architettura italiana[57], affronta questioni cruciali del dibattito architettonico e le impone a livello internazionale. Le riflessioni critiche spaziano dagli orizzonti ancora inesplorati rappresentati da alcune figure della storia dell’architettura più o meno recente, alla situazione dell’urbanistica in altri paesi, fino al tema dell’inserimento del progetto contemporaneo nelle preesistenze ambientali. «Domus», diretta ininterrottamente da Gio Ponti dal gennaio 1948 al luglio 1976 e connotata da un certo ecumenismo nella selezione delle architetture da pubblicare, privilegia “l’opera matura di una koiné architettonica internazionale”[58] con articoli che descrivono i “progetti individuati secondo la logica dell’oggetto d’autore”[59].

Molte riviste avevano vito la luce nel corso degli anni ’50, animate da “motivazioni e programmi di lavoro assai diversi”[60]: «Spazio», fondata nel 1950 da Luigi Moretti, conclude la sua esperienza dopo solo sette numeri nel 1953; «Prospettive» diretta dal 1951 al 1963 da Carlo Enrico Rava, che molti anni prima aveva capitanato le attività del Gruppo 7; «Edilizia Popolare», organo dell’Associazione Nazionale Istituti Autonomi Case Popolari, avviata nel 1954 così come «Stile Industria», dedicata al design industriale, diretta da Alberto Rosselli e a cui collabora Alfieri (che, a sua volta, inviterà Rosselli a collaborare con «Lotus»); «L’architettura: cronache e storia», sorta nel 1955 per iniziativa di Bruno Zevi che la dirigerà ininterrottamente per 45 anni. Infine nel 1957, grazie alle Edizioni di Comunità, si dà inizio «Zodiac», semestrale a diffusione internazionale, che con «Lotus» condivide il singolare destino di avere come titolazione il nome di un’automobile, come racconta Alfieri[61], che è il primo direttore di  «Zodiac». Ed è proprio dopo aver dato le dimissioni dalla direzione di questa rivista che Alfieri decide di tornare a Venezia e di fondare «Lotus».

Il fenomeno della fioritura di periodici di architettura, avviato negli anni ‘50, prosegue con particolare intensità, sia nel decennio in cui nasce «Lotus» che in quello successivo. Pur connotandosi in taluni casi per continuità e prossimità culturale con testate preesistenti, l’impostazione data alle riviste nate negli anni ‘60 denuncia una progressione logica nell’affrontare questioni che evolvono insieme ai fenomeni sociali e politici. In particolare, un’influenza sul dibattito italiano avrà il dipanarsi degli eventi connessi alle contestazioni degli studenti universitari che, dopo i primi episodi milanesi del 1963, esploderanno nelle proteste del 1968[62].

Proprio a partire dal 1963 è dato di registrare l’apertura di alcuni periodici verso un dibattito non più arroccato entro rigidi steccati disciplinari, ma “disponibile alla discussione di problematiche in qualsiasi forma inerenti all’architettura”[63].

Nel 1963 Eugenio Battisti fonda «Marcatré», notiziario di cultura contemporanea volto al rinnovamento delle metodologie di ricerca attraverso un approccio interdisciplinare, articolato in sezioni tematiche dedicate a diverse dimensioni artistiche – dalla letteratura alla musica, dalle arti visive all’architettura – alla cui redazione partecipano, tra gli altri, Umberto Eco, Gillo Dorfles e Vittorio Gregotti; nello stesso anno, sotto la direzione di Franco Isalberti, riprende la pubblicazione della rivista «Edilizia Moderna» che, in alcuni numeri monografici curati da Gregotti, affronta con rigore questioni che spaziano dall’industrial design alla forma del territorio[64]; nel 1964 nasce «Op. cit.» che, diretta da Renato De Fusco, deve la sua titolazione al modo particolare in cui ciascun tema è affrontato «come una composizione di parti selezionate di saggi di estetica, di critica, di poetiche che, citate testualmente»[65] vengono poi ricondotte a un discorso unitario. Nel 1969 Paolo Portoghesi fonda la rivista «Controspazio» nella quale, come suggerisce Francesco Tentori, è possibile riconoscere due periodi redazionali: il primo “a prevalente direzione milanese” arriva fino al 1972, il secondo “a prevalente direzione romana”[66] si sviluppa nell’arco temporale 1973-81. Nel primo periodo un ruolo importante è affidato, fino alla sua prematura scomparsa, al giovane allievo di Rogers, Ezio Bonfanti il cui articolo Autonomia dell’architettura[67] costituisce una vera e propria “mossa d’apertura”[68] della rivista. La riflessione intorno all’avvertita necessità di una rifondazione disciplinare è affrontata attraverso la rilettura dell’opera di alcuni maestri italiani – Mario Ridolfi, Giuseppe Samonà e Ludovico Quaroni ­–, attraverso ricognizioni nel mondo dell’insegnamento universitario, ma anche attraverso l’analisi delle “architetture interrotte”[69], ovvero di quelle opere disegnate che, pur non giungendo a realizzazione, offrono la possibilità di esplorare la ricchezza della ricerca progettuale. Nel 1970 vede la luce «Parametro», rivista diretta da Giorgio Trebbi con la collaborazione di Carlo Doglio e Glauco Gresleri, imperniata sull’analisi di temi legati al progetto architettonico alla scala urbana e territoriale. Infine, per fare un unico esempio legato al mondo universitario, lo IUAV dà vita ai «Quaderni di progettazione» del “Gruppo Architettura” pubblicando, tra il 1970 e il 1975, ricerche, esiti di seminari e tesi di laurea sul rapporto tra abitazione, servizi, attrezzature e città, con scritti, tra gli altri, di Aymonino, Canella, Dardi, De Feo, Fabbri, Nicolin, Panella, Polesello, Semerani, Villa.

È proprio sul tema dell’abitazione che «Lotus» focalizza la propria attenzione nei numeri 8, 9 e 10, dopo quattro anni di sospensione delle pubblicazioni. Nel settembre 1974, il periodico si affaccia così su una scena della pubblicistica di architettura cambiata rispetto all’anno di fondazione. Da una parte, si inizia ad avvertire una condizione di saturazione dello spazio editoriale, dall’altra, si riconosce un radicale mutamento dei temi dominanti nel dibattito nazionale e internazionale.

«Dal 1963 ad oggi, mi sembra che molte cose siano successe e certamente la rivista meritava di riprendere il suo cammino debitamente aggiornata e con una nuova carica vitale», scrive Bruno Alfieri nell’editoriale[70]. Dal numero 8, il periodico riprende il suo percorso con numeri non più annuali ma semestrali fino al numero 11, e successivamente trimestrali. La cadenza non è l’unico aspetto a mutare: il nome della rivista si trasforma in «Lotus international. Rivista di architettura»; il formato diventa più grande (cm 26 x 26); l’impostazione grafica e la composizione delle copertine sono affidate a Diego Birelli[71], che dal numero 10 figurerà nel colophon editoriale come “art director”; la sede redazionale passa da Venezia a Milano. Infine, cambiano la struttura redazionale e i suoi componenti. Insieme ad Alfieri, che rimane alla guida della rivista fino al numero 13 del 1976, opera un comitato di direzione composto da figure di grande rilievo culturale e scientifico: Gae Aulenti, Vittorio Gregotti (fino al 1981), Christian Norberg-Schulz, Lionello Puppi (fino al 1977) e Joseph Rykwert. Compare come redattore Pierluigi Nicolin che «si è sobbarcato lo sforzo di fondere in un tutto armonico quanto gli affluiva sul tavolo di redazione, giungendo a sintesi perfetta»[72]. Con il numero 14 del 1977, il testimone passerà proprio a Nicolin che porterà «Lotus» a diventare uno dei più autorevoli periodici di architettura europei per quanto, come scrive Rocca, confinato nella dimensione di una «rivista minoritaria e riservata a un pubblico ristretto di lettori affezionati, professori e studenti, ma anche professionisti assetati di cultura»[73].

Anche semplicemente a scorrere gli indici di questi primi tre numeri dedicati al tema della casa, emerge un insieme di progettisti, critici e storici dell’architettura che attesta lo spessore culturale dell’operazione editoriale messa in moto da Alfieri alla ripresa delle pubblicazioni nel 1974: Oriol Bohigas, Charles Correa, Denise Scott Brown, Peter Eisenman, Michael Graves, John Hejduk, Rob Krier, Alvaro Siza, James Stirling, Osvald Mathias Ungers, Robert Venturi e ancora Kenneth Frampton, Massimo Scolari, Manfredo Tafuri. Il tema dell’abitare è affrontato attraverso la rilettura storica di alcune esperienze compiute nel periodo del Movimento moderno e attraverso progetti contemporanei che offrono interpretazioni critico-operative di quella tradizione o che con essa entrano apertamente “in conflitto”[74].

Anche se non si ripeterà l’occasione di ben tre numeri successivi imperniati su un’unica questione, appare evidente la tendenza della rivista ad assumere un taglio monografico. In relazione a quest’aspetto, nel periodo in cui alla guida di «Lotus» è ancora Alfieri, due numeri acquistano una particolare rilevanza: l’11 e il 13. Il primo delimita «un’area di interesse – non definitiva né completa – attraverso alcuni progetti accompagnati da commenti critici» che, nel loro insieme, consentono di esplorare il composito mondo dell’architettura contemporanea. Gregotti, ad esempio, presenta la figura di Ungers e questi, a sua volta, espone i propri criteri di progettazione. Dell’architetto tedesco è pubblicata inoltre la proposta presentata alla Roosevelt Island Housing Competition e vi si affianca quella elaborata per lo stesso concorso da OMA. Vittorio Savi commenta l’opera di Aldo Rossi del quale sono illustrati alcuni progetti di concorso per Trieste; Antoine Grumbach introduce alcuni progetti dei fratelli Krier; Nicolin interpreta le opere di Aldo van Eyck; Francesco Dal Co, con un articolo intitolato La necessità dell’architettura, affronta alcuni progetti di Gino Valle. Il numero 13, ultimo numero di «Lotus» diretto da Alfieri – che sarà successivamente direttore di «Interni», dal febbraio 1976 al settembre del 1979, e di «Casabella» da maggio a dicembre 1976 – va ricordato non solo per i contributi di Tafuri (che pubblica il famoso saggio Ceci n’est pas une ville), di Bernardo Secchi (che scrive sui centri storici) e di Norberg-Schulz (che indaga la questione del genius loci più diffusamente affrontato nella monografia edita tre anni dopo da Electa), ma soprattutto perché il numero si apre con la pubblicazione della tavola de La città analoga di Aldo Rossi.

Nell’anno in cui Pierluigi Nicolin, laureato in Architettura al Politecnico di Milano con Franco Albini e socio fondatore della Gregotti Associati, assume la direzione di «Lotus», la situazione delle riviste italiane si è ulteriormente modificata. Nel gennaio 1977, il testimone di «Casabella» – dopo la direzione di Alessandro Mendini, che apre la rivista alla neoavanguardia italiana, e la breve direzione di Bruno Alfieri – passa a Tomás Maldonado. Artista e designer argentino, docente e in seguito presidente della Hochschule für Gestaltung a Ulm, Maldonado affianca all’architettura, tradizionale focus d’interesse del periodico, l’analisi dei problemi della cultura materiale contemporanea. L’interazione di diversi ambiti disciplinari – non ultimo quello della semiotica che lo stesso Maldonado aveva introdotto come insegnamento a Ulm – e il taglio monografico dei numeri diventano tratti inconfondibili di questa fase della rivista. La formula monografica connota anche «Hinterland: disegno e contesto dell'architettura per la gestione degli interventi sul territorio», il cui primo numero esce nel dicembre 1977. Il periodico, bimestrale e in seguito trimestrale, diretto da Guido Canella con la collaborazione di Enrico Bordogna e Gian Paolo Semino, assume un ampio respiro internazionale grazie alla qualità dei contributi e alle traduzioni in inglese e francese. Attraverso numeri monografici, il focus della rivista è indirizzato, non all’indagine intorno alla natura oggettuale degli edifici, ma all’individuazione di nuovi strumenti analitici e operativi volti a stabilire più strette connessioni tra il progetto d’architettura e un’idea di contesto, alla cui costruzione contribuiscono i processi insediativi, le storie e caratteri specifici dei territori , le “dinamiche dei fenomeni politici ed economici”[75].

La formula monografica che connota in quegli anni «Casabella» e «Hinterland» – che aveva già caratterizzato alcuni numeri di «Edilizia Moderna» e che tornerà nella rivista «Rassegna» guidata da Gregotti dal 1979 – diventa uno dei tratti salienti di «Lotus», insieme al rigore critico degli articoli, alla qualità delle immagini e al formato quadrato di cm 26 x 26 (che dal gennaio 2014 diventerà cm 28 x 28). Ha quindi ragione Rocca ad affermare che la rivista «nasce già adulta e nei trent’anni successivi conserva una fisionomia editoriale sostanzialmente inalterata»[76].

Se il taglio monografico fissa una caratteristica della linea editoriale che si protrarrà nel tempo, contribuendo a rafforzare l’identità della rivista, il modificarsi dei temi affrontati nel corso dei decenni costituisce una cartina tornasole del continuo evolvere delle questioni teorico-progettuali al centro del dibattito architettonico. Nel sito-web di «Lotus»[77], la storia del periodico è suddivisa in quattro fasi temporali individuate tutte, a eccezione della prima, sulla base dell’omogeneità delle questioni trattate, ma anche in relazione al succedersi dei vari editori: nella prima fase, come già visto, Bruno Alfieri è sia direttore che editore della rivista; nella seconda fase, «Lotus» è pubblicata dalle Industrie Grafiche Editoriali (in seguito Gruppo Editoriale Electa); nella terza fase, l’edizione passa a Mondadori; nell’ultima fase si torna ad avere una coincidenza tra la figura del direttore e quella dell’editore, grazie alla fondazione della Editoriale Lotus.

Se la prima stagione del periodico, compresa tra il 1963 e il 1970, coincide con l’arco temporale in cui si verifica la graduale trasformazione dell’annuario-catalogo in rivista, la seconda fase – con il cui esame il presente articolo si conclude – si estende dal 1974 al 1994. In tale periodo l’indagine di «Lotus» si concentra su alcune questioni: il rapporto tra progetto e contesto, l’inscindibile binomio formato da architettura e città, il valore delle relazioni con la ricerca universitaria e con quanto nel mondo si progetta e realizza in ambito architettonico e urbano. La terza fase riguarda il periodo 1994-2001 e si connota per un allargamento degli interessi della rivista. Si avvia una ricognizione intorno a temi – dal minimalismo all’high-tech, dal neo-informale al decostruttivismo, dalle ricerche sull’immateriale a quelle sul paesaggio – che, se si esclude il paesaggio, appaiono eccentrici rispetto ai fuochi d’interesse della precedente fase e connotati nel loro insieme da una certa eterogeneità. In un processo di apertura della rivista al “pensiero post-ideologico”[78], tale operazione assume tuttavia il preciso obiettivo di costruire una mappa delle composite tendenze registrabili nella cultura architettonica contemporanea. Infine, con il 2002, ha avvio la quarta e ultima fase. Di fronte alla portata e alla velocità delle trasformazioni in atto nella società globalizzata, «Lotus» avverte la necessità di indagare la natura e i caratteri di questi cambiamenti, perché, solo se si conoscono a fondo questioni e problemi, si possono ipotizzare risposte progettuali appropriate. La periodizzazione proposta nel sito-web delinea un rapporto biunivoco tra fasi temporali e cambiamenti di orizzonti tematici convincente, se si esclude la collocazione del numero 80 dedicato alla città di Berlino, che appare maggiormente coerente con le questioni affrontate durante la seconda fase dell’evoluzione del periodico; ma si tratta di un elemento in fondo marginale. L’aspetto che qui più interessa rilevare è che, nonostante le trasformazioni registrabili negli orizzonti tematici, la propensione all’approfondimento delle questioni, la qualità scientifica dei contributi, la capacità di selezionare progetti e opere in base alla loro attinenza con i fuochi d’interesse dei singoli numeri rimangano di fatto inalterate nel corso della quarantennale[79] direzione di Pierluigi Nicolin. Alla sua “vivacità intellettuale”[80] si devono l’impegno critico di «Lotus», la preservazione dell’indipendenza nelle scelte culturali rispetto a logiche di mercato editoriale, il costante interesse verso l’evoluzione del pensiero architettonico.

Le questioni affrontate dal periodico nel corso degli anni ’70 e ’80 si intrecciano saldamente con i grandi temi del dibattito internazionale nel quale l’architettura italiana assume un ruolo di assoluta preminenza: la rilettura critica della tradizione del Moderno, l’interpretazione del passato, le relazioni tra progetto e contesto, il rapporto tra architettura e città. Si tratta di temi che attraversano per intero questa seconda stagione di «Lotus» riemergendo, con diverse declinazioni, in molti numeri successivi, talvolta dichiaratamente collegati tra loro in forma di dittico: si pensi ai numeri dedicati alle indagini critiche sull’architettura del primo Novecento, a quelli sull’insegnamento nelle università europee e americane o a quelli dedicati al rapporto tra architettura e costruzione. I due numeri Dagli archivi dell’architettura moderna, pubblicati nel 1977 e nel 1978, affrontano l’esame critico di architetti assai distanti tra loro: Mel’nikov, Taut, Oud, Libera, Mollino e Terragni, a proposito del quale Tafuri pubblica il noto articolo Il soggetto e la maschera. Una introduzione a Terragni[81]. Non esiste una storia dell’architettura moderna, afferma Nicolin nell’editoriale al numero del 1978; è possibile solo ravvisare «una serie di flussi indifferenziati e decodificati da cui ciascuno deve trarre la propria parte secondo modalità private e colpevolizzate»[82]. Tornare a guardare all’architettura moderna, attraverso approcci in grado di relativizzare, scompaginare o addirittura disgregare le teorie costituite, non significa volere scrivere l’ennesima storia revisionata. Significa avviare la costruzione di un proprio personale archivio, spostare mediante personali trascrizioni «figure di primo piano sul fondo delle comparse […] oppure – alla fine – aggirati dal nostro stesso gioco, raggiungere qualche nuova spiegazione»[83]. Indagare il Moderno, smontarlo, ricomporlo significa pensare che sia ancora possibile imparare da quel periodo della storia dell’architettura, purché lo si svincoli da logore interpretazioni storiografiche. Rispetto a tale questione, la presentazione dei diversi approcci all’insegnamento dell’architettura nelle università europee e nord-americane assume un’indubbia rilevanza. I due numeri 21 e 27, pubblicati nel 1978 e nel 1980, costituiscono un dittico che non si limita a indagare i fondamenti generali della didattica del progetto, ma ritiene che la “produzione architettonica” elaborata nelle aule universitarie individui «una zona particolare della ricerca progettuale, avendo instaurato regole e condizionamenti propri che non corrispondono a quelli della attività professionale o del lavoro fatto per un committente o per un mercato»[84]. Le condizioni delle scuole di architettura nei paesi esaminati – Austria, Belgio, Francia, Gran Bretagna, Svizzera e Italia – sono profondamente diversificate dal punto di vista dei contenuti e degli approcci, ma anche dal punto di vista quantitativo; si passa dai 20.000 iscritti alla facoltà di Architettura di Roma ai 40 studenti del dipartimento di Architettura del Royal College of Art di Londra. Nonostante sia possibile rilevare una grande eterogeneità metodologica, un elemento sembra accomunare i vari casi esaminati: a dieci anni dalle contestazioni del ’68, appaiono scomparsi un po’ ovunque il mito della “creatività” e l’illusione «sulla capacità taumaturgica della politica di generare un’architettura»[85] nuova e alternativa. Il numero 27 si apre con un corposo articolo introduttivo di Kenneth Frampton e Alessandra Latour nel quale si delinea l’evoluzione storica dell’insegnamento dell’architettura nelle principali scuole degli Stati Uniti. Gli approfondimenti rispetto alla situazione presente sono limitati a tre casi: quello della Columbia University, quello della Cooper Union e quello della Cornell University. Sono Rafael Moneo e Robert Slutzky a descrivere il metodo didattico della Cooper, il primo concentrandosi sul lavoro di John Hejduk, il secondo spiegando come sia affrontata la “pedagogia della forma” presso la scuola newyorkese. La sezione dedicata alla Cornell University si concentra sull’insegnamento presso il Graduate Studio of Urban Design diretto da Colin Rowe che, insieme a Fred Koetter, aveva dato alle stampe Collage City due anni prima. Del maestro di Ithaca si pubblica, inoltre, il testo di una conferenza sull’insegnamento dell’architettura in America[86] in cui si prendono nettamente le distanze da quelle scuole nelle quali i corsi didattici dedicati alla sociologia o all’economia assumono sempre maggiore peso, nell’errata convinzione che il progetto possa derivare da una sommatoria di singoli apporti disciplinari. Proprio su questo stesso aspetto d’altronde Nicolin, nel numero dedicato all’insegnamento nelle università europee, aveva criticato l’eccessiva “sociologizzazione di molte facoltà”[87] e l'”abbandono” dell’architettura come centro di interesse.

I temi affrontati da «Lotus» in questo periodo, invece, ruotano sempre intorno a questioni direttamente riportabili al progetto alle sue diverse scale di intervento.  Alcuni numeri sono programmaticamente incentrati sull’analisi di opere alla piccola scala lette in opposizione alla “grossolanità distruttiva dei grandi interventi” e assunte come ambito di riflessione più adatto a esplorare “problemi e tecniche propriamente architettonici”[88]. Il numero 22 del 1979, ad esempio, è dedicato alla lettura di alcune “piccole opere”[89] nelle quali Nicolin scorge l’avvio di processi di relativizzazione del concetto di tipologia, ricerche di “pertinenza” rispetto ai modelli insediativi e prove di adattamento alla struttura morfologica dei contesti. I progetti di Bohigas, Grassi, Ungers, presentati in questo numero riguardano temi abitativi, ma accanto a questi figurano interventi che ragionano sulla questione del limite: la “piazza sul mare a San Sebastian” di Luis Peña Ganchegui con le opere di Eduardo Chillida e le “piazze marginali” a Lauro di Francesco Venezia, che costituiscono una “critica indiretta alla insensata diffusione degli insediamenti nel territorio”. Il tema della piccola scala torna nel numero 66 del 1990, dedicato ai loft americani, nel quale si inquadra l’origine di questo fenomeno di riuso nel quartiere Soho di Manhattan e si stabiliscono relazioni tra l’”idea di casa” e la “nozione di abitabilità”. Nei loft si possono, infatti, individuare tutti gli elementi della casa tradizionale ma in forma di frammenti, di “tracce liberamente disposte e continuamente capaci di produrre nuovi significati”[90]. Il numero che tuttavia riesce a intessere il dialogo di maggiore intensità tra il tema dell’abitare e le questioni poste dalla piccola scala è il 60 del 1988. Intitolato “Abitare nell’architettura”, presenta opere di Libera, Le Corbusier, Rietveld e Ponti. Tra gli articoli, configurati come veri e propri saggi – si pensi a quello di Vittorio Savi sull’”orfica, surrealistica” casa Malaparte[91] o a quello di Bruno Reichlin sulla Petite Maison[92] –, vanno citati gli scritti di Fulvio Irace[93] e di Giovanni Chiaramonte[94], che costituiscono un dittico di notevole interesse metodologico. Il punto di vista dello storico dell’architettura e quello del fotografo si concentrano sul medesimo oggetto architettonico – la villa Planchart di Gio Ponti a Caracas –, restituendone una lettura bifocale. Che nello stesso numero siano pubblicate le fotografie di villa Malaparte scattate da Paola De Pietri e quelle di Paolo Rosselli della Petite Maison non è un caso. Negli anni ’80, e con maggior precisione a partire dal numero 41 del 1984, si ha l’intuizione di costruire, nelle pagine della rivista, un serrato dialogo tra elaborati progettuali, testi critici e fotografie, intendendo queste ultime non come mere immagini a corredo del testo, ma come esplorazioni intorno al stesso significato di architettura. Si avvia dunque una collaborazione con Gabriele Basilico, Olivo Barbieri, Luigi Ghirri – al cui lavoro sui paesaggi italiani sarà dedicato uno dei «Quaderni di Lotus» nel 1989 –, Paolo Rosselli e lo stesso Chiaramonte, non solo sul tema della casa, ma in generale sullo spazio costruito, alla scala dell’edificio, della città e del paesaggio.


Prima di affrontare però il tema del progetto in rapporto alla città occorre ricordare almeno altri due numeri dedicati all’abitare: il primo è il 44 del 1984 in cui l’”inquieto spazio domestico” è indagato attraverso progetti  – tra gli altri, quelli di Steven Holl, John Hejduk, Juan Navarro Baldeweg – che non sono destinati a quell’“abitante standardizzato” creato dalla ricerca architettonica sugli standard edilizi minimi per l’alloggio, ma si costruiscono intorno a un “abitante trasformato in personaggio”[95].

Nel numero 41, pubblicato nello stesso anno, il tema dell’abitare è affrontato in relazione alle aree centrali della città nelle quali si osserva spesso il fenomeno di un’esasperata caratterizzazione degli edifici contemporanei che crea «parafrasando Milizia, […] un gran tumulto di dettagli entro una scoraggiante modestia dell’insieme»[96]. Tuttavia, osservare in una pianta di Ercolano, «quel sottile gioco di mediazioni che si svolge tra la forma della città e la forma della casa, nell’essere di volta in volta questa o l’altra parte, elemento attivo o passivo nell’articolazione dello spazio […]»[97] può essere d’aiuto. Può sollecitare a pensare che si possa pervenire alla soluzione dei problemi posti dall’inserimento di edifici contemporanei nelle aree centrali della città, aggiungendo alla triade vitruviana firmitas, utilitas, venustas «un quarto termine che ci aiuti a comprendere il modo con il quale gli edifici devono disporsi e colloquiare tra loro: forse abbiamo bisogno di una teoria della propinquitas»[98].

Se le relazioni tra progetto di architettura e forma urbana si configurano come uno dei principali nuclei tematici affrontati dalla rivista tra il 1974 e il 1994, l’analisi della città storica, delle periferie, delle aree connotate da fenomeni di dismissioni e degli spazi dei sistemi infrastrutturali costituiscono alcune delle specifiche declinazioni che questo nucleo tematico assume nei diversi numeri. La città è studiata attraverso la sua forma, la sua storia, le architetture più significative del presente o del suo recente passato. La delimitazione dell’ambito di indagine, l’attribuzione di un titolo al numero, la selezione dei progetti costituiscono, nel loro insieme, l’assunzione di un precipuo punto di vista capace di fare emergere analogie, differenze, nessi tra i differenti approcci progettuali o tra diverse realtà urbane. Se i numeri 50 e 51 del 1986 sono dedicati allo studio della città americana e della città europea, altri numeri affrontano l’esame di specifiche città: Vienna (n. 29, 1981), Milano (n. 54, 1987), Berlino (n. 80, 1994), di cui la rivista aveva già seguito, a più riprese tra gli anni ’70 e ’80, le vicende legate all’Iba. Altri numeri si concentrano su grandi trasformazioni urbane. Il 67 del 1990, ad esempio, si articola tra la rilettura storico-critica del progetto dell’E42 di Roma e l’analisi di interventi contemporanei come il recupero dei Docklands a Londra o il Villaggio Olimpico di Barcellona. A pochi mesi dalla conclusione dei Giochi Olimpici, un’ampia sezione del numero 77 del 1993 viene dedicata ad dibattito sui risultati dell’azione di recupero della città catalana, cui partecipano Mario Botta, Ignasi de Solà-Morales, Jacques Lucan, José Luis Mateo, Franco Purini. Al rapporto tra città e infrastrutture tecniche sono dedicati due numeri. Il 56 del 1988, intitolato “Spazio, tempo e architettura”, aperto da un articolo di Semerani sul progetto del Moll de la Fusta a Barcellona, di Manuel de Solà Morales, e chiuso dal saggio sui parkways americani di Christian Zapatka che, nel 1995, sarà autore di uno dei «Quaderni di Lotus» dedicato al paesaggio americano. Il rapporto tra infrastrutture tecniche e identità urbana è affrontato dal numero 59 del 1988 attraverso l’esame di alcuni progetti – il lungofiume di Plečnik  a Lubiana[99] presentato da uno scritto di Alberto Ferlenga e dalle foto di Luigi Ghirri, la riorganizzione della stazione dell’Atocha a Madrid[100], o la ristrutturazione dei mulini di Navarro Baldewg a Murcia [101]– che, agendo per punti o linee, danno avvio a più ampi processi di riqualificazione urbana. Chiude il numero un articolo sulla stazione di Stoccarda progettata da Paul Bonatz[102] che, come Plečnik, lavora sul tema dell’infrastruttura in rapporto all’identità dei luoghi e, al pari dell’architetto sloveno, rappresenta una delle figure che appartengono al cosiddetto “altro moderno”.


Ancora sul rapporto tra città e architettura non si può evitare di fare un accenno al numero 64 del 1990, significativamente intitolato “L’altra urbanistica”, nel quale sono pubblicati i progetti di Siza per il Chiado a Lisbona, l’isolato Diagonal di Moneo a Barcellona e, guardando a un passato non lontano, il progetto per la ricostruzione di Le Havre di Perret. Il numero è aperto dal saggio di Manuel de Solà Morales[103] che individua una tradizione del progetto urbano del tutto diversa da quella ufficiale del Ciam. Un’”altra tradizione moderna” la cui storia è costellata dalle opere di Berlage e Oud in Olanda, di Fisker a Copenaghen, di Plečnik  a Lubiana, di Folguera in Catalogna. «Progetto urbano significa prendere come punto di partenza la geografia di una città data, le sue esigenze e i suoi suggerimenti e introdurre con l’architettura elementi del linguaggio per dar forma al sito»[104], significa tenere in considerazione la complessità più che la semplificazione della struttura urbana e, per converso, lavorare secondo un processo induttivo che consenta di generalizzare ciò che è particolare e locale, afferma l’architetto spagnolo. Generato dalla complessità e dalla sovrapposizione, il progetto urbano «si configura come il momento progettuale più adeguato, ricco, variato […] per la progettazione della città moderna»[105].

A tale tema sono dedicati altri due numeri che affrontano le questioni poste dall’isolato (n. 19, 1978) e dal quartiere (n. 36, 1982) intesi come elementi di costruzione della forma della città. In entrambi i numeri, il compito di introdurre i progetti di architettura contemporanea è affidato a saggi dal carattere storico: nel numero 19, Enrico Guidoni e Manuel de Solà-Morales affrontano rispettivamente il tema della strada e dell’isolato dal Medioevo al ‘700 e l’analisi delle espansioni urbane nell’800; nel numero 36, è Jacques Lucan ad analizzare il quartiere come forma della costruzione della città, attraverso esempi tratti dalla storia dell’urbanistica francese del XX secolo e progetti di Le Corbusier.

Alle diverse chiavi interpretative delle relazioni tra architettura e città storica corrispondono differenti modalità operative del progetto, si afferma nell’editoriale del numero 18 del 1978[106], dedicato alla presentazione di alcuni progetti di Giancarlo De Carlo – che proprio quell’anno diviene direttore della rivista «Spazio e Società» –, di Stirling, di van Eyck e dell’esperienza dei Saal a Oporto illustrata da Gregotti. Se è vero che la città si forma per stratificazioni eterogenee, se possiamo assumere che ciascun insediamento urbano sia di fatto inteso come una città-collage che «combina tempi e spazi storici in un eccitante e inestricabile caleidoscopio dove tutto può accadere»[107], allora si potrà parlare di una città che si costruisce su se stessa, di un progetto inteso come sovrapposizione di sistemi diversi. È altrettanto vero, tuttavia, che qualora si accetti l’idea di una città costituita per parti omogenee, definite secondo un processo di tipo additivo, si tenderà a «confermare nello spazio le distanze del tempo attraverso una netta distinzione di operazioni conservative e di riciclaggio e a controllare che il nuovo non si confonda con il vecchio»[108].


L’esame dei diversi modi attraverso cui il progetto si può relazionare con le preesistenze costituisce un tema che riaffiora diverse volte in questa stagione di «Lotus» e si manifesta con un certo interesse per la sua capacità di sollevare questioni che interagiscono con la scala urbana e quella architettonica.

«Il passaggio da una attitudine che definisce il nuovo intervento in contrasto con l’architettura del passato a una attitudine che si avvale dell’analogia»[109] è, ad esempio, la questione che fa da sfondo ai numeri 46 del 1985 e 72 del 1992 in cui si analizzano i diversi tipi di rapporto che il progetto contemporaneo può stabilire con manufatti antichi rispetto ai quali si trovi in condizioni di prossimità. Emblematica rispetto a tale questione è, nel numero 72, la presentazione degli interventi ateniesi di Dimitris Pikionis intorno ai colli dell’Acropoli e del Filopappo, letti attraverso la coppia interpretativa costituita dalle fotografie di Giovanni Chiaramonte[110] e dal saggio di Yorgos Simeoforidis[111]. Così come paradigmatica appare la selezione dei progetti presentati nel numero 46: l’ampliamento del palazzo di Giustizia di Göteborg di Asplund, la riabilitazione del teatro romano di Sagunto di Grassi, il museo di arte romana di Merida di Moneo, elaborati ciascuno a partire da un particolare “con-testo” all’interno del quale il progetto contemporaneo deve relazionarsi a un “pre-testo”.

Rappresentativi delle diverse relazioni che il progetto può intrattenere con la storia e con la stessa idea di contesto sono le opere di Navarro Baldeweg e Stirling presentate in un numero significativamente intitolato “Trascrizioni” (n. 58, 1988). Se l’architetto spagnolo sfuma “prelievi” e “riscritture” del contesto iberico «immettendovi, quasi di soppiatto, echi della classicità (Soane) o moderni (Aalto, Siza) »[112], l’architetto britannico giunge a esiti completamente differenti. Egli «non svolge la sua opposizione sulla falsariga del contrasto tra vecchio e nuovo cui ci aveva abituato il movimento moderno: il suo procedimento rientra appieno in una dimensione ermeneutica dell’architettura», quella dell’eresia. Dimostra in ciò di avere appreso una delle principali lezioni del suo mentore e amico Colin Rowe che, incoraggiando i propri studenti alla fede nell’architettura moderna, aveva tuttavia sempre evidenziato l’importanza dell’essere critici nei suoi confronti, dell’essere pronti a smontarla, rimontarla, sovvertirla, di essere in fondo ben disposti verso l’eresia[113].

Per Nicolin «l’impossibilità a pensare il fondamento e il fare riferimento diretto a idee generali, la propensione a ricondurre la singola parte ad un tutto “virtuale”, l’attenzione ad evitare scorciatoie verso facili generalizzazioni»[114] hanno portato a focalizzare «l’attenzione sulle nozioni di luogo, di regione, sul caso per caso, sulla abilità del singolo architetto»[115].

Non è marginale, quindi, che il numero 62 del 1989, imposti il proprio ragionamento intorno a quel complesso intreccio costituito da caratteri contestuali e talenti individuali di cui i progetti pubblicati forniscono alcuni esempi. Intitolato “Il progetto debole” in un’evidente parafrasi dell’espressione di Gianni Vattimo, e aperto dallo scritto di Colin Rowe Talento e idee[116], il numero presenta alcune opere “regionaliste” – quelle del portoghese Alcino Soutinho, degli spagnoli Cruz y Ortiz, e degli italiani Cino Zucchi, Pasquale Culotta, Giuseppe Leone e Marcello Panzarella (questi ultimi tre, docenti della facoltà di architettura di Palermo) – che mettono in luce il multiforme carattere che può assumere l’intreccio tra singoli percorsi di ricerca progettuale, contesto locale e dibattito internazionale.

Già nel numero 25 del 1980 era stato posto l’accento su questi aspetti, seguendo l’evoluzione delle ricerche formali di alcuni architetti: Stirling che, come scrive Nicolin[117], “dai collages macchinisti della prima maniera” assume in seguito posizioni “frammentiste”; Ungers che, ormai lontano dalle premesse del Team 10, si richiama a “un pluralismo ispirato a Schinkel”; e ancora le traiettorie personali di Krier, Rossi, van Eyck, Linazasoro, Zaha Hadid e Koolhaas. Come era stato affermato nel numero precedente intitolato “Unità e frammenti”, d’altra parte sia i progetti, sia le ricerche sulla città dei singoli autori «mostrano con una certa chiarezza il fatto che l’architettura urbana non costituisce più il presupposto di un indirizzo unificante […] anche se tutti sono d’accordo nel criticare la città dei CIAM». Lo stesso “contestualismo” ­– oggetto del dibattito pubblicato nel numero 74 del 1992, con i contributi di Derossi, Grassi, Gregotti, Lucan, Portoghesi, Scott Brown ­–, pur essendo «un atteggiamento tanto diffuso da interessare praticamente gran parte dell’architettura contemporanea»[118], presenta una così ampia gamma di posizioni lontane tra loro da poter essere considerato come una sorta di «convenzione per attuare la pacifica convivenza di diverse opzioni entro il disincanto dell’attuale pluralismo»[119].

Anche il numero 70 del 1991 tornerà ad esaminare, attraverso gli esiti di alcuni grandi concorsi per alcune città europee, la varietà degli approcci metodologici e delle opzioni linguistiche che connotano i diversi progetti.

Se è vero che il “progetto debole” conduce all’impossibilità di fare affidamento su convenzioni stabilite una volta per tutte e se è vero, come alcuni sostengono, che almeno in parte le ragioni dell’«instabilità del quadro di riferimento sarebbero da imputare alla tecnologia stessa […] alla ricerca di una incessante innovazione»[120], per l’architetto diviene cruciale interrogarsi sul «carattere di aleatorietà e di provvisorietà conseguente alla costante evoluzione tecnico-scientifica»[121] e riflettere su quel tema della costruzione che è al centro di molti numeri di «Lotus». Il numero 28 del 1981, intitolato “Romanico e Bizantino”, pubblica una serie di progetti – tra cui quelli, di Mario Botta, Vittorio Gregotti, Richard Meier, Aldo van Eyck, Carlo Scarpa e Francesco Venezia – che hanno «il pregio di mettere in evidenza […] un disvelamento delle condizioni materiali attraverso le quali la costruzione viene realizzata»[122]. Se nella maggior parte dei casi gli edifici producono un falso, manifestando uno scarto “tra grammatica architettonica e capacità costruttiva”, oppure esprimono la scarsità di mezzi, mettendo in scena una sorta di “estetica del povero”, le opere più significative sembrano appartenere ad altre categorie ai cui estremi si pongono romanico e bizantino. Se le opere “romaniche” di Botta, lungi dal rappresentare esempi di un’arte povera messa a disposizione di una società consumistica, «aspirano alla ricchezza pur lavorando con la povertà dei mezzi architettonici che ci vengono concessi»[123], nelle opere “bizantine” di Scarpa «una cultura artigiana di tradizione secolare celebra il suo crepuscolo dorato. […] Il mondo è andato oltre. L’allestimento della grande “opera” è un evento sempre più raro»[124], scrive Nicolin.

Il tema della costruzione è protagonista di svariati altri numeri. In quello intitolato “La costruzione: percorsi e discorsi” (n.  37, 1983), le opere di Ridolfi sono interpretate dalla coppia di scritti di Francesco Cellini e Claudio D’Amato, mentre le opere di Siza sono commentate dalla coppia di articoli di Roberto Collovà e Francesco Venezia. Un altro esempio è fornito dai due numeri intitolati “Ingegneria nell’architettura” (n. 45, 1985) e “Architettura nell’ingegneria” (n. 47, 1985); il primo è aperto da due articoli di Werner Oechslin e Luca Ortelli su Santiago Calatrava; il secondo pubblica gli esiti del concorso per il nuovo ponte dell’Accademia, con articoli di Portoghesi e Rossi,  affiancancandovi il celeberrimo brano di Georg Simmel Ponte e porta[125]. Il dittico costituito dai numeri “Applicazioni tecniche” (n. 78, 1993) e “Edifici intelligenti” (n. 79, 1993), infine, illustra diverse modalità di approccio alle questioni costruttive: ad un estremo si pongono i progetti che lavorano attraverso un processo di assemblaggio di componenti e pongono il focus dell’attenzione progettuale sul sistema delle connessioni – come avviene nelle opere di Nicholas Grimshaw e Renzo Piano –; all’altro estremo stanno quei progetti che hanno un “approccio plastico e totalizzante” nel quale «si tende ad anteporre ad ogni considerazione successiva una Gestalt generale, di modo che la forma del singolo elemento viene privata della sua autonomia essendo sostanzialmente subordinata al tutto»[126] – come avviene nelle opere di Nervi, Torroja e di Calatrava.

È impossibile seguire, nei vent’anni di «Lotus international» che corrono tra il 1974 e il 1994, la ricchezza e lo caratura critica con cui sono affrontate le diverse tematiche: quelle museali (numeri 35 del 1982, 53 e 55 del 1987), quelle legate agli spazi verdi (numeri 14 del 1977, 30 e 31 del 1981, 52 del 1986 e, correlato all’infrastruttura, numero 56 del 1987) introduttive rispetto alle questioni paesaggistiche che acquisiranno sempre maggiore importanza nelle successive fasi di vita della rivista; quelle attinenti a specifici ambiti territoriali come la Catalogna (n. 23, 1979) o l’India (n. 34, 1982).

Certo che il logoramento del dibattito intorno ad alcune grandi questioni che avevano attraversato i decenni precedenti, quali le riflessioni sul progetto urbano o il dibattito intorno al post-moderno, induce «Lotus», nel periodo compreso tra il 1991 e il 1994, a spostare gradualmente i principali fuochi d’interesse verso altri contenuti. Qui si interrompe dunque il nostro discorso perché se è vero che il taglio della rivista rimane monografico, se è vero che il tema dell’housing, del paesaggio e della città continueranno ad essere trattati, è altrettanto vero che il cambiamento dei contenuti generali configura un capitolo nuovo della storia della rivista. A fronte della continuità quarantennale della direzione di Nicolin, nel tempo non si trasformano soltanto gli orizzonti tematici della rivista o la sua immagine grafica[127], ma anche la composizione del comitato direttivo[128], connotata da numerosi avvicendamenti, e della redazione, nella quale dal 1980 al 1994 si succedono, tra gli altri, Georges Teyssot, Daniele Vitale, Italo Rota, Luca Ortelli, Alberto Ferlenga, Mirko Zardini, Alessandro Rocca.

Pur rimanendo sempre piuttosto contenuto il numero dei suoi componenti, la redazione continuerà a modificarsi ancora negli anni successivi; l’unico punto fisso, in queste geometrie variabili, resta quello rappresentato da Nicolin che è la vera anima della rivista.


Prima di chiudere il nostro discorso sui primi trent’anni di vita di «Lotus», occorre soffermarsi ancora su tre tappe importanti della sua storia.

La prima tappa coincide con l’avvio, nel 1982, della collana “Quaderni di Lotus”, il cui ventitreesimo e ultimo numero uscirà nel 1999. I quaderni, che hanno il medesimo formato del periodico di cui costituiscono una costola, definiscono due ambiti di indagine: da una parte, l’approfondimento di questioni già affrontate nella rivista “madre”; dall’altra la presentazione delle ricerche teoriche e progettuali di alcune figure di primo piano del dibattito architettonico italiano e internazionale. Tra i quaderni del primo ambito meritano di essere qui menzionati il già citato L’architettura del paesaggio americano di Christian Zapatka (21/1995), Progettare la città di Manuel de Solà (23/1999) e Paesaggio d’interni di Georges Teyssot (8/1987). Tra quelli del secondo ambito se ne ricordano qui solo alcuni: Oswald Mathias Ungers. Architettura come tema che inaugura la collana, Aldo Rossi. Tre città. Milano, Perugia, Mantova (4/1984), Álvaro Siza. Professione poetica (6/1986), Giorgi Grassi. Architettura lingua morta (9/1988), Franco Purini. Sette Paesaggi (12/1989), Vittorio Gregotti. Cinque dialoghi necessari (14/1990) e Luciano Semerani. Passaggio a nord-est (16/1991).

La seconda tappa coincide con una mostra allestita, nel 1985, presso la Fondazione San Carlo di Modena. L’ipotesi di organizzare un’esposizione in cui «Lotus» presenti il lavoro della “propria officina”[129] – formulata da Pierluigi Nicolin, Vittorio Savi e Rossella Ruggeri, allora direttrice della Biblioteca Poletti di Modena – si rapporta alla decisione di depositare i materiali d’archivio di ventitré numeri del periodico (costituiti da fotografie, lettere e disegni, molti dei quali inediti) presso la biblioteca i cui fondi trovano origine nel lascito librario dell’architetto modenese Luigi Poletti. Alberto Ferlenga e Luca Ortelli sono i redattori del catalogo e gli autori del progetto di allestimento della mostra che costituisce un “bilancio”[130] e, al contempo, una riappropriazione del lavoro compiuto dalla rivista. La mostra si articola in tre sezioni: la prima allestita nel corridoio d’onore della Fondazione San Carlo, rappresenta lo squadernamento di un numero virtuale di «Lotus»; la seconda espone, sui tre lati della Sala dei Cardinali, i materiali d’archivio della rivista donati alla biblioteca; la terza, infine, consiste in una stanza lignea costruita al centro della Sala dei Cardinali e ospita le schede dell’indice analitico e una selezione di fotografie.


La terza tappa coincide con la fondazione, nel 2000, di una nuova rivista, «Lotus Navigator». Pur esulando dall’arco temporale qui preso in esame, è importante rilevare come questa tappa rappresenti il momento in cui giunge a maturazione quel processo di rafforzamento dell’interesse di «Lotus international» verso il progetto di paesaggio, testimoniato dai numeri “La terra incolta” (87/1995) e “I due giardini” (88/1996). Del nuovo periodico quadrimestrale e bilingue non usciranno che nove numeri. Formato (cm 24 x 32), grafica (di Andrea Lancellotti) e struttura sono profondamente diversi da quelli della rivista “madre”, mentre caratteri comuni ai due periodici sono il taglio monografico e il gruppo di lavoro: Pierluigi Nicolin alla direzione, Alessandro Rocca, Giovanna Borasi e Lorenzo Gaetani alla redazione. Ciascun numero, aperto alle esplorazioni di diversi ambiti disciplinari, dall’architettura al design, dalla fotografia alle arti visive, si compone di un saggio di apertura che definisce il taglio critico-interpretativo del tema affrontato e di un’ampia rassegna di progetti e opere. Per quanto accolta favorevolmente, “Lotus navigator” non riesce a raggiungere l’autosostentamento economico ed è quindi costretta a sospendere le uscite. D’altra parte, alla concorrenza sempre più forte della pubblicistica on line si associa, fin dalla fine degli anni ’80, una condizione di sovraffollamento del panorama editoriale da parte di riviste di architettura che “pescano nelle stesse acque”[131]. Dal 1982 al 1996 Gregotti guida «Casabella», nel 1989 si assiste alla rinascita di «Zodiac» sotto la direzione di Canella. Nel 1989 nasce «Materia» diretta da Portoghesi, mentre tra il 1989 e il 1991, Semerani pubblica «Phalaris». Dal 1989 al 1992 Marco De Michelis dirige «Ottagono» e dal 1992 al 1996 Vittorio Magnago Lampugnani conduce la direzione di «Domus». Tra gli anni ’80 e la metà degli anni ’90 «il settore delle riviste si avvia a divenire una indistinta nebulosa, in seguito a un vero e proprio spawl di iniziative editoriali, promosse dalle istituzioni più disparate – associazioni di settore e ordini professionali, aziende variamente interessate al mercato dell’architettura e del design, dipartimenti universitari – e caratterizzate da una molteplicità di orientamenti»[132]. Di fronte a un quadro in cui si mescolano saturazione del mercato editoriale, criticità economiche e un generale appannamento dell’incisività culturale degli stessi periodici di architettura, «Lotus» avvia una fase di profondo ripensamento della propria struttura, dei propri obiettivi e dalla propria immagine. L’esaurirsi di alcuni filoni tematici che avevano connotato la storia della rivista dal 1974 alla fine degli anni ’80 impone, come già detto, un deciso cambiamento di rotta. La virazione ha inizio con il numero 68 del 1991 e prosegue fino al 1994, quando i contenuti del periodico appariranno profondamente rinnovati e l’asse del ragionamento si sarà già riassestato sulle coordinate delle nuove e molteplici tendenze del mondo dell’architettura. Questa lettura dell’evoluzione di «Lotus» termina dunque qui e non si avventura nei mutati terreni culturali delle fasi successive. Prima di concludere, però, ha senso soffermarsi ancora per qualche riga sul numero 68, non solo perché costituisce il momento in cui «Lotus» inizia ad affrontare nuovi orizzonti tematici, ma anche perché può forse essere annoverato tra i più bei numeri pubblicati dalla rivista. Intitolato L’occhio dell’architetto e arricchito dai contributi di Kenneth Frampton, Vincent Scully e Anthony Vidler, questo numero pubblica gli schizzi e i disegni realizzati durante i loro viaggi da alcuni architetti: Le Corbusier, Asplund, Aalto, Kahn, Krier, Siza, Hejduk, Sottsass e Rossi. Nell’editoriale, Nicolin aggiorna i lettori sulle trasformazioni in atto nel periodico: la scelta di pubblicare due diverse edizioni, una in italiano e una in inglese, che permette di assicurare più ampi spazi a testi e immagini, il cambiamento della redazione[133] e del comitato di direzione[134], la rinnovata immagine grafica[135]. Non solo: ciascun numero si articolerà in due sezioni: un “Focus” incentrato su un determinato tema e un “Forum” dedicato al confronto di più punti di vista intorno a specifiche questioni (la committenza, i concorsi, la critica, le relazioni dell’architettura con l’arte o con i media) al fine di rendere il periodico uno spazio di discussione sempre più aperto verso posizioni diverse. Si ritiene infatti che «a una proliferazione di atteggiamenti, a una sostituzione delle visioni univoche del fenomeno architettonico con un uso spregiudicato del linguaggio […], alla destrutturazione/dispersione che ha coinvolto la nostra disciplina»[136] sia necessario rispondere con “strumenti comunicativi adeguati”. Ciò che si registra, scrive Nicolin, è una trasformazione dello Zeitgeist e, per quanto concerne l’architettura contemporanea, «un cambio di paradigma rispetto agli approcci precedenti, comprensibile soltanto con il mutare di orizzonti verificatosi negli anni ottanta»[137].

Pubblicare gli schizzi dei viaggi di alcuni maestri, nel momento in cui «Lotus» intraprende un nuovo percorso, assume valore metaforico e insieme strumentale. Consente di osservare «la natura di diversi cominciamenti», predispone a riflettere su ciò che ha «catturato l’occhio di alcuni grandi architetti», lascia immaginare che, come già per Le Corbusier, gli schizzi di viaggio possano divenire materiali utili alla costruzione di progetti futuri.

  



[1] Per approfondimenti si rimanda alle seguenti pagine web, consultate nel dicembre 2017:
https://it.wikipedia.org/wiki/Colin_Chapman; https://it.wikipedia.org/wiki/Jim_Clark; https://it.wikipedia.org/wiki/Gran_Premio_d%27Italia_1963

[2] P. Ferrini, Ecco dov'è finita la Lotus di Jim Clark, in «La Repubbica», 6 dicembre 2013; http://www.repubblica.it/motori/sezioni/classic-cars/2013/12/06/news/dov_finita_la_lotus_di_jim_clark_-69299627/?refresh_ce

[3] La passione per l’automobilismo, nel 1979, porterà Bruno Alfieri a lasciare l'Electa per fondare la casa editrice Automobilia "Società per la Storia e l'immagine dell'Automobile" che collaborerà con alcune tra le più prestigiose case automobilistiche tra cui: Alfa Romeo, Lamborghini Maserati, Mercedes, Porsche e soprattutto Ferrari, grazie al personale appoggio di Enzo Ferrari.

[4] Alcuni autori riportano come data di pubblicazione del primo volume di «Lotus» il 1963. In realtà, la rivista è fondata a Venezia nel 1963, ma il suo primo numero esce nel 1964. Per una verifica della corretta datazione, oltre che al volume in sé, si può fare riferimento a: http://www.editorialelotus.it/web/item.php?id=1

[5] Giulia Veronesi, storica e critica dell’arte e dell’architettura, collaboratrice della rivista “Casabella” durante la direzione di Giuseppe Pagano e Edoardo Persico, “Premio Olivetti” per la critica di architettura nel 1957, cura la raccolta completa degli scritti di Edoardo Persico per le Edizioni di Comunità, proprio nell’anno in cui si dà alle stampe il primo numero dell’annuario «Lotus». È stata autrice, tra le altre, delle seguenti pubblicazioni: Joseph Maria Olbrich, Il Balcone, Milano 1948; J. J. Pieter Oud, Il Balcone, Milano 1953; Difficoltà politiche dell'architettura in Italia, 1920-1940, Politecnica Tamburini, Milano 1953 (riedito da Marinotti nel 2008); Josef Hoffmann, Il Balcone, Milano 1956; Luciano Baldessari architetto, CAT, Trento 1957; Edoardo Persico. Tutte le opere (1923-1935), Edizioni di Comunità, Milano 1964; Ascesa e caduta delle Arts Déco, Vallecchi, Firenze 1966.

[6] B. Alfieri, s.tit., «Lotus. Architectural annual, Annuario dell’architettura, Annuaire de l’architecture, 1964-65», Bruno Alfieri, Milano 1964, p. IV.

[7] Ibid.

[8] Ibid.

[9] G. Veronesi, s.tit., in «Lotus. Architectural annual, Annuario dell’architettura, Annuaire de l’architecture, 1964-65», Bruno Alfieri, Milano 1964, p. VIII.

[10] Ibid.

[11] Ibid.

[12] Ibid.

[13] Ibid.

[14] A. Rocca, «Lotus», in M. Biraghi – A. Ferlenga (a cura di), Architettura del Novecento. Teorie, scuole, eventi, vol. I, Giulio Einaudi Editore, Torino 2012, p. 567. All’intero saggio, pubblicato alle pp. 566-570, si rimanda per una sintetica quanto interessante della storia della rivista «Lotus».

 [15] S. Micheli, Le riviste italiane di architettura. Il luogo logico del dibattito architettonico, in M. Biraghi, G. Lo Ricco, S. Micheli, M. Viganò, Italia 60/70. Una stagione dell’architettura, Il Poligrafo, Padova 2010, p. 129.

[16] B. Alfieri, Un nuovo Lotus, in «Lotus. Architectural annual, Annuario dell’architettura d’oggi, Annuaire de l’architecture contemporaine, 1965-66», Bruno Alfieri, Milano 1965, p. 0 la pagina successiva riporta i numero 1.

[17] Ibid., p. 2.

[18] Ibid.

 [19] G. Veronesi, Un panorama, in «Lotus. Architectural annual, Annuario dell’architettura d’oggi, Annuaire de l’architecture contemporaine, 1965-66», Bruno Alfieri, Milano 1965,  p. 9.

[20] Ibid, p. 10.

[21] Ibid.

[22] B. Alfieri, s. tit., in «Lotus. An International Review of Contemporary Architecture, Rivista internazionale dell’Architettura d’oggi, Revue internationale de l’Architecture contemporaine, 1966-1967», n. 3, Bruno Alfieri, Milano Venezia s.d. [1966], p. 1.

[23] Ibid.

 [24] A. Rosselli, L’architettura ricerca nuove relazioni, in «Lotus. An International Review of Contemporary Architecture, Rivista internazionale dell’Architettura d’oggi, Revue internationale de l’Architecture contemporaine, 1966-1967», n. 3, Bruno Alfieri, Milano Venezia s.d. [1966], p. 2.

[25] Ibid., p. 3.

[26] B. Alfieri, Premessa dell’editore, in «Lotus. An International Review of Contemporary Architecture, Rivista internazionale dell’Architettura d’oggi, Revue internationale de l’Architecture contemporaine, 1967-1968», n. 4, Alfieri edizioni d’arte, Venezia s.d. [1967], p. 4.

[27] A. Rosselli, Il ruolo dell’architetto nella prossima decade, in «Lotus. An International Review of Contemporary Architecture, Rivista internazionale dell’Architettura d’oggi, Revue internationale de l’Architecture contemporaine, 1967-1968», n. 4, Alfieri edizioni d’arte, Venezia s.d. [1967], p. 6.

[28] Ibid.

[29] Ibid.

[30] R. Venturi, D. Scott Brown, A significance for A & P Parking Lots; or Learning from Las Vegas, in «Lotus. An International Review of Contemporary Architecture, Rivista internazionale dell’Architettura d’oggi, Revue internationale de l’Architecture contemporaine», n. 5, Alfieri edizione d’arte, Venezia 1968, pp. 71-91.

[31] E. McCoy, R.M. Schindler, in «Lotus. An International Review of Contemporary Architecture, Rivista internazionale dell’Architettura d’oggi, Revue internationale de l’Architecture contemporaine», n. 5, Alfieri edizione d’arte, Venezia 1968, pp. 92-105.

[32] D. Gebhard, Ambiguity in the work of R.M. Schindler, in «Lotus. An International Review of Contemporary Architecture, Rivista internazionale dell’Architettura d’oggi, Revue internationale de l’Architecture contemporaine», n. 5, Alfieri edizione d’arte, Venezia 1968, pp. 92-105.

[33] G. Mazzariol, La Feria a Valencia di Guillermo Jullian, in «Lotus. An International Review of Contemporary Architecture, Rivista internazionale dell’Architettura d’oggi, Revue internationale de l’Architecture contemporaine», n. 5, Alfieri edizione d’arte, Venezia 1968, pp. 34-62.

[34] Id., Il linguaggio di Erickson, in «Lotus. An International Review of Contemporary Architecture, Rivista internazionale dell’Architettura d’oggi, Revue internationale de l’Architecture contemporaine», n. 5, Alfieri edizione d’arte, Venezia 1968, pp. 161-187.

[35] A. Rogatnick, EXPO 67: the past recaptured, in «Lotus. An International Review of Contemporary Architecture, Rivista internazionale dell’Architettura d’oggi, Revue internationale de l’Architecture contemporaine», n. 5, Alfieri edizione d’arte, Venezia 1968, pp. 12-33.

[36] C. Aymonino, Origine e sviluppo della città moderna, Marsilio, Padova 1965.

[37] A. Rossi, L’architettura della città, Marsilio, Padova 1966.

[38] G. Mazzariol, Louis Kahn: progetto per Venezia, in «Lotus. An International Review of Contemporary Architecture, Rivista internazionale dell’Architettura d’oggi, Revue internationale de l’Architecture contemporaine», n. 6, Alfieri edizioni d’arte, Venezia 1969, pp. 1-39. Il titolo corrisponde a quello nell’indice; la titolazione a p. 1 è invece Un progetto per Venezia.

[39] La seconda parte è intitolata “La progettazione della città”.

[40] A. Villa, La progettazione della città, in «Lotus. An International Review of Contemporary Architecture, Rivista internazionale dell’Architettura d’oggi, Revue internationale de l’Architecture contemporaine», n. 6, Alfieri edizioni d’arte, Venezia 1969, pp. 96-101.

[41] Sulla figura di Costantino Dardi, nello stesso numero, si vedano: M. Tafuri, Dardi, in «Lotus. An International Review of Contemporary Architecture, Rivista internazionale dell’Architettura d’oggi, Revue internationale de l’Architecture contemporaine», n. 6, Alfieri edizioni d’arte, Venezia 1969, pp. 163-169; C. Dardi, Lettura di James Stirling, in «Lotus. An International Review of Contemporary Architecture, Rivista internazionale dell’Architettura d’oggi, Revue internationale de l’Architecture contemporaine», n. 6, Alfieri edizioni d’arte, Venezia 1969, pp. 122-133.

[42] A. Rogatnick, The decline and fall of the architectural profession in North-America, in «Lotus. An International Review of Contemporary Architecture, Rivista internazionale dell’Architettura d’oggi, Revue internationale de l’Architecture contemporaine», n. 6, Alfieri edizioni d’arte, Venezia 1969, pp. 266-270.

[43] A. Villa, L’architettura nella formazione della città moderna, in «Lotus. An International Review of Contemporary Architecture, Rivista internazionale dell’Architettura d’oggi, Revue internationale de l’Architecture contemporaine», n. 7, Alfieri edizioni d’arte, Venezia 1970, pp. 6-11.

[44] C. Aymonino, Progetto architettonico e formazione della città, in «Lotus. An International Review of Contemporary Architecture, Rivista internazionale dell’Architettura d’oggi, Revue internationale de l’Architecture contemporaine», n. 7, Alfieri edizioni d’arte, Venezia 1970,  pp. 20-41.

[45] G. Canella, Un’architettura di architetture, in «Lotus. An International Review of Contemporary Architecture, Rivista internazionale dell’Architettura d’oggi, Revue internationale de l’Architecture contemporaine», n. 7, Alfieri edizioni d’arte, Venezia 1970, pp. 42-61.

[46] A. Rossi, Due progetti di abitazione, in «Lotus. An International Review of Contemporary Architecture, Rivista internazionale dell’Architettura d’oggi, Revue internationale de l’Architecture contemporaine», n. 7, Alfieri edizioni d’arte, Venezia 1970,  pp. 62-85. Il titolo qui riportato corrisponde a quello nell’indice; la titolazione a p. 62 è invece Due progetti.

[47] A. Villa, Concorso nazionale per il centro storico di Trieste: Dardi, Polesello, Semerani, in «Lotus. An International Review of Contemporary Architecture, Rivista internazionale dell’Architettura d’oggi, Revue internationale de l’Architecture contemporaine», n. 7, Alfieri edizioni d’arte, Venezia 1970, pp. 86-117. Il titolo qui riportato corrisponde a quello nell’indice; la titolazione a p. 86 è invece Il concorso per il centro storico di Trieste; in calce, le iniziali A.V. fanno riferimento al redattore Angelo Villa.

[48] Red., La progettazione nelle facoltà di Milano, Roma, Venezia in «Lotus. An International Review of Contemporary Architecture, Rivista internazionale dell’Architettura d’oggi, Revue internationale de l’Architecture contemporaine», n. 7, Alfieri edizioni d’arte, Venezia 1970, pp. 130-172. Il titolo qui riportato è presente solo nell’indice; da p. 128 a p. 172 si succedono diverse tesi di laurea con differenti titolazioni; infatti, la sezione dedicata alle tesi inizia a p. 128 e non a p. 130 come scritto nell’indice.

[49] Qualche anno prima Manfredo Tafuri aveva giudicato “altamente positive” tre esperienze: il progetto di Quaroni per le Barene di San Giuliano a Mestre, gli studi di Geoffrey Copcutt per il sistema territoriale di Glasgow e il piano di Kenzo Tange per la Nuova Skopje per la loro forma aperta e per il fatto che invece «di annullare l’architettura nel processo urbanistico esse la ricollocano in un giusto contesto e ne esaltano l’autonomia semantica»: M. Tafuri, Architettura, town design, città, in «d’Ars Agency: bollettino trimestrale», n. 36-37, 1967, p. 9.

[50] A.A.V.V., Bologna: il P.R.G. ed il progetto di Kenzo Tange in «Lotus. An International Review of Contemporary Architecture, Rivista internazionale dell’Architettura d’oggi, Revue internationale de l’Architecture contemporaine», n. 7, Alfieri edizioni d’arte, Venezia 1970, pp. 354-409. Il titolo qui riportato è presente solo nell’indice; da p. 354 a p. 409 si succedono invero diversi articoli di vari autori con differenti titolazioni. 

[51] G. Fabbri, Venezia: ipotesi sulla città e strumenti progettuali, in «Lotus. An International Review of Contemporary Architecture, Rivista internazionale dell’Architettura d’oggi, Revue internationale de l’Architecture contemporaine», n. 7, Alfieri edizioni d’arte, Venezia 1970, pp. 280-297.

[52] C. Aymonino, G. Fabbri, A. Villa, Le città capitali del XIX secolo. 1. Parigi e Vienna, Officina, Roma 1975.

[53] P. Nicolin, Introduzione, in Lotus international 1974-88. Indici Indexes, Supplemento a «Lotus international», n. 61, Electa, Milano, 1989, p. 6.

[54] Sul panorama delle riviste italiane di architettura si vedano: S. Micheli, Le riviste italiane di architettura…, cit., pp. 125-138; M. Mulazzani, Le riviste di architettura. Costruire con le parole, in F. Dal Co, Storia dell’architettura italiana. Il Secondo Novecento, Electa, Milano 1997, pp. 430-443; F. Tentori, L’Architettura contemporanea. In dieci lezioni (dividendo per undici). Zibaldone e bibliografia sull’architettura, l’arte italiana e le riviste del Novecento, Gangemi, Roma 1999, pp. 117-121, 131-135. Mentre Silvia Micheli e Marco Mulazzani fanno riferimento a «Lotus», Francesco Tentori non cita la rivista.

[55] E.N. Rogers, Continuità o crisi?, in «Casabella-continuità», n. 215, aprile-maggio 1957, p. 3.

[56] Ibid.

[57] Nel gruppo redazionale figurano a vario titolo e in momenti diversi: Marco Zanuso, Giancarlo De Carlo, Vittorio Gregotti, Gae Aulenti, Guido Canella, Aldo Rossi, Giorgio Grassi, Luciano Semerani, Carlo Aymonino, Aurelio Cortesi,  Silvano Tintori, Francesco Tentori.

[58] M. Mulazzani, Le riviste di architettura…, cit. p. 436.

[59] S. Micheli, Le riviste italiane di architettura…, cit., p. 126.

[60] M. Mulazzani, Le riviste di architettura…, p. 435.

[61] Si tratta della “Zodiac” della Ford. Sul racconto di Bruno Alfieri e sulla storia della rivista fino al 1974, cfr.: O.S. Pierini, «Zodiac», in M. Biraghi – A. Ferlenga (a cura di), Architettura del Novecento. Teorie, scuole, eventi, vol. I, Giulio Einaudi Editore, Torino 2012, pp. 949-954.

[62] Cfr.: S. Micheli, Le riviste italiane di architettura…, cit., p. 127 e 129-130.

[63] Ibid., p. 127.

[64] Tale tema è affrontato nel numero doppio 87-88 del 1965, tra i cui contributi si citano quelli di Eugenio Battisti e Christian Norberg-Schulz sul paesaggio e quelli di Salvatore Bisogni e Agostino Renna sul disegno urbano nell’area napoletana.

[65] R. De Fusco, in «Op. cit», Editoriale, n. 1, settembre 1964, p. 6.

[66] F. Tentori, L’Architettura contemporanea…, cit., p. 131.

[67] E. Bonfanti, Autonomia dell’architettura, in «Controspazio», n. 1, giugno 1969, pp. 24-29.

[68] M. Mulazzani, Le riviste di architettura…, cit. p. 440.

[69] “L’architettura interrotta” è il nome della rubrica curata da Luciano Patetta su “Controspazio”.

[70] B. Alfieri, s. tit., in «Lotus international», n. 8, 1974, p. 2.

[71] A proposito del contributo di Diego Birelli alla grafica di “Lotus international”, Michele Galluzzo ha scritto in un opuscolo (p. 22) pubblicato in occasione della mostra “Diego Birelli Grafic Designer”, allestita presso l’Università Iuav di Venezia, Archivio Progetti, 21.05-12.06.2015: «A sottolineare il cambio di rotta e la permeabilità del contenitore editoriale, Birelli concepisce le copertine delle singole uscite in maniera scoordinata e con testate di volta in volta differenti, che comprendono tanto caratteri bastoni di matrice svizzera quanto graziati, egizi o lettering disegnati ad hoc come nel caso del numero otto».

[72] B. Alfieri, s. tit., cit., p. 2.

[73] A. Rocca, «Lotus», cit., p. 566.

[74] Ibid., p. 3.

[75] S. Micheli, Le riviste italiane di architettura…, cit., p. 137.

[76] A. Rocca, «Lotus», cit., p. 568.

[77] www.editorialelotus.it, consultato nel dicembre 2017.

[78] www.editorialelotus.it

[79] Diventato direttore di «Lotus» nel 1977, Pierluigi Nicolin è ancora oggi (gennaio 2018) alla guida della rivista.

[80] A. Rocca, «Lotus», cit., p. 568.

[81] M. Tafuri, Il soggetto e la maschera. Una introduzione a Terragni, in «Lotus international», n. 20, 1978, pp. 5-31.

[82] P. Nicolin, Dagli archivi dell’architettura moderna, in «Lotus international», n. 20, 1978, p. 3.

[83] Ibid.

[84] P. Nicolin, L’architettura nell’università: Europa, in «Lotus international», n. 21, 1978, p. 3.

[85] Ibid., p. 5.

[86] C. Rowe, L’insegnamento dell’architettura in USA: argomenti, idee, persone. Una conferenza per esplorare correnti alternative, in «Lotus international», n. 27, 1980, pp. 42-46.

[87] P. Nicolin, L’architettura nell’università…, cit., p. 5.

[88] P. Nicolin, Piccole opere, in «Lotus international», n. 22, 1979, p. 3.

[89] “Piccole opere” è il titolo del numero 22 di «Lotus» del 1979.

[90] P. Nicolin, I loft americani, in «Lotus international», n. 66, 1990, p. 4.

[91] V. Savi, Orfica, surrealistica. Casa Malaparte a Capri e Adalberto Libera, in «Lotus international», n. 60, 1988, pp. 7-17.

[92] B. Reichlin, “Une petite maison” sul lago Lemano. La controversia Perret-Le Corbusier, in «Lotus international», n. 60, 1988, pp. 59-83.

[93] F. Irace, Corrispondenze. La villa Planchart di Gio Ponti a Caracas, in «Lotus international», n. 60, 1988, pp. 85-105.

[94] G. Chiaramonte, Villa Planchart. Tre canoni e l’immancabile Duchamp, in «Lotus international», n. 60, 1988, pp. 107-111.

[95] P. Nicolin, L’inquieto spazio domestico, in «Lotus international», n. 44, 1984, p. 5.

[96] P. Nicolin, Abitare in città, in «Lotus international», n. 41, 1984, p. 5.

[97] P. Nicolin, Architettura e grande stile, in «Lotus international», n. 42, 1984, p. 10.

[98] P. Nicolin, Abitare in città, cit., p. 5.

[99] A. Ferlenga, Lungofiume tra gli alberi. Un percorso nella Lubiana di Plečnik, in «Lotus international», n. 59, 1988, pp. 7-14; nello stesso numero di «Lotus» si veda: D. Prelovšek, Note sulla costruzione del lungofiume. Dalla sistemazione austriaca agli interventi di Plečnik, in «Lotus international», n. 59, 1988, pp. 15-33.

[100] M. Zardini, Nuove costruzioni ferroviarie. Rafael Moneo: riorganizzazione della Atocha a Madrid, in «Lotus international», n. 59, 1988, pp. 101-113; le foto sono di Dida Biggi.

[101] L. Ortelli, Somiglianza e differenza. La trasformazione dei mulini di Murcia di Juan Navaro Baldeweg, in «Lotus international», n. 59, 1988, pp. 35-51; le foto sono di Paolo Rosselli.

[102] F. Werner, Il mito dell’atemporale. Storia della stazione di Stoccarda, in «Lotus international», n. 59, 1988, pp. 115-132.

[103] M. de Solà Morales, Un’altra tradizione moderna. Dalla rottura dell’anno trenta al progetto urbano moderno, in «Lotus international», n. 64, 1990, pp. 6-31.

[104] Ibid, p. 8

[105] Ibid.

[106] P. Nicolin, Architettura nella città storica, in «Lotus international», n. 18, 1978, p. 3.

[107] Ibid.

[108] Ibid.

[109] P. Nicolin, Interpretazioni del passato, in «Lotus international», n. 46, 1985, p. 5.

[110] G. Chiaramonte, Odòs, Meth-odòs, Theorèin, in «Lotus international», n. 72, 1992, pp. 6-19.

[111] Y. Simeoforidis, Un’opera di Pikionis nel contesto. Sorveglianza in atto, in «Lotus international», n. 72, 1992, pp. 20-21.

[112] P. Nicolin, Trascrizioni, in «Lotus international», n. 58, 1988, p. 4.

[113] Cfr.: C. Rowe, ​L'insegnamento dell'architettura in USA..., cit..; M. Marzo, Postfazione, in Id. (a cura di), L’architettura come testo e la figura di Colin Rowe, Marsilio, Venezia 2010, p. 203.

[114] P. Nicolin, Il progetto debole, in «Lotus international», n. 62, 1989, p. 4.

[115] Ibid.

[116] C. Rowe, Talento e idee. Una conferenza, in «Lotus international», n. 62, 1989, pp. 7-17.

[117] P. Nicolin, Ricerche formali, in «Lotus international», n. 25, 1980, p. 3.

[118] Red., Contestualismo?, in «Lotus international», n. 74, 1992, p. 109.

[119] Ibid.

[120] P. Nicolin, Architettura come allestimento, in «Lotus international», n. 77, 1993, p. 44.

[121] Ibid.

[122] P. Nicolin, Romanico e Bizantino, in «Lotus international», n. 28, 1981, p. 4.

[123] Ibid., p. 6.

[124] Ibid.

[125] G. Simmel, Ponte e porta, in «Lotus International», n. 47, 1985, pp. 52-56; anche in G. Simmel, Saggi estetici (a cura di M. Cacciari), Padova 1972.

[126] P. Nicolin, Edifici intelligenti, in «Lotus international», n. 79, 1993, p. 38.

[127] Nel corso degli anni la rivista si avvale per la definizione della sua veste grafica della consulenza di vari designer: Diego Birelli, Pierluigi Cerri e F.G. Confalonieri, Alessandra Dal Ben, Lioba Wackrnell, Andrea Lancellotti e Gaetano Cassini.

[128] Di seguito si riporta l’evoluzione della composizione della redazione e del comitato direttivo dal 1980 al 2002. Nella redazione, nel 1980 Georges Teyssot si affianca a Daniele Vitale e Italo Rota (n. 28); nel 1981 si aggiunge Luca Ortelli (n. 30); nel 1982 (n. 34) entra a far parte della redazione Alberto Ferlenga ed esce Teyssot che, nel numero successivo, assume il ruolo di coordinatore editoriale; nello stesso anno si uniscono al comitato di esperti Mario Botta, Francesco Dal Co, Jacques Lucan e Franco Purini (n. 34); nel 1984 al comitato di esperti si aggiungono Marco De Michelis, Ignasi de Solà-Morales, Bernard Huet, Werner Oechslin, Georges Teyssot (n. 41); nel 1988 entra nella redazione Mirko Zardini (n. 56); nello stesso anno (n. 58) Teyssot non risulta più al coordinamento editoriale per alcuni numeri, ma vi tornerà successivamente, per passare infine al comitato di direzione; nel 1990 (n. 65) escono dalla redazione Ferlenga e Ortelli ed entra Alessandro Rocca; nel 1999 esce Mirko Zardini ed entra Giovanni Borasi (n. 101); nello stesso anno si aggiunge una redazione esterna, composta, tra gli altri, da Ignasi de Solà-Morales e Georges Teyssot; nel 2000 arriva Lorenzo Gaetani; nel 2002 (n. 112) entra nella redazione esterna Mirco Zardini e l’anno successivo (n. 118)  esce dalla redazione Rocca.

[129] R. Ruggeri, Premessa, in Aa, Vv., Gli archivi di una rivista di architettura, Electa, Milano 1985, p. 7.

[130] P. Nicolin, Introduzione, in AA.VV., Gli archivi di una rivista di architettura, Electa, Milano 1985, p. 10.

[131] A. Rocca, «Lotus», cit., p. 569.

[132] M. Mulazzani, Le riviste di architettura…, cit. p. 443.

[133] La redazione è composta da Mirko Zardini, Alessandro Rocca, Rita Capezzuto e Gail Swerling.

[134] Il comitato di direzione è composto da Mario Botta, Ignasi de Solà Morales, Adolfo Natalini, Franco Purini, Vladimir Slapeta, Georges Teyssot.

[135] L’immagine grafica è elaborata da Gianluca Poletti.

[136] P. Nicolin, L’occhio dell’architetto, in «Lotus international», n. 68, 1991, p. 2.

[137] Ibid.

 

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