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Posilypon FAM

Pausilypon: i luoghi dell’archeologia come rinnovati ‘capisaldi’ delle città e dei paesaggi mediterranei
«Tutto è nell’infanzia, anche il fascino che sarà avvenire».
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere

Con la pubblicazione di Pausilypon. Architettura e paesaggio archeologico, Renato Capozzi, Gaetano Fusco e Federica Visconti offrono gli esiti di due workshop internazionali di progettazione organizzati dal DiARC – Dipartimento di Architettura dell’Università di Napoli, nell’ambito del Master “Architettura e Museografia per l’Archeologia. Progettazione Strategica e Gestione Innovativa del Patrimonio Archeologico” dell’Accademia Adrianea di Architettura e Archeologia1.
Come dichiarato dal titolo del volume, oggetto di questo lavoro collettivo è il Parco Archeologico e Ambientale del Pausilypon, destinatario di una serie di progetti elaborati da studenti italiani e stranieri per gli edifici componenti la villa imperiale, lì costruita da Publio Vedio Pollione in ragione della bellezza di un luogo capace di offrire sollievo – παῦσις – dagli affanni della vita quotidiana – λύπων –, e per il parco che la accoglie.
Sono progetti ‘difficili’, quelli che vengono presentati tra le pagine del volume, per diverse ragioni, in primis perché la straordinaria bellezza del luogo, e forse anche la sua stessa unicità, rischierebbero di collocarli all’interno di una condizione del tutto particolare e forse irripetibilmente proiettata sui suoi caratteri propri e concreti. Il presente lavoro, tuttavia, fuga questo rischio manifestando costantemente nelle riflessioni, nei progetti e nei contributi che lo compongono un’evidente tensione alla generalità, riscontrabile fin dal suo stesso incipit nella consapevole interpretazione dell’oggetto di studio come un paradigma dei molteplici luoghi dell’archeologia che costellano le città e i paesaggi del sud Italia e più in generale del bacino Mediterraneo.
Nella villa di Pausilypon, infatti, gli autori di questo lavoro sembrano riconoscere una condizione per certi versi consueta, in cui l’esistenza di luoghi connotati dalla presenza di rovine archeologiche mette in evidenza un conflitto, esteso su più livelli e spesso irrisolto, tra questi stessi luoghi e la città contemporanea, originatosi dalle trasformazioni che in anni recenti ne hanno interessato i paesaggi.
Concepita originariamente come villa d’otium, edificata in un’intima relazione formale e semantica con gli elementi naturali del luogo che la accoglie, e capace per questo di far risplendere la sua più autentica bellezza, questa complessa architettura ci perviene ora nelle forme di sontuose vestigia e di un parco collocato all’interno della realtà metropolitana di Napoli. Nonostante le offese che questa architettura e il suo paesaggio hanno subito dalle più recenti edificazioni, come riconoscono Capozzi, Fusco e Visconti, il fascino che questa ancora esercita non è legato solo all’imponenza delle rovine e al loro rapporto col paesaggio, quanto anche alla propria duplice condizione di costruzioni appartenute a un’epoca passata e di edifici che potrebbero potenzialmente appartenere, già almeno in virtù della loro prossimità fisica, alla città contemporanea.
Il riconoscimento di questa duplice condizione costituisce un passaggio particolarmente significativo, poiché chiarisce come gli obiettivi di questo lavoro non siano tanto individuabili nella ‘musealizzazione’ dell’area archeologica e nella determinazione del limite fisico tra le permanenze antiche e il corpo vivo della città, quanto piuttosto nella possibilità di individuare con maggiore pienezza il senso della loro presenza all’interno della città contemporanea e di mettere in valore la loro appartenenza ad essa, attraverso la ridefinizione delle relazioni formali e semantiche ‘delle cose’ e ‘tra le cose’.
Chiaramente, il perseguimento di questo obiettivo implica un radicale cambio di paradigma del pensiero – preannunciato da Capozzi, Fusco e Visconti già nel sottotitolo del presente lavoro: Architettura e paesaggio archeologico – che afferma la necessità di guar¬dare al patrimonio archeologico da un punto di vista preciso, quello dell’Architettura, di conferire alle vestigia dell’antico una dignità di forma, e di operare su di esse attraverso l’unico strumento di cui la disciplina dispone affinché queste siano forme ‘vive’: il progetto di architettura. Architettura e Archeologia, come afferma Capozzi, «si confrontano nello studio e nella trasformazione possibile del monumento architettonico che è luogo e tramite di questo rapporto e ridiviene il centro di un sistema urbano in cui si iscrive attraverso un sistema di relazioni squisitamente architettonico»2.
Sono progetti ‘colti’, quelli che vengono presentati tra le pagine del presente volume, poiché la loro sperimentazione non solo ha fondamento nella conoscenza profonda dei luoghi e degli edifici, ma presuppone anche un’autentica educazione alla conoscenza e una consapevolezza degli strumenti necessari a perseguirla.
Come sottolinea Visconti, «un progetto che “mette in questione l’antico” deve innanzitutto con profondità conoscere il monumento […]. Questo è possibile solo utilizzando lo strumento specifico del disegno, del rilievo, che non è solo attività tecnica ma diviene immediatamente ‘riscrittura critica’ e reinterpretazione selettiva. Nel misurare le antiche pietre, nel comprendere le metriche sottese, i rapporti geometrici e spaziali da disvelare, in quest’attività conoscitiva – come ben sapevano gli architetti del Rinascimento – vi è già il primo atto ideativo»3.
Solo attraverso questo esercizio di riscrittura è dunque possibile pervenire a quella conoscenza profonda, capace di disvelare le ragioni che spiegano l’esistenza stessa di queste architetture, le relazioni di senso stabilite con gli elementi della realtà cui ancora appartengono, i loro più intimi nessi sintattici e i loro stessi principi compositivi.
È dunque l’ineludibilità di questi passaggi e la necessità di conquistare questa profondità della lettura quanto viene messo in evidenza dall’esercizio progettuale di Manuela Antoniciello, che significativamente apre la serie dei progetti elaborati dagli studenti, e che vede la ricomposizione di una ‘Pausilypon analoga’ attraverso l’inserimento nel sito di una serie di architetture amate, provenienti da altri tempi e da altri luoghi, ma appartenenti a un medesimo mondo culturale; architetture capaci di comprendere e restituire con rinnovato vigore le ragioni più profonde del luogo e di stabilire con le vestigia della villa un dialogo attraverso cui rinnovarne il senso4.
I progetti che seguono questo montaggio analogico lavorano ciascuno su un elemento della villa, ma si qualificano tutti, invariabilmente, con una comune tensione alla definizione di categorie metodologiche per il progetto d’architettura nei luoghi dell’archeologia. Come sottolinea Fusco, infatti, «lavorare sul singolo complesso architettonico significa non solo misurarsi con la storia, con la forma, con il sistema costruttivo degli edifici, ma anche entrare nel merito delle relazioni con il contesto paesaggistico e urbano per individuare una dimensione conforme che nel mutamento esprime la concreta valorizzazione dell’architettura archeologica»5.
Con acume, i progetti presentati riconoscono un principio di forma già nella scelta localizzativa della villa, distesa su uno sperone tufaceo che, dividendo l’area dei Campi Flegrei dalla città di Napoli e rivolgendosi verso un orizzonte coronato da isole e penisole, mostra la natura ‘monumentale’ del paesaggio mediterraneo. Riconoscono, ancora, il rapporto intenso tra le forme e lo «spazio di natura e il sistema dell’organizzazione formale e spaziale della struttura architettonica»6 della villa, composta per parti – una pars publica, una pars privata e una pars maritima –, e queste a loro volta di elementi distinti – il teatro, l’odeion, la grotta di Seiano, la “Sala di marmo”, la “Casa rossa”, il Parco sommerso della Gaiola, le terme –, posti e conformati in rapporto alla forma del suolo, e in consonanza con le diverse esigenze di luce, ventilazione, affaccio. Riconoscono, infine, il senso autentico degli edifici costituenti la villa, la cui ricomposizione, quando necessaria alla loro comprensione e alla ridefinizione delle giuste relazioni formali e spaziali tra gli elementi, si avvale, come sottolinea Capozzi, «di tecniche e procedure compositive come l’analogia e il contrappunto per introdurre delle forme riconoscibili e adeguate/rispondenti a quelle che preesistono»7.
Al di là delle differenti tecniche adoperate da ciascuno dei loro autori, questi progetti sono accomunati, infine, dal riferimento a un comune orizzonte problematico, che si determina con l’obiettivo di «reimmettere ‘memorie’ nel corpo vivo della città e del territorio, evitando di ridurre l’intervento a una semplice perimetrazione e isolamento di resti archeologici ma lavorando, a partire da essi, per ritrovare ancora i possibili luoghi di rappresentazione della collettività, ordinati secondo gerarchie differenti, ciascuno con il suo proprio ruolo, eppur capaci di recuperare ognuno il proprio valore di elementi necessari alla comprensione dell’insieme»8.
Il valore ultimo di questi progetti risiede dunque nella possibilità di dimostrare come i resti archeologici della villa di Pausilypon possano assumere un ruolo rinnovato nella definizione della forma della città contemporanea. Attraverso di essi, infatti, questi possono ristabilire una ‘metrica’ della città estesa tra l’area dei Campi Flegrei e il centro di Napoli, capace di riconquistare la conoscenza di un’ulteriore metrica, ad essa soggiacente, dettata dalla conformazione geografica. Attraverso di essi, ancora, gli spazi della villa possono riproporsi come un autentico spazio urbano, pienamente parte dell’insieme civile, pubblico e collettivo della città.
Per questi motivi, quindi, la villa di Publio Vedio Pollione, nonostante la sua straordinarietà, sembra voler costituire il pretesto, o meglio l’occasione concreta su cui misurare istanze provenienti da un più ampio mondo mediterraneo e verificare il portato generalizzabile di un nuovo pensiero. Grazie ad esso, infatti, il parco di Pausilypon costituisce il campo su cui Capozzi, Fusco, Visconti e tutti coloro che si sono misurati coi progetti, perseguono un obiettivo più alto: dare forma a un’idea di città peculiarmente mediterranea, in cui le vestigia dell’antico, restituite a una nuova vita, le consentano di riconquistare quell’archè verso il quale convergono e dal quale si dipartono architettura e archeologia – la prima per descriverne l’origine, la seconda per costruirne il destino – e si pongano come rinnovati ‘capisaldi’ della sua forma, in cui riconoscere, «nella loro stratificazione e complessità, ancora la ‘scena fissa’ della vita degli uomini»9.

Antonio Nitti

Note

1 I due workshop si sono tenuti rispettivamente dal 04 al 09 ottobre 2015 e dall’08 al 13 maggio 2016 presso il complesso dello Spirito Santo a Napoli.
2 Capozzi, R., “Il progetto per l’archeologia”, in Capozzi, R., Fusco, G. e Visconti, F., (a cura di): Pausylipon: Architettura e Paesaggio archeologico, AIÓN, Firenze 2018, p. 26.
3 Visconti, F., “Archeologia, Paesaggio e Architettura del sito di Pausilypon”, in Pausylipon, op. cit., p. 35.
4 Antoniciello, M., “L’acropoli sul mare. Un esercizio di montaggio analogico”, in Pausylipon, op. cit., pp. 38-43.
5 Fusco, G., “Archeologia Autentica Antica Architettura”, in Pausylipon, op. cit., p. 23.
6 Ibidem.
7 Capozzi, R., “Il progetto per l’archeologia”, in Pausylipon, op. cit., p. 26.
8 Visconti, F., “Archeologia, Paesaggio e Architettura del sito di Pausilypon”, in Pausylipon, op. cit., p. 33.
9 Visconti, F., “Archeologia, Paesaggio e Architettura del sito di Pausilypon”, in Pausylipon, op. cit., p. 36.




Autore: Renato Capozzi, Gaetano Fusco, Federica Visconti (a cura di)
Titolo: Pausilypon. Architettura e paesaggio archeologico.
Lingua del testo: italiano.
Editore: AIÓN
Collana: Città e paesaggi meridiani
Caratteristiche: formato 16x24 cm, 128 pagine, brossura, b/n
ISBN: 978-88-98262-73-1
Anno: dicembre 2018


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