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Luigi Vietti. Prime indagini d’archivio su un Maestro dimenticato. 

Enrico Prandi




Questo fascicolo della rivista raccoglie gli interventi relativi alla figura di Luigi Vietti al convegno “Lezioni italiane” tenutosi al Csac di Parma il 15 e 16 marzo 2019.
In quell’occasione si mettevano a confronto tre figure emblematiche del Novecento italiano, Gardella, Menghi e Vietti, la cui analisi dei fondi archivistici presenti al CSAC, e il relativo studio e approfondimento delle relative tematiche, è tutt’ora in corso a cura del settore Progetto del Centro Studi e Archivio della Comunicazione.
La vicinanza generazionale tra le tre figure e una certa condivisione di temi e di luoghi ha consentito anche di condividerne un certo approccio metodologico che i responsabili scientifici delle ricerche (Angelo Lorenzi e Carlo Quintelli per Ignazio Gardella, Carlo Gandolfi per Roberto Menghi, Enrico Prandi e Paola Veronica Dell’Aira per Luigi Vietti) hanno discusso nelle varie fasi. Chi segue la rivista ricorderà che il n. 44 del 2018 è stato dedicato proprio ad Ignazio Gardella ed in particolare a ciò che è stato definito come “altra architettura”, ossia i tre aspetti dell’abitare, dell’esporre e del trasmettere nell’opera del maestro milanese.

Le ragioni della ricerca
Il titolo della ricerca che è anche il titolo della giornata seminariale, “Luigi Vietti e il professionismo italiano 1928-1998” ne restituisce, com’è giusto che sia, alcuni aspetti importanti: il primo riguarda la chiave di lettura critica, ossia quella dell’analisi di una figura all’interno del panorama del “professionismo” in alcuni casi anche definito “professionismo colto”. Si tratta quindi di indagare e far conoscere l’alto profilo professionale di questo maestro, in cui i valori culturali dell’opera nascono perlopiù attraverso la pratica del mestiere di architetto. Aspetto quest’ultimo che lo avvicina sicuramento ad un’altra figura importante dell’Architettura Italiana del Novecento che è Ignazio Gardella. Tale paradigma interpretativo è stato lanciato da Giulio Carlo Argan e poi sviluppato da Alberto Samonà proprio in riferimento alla figura di Ignazio Gardella1. Il secondo aspetto che sottolineiamo è quella di una produzione architettonica costante lungo buona parte del Novecento dalla fine degli anni Venti alla fine degli anni Novanta. Una figura che ha attraversato diverse stagioni, crisi e rinascite, la guerra, gli anni del boom economico, via via fino alle contraddizioni di fine secolo. Ma, soprattutto, che ha vissuto queste stagioni da protagonista contribuendo esso stesso alla costruzione degli ambienti più rappresentativi della borghesia del nord Italia a partire dagli Anni Sessanta. Il terzo è quello della provvisorietà della ricerca messo in risalto dalla parte del titolo definita come “in corso”. Quello che presentiamo è quindi un mosaico parziale le cui tessere mancanti si aggiungeranno mano a mano che il lavoro prosegue. Infatti, c’è tutt’ora una buona parte di materiali in parte totalmente sconosciuti da inventariare, analizzare e studiare.
Ci troviamo di fronte, nel caso del Fondo Luigi Vietti, ad una quantità di materiale considerevole che è stimabile attualmente (ma continuiamo a correggere le stime al rialzo nei rapporti periodici del CSAC) in oltre 35.000 materiali progettuali. Tavole, disegni, lucidi, schizzi, modelli, fotografie e documenti. Parte di questi materiali sono già noti e catalogati, altri sono ancora da inventariare. Questi ultimi soprattutto costituiscono quel patrimonio utile da studiare e che spesso non compaiono nemmeno come mera elencazione di lavori eseguiti negli elenchi ufficiali dello studio (che, vista l’intensa attività protrattasi per un lunghissimo arco di tempo, contengono necessariamente una selezione delle opere più importanti)2.
Il nome di Luigi Vietti è perlopiù associato alle sue partecipazioni giovanili a due esperienze progettuali di gruppo nel caso del Concorso in due gradi per il Palazzo Littorio di Roma (1934-37), con Terragni, Carminati, Lingeri, Saliva, Sironi e Nizzoli e all’incarico per il Piano dell’E’42 con Pagano, Piccinato, Piacentini e Rossi.
Ai più, però, sfugge la sua costante attività progettuale protrattasi fino alle soglie del XXI secolo e costellata da numerosissime realizzazioni che hanno lasciato un segno evidente nei contesto italiano.
Il caso di Luigi Vietti è quello di una figura dell’architettura del Novecento italiano tanto misconosciuta quanto interessante per molte ragioni: la prima è quantitativa. Se è vero che i numeri non sono tutto è pur vero che i numeri di Luigi Vietti sono numeri importanti a partire dai settant’anni di professione, dal 1928, anno della Laurea – in realtà inizia a progettare già da studente dimostrando un notevole talento ed una capacità – fino al 1998, anno della sua morte. Inoltre va aggiunta una densità di produzione professionale non indifferente scandita da numerosissimi incarichi dimostrata ugualmente dal fatto che Vietti ha avuto nella sua storia professionale anche tre studi contemporaneamente successivamente a quelli iniziali di Novara e Roma, a Genova, a Milano e in Costa Smeralda. Inoltre è da osservare che molti considerano la sua barca, il Tamory, un ketch da 26 metri come “studio viaggiante”, in cui riceveva clienti.
Sulla misconoscenza di Vietti sarà utile interrogarsi: sicuramente ha a che fare con la “fortuna critica” o nel suo caso alla “sfortuna critica”, ossia al fatto che pochi tra i critici ufficiali si siano interessati alla sua produzione architettonica. Sicuramente ciò può essere messo in relazione agli incontri e ai rapporti che aveva con le persone, con gli studiosi, con i critici, con gli editori, con i direttori di riviste e così via. Sicuramente il suo carattere poco incline a fare battage ha poi contribuito in un certo senso ad allontanarlo dalla critica ufficiale e a rinchiudersi in un rapporto intimo con l’architettura. Scrive che aveva un’amante che si chiamava Architettura, che aveva il “mal della pietra”, e così via.

Impostazione della ricerca
Chiarito il quadro metodologico di impostazione della ricerca rimane, si fa per dire, il tema dell’analisi e dell’ordinamento delle opere e dei progetti. Ci viene in aiuto un’organizzazione della sua produzione in blocchi temporali contraddistinti dalla prevalenza di alcuni temi che caratterizzano il suo progettare, il contesto in cui opera e le persone e i gruppi che frequenta.

Una prima fase del suo lavoro (1928-1940), "dalla Laurea allo scoppio della Seconda Guerra" è la più indagata e la più conosciuta (quella della militanza razionalista) quella anche più pubblicata all’epoca sulle riviste (sulla «Domus» di Ponti, la «Casa Bella» di Pagano, «Architettura e Arti decorative» di Piacentini, «Quadrante» di Bontempelli, «L’Architecture d’aujourd’hui», «Rassegna d’Architettura», «Costruire», «Stile»), ma anche quella in cui Vietti si impegna maggiormente nella riflessione teorica e nella promozione e nell’autopromozione (Aneddoto di Ponti e Pagano). Scriverà a questo proposito “eravamo giovani, volevamo lavorare”. In questa fase è, inoltre interessante la sua attività di divulgatore del moderno attraverso lunghi articoli pubblicati su quotidiani (principalmente «Il Messaggero» di Roma e «Il Secolo XIX» di Genova), resoconti di viaggi compiuti nel Nord Europa (Viaggio architettonico al Nord tra il 10° e il 15° meridiano, 1933) e nel Sud Italia (Romanzo delle verità architettoniche, 1935).
È la fase dell’adesione al Razionalismo, della partecipazione al CIAM di Bruxelles con la delegazione italiana composta da Pollini e Bottoni, dell’incontro con i suoi grandi Maestri internazionali (Le Corbusier, Mies e Gropius), la frequentazione dei razionalisti milanesi; la fondazione del MIAR; la fondazione del gruppo di Razionalisti genovesi (con Daneri e Morozzo della Rocca); la partecipazione alla V Triennale; l’Esposizione di Roma.
Lo spartiacque è la seconda guerra mondiale in cui, racconta Vietti, riflette su come fondere razionalismo e architettura spontanea già introdotta sperimentalmente negli anni precedenti. È questo uno dei primi temi fondamentali della ricerca ossia quello di un razionalismo del tutto autonomo che prende le distanze tanto da quello di Terragni (significativo è lo screzio e la presa di distanza nel caso del concorso per l’Auditorium di Roma) tanto dagli altri razionalismi a tal punto da poterlo definire come “Razionalismo naturale o spontaneo”.
Tornando al paradigma numerico, che ci offre un binario entro cui fissare i punti più importanti della sua produzione, possiamo considerare le date come le stazioni di posta di questo percorso. La prima è la data di nascita, 1903, che ci fornisce un’indicazione sulla generazione di appartenenza e sulla vicinanza con altre figure. Se volessimo utilizzare il paradigma di Sigfried Giedion (che Vietti conosceva direttamente e che va a trovare nella tappa zurighese del suo viaggio al Nord Europa3), Vietti apparterrebbe alla seconda generazione di architetti moderni. Nel 1903 nascono anche Figini e Pollini, Adalberto Libera, Eugenio Fuselli e Piero Bottoni. Giuseppe Terragni, invece, nasce l’anno successivo insieme a Vender e Mario Ridolfi. Ignazio Gardella è del 1905.
La seconda data è costituita dall’anno in cui si iscrive alla Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Milano, 1922, ma l’anno successivo chiede il trasferimento alla Facoltà di Architettura. Suoi compagni di corso a Milano sono Giuseppe Terragni e Luigi Figini. Nel 1925 si trasferisce, però, alla neonata Scuola di Architettura di Roma dove studierà insieme ad Adalberto Libera e Tullio Rossi.
Nel 1928, si laurea con lode presso la Scuola di Roma allora guidata da Gustavo Giovannoni, con una tesi di laurea in progettazione che riceve il Premio Palanti e il Premio Manfredi e che verrà esposta insieme ad altri suoi progetti giovanili alle prime Esposizioni di Architettura Razionale di Roma.
C’è un aneddoto interessante legato al suo lavoro di laurea che vale la pena ricordare: in seguito ad una prima proposta di tesi qualcuno gli disse che con un progetto “razionalista” si sarebbe laureato con 18. Roma vive in quel periodo lo scontro tra Accademismo e Razionalismo (in sintesi tra la vecchia scuola incarnata nella figura di Piacentini e la nuova leva di architetti). Allora sospese la tesi e tornò a Milano per il Servizio Militare che ancora fece con Figini e Terragni dove maturò l’idea di una fusione tra architettura spontanea e architettura razionalista. Si laureò con lode con il plauso di Giovannoni e vinse la Medaglia d’Oro della Scuola Superiore di Architettura di Roma.
Subito dopo la laurea collabora alla stesura del progetto definitivo per il Palazzo della Società delle Nazioni di Ginevra dove avrà modo di conoscere i cinque architetti del comitato incaricato: Carlo Broggi, Julien Flegenheimer, Camille Lefèvre, Henri Paul Nénot e József Vágó.
Nel 1929 si traferisce a Genova in seguito ad un incarico ricevuto dal Ministero dei Lavori Pubblici per lo studio dei Piani Regolatori di alcuni comuni della Liguria in funzione dell’applicazione della legge panoramica. Prosegue così la sua attività di studio del paesaggio e di riflessione sul rapporto tra tutela e progetto iniziata con il progetto di tesi. Successivamente viene nominato Ispettore Onorario per i Monumenti della Liguria e fino al 1933 lavora per la Soprintendenza alle Belle Arti. Attraverso tale ruolo ha i primi incarichi per la Stazione Marittima e per la Mostra del Mare. Gli viene chiesto di entrare nei ruoli come Soprintendente ma rifiuta dicendo che ha “il mal di pietra”. Riesce a coniugare perfettamente tutela dell’ambiente e trasformazione del territorio attraverso una sensibilità progettuale che introietta gli stilemi della tradizione. Cosicché il suo razionalismo si arricchisce sempre più di elementi derivati dalla naturalità del luogo. A Genova entra in contatto con alcuni architetti razionalisti (tra cui Daneri) con i quali fonderà il gruppo Architetti razionalisti genovesi partecipando alla V Triennale del 1933 con i due progetti per la Casa alta a struttura d’acciaio, nota anche come casa alta genovese e La stamberga dei 12 sciatori, un rifugio modello pensato per il Mottarone.
Lo spartiacque tra la prima fase e la seconda è Casa Conte Marone-Cinzano a Zoagli del 1938-40.

La seconda fase del suo lavoro (1941-1961), “dal Razionalismo all’architettura dei luoghi: alla ricerca di una nuova (e personale) identità nel professionismo italiano”, è contraddistinta da un’intensa attività che sfocia nell’avvio della sua avventura in Costa Smeralda.
L’inizio della seconda fase del suo lavoro può essere fissato nella sua prima opera a Cortina costituita dalla Villa per la famiglia Piussi dei sette camini 1939-40. È la fase in cui lavora prevalentemente sul tema della “casa di montagna”, della reinterpretazione dei Tabià, ma estendendo la riflessione al più generale tema dell’abitare in diversi luoghi (al mare, in montagna, al lago, ma anche sopra le navi riferendoci all’attività di progettazione degli interni navali) e in diverse situazioni (interessante in questo senso è la sperimentazione Unicasa per abitazioni in serie poi utilizzati dalla Breda per la “casa-vagone”). Si affacciano anche le prime grandi commesse per la Banca Popolare di Novara (che gli affiderà la realizzazione delle proprie sedi in Italia) e quelle a Venezia (che sfoceranno nell’intervento all’Isola di San Giorgio Maggiore per la famiglia Cini) mentre la sua figura inizia ad essere un riferimento per un preciso ambito di committenza: tra i suoi clienti troviamo industriali come Piaggio, Agnelli, Mattei, Astaldi, politici come Tagliavacche, Cini, Catalano, attori come Bertrand e Harrison, borghesi e nobili come le famiglie Chiericati Salvioni, Rubin de Cervin Albrizzi, Cetti Serbelloni o Calvi di Bergolo.
In questo periodo emerge con prepotenza la sua multiscalarità progettuale che va dal design anche di oggetti non proprio consueti (scarpe, automobili, ecc.) fino agli studi per i piani regolatori di Cortina (1955-66) Portofino (1957-60).
Lo spartiacque tra la seconda e la terza fase non è una sua architettura ma simbolicamente l’atto di costituzione del Consorzio Costa Smeralda datato 14 marzo del 1962.

La terza ed ultima fase del suo lavoro (1962-1998), “il consolidarsi dell’attività progettuale e l’architettura del villaggio turistico, dei neo-paesi”, è contraddistinta dall’invenzione dell’urbanistica turistica, e dalla progettazione delle architetture ad esso connesse soprattutto (ma non solo), in Costa Smeralda: dalle residenze turistiche (singole o accorpate) alle strutture ricettive (Hotel e Alberghi) o di svago (Club House, campi da Golf, da Polo, eccetera). È anche il periodo in cui opera a livello internazionale (soprattutto Argentina, Venezuela, Uruguay, Bahamas, ma anche Eritrea).
Se nel secondo periodo abbiamo un breve “saggio” di committenza borghese industriale in quest’ultimo periodo l’elenco si amplia divenendo di fatto l’architetto di riferimento degli industriali che da Vietti si fanno progettare gli stabilimenti industriali spesso accompagnati da residenze operaie, la casa principale e le ville di villeggiatura nei luoghi eletti del jet set italiano dalla Costa Smeralda a Portofino, la Costa Azzurra, per quanto riguarda i soggiorni marittimi, Cortina, Sestrierè e Courmayeur per quanto riguarda quelli montani.
*   *   *

Se la prima suddivisione cronologica è basata sull’individuazione in alcune fasi temporali di macro-argomenti prevalenti, una ricerca organizzata solo per fasi temporali, sebbene utile ai fini di una prima conoscenza della figura, non sarebbe sufficiente a far emergere la varietà dei temi della sua articolata e complessa attività progettuale. Cosicché è possibile trasversalmente ordinare la sua produzione secondo delle costanti tematiche, tipologiche, funzionali, che ne chiariscono il quadro complessivo.
Se ne elencano in questa sede, a titolo di esempio non esaustivo, solo alcuni che ci sembra interessante approfondire nelle successive fasi:
a)   Il Razionalismo di Vietti («spontaneo») e il rapporto con i razionalisti milanesi, genovesi e romani;
b)   Natura/contesto, tradizione/innovazione, architettura spontanea/vernacolo;
c)   La residenzialità/l’abitare (Case, Case alte, a sfera, Case minime, UNI-Casa, Casa genovese, Grattacieli, Ville, su terreno a fasce, in pianura, su roccia a sperone, Club house, Hotel, ecc.);
d)   La ricerca sul tipo teatrale (Auditorium di Roma, Megateatro, Cinema di Massa, Teatro drammatico, Teatro Verde, Teatrino Fürstenberg);
e)   Gli interni tra Design e Architettura (interni domestici, navali, interni commerciali, ecc.);
f)    L’invenzione del Villaggio turistico (neo-paesi);
g)   Vietti urbanista: tra tutela e sviluppo del territorio (PRG Novara, Genova, Cortina, Portofino, Costa Smeralda);
h)   L’architettura degli impianti sportivi (Golf, Polo, Piscine, Stadio Olimpico e Foro Italico);
i)    Realismo, Surrealismo, Neorealismo, Iper-realismo: La città delle ossa …..;
j)    Vietti disegnatore/pittore;
k)   Vietti fotografo;
l)    Vietti teorico/divulgatore delle idee del moderno.

Proseguendo la ricerca e ponendoci come obiettivo un convegno ed una prima mostra itinerante sull’intera opera per il 2021 è utile delineare alcune considerazioni.
Nel caso di Luigi Vietti siamo di fronte ad una figura che ha scritto poco di architettura, che ha abbracciato teorie in modo diretto facendo professione, progettando e costruendo, procedendo criticamente disegnando e ridisegnando le diverse soluzioni: ciò lo avvicina molto ad altre figure del moderno tra le quali il coetaneo Ignazio Gardella (con il quale Vietti partecipa al concorso per la Casa del Fascio di Oleggio) la cui interpretazione critica ci ha in qualche modo guidato (da lui abbiamo mutuato il paradigma samonaniano del professionismo italiano). Una figura schiva e riservata, quella di Vietti, “ero uno, forse dei più silenziosi, ma abbastanza incisivo nel campo dell’architettura razionalista”4, che ha costruito senza mai – per riserbo – ostentare il proprio pensiero sull’architettura. Dirà che non gli interessava fare battage sulle cose che faceva. “Nella vita e nell’architettura ho sempre cercato me stesso”5.
Non è un caso che questo numero di FAM segua cronologicamente quello dedicato ai maestri misconosciuti e dimenticati. Vietti di fatto lo è come lo sono stati alcuni suoi compagni di percorso come Busiri Vici, Morozzo della Rozza o Alberto Ponis, tanto per restare in Italia (per alcuni si è già provveduto ad una revisione critica, attraverso la costituzione di archivi-fondazioni, pubblicazione di cataloghi, produzione di mostre, per altri il lavoro è ancora tutto da fare).
Figura di progettista molto interessante in grado di gestire con particolare sapienza tanto il progetto di un edificio, il design di una berlina, un paio di scarpe, una cupola, un teatro o gli interni di una villa. Non senza spirito critico, non senza immedesimarsi nell’uomo destinato ad usarla.
Personaggio eclettico, per certi aspetti anticonformista, per altri ultraconformista, è una figura che ricorda molto Carlo Mollino per l’apertura degli interessi e la versatilità con la quale affrontava i temi più disparati della domanda progettuale (altro che “dal cucchiaio alla città”) ma anche Ignazio Gardella per l’operosità e per l’approccio pratico all’Architettura.
Amante dell’arte e del disegno, interessato al modo naturale per risolvere i problemi progettuali (una bella definizione di architettura spontanea) già dalle primissime opere, contamina il linguaggio razionalista con l’attenzione al contesto e alla natura cosicché sui bianchi muri razionalisti non è difficile scorgere la verticalità data da arbusti rampicanti attorno a cavi tesi oppure un albero comparire nel centro di una scala elicoidale di una casa del fascio.
Il suo razionalismo non è quello algido e perentorio di un Terragni: mi piace leggere la disputa tra le due principali figure impegnate nello sviluppo del Concorso per il Palazzo Littorio come la lotta tra due modi di concepire gli stessi principi: alla rigidità delle linee del progetto Terragni (B) Vietti contrappone una soluzione che trova il modo di esternalizzare la “natura interna” delle linee di forza.
La guerra ha rappresentato uno spartiacque: la “pausa” gli ha imposto una riflessione sulla fissità degli elementi nell’architettura razionalista a cui aggiungeva il bagaglio importante e onnipresente dell’architettura spontanea.
Per Vietti l’unione di questi opposti (razionalismo e architettura spontanea) era possibile sulla base di un’equivalenza chiara: così come l’architettura razionalista deriva dalla composizione di elementi essenziali anche l’architettura spontanea è fatta da elementi essenziali.
Un’altra caratteristica di Vietti è quella di essere stato in qualche modo testimone partecipe e attivo di una stagione della vita sociale e culturale italiana: penso al Secondo dopoguerra che l’ha visto direttamente coinvolto nella costruzione degli spazi e delle architetture che sarebbero diventate il simbolo di una stagione culturale.
E qui non posso che essere d’accordo con Aldo Rossi quando sostiene, a proposito di Vietti, che ha fornito “l’immagine incontestabile della borghesia lombarda o italiana” tant’è che Rossi dice “essere un bravo architetto, interessante”6.
Attivo fino alla sua morte con quella sempre spiccata tendenza alla ricerca architettonica e alla volontà di cercare se stesso in ogni architettura iniziando sempre da capo.
Lungi da noi l’idea di farne un maestro assoluto o una figura preminente dell’architettura italiana, affrontiamo la ricerca lasciandoci guidare dai molti ed eterogenei materiali documentari contenuti in archivio: moltissimi progetti, molti contenenti disegni o schizzi autografi direttamente eseguiti con le tecniche più disparate a testimonianza di una capacità di fissare e comunicare (innanzitutto se stesso) l’idea. Vietti infatti ricorda che siccome la notte dormiva poco aveva sempre sul comodino il materiale su cui appuntare temi e disegnare e ... al mattino il progetto era nato.
Tutto ciò, unito all’eterogeneità della sua attività progettuale, dal Piano Regolatore al disegno del bicchiere, dal Campo da Golf al disegno di calzature, e all’uniformità di trattamento dei temi progettuali affrontava alla stessa stregua il “garage del Parroco di Portofino” alla grande villa del magnate dell’industria, ne fa emergere un ritratto di Architetto amante della professione in tutte le sue sfaccettature.
Un segreto del suo successo è stato quello di impersonificare negli stili di vita le abitudini dei suoi committenti che da aristocratici e borghesi amavano ritrovarsi in luoghi esclusivi che diventano i suoi luoghi d’affezione e di fortuna progettuale: Cortina, Portofino e la Costa Smeralda. Cosicché è in grado di creare lo spazio architettonico del vivere i riti quotidiani esclusivi di una borghesia imprenditoriale come il ritrovarsi attorno al camino (in montagna) o sotto il pergolato attorno alla piscina (al mare). È così, per esempio, che nasce il Teatrino interno per Ira Fustenberg nella casa degli Agnelli.
Vietti sa perfettamente cosa desiderano i suoi committenti perché ne è perfettamente coinvolto e impersonificato: anzi egli stesso era in qualche modo un aristocratico borghese amante di quegli stessi riti. I suoi committenti li ritrova al Clubino a Milano o alla Yacht Club della Costa Smeralda (che ha contribuito a fondare e del quale possiede una delle prime tessere): la sua rubrica telefonica vanta oltre ai nomi dell’aristocrazia e dell’alta borghesia milanese, lombarda e del nord, Principi, Cavalieri, Conti, Duchi. Agnelli, Torino, Agusta, Varese, Alemagna, Milano, Barilla, Parma, Berlusconi, Milano, Bertrand, Biella, Bialetti, Omegna, Boldrocchi, Monza, Borletti, Milano, Brion, Treviso-Milano, Cini, Venezia, De Benedetti, Torino, Dufour, Genova, Falck, Sesto S. Giovanni, Fortuny, Venezia, Aga Kahn, Parigi, Lagostina, Omegna, Marone Cinzano, Torino, Marzotto, Valdagno, Mentasti, Milano, Merloni, Fabriano, Mondadori, Verona, Piaggio, Sestri-Genova, Riello, Verona, Rizzoli, Milano, Zegna, Bielmonte, Zoppas, Treviso, oltre a personaggi internazionali come Henry Ford II, Rockfeller, Ira Furstenberg, Rex Harrison, Monique van Vooren, Bill Lear.
Inventore a tutti gli effetti del “Villaggio turistico” (all’interno dell’Archivio sono presenti riflessioni e appunti sull’Urbanistica turistica frutto forse di un tentativo di sistematica pubblicazione)7, Vietti nasce razionalista e, dopo aver attraversato tutto il secolo in tutte le sue contraddizioni, muore post-razionalista, come egli stesso si definisce.
Mi capita spesso mentre sfoglio i suoi affascinanti disegni razionalisti di rapportarlo all’amico e compagno di strada Giuseppe Terragni: entrambi hanno un indiscusso talento sia nell’espressione figurativa che nella composizione architettonica; entrambi hanno le idee chiare sul razionalismo seppur declinato in maniera differente (rigido e puro, quello di Terragni, spurio e contaminato da forme tradizionali, quello di Vietti); entrambi hanno una propensione alla leadership (motivo per cui, forse, si scontrano al concorso per l’Auditorium di Roma e decidono di partecipare con due soluzioni ognuna delle quali fa capo ad una precisa idea: il palazzo per uffici per Terragni ed una nuova monumentalità per Vietti). Fino qui per quanto riguarda le assonanze: a Terragni, come noto, il destino riservò una morte tragica nel 1943, mentre Vietti visse ancora altrettanti anni. È inevitabile pensare, anche se la storia come noto “non si fa con i se o con i ma”, all’evoluzione di una poetica di Terragni estesa a tutto il Novecento. E, viceversa, al caso in cui Vietti avesse “congelato” la sua produzione Razionalista all’inizio degli anni Quaranta. È vero anche che le prove di Architettura costruita nel caso di Terragni sono di gran lunga superiori rispetto a quelle di Vietti (che dal canto suo può vantare una quantità ed una varietà di progetti persino superiore a quella di Terragni). Vietti stesso dichiara che “lavori noi ne facevamo pochi, Terragni forse un po’ di più perché aveva le basi a Como io, invece, ho girovagato per l’Italia e ho avuto meno possibilità di lavoro” .
Da non dimenticare poi l’interesse della critica ufficiale alla figura di Terragni e il “pesante silenzio” che la stessa ha riservato alla figura di Vietti.
Nel 1929, in quella Caserma della Scuola Ufficiali di via Lamarmora a Milano, nell’artiglieria contraerea, Terragni e Vietti, entrambi brillanti aspiranti allievi che “spesso disegnavano insieme”, scrissero il proprio destino di vita e anche architettonico: Vietti in quanto figlio unico rimase Sergente e come tale non venne più richiamato in guerra, Terragni, finendo il mese di prima nomina e diventando Tenente, consentì il successivo richiamo alla Armi che gli costò la vità.

L’approfondimento didattico della ricerca
Nel corso della ricerca d’archivio sul fondo Vietti è stata sperimentata anche un’attività didattica finalizzata a fornire competenze trasversali. Nel corso di Teorie della ricerca architettonica contemporanea, infatti, tenuto dal sottoscritto nell’a.a. 2015-16 presso l’Università di Parma, una parte di approfondimento del corso verteva sull’analisi, lo studio e la comprensione di un opera significativa del Razionalismo italiano tra cui alcune opere di Luigi Vietti. Gli studenti hanno potuto compiere un’esercitazione direttamente in Archivio a contatto con i materiali documentali originari che, dopo aver riprodotto, sono serviti come base per lo studio dell’opera attraverso il ridisegno (piante, prospetti, sezioni, prospettive e modello digitale tridimensionale) e la produzione di plastici alle differenti scale.

Il numero monografico
Il fascicolo monografico è l’esito di un primo lavoro di ricerca svolto dal gruppo di studiosi provenienti da diverse Università italiane e straniere (Università di Parma, Sapienza Università di Roma, Università di Genova, Politecnico di Milano, Università Iuav di Venezia, ETSA Barcelona) a cui si aggiungono alcune importanti testimonianze come per esempio le due interviste rinvenute da parte di Marcello Sèstito dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria.
Seguendo la struttura e le tematiche degli interventi del convegno, gli articoli trattano l’opera di Luigi Vietti dapprima in generale attraverso il mio testo introduttivo e l’articolo di Paola Veronica Dell’aira per poi approfondirne alcune particolari tematiche. Queste ultime riguardano l’operato di Vietti a Genova illustrato da Valter Scelsi nel suo articolo sull’ambiente ligure degli anni Trenta, ossia il contesto culturale che accoglie l’opera di Vietti nel suo primo trasferimento da Roma a Genova; il rapporto con la tradizione approfondito da Giorgia Sala nell’ambito del suo Dottorato di ricerca in Architettura, città e design, curriculum Storia dell’architettura e dell’urbanistica coordinato da Massimo Bulgarelli presso lo IUAV di Venezia (relatore: Marco Mulazzani); l’avventura della costruzione della Costa Smeralda approfondita e documentata da Pisana Posocco già studiosa dell’architettura turistica alla scala urbana ed edilizia e, complementare a questo per accesso a fondi archivistici nonché per approccio disciplinare, l’articolo di Alessandra Cappai sull’urbanistica turistica di Vietti, esito di un percorso di Dottorato in Urbanistica svolto presso l’Escuela Tecnica Superior de Arquitectura de Barcelona dell’UPC. Mauro Marzo e Viola Bertini, approfondiscono l’opera veneziana di Vietti attraverso alcuni progetti paradigmatici come l’ampliamento dell’Albergo Bauer-Grünwald. Conclude il fascicolo una testimonianza diretta di Vietti, intervistato da Marcello Sèstito nel 1983 a Porto Cervo e nel 1993 a Milano.


Note
1 Ci si riferisce al titolo di Argan nel testo a cura di Marco Porta, L’architettura di Ignazio Gardella (Etas Kompass 1985) e al successivo Ignazio Gardella e il professionismo italiano di Alberto Samonà. (Officina 1981).
2 Una esaustiva sintesi è stata effettuata da Vietti stesso in occasione della mostra MAAV – Mostra Antologica Architetto Vietti, tenutasi a Cannobio (24 giugno - 30 settembre 1995) e successivamente a Novara (18 aprile - 27 maggio 1998) che prevedeva un percorso attraverso le opere più importanti ed i temi di ricerca accompagnati da schede descrittive autografe.
3 Viaggio architettonico al nord sul 10° e 15° meridiano, [Zurigo]. In «Il Secolo XIX», Genova, giovedì 2 marzo 1933 e «Il Messaggero», Roma, giovedì 2 marzo 1933. Gli articoli di Vietti relativi alla sua attività pubblicistica degli anni Trenta sono oggetto di imminente ripubblicazione da parte di Enrico Prandi e Paola Veronica Dell’Aira.
4 Si veda l’intervista inedita a cura di Marcello Sèstito, Il progetto dipinto e la scoperta dell’arco. Intervista a Luigi Vietti, in questo numero.
5 Ibidem
6 Su questo tema si veda anche il mio saggio E. Prandi, Ignazio Gardella e Luigi Vietti (passando da Aldo Rossi). Una prima ipotesi interpretativa, in «FAM», n. 44/2018, pp. 71-75. DOI: http://dx.doi.org/10.1283/fam/issn2039-0491/n44-2018/215
7 Urbanistica turistica. Appunti, è il titolo di una cartella che contiene appunti manoscritti e dattiloscritti. CSAC, Fondo Vietti


Bibliografia
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Ringraziamenti:
Si desidera ringraziare lo staff del CSAC e in particolare Lucia Miodini e Francesca Asti, Riccardo Vietti Cattaneo per e Marco Mulazzani.



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