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Bordogna FAM

Il ragazzo “dell’Iuav”

Un libro tutto da leggere e rileggere, ogni capitolo coinvolgente, pieno di rimandi, digressioni, riflessioni, personaggi, aneddoti, che nella loro varietà rappresentano altrettante “piste” da inseguire, che catturano e moltiplicano nel lettore nuove curiosità, domande, pensieri.Un’autobiografia affabulante, rapsodica, fatta per episodi in sé conclusi, senza orditura temporale né di argomenti, che sembrano sgorgare da una lunga seduta di autocoscienza dell’autore, di cui compongono man mano, pagina dopo pagina, un poliedrico autoritratto borgesiano. E il tutto narrato con una capacità di scrittura, non si saprebbe se meditata o caratteriale, in cui toni alti e toni bassi, aneddoti affettuosi e non di rado pittoreschi e divertenti, e riflessioni e considerazioni di tono teorico, con interpretazioni e giudizi di valore su fatti, personalità, architetture di un passato importante, si compongono in una complementarità degli antagonismi (per riprendere il titolo “samonaniano” di un capitolo), offerti al lettore con una piacevolezza di lettura che si dipana lungo tutto il libro, a cui sono di arricchimento anche i frequenti intercalari dialettali. Il testo comincia – e non a caso, perché il tema dell’amicizia, della stima, e della lealtà, con certi suoi coetanei, Nino, Aldo, Guido, Gianugo, Pierotto, Miela, la Gae, e naturalmente Gigetta, e tanti altri, è un filo che attraversa tutte le memorie, «l’amicizia per la nostra generazione è stata una cosa molto importante» – con un caldo ricordo dell’amico Domingo Alvarez, grande architetto e artista venezuelano con un periodo veneziano alle spalle, in visita al nuovo padiglione dell’Ospedale Santi Giovanni e Paolo, di cui apprezza una certa solennità di ritmo e di composizione, memore della vicina facciata della Scuola di San Marco dei Codussi (che «Benevolo dice che sembra un armadio, e invece è un capolavoro»). E «se a Domingo questo nostro lavoro piace, per me è importante»! Il tema dell’Ospedale, dell’architettura e della vita di un Ospedale, tornerà più volte, a cominciare dal concorso del 1963 per l’Ospedale di Venezia, vinto con alcuni giovani coetanei ex aequo con il progetto del più anziano Daniele Calabi, ma entrambi sacrificati, tramite la benevola ma amara e non confutabile severità di Giuseppe Samonà, sull’altare di Le Corbusier («se il nostro è un ospedale bello e che funziona, quello di Le Corbusier è un’opera d’arte, …e noi siamo troppo giovani», ma anche commentato maliziosamente con l’aneddoto gustoso dell’assegno della parcella sfuggito dalle mani del Maestro e finito in acqua di canal!). Vicenda conclusasi anni dopo («vera nemesi storica») con la costruzione, cambiata l’area di intervento, del nuovo padiglione, quello che piace a Domingo. Nel mezzo la vicenda altrettanto tortuosa e un po’ rocambolesca della triplice coincidenza, ancora partecipe Calabi, dell’incarico per l’Ospedale di Cattinara, quelle due torri a L che «ostentano solidità e sicurezza per custodire delle esistenze in bilico», di cui l’autore, a sua volta ricoverato e in bilico, ripercorre con i suoi compagni di stanza la storia: l’incontro alla Antica Locanda Montin di Venezia con Calabi («Forse mi chiamano a Trieste… avrei bisogno di un collaboratore… sul posto io conosco solo Roberto Costa… e te… ti interessa… eventualmente? Cavolo se mi interessa!») e la sua improvvisa scomparsa, l’interlocuzione con Nordio, gli incidenti di percorso, la visita al cantiere con Zevi, le intenzioni progettuali («così dimentichiamo di pensare che domani è il nostro turno in sala operatoria»). Centrali e ricorrenti nel libro sono le pagine dedicate ai rapporti con i due maestri, Rogers e Samonà, rapporti fondamentali alla formazione della personalità dell’autore, ma diversi: uno il «Professore», «tanto ricco di idee sulle ragioni del progetto, ma reticente sulle scelte di linguaggio», per metodo uso a una serie incalzante di interrogazioni che suscitano altre interrogazioni, da cui «l’esigenza della Teoria della architettura»; l’altro, «lo zio Ernesto, amico e maestro», «autorevolmente timido, allegramente infelice». E sulla scorta dei due, da un lato l’esperienza del concorso della Sacca del Tronchetto, della ricostruzione del Vajont, del Friuli terremotato, del Municipio di Osoppo, e dall’altro lato l’apprendistato nello studio di via dei Chiostri e nella casa di via Bigli, col loro «clima di nobiltà», i sopralluoghi sul cantiere della Velasca e alla tomba di famiglia di Rogers a Trieste, il Piano per lo sviluppo della costiera triestina, la tomba di Rocco Scotellaro a Tricarico. Pezzi di vita privata e pezzi della Storia maiuscola dell’architettura italiana del secondo Novecento, restituiti dall’interno, con un’empatia che affascina e avvince il lettore. Inframmezzati a questi, tanti e tanti altri squarci, raccontati sempre con sapienza leggera intrisa di profondità e di cultura, a cui si può solo accennare, in un’elencazione un po’ arida che penalizza la vivacità dello scritto, ma che ne rende almeno in parte l’ampiezza e la varietà di temperatura degli argomenti trattati e delle situazioni incontrate: il periodo milanese, con le successive case in via Ancona, via Sant’Andrea, via Boccaccio, a Porta Ticinese, e i ritrovi di Brera, al Jamaica, dalla “Maria”, con pittori, artisti, letterati del dopoguerra milanese; l’insegnamento fondamentale, durato tutta la vita, a Venezia, e poi anche le stagioni a Vienna, alla ABK, chiamato da Fonatti e Peichl, non del tutto felice, dove sono poco interessati «al mio historismus», e alla Cooper di New York di Hejduk, Eisenman, Abraham, molto meglio, dove «c’è attesa per il mio Criticism, e un’intesa immediata coi ragazzi americani» dopo la presentazione di Hejduk che non sa se l’Architettura abbia un Dio, né dove eventualmente viva, ma «If He lives and He has the testicles, His testicles are in Venice»; il lungo soggiorno parigino per la mostra Trouver Trieste, forse spartiacque nella vita dell’autore; le mostre alla Masieri e “Phalaris”, il Tiranno di Agrigento che odiava gli architetti e che dà il titolo alla sua rivista, dove accanto all’architettura compaiono firme autorevoli della poesia, del cinema, del teatro, delle arti figurative, della cucina, suggeritogli da un fisico teorico amico di Hermann Henselmann, quello della Stalinallee, che abitava, il fisico teorico, in una casa in un bosco costruita da Konrad Wachsmann per Albert Einstein; l’origine familiare da Brno («come Mahler, Loos, Hejduk»), e il cambiamento italianizzato del cognome, come tanti a Trieste; il rito annuale della celebrazione del 1° Maggio a Conconello, con la partecipazione festosa e eterogenea di tanti amici di Trieste, Venezia, Milano, architetti, docenti, artisti, politici; le incomprensioni e una certa freddezza con Zevi, la poca sintonia, anche solo accennata, nei confronti di personaggi famosi e importanti come Claudio Magris, e l’allergia esplicita per altri come Giancarlo De Carlo o Leonardo Benevolo; l’ambiente culturale di Trieste, da Umberto Saba ai fisici teorici, ricercatori e professori della SISSA e dell’ICGB, a Franco Basaglia e il fratello artista, quello del Marco Cavallo, alle mostre alla Galleria Arte Viva/Feltrinelli e al Museo Revoltella, con, sullo sfondo e onnipresente, la tormentata storia moderna della città, il meticciamento nazionale, culturale, religioso di Trieste, tra mitteleuropa, italiani, sloveni, titini, alleati, di cui è impregnata la storia personale dell’autore e della sua famiglia. E in fondo al volume, una essenziale selezione di schizzi al tratto in bianco e nero, tra cui spiccano quelli dedicati a immagini di tori, in particolare quello del Toro affaticato, non a caso finito in quarta di copertina. Chiude il volume la narrazione drammatica, vero pezzo letterario, del trapianto di fegato, a poco più di cinquant’anni, un’età che «in Gran Bretagna non ti operano più». Drammatico, ma ripercorso con una fredda oggettività forse consentita solo a posteriori, ma pur sempre drammatico nella radicalità della diagnosi, nella variabilità della terapia, nelle parole di speranza del giovane radiologo triestino, Petz di nome, forse parente di una sua studentessa («E’ un peccato che una persona intelligente come lei, con tutte le cose che potrebbe ancora fare, non pensi al trapianto!»), negli incubi della sala operatoria, nell’angoscia dell’incertezza sull’esito («il 60% di probabilità che vada bene, 40% male»), nella voce della Treccani («la cirrosi ha quasi sempre esito letale»), nella meccanica operatoria descritta quasi con sadismo, nei deliri che diventano quasi dei versi («quando entri nell’Arena intuisci la presenza dell’Avversaria, ma non hai più scampo»), le visioni di animali insoliti, di leoni con il volto di fanciulle, fino all’esito, con l’ingegneria dei drenaggi e l’incertezza che permane. Molto diverso dall’autoironia delle pagine sul più recente incidente con il triplice ribaltamento notturno della macchina finita in un campo di pannocchie («nol xe morto! ... nol xe morto!»), ma accomunato da un ricorrente, misterioso, destino ospedaliero dell’autore, nella vita e nel mestiere. Insomma, una autobiografia ricchissima, non “scientifica”, piena di scienza e di umanità, di fatti privati e fatti pubblici, che a fine lettura convincono il lettore a dar ragione alle parole di speranza del giovane simpatico radiologo triestino e ad augurare all’autore le tante altre cose che ancora lo aspettano da fare.


Enrico Bordogna


Toro
Autore: Luciano Semerani
Titolo: Il ragazzo “dell’Iuav”
Lingua: italiano
Editore: LetteraVentidue
Caratteristiche: formato 21x15 cm, brossura, colori
ISBN: 978-88-6242-401-1
Anno: 2020



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