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La casa come risorsa. Dalla privacy alle relazioni, tra stanza e open space

Massimo Zammerini




Un’abitazione concepita come aggregazione di piccole parti autonome, accorpabili in un’unica o più unità in relazione alle esigenze che possono variare nel tempo può offrire dei vantaggi anche in termini economici, divenendo una risorsa in tal senso, se pensiamo che alcune di queste porzioni possono essere adibite a funzioni che affiancano la residenza, come luoghi per il lavoro, per lo studio, per ospitare o per creare reddito1, e anche un certo numero di variazioni dello spazio interno da considerare durante il ciclo della giornata e nell’alternanza tra il giorno e la notte.
Un altro tema è emerso nel passaggio tra il periodo pre e post Covid-19: prima della pandemia abbiamo rilevato nelle nuove generazioni un certo dichiarato disinteresse per le forme di scambio reale tra le persone, al quale è subentrata un’abitudine alle relazioni virtuali. Ho potuto constatare una certa indifferenza da parte degli studenti di architettura nella prefigurazione dei due principali luoghi deputati alla vita comune, il soggiorno all’interno della casa e la piazza come luogo definito da edifici che costruiscono la peculiarità radunante di questo spazio2. Rispetto alla diffusione dei “social” lo spazio reale sembrava essere abbandonato a sé stesso. La perdita di interesse per lo spazio della vita reale è un’anomalia nel processo storico e potrebbe avere gravi conseguenze anche per il patrimonio dell’architettura e per la cultura della città. Ad appena pochi mesi di distanza questa tendenza sembra invertire la rotta in direzione di un’aspirazione verso un recupero del contatto dal vero con le persone e con le cose3. Le ricadute di questo nuovo fenomeno sono imprevedibili. La ricerca di un’idea di abitazione intesa come cerniera tra spazio privato e spazio pubblico può rappresentare un primo passo per la riappropriazione del concetto di complessità che lega la casa alla città, nelle diverse forme di modelli di insediamento: città consolidata, borgo, periferia diffusa, luogo prevalentemente naturale ecc. Conosciamo gli effetti che la globalizzazione ha prodotto nello stile di vita delle persone, nelle loro abitudini quotidiane e nella ricerca di un livello di comfort sostanzialmente standardizzato, così come sono noti i processi di trasformazione dei nuclei familiari dove anche all’interno della famiglia tradizionale emergono esigenze che richiedono flessibilità. Un assetto di vita impostato su alcune certezze indispensabili per mantenere un’idea di futuro convive con l’impossibilità di dare ad esso una forma compiuta. L’incertezza del destino non è un tema della società contemporanea, anzi, essa alberga da sempre nella natura umana. Possiamo dire che ci troviamo oggi a dover dare risposte, da architetti, ad una questione che ha radici profonde nella società degli uomini di ogni tempo. La dimensione del tempo nel tema della casa richiama una tensione continua tra l’idea della casa del passato, talvolta anche non rispondente ad un vissuto proprio ma preso in prestito, intrisa di nostalgie e ricordi, e un’aspirazione verso una proiezione futura che prende forma attraverso alcuni stereotipi: un’idea di modernità da rivista patinata, la suggestione delle pubblicità, quello che passa il mondo dei media.
Al di là della pandemia da Coronavirus, gli indirizzi per la progettazione nel settore della residenza contemplano da tempo i temi della flessibilità, anche se le risposte sembrano riguardare principalmente l’ottimizzazione dello spazio in alloggi di piccolo taglio e le abitazioni per l’emergenza4.
In questa sede vogliamo invece affrontare le questioni distributive legate al tema della flessibilità al di là di un confinamento tipologico e dimensionale, pensando che si possano mettere a sistema soluzioni in parte ampiamente collaudate e in parte nuove.
L’elemento nuovo che potrebbe condizionare le pratiche del progetto di architettura è il distanziamento sociale, qualora il fenomeno della pandemia da Coronavirus dovesse rappresentare una realtà con la quale convivere in futuro, un’ipotesi che però prendiamo con una certa distanza. Sulla base delle indicazioni scientifiche è emersa la necessità che ad ogni individuo si attribuisca una porzione di spazio proprio, una sorta di aura di un determinato spessore. Gli effetti di tutto questo sul concetto di spazio minimo e sull’impostazione della vita di relazione tra le persone sono evidenti, hanno delle ricadute sui comportamenti e se lo applicassimo anche alla vita all’interno di un alloggio non potremmo nemmeno prescindere dal problema dell’alto costo delle abitazioni, soprattutto nelle grandi città, che si basa sull’unità di misura del metro quadrato. Il distanziamento si potrebbe attuare in uno scenario domestico dilatato, in sintesi in una casa più grande e dunque più costosa, ma preferiamo percorrere una strada più facilmente realizzabile, che consiste nel riformulare i caratteri distributivi dell’alloggio, un processo già in atto a prescindere da emergenze così gravi5.
Il concetto che guida l’idea di una casa “flessibile” è molto semplice: si tratta di uno spazio concepito in pianta mediante l’accostamento di parti dotate di un’autonomia abitativa, che possono essere eventualmente saldate in un certo numero di unità in modo da formare alloggi man mano più grandi. Invertendo il processo si tratta di una casa di una superficie invariabile, che può essere separata in unità più piccole ed autonome, per venire incontro ad un certo numero di esigenze, tra le quali possiamo elencarne alcune:
L’opportunità di affiancare all’abitazione uno spazio di lavoro per una o più persone della famiglia;
Il caso di una famiglia che vede uscire, nel tempo, i figli grandi da casa, dunque una casa concepita per dare ad una persona di sostegno un piccolo alloggio e/o avere un piccolo reddito per un anziano rimasto solo; l’esigenza di avere ospiti ai quali offrire una totale autonomia; la possibilità di impostare un modello di vita familiare dove ogni soggetto può avere uno spazio totalmente proprio.
In questa idea di abitazione parcellizzata è necessario riattribuire allo spazio comune del soggiorno una dimensione molto simile a quella di una sorta di piazza destinata alla vita sociale della famiglia.
La casa progettata da Jan Szpakowicz per sé stesso e per sua moglie Grażyna a Zalesie Dolny vicino a Varsavia negli anni Sessanta (fig.1) rappresenta un esempio estremamente interessante e poco noto sull’importanza dell’uso della geometria come strumento di controllo di uno spazio flessibile, a prescindere dall’evidente sottodimensionamento delle camere da letto secondo i nostri standard: nove nuclei in cemento a pianta quadrata di lato 2,4 metri, dei quali otto dotati di finestra verticale, contengono rispettivamente tre camere “monastiche” con un letto e uno scrittoio, un bagno, una cucina e tre guardaroba; la loro studiatissima e rigorosa dislocazione genera tre ambiti di soggiorno a pianta quadrata, collegati tra di loro ma eventualmente separabili e dotati di grandi vetrate che mettono in comunicazione l’interno con il bosco circostante. I parallelepipedi in cemento hanno altezze diverse e sostengono solai a quote differenti, dando luogo a nastri di luce posti tra l’uno e l’altro. Le tre “piazze”, delle quali quella adiacente alla cucina e al bagno funge anche da ingresso/soggiorno, possono essere accorpate in un grande spazio fluido multifunzionale, e offrono la possibilità ad ogni piccolo nucleo privato di comunicare con lo spazio comune6.
Ai fini di ottenere un elevato livello di flessibilità non è semplice prevedere diversi accessi dall’esterno, la distribuzione dei servizi igienici e la loro aereazione, la dotazione di impianti, l’ottimizzazione della luce naturale.
Scale e tipologie diverse comportano una riflessione specifica: se la casa unifamiliare si apre a soluzioni non così difficilmente praticabili, la casa plurifamiliare deve essere indagata a partire dalle tipologie note, che offrono diversi spunti per un incremento nella direzione della flessibilità, una ricerca che può aprire verso nuove forme di aggregazione degli alloggi, oltre che di nuova conformazione interna.
La casa a schiera cielo terra tipica del mondo anglosassone, per fare un esempio, grazie alla ripetizione del tipo e alle sue modulazioni scalari e dimensionali in altezza e in larghezza, permette di realizzare un tipo di insediamento urbano basato anche sull’alternanza di strade e piazze. La presenza di due fronti favorisce almeno due accessi separati, ai quali se ne possono aggiungere altri per realizzare porzioni separate dai due giardini. Nella partizione longitudinale della schiera è dunque possibile arrivare a concepire ben tre unità autonome in sequenza, eventualmente accorpabili7.
La palazzina signorile, molto diffusa in Italia negli anni Cinquanta e Sessanta, dotata di un certo numero di unità per piano, propone il doppio o triplo ingresso, uno spunto da riosservare con finalità diverse, una buona soluzione nel porre gli accessi all’alloggio in posizione baricentrica rispetto alla pianta dell’appartamento, con conseguenze immaginabili sulla distribuzione degli spazi interni, e sulla loro separazione e accorpamento8.
La casa a ballatoio è osservata con diverso interesse nelle sue reinterpretazioni del percorso comune che può strutturare uno spazio comunitario interessante, a patto che si contemplino determinati accorgimenti relativi alla sua larghezza e alla maggiore privacy nelle soluzioni degli affacci.
I due studi progettuali riportati nelle immagini illustrano una casa unifamiliare e una casa plurifamiliare a ballatoio, entrambi ispirati ad un’idea di flessibilità interna.
La casa unifamiliare di 140 mq. (fig. 2, 3, 4), costruita su un leggero pendio, presenta in pianta la possibilità di trasformare le due camere da letto in due studi con accesso autonomo, mediante lo scorrimento dei letti in un’intercapedine ricavata dalla sovrapposizione dei due solai della zona notte e della zona giorno, una soluzione favorita dal declivio naturale del terreno. I due studi si possono accorpare mediante lo scorrimento delle pareti all’interno di una seconda intercapedine che separa i due servizi igienici. La casa inoltre può essere separata in due unità autonome, una più grande e una più piccola, senza necessità di alcun lavoro aggiuntivo.
La casa plurifamiliare a ballatoio (fig. 5) è composta dall’accostamento seriale di alloggi di una superficie di 40 mq. Le pareti che dividono le unità sono concepite come gusci bifronte che possono alloggiare, per una profondità di 60 cm. armadi, letti ribaltabili, volumi tecnici e piano di lavoro della cucina, scrittoi e sedie. Ogni unità è dotata di un sistema di scorrimento a soffitto al quale agganciare dei pannelli mobili, che permettono di realizzare diverse configurazioni per un massimo di 4 posti letto, e una totale reversibilità diurna per spazi di lavoro e di studio accorpati o separabili.
Il tema di un ritorno ciclico ad uno spazio interno vuoto affida al perimetro e agli elementi invarianti (locali tecnici come bagni e cucine) un ruolo fondamentale. La conseguenza è una rimessa in campo di soluzioni sperimentate dall’architettura di ogni tempo, dove l’idea del muro, del suo spessore nell’organizzare cavità funzionali convive con la dematerializzazione dell’involucro di matrice modernista e con l’idea del nucleo servizi autonomo e persino strutturalmente portante, preso in prestito dal moderno edificio per uffici. Un’ibridazione prevedibile in relazione ad una visione più complessa dell’abitare che introietta le attività del lavoro, dello studio e dello sport e può, forse, rendere eloquente, fin dall’esterno, la sua nuova attitudine.


Note
1 Possiamo portare ad esempio il caso estremo della Moriyama House di Ryue Nishizawa del 2005 progettata a Tokyo per un committente che, non volendo più lavorare, ha deciso di utilizzare un lotto di terreno di sua proprietà costruendo dieci edifici vicinissimi tra di loro di diverse dimensioni, compreso quello che ospita solo una doccia. Ognuna di queste parti può essere data in locazione.
2 Mi riferisco ad un dibattito all’interno del Laboratorio di Progettazione III durante il quale molti studenti, stimolati ad esprimersi al riguardo, dichiaravano una sostanziale indifferenza nella cura della progettazione degli spazi di soggiorno dell’abitazione inteso come luogo destinato al ritrovo della famiglia, della conversazione con gli amici e più in generale della convivialità. La spia di questa tendenza era un certo diffuso sottodimensionamento dello spazio di soggiorno e un’impropria disposizione delle sedute, pochissime e concentrate davanti ad un televisore. Lo stesso accadeva nella difficoltà di progettare una piazza definita da quinte architettoniche capaci, nella loro disposizione, di creare il tipico effetto radunante delle piazze storiche.
3 È interessante notare che a margine dell’esperienza della pandemia, che ha costretto ad un isolamento coatto, gli stessi studenti abbiano espresso desideri diametralmente opposti. La ricaduta sui progetti in corso d’opera è stata sorprendente, in senso positivo e anche un diverso apprezzamento di alcuni testi, tra i quali quello di Camillo Sitte su L’arte di costruire le città.
4 L’esempio della casa Schroder progettata da Rietveld a Utrecht nel 1924 è forse l’esempio più chiaro di un’idea di flessibilità interna dell’alloggio, un modello che non ha avuto nel tempo molto seguito. Tuttavia troviamo echi rilevanti di un’idea che da quest’opera trae spunto nel lavoro di Giò Ponti (Appartamento in via Dezza, Milano, 1956/57), Herman Hertzberger (Diagoon Housing, Delft, 1977/70), Shigeru Ban (2/5 House, Hyogo, 1995), PKMN architectures (Casa Mje, Salinas, Spagna), Oki Sato Nendo (Drawer House, Tokyo, 2011/13), CLEI (“Elastic living”, Biennale di Milano), Arrhov Frick Arkitektkontor (Hammarby gard . Hus 2, Stoccolma), Ensemble Studio (Cyclopean House, Boston, 2015), Jack Self (Cenobium, 2016) e altri studi nel panorama internazionale.
5 Gli studi sul tema della flessibilità si sono concentrati soprattutto su sistemi di arredo interno e meno sui caratteri distributivi.
6 La fonte per questo progetto è l’articolo di Lukasz Stepnik The Avant-Garde in the Forest. The house of Jan Szpakowicz in: Przekroj n. 3567/2019.
7 Tra le altre, le case a schiera progettate da Eduardo Souto De Moura dal 1993 in avanti sono concepite in pianta con degli accorgimenti tali da essere reinterpretabili ai fini della nostra ricerca sulla flessibilità.
8 Dall’esempio della palazzina Furmanik di Mario De Renzi sul Lungotevere ai due villini gemelli di Venturino Venturi in via Piccolomini, le piante degli alloggi romani della palazzina signorile offrono molti spunti sul ruolo strategico degli accessi.


Bibliografia
BARONI D. (1977) – I mobili di Gerrit Thomas Rietveld, Electa, Milano.
ESPOSITO A., LEONI G. (a cura di) (2003) – Eduardo Souto de Moura, Electa, Milano, 146-155.
KITAYAMA K. (2010) – R. Nishizawa, Tokyo Metabolizing, TOTO Publishing, Tokyo.
SITTE C. (1980) – L’arte di costruire le città (1889), Jaca Book, Milano.
YUDINA A. (2015) – Furnitecture, L’ippocampo, Milano.
ZAMMERINI M. (2009) – “La casa flessibile”. A&A Architettura & Ambiente Rivista Quadrimestrale del Dipartimento di Architettura e Progetto, 20, Palombi Editori, Roma.
ZAMMERINI M. (2020) – “Elementi architettonici per l’abitazione flessibile: la piattaforma, la custodia, l’intercapedine, il blocco servizi”. In G. Cafiero, N. Flora, P. Giardiello (a cura di), Costruire l’abitare contemporaneo. Nuovi temi e metodi del progetto, Il Poligrafo, Padova, 226-229.






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