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Quale misura per l’invisibile

Ottavio Amaro




«Al principio dei flagelli e quando sono terminati, si fa sempre un po’ di retorica. Nel primo caso l’abitudine non è ancora perduta, e nel secondo è ormai tornata. Soltanto nel momento della sventura ci si abitua alla verità, ossia al silenzio».
(A. Camus, La peste, 1947).

Nello stato pandemico da Coronavirus in corso, l’unica certezza su cui occorre riflettere è quella che siamo di fronte a un cambiamento epocale, dagli esiti incerti e imprevedibili, che comunque ha stravolto, per la prima volta sul piano mondiale e con il coinvolgimento di tutte le forme di comunità sociali e urbane, stili di vita, abitudini, costumi e caratteri culturali consolidati, statuti organizzativi individuali e collettivi. È subentrata la consapevolezza che si sta vivendo uno spartiacque tra un prima e un dopo. Tutto creato da un ‘nemico invisibile’, quanto attivo, capace di causare un ‘fermo immagine’ proposto per ripensare e rivedere il nostro rapporto con il mondo e le cose che ci circondano, a partire dalla casa e dalla città. Come dice Olga Tokarczuk (2020) «È come se fossimo stati sottoposti a un test, grazie a questo sapremo anche che genere di società siamo realmente»; un test somministrato nel pieno di una catastrofe silenziosa, che, al contrario di quelle a cui siamo abituati storicamente – guerre, terremoti, tsunami, – non ha le sembianze di una distruzione capace di azzerare lo spazio e il tempo di un luogo, ma si manifesta nella sua astrazione di dati e statistiche, lasciando immune la città nella sua condizione di vuoto spettrale.
Ma parlare di catastrofe, significa anche riportare la riflessione sul suo significato legato al rovesciamento, alla rivoluzione, quindi anche al mutamento o alla trasformazione (Curi 2008), che presuppongono soprattutto per la città e i luoghi, atti fondativi e prefigurazioni nuovi. Questo in uno scenario fisico esistente che non è cambiato, che non ha perso il suo tempo evolutivo, che non è ridotto al ‘grado zero’, ma che si è ritrovato inadeguato, sottoposto ad una sperimentazione adattiva concreta durante un arco temporale specifico. In questo contesto siamo difronte ad un ruolo del progetto che ricerca la sua dimensione d’immanenza nell’idea di trasformazione, adattamento, ripensamento della città e del senso dell’abitare esistente.
Un ruolo sul piano architettonico e urbano rilanciato dall’emergere di nuovi bisogni di sicurezza e dall’ʻaccelerazione innovativa’ posta dalla diffusione della pandemia che travolge consuetudini storiche consolidate sul piano del lavoro e delle relazioni collettive e individuali. In questo senso possiamo affermare che ritorna ancora l’indispensabilità dell’architettura nella costruzione del benessere dell’uomo, inteso come stare meglio sulla terra quindi come avvicinamento alla bellezza dell’abitare. Dunque una necessità di progetto che non rinuncia al suo presupposto di visione e di ‘utopia’, ma che guarda alla metamorfosi del reale con nuovi punti di vista che dalla scala terrestre arriva a quella della città e della casa.
Una visione ormai capace di leggere i fenomeni di entropizzazione nella loro relazione globale di uso delle risorse, di governo dei territori e soprattutto in una nuova idea di trasformazione del suolo, ponendo risposte all’eccessiva ‘mineralizzazione’ nell’espansione della città, allo smisurato consumo energetico e a un’idea distorta di sviluppo illimitato, spesso vocato al nichilismo di una scienza non sempre positiva.
Maggiore vittima sicuramente è la città, così come storicamente si è determinata.
Colpita simultaneamente sul piano mondiale dal virus, da luogo della folla e ‘meravigliosa macchina per abitare’, è stata riportata al luogo del silenzio finora ‘apprezzato’ solo nelle atmosfere figurative metafisiche dechirichiane o nelle malinconie hopperiane.
Tutto l’apparato terminologico passato di definizione di città: metropoli, megalopoli, ecumenopoli, oppure città diffusa, generica, indefinita, postmoderna, postindustriale, è subordinato al predominio della paura, quindi alla sicurezza, dettati da un’entità invisibile, quanto presente nei suoi stessi cittadini.
La stessa divisione tra centro e periferia della città, città storica e città contemporanea, si scontrano con una condizione di orizzontalità del destino ad essere ripensate, non solo più nel loro rapporto insediativo, quanto nella risposta ai bisogni di sicurezza dalla crisi pandemica, in termini nuovi rispetto alla scienza urbana e alle certezze evolutive contemporanee.
E diventa obsoleto esprimere definizioni come ‘quartiere dormitorio’, se rapportato alla nuova dimensione di vera officina stipata nei suoi interni domestici, invertendo il rapporto tutto dentro alla cultura moderna tra la casa e la città. Cultura Moderna sostenitrice di uno zoning che costruiva una città per aree omogenee, opposte alle necessità emerse nella crisi attuale di una città per parti autosufficienti, dove categorie come multifunzioni, ‘disordine’, ‘disarmonico’ non costituiscono un fattore negativo, ma forse una qualità necessaria alla città del futuro. Uno scenario che insieme alla condizione di multietnicità assumerà come identità l’eterogeneità. Potremmo parlare in questo senso di quello che Mirko Zardini qualche anno fa definiva come ritorno al ‘pittoresco’, come risultato di una azione inclusiva e integrata nelle funzioni.
Nello stesso tempo ritornano come elementi fondamentali dello scenario urbano la terra e l’aria, o meglio il suolo e il cielo. La costruzione storica della città si è caratterizzata come sottrazione di natura, divenendo come sostiene Emanuele Coccia (2020) «uno strano progetto di mineralizzazione della vita basato sull’illusione che la vita umana si possa nutrire del solo contatto con pietre, acciaio, vetro». La liberazione dello spazio orizzontale, già auspicato nelle visioni urbane lecorbuseriane, si pone come risposta al duplice bisogno di luoghi pubblici e distanziamenti tra le persone, così come il ‘cielo’ può rispondere a funzioni abitative articolate e autosufficienti «Sur le toit de l’Immeuble-villas, existera une piste de 1000 mètres où l’on pourra courir à l’air» (Le Corbusier 1956).
Un ritorno agli elementi primari e concreti anche al tempo del primato della virtualità e del mondo digitale che riportano la città a rivedere il concetto di ‘misura’ come allargamento o restringimento dei suoi rapporti tra luogo di lavoro e luogo dell’abitare, tra spazio pubblico e individuale, tra densità e incremento dello spazio all’aperto, tra estensività e reti infrastrutturali lenti, tra lo spazio pubblico come ‘luogo della folla’ e la necessità di isolarsi e distanziarsi.
Ciò non significa meno città o dare spazio ad un improbabile dibattito sul naturale contrapposto all’urbano, su un ritorno alla dimensione rurale di un ideale sistema insediativo polverizzato che magari presuppone un nuovo ‘rovinismo’ della città esistente. Quando Le Corbusier chiamato a contribuire alle nuovi visioni urbane evocate dalla Rivoluzione Russa affermava perentoriamente che «Uno dei progetti di disurbanizzazione di Mosca propone capanne di paglia nella foresta. Splendida idea! Ma solo per il week-end» (Ceccarelli 1974), non rifiutava il concetto di natura quanto la prevalenza di una relazione subordinata e non interattiva con essa nella risposta a una condizione abitativa e insediativa contemporanea.
Condizione che si confronta principalmente come ritorno del primato della casa, ancora formidabile momento interpretativo dell’evoluzione dei bisogni dell’uomo e dei cambiamenti sociali.
Il ritorno alla sua centralità, accelerato anche rispetto alle preconizzazioni di Alvin Toffler (1987), coincide con una sua rivisitazione teorica e funzionale che ne stravolge i suoi elementi connotativi assunti soprattutto nella città contemporanea.
Ritornano definizioni come quelle di Gaston Bachelard
«Essa sostiene l’uomo attraverso le bufere del cielo e le bufere della vita, è corpo e anima, è il primo mondo dell’essere umano. Prima di essere ‘gettato nel mondo’ come professano i metafisici fulminei, l’uomo viene deposto nella culla della casa e sempre, nelle nostre rêveries, la casa è una grande culla» (Bachelard 1975).
Nell’attuale crisi epidemica, alla dimensione più evocativa dell’abitare infatti – la casa come ‘scrigno’ dei ricordi o la casa oggetto del ‘desiderio’ dove vorremmo abitare – si aggiunge, fino a prevalere sulle altre, la dimensione della casa come ‘protezione’. C’è un ritorno ‘involutivo’ che riporta all’idea di ‘fortezza’ non lontana forse, vista la condizione ‘detentiva’, da quella di ‘cella’, riportando la casa a una sospensione che la rende isola e immune da interferenze, quindi sicura da contaminazioni.
Si ripropone il concetto di limite fisico, di barriera, di separazione premoderna tra interno-esterno, come ritorno necessario all’universo dell’internità. Come negli interni di Vermeer in una ritrovata lentezza, si ricreano ‘microcosmi domestici’, tutto trascorre mentre abitiamo: tele-lavoriamo, studiamo, amiamo, curiamo il corpo, socializziamo, oziamo, riposiamo.
Siamo in presenza di un’inversione ideologica epocale: la casa, dall’existenzminimum, dove l’individuo era esso stesso un ingranaggio del meccanismo dimensionale ‘perfetto’, approda alla necessità di espandersi, allargarsi e riformulare modularità spaziali, superare ‘lo spazio libero’ per nuovi ‘recinti’ individuali. La casa ha bisogno di assimilare nuove funzioni, cioè, di riproporsi come officina, non più luogo del silenzio.


Bibliografia
BACHELARD G., (1975) – La poetica dello spazio, Edizioni Dedalo, Bari
BROOK T., (2015) – Il cappello di Vermeer - Il seicento e la nascita del mondo globalizzato, Einaudi, Torino.
CECCARELLI P., (a cura di) (1974), La costruzione della città sovietica 1929-31, Marsilio ed. Padova, pag. 65
COCCIA E., (2020) Astrologia del futuro, in Flash Art, n. 349, Giu-Ago 2020, pag. 53
CURI U., (2008) – Sul termine catastrofe, in L.Thermes, O. Amaro, M. Tornatora a cura di, Il progetto dell’esistente e il restauro del paesaggio. Reggio Calabria e Messina: l’Area dello Stretto, atti del 7° LId’A (Laboratorio Internazionale di Architettura), Reggio Calabria iiriti ed, Reggio Calabria
DEMESTRE X., (2020) – Viaggio intorno alla mia camera, Infilaindiana edizioni, Acirela.
LE CORBUSIER et JEANNERET P. (1956) – Œuvre complète, volume 1, 1910-1929 Editions Girsberger (1956).
TOFFLER A., (1987) – La terza ondata, Sperling & Kupfer, MI
TOKARCZUK O., (2020) Il mondo che sarà, il futuro dopo il virus, inserto de La Repubblica, GEDI, Ariccia, pag.129
TORNATORA M., (a cura di) (2020) – atti della mostra Te.CA Altrove, Viaggio intorno alla stanza. Visioni domestiche in TE.CA,_temporary compact art, Dipartimento dArte, UNIRC, aprile-luglio, www.teca.unirc.it







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