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Uno sguardo musicale: la segreta meccanica del paesaggio

Luca Mantovani




Il paesaggio non è solo distesa di spazi, alternanza di soste e fughe verso un orizzonte, immobile panoramica, ma è anche un campo di livelli, intensità, sonorità timbriche, colore locale, memoria affettiva. La risonanza interiore dei luoghi è assimilabile al funzionamento del dispositivo rammemorativo, l’apparecchio che muove tutta la recherche di Marcel Proust. Il paesaggio è custodia, vigilanza, difesa di un’invisibile armonia che si percepisce attraverso un’acustica visiva, intesa come complesso intreccio sensoriale di udito e vista, apparenza e risonanza, sguardo e memoria: un secondo e più universale sistema nervoso che si dirama nella terra, nell’aria e nell’acqua, un “apparecchio sensitivo” (Proust 1978).
Le scale sonore che presiedono alle identità dei luoghi vanno quindi monitorate, per evitare che i flussi di intensità superino quella soglia oltre la quale la forma risonante precipita in un disordine assordante, esercitando la facoltà poetica, che Gaston Bachelard chiama “immaginazione materiale” (Bachelard 2007), capace di far convergere la materia, come inconscio della forma e la fantasia, come gioco delle influenze. Potremmo così metterci all’ascolto dei luoghi assecondando tutta una tradizione architettonica che ha annodato la sensorialità ottica a quella acustica con l’intento di avvicinare la fenomenologia sensoriale dei luoghi e penetrare nella segreta meccanica del paesaggio. È sufficiente “un gradino, tre gradini: ecco quanto basta per definire un regno” (Bachelard 2007) e vedere, secondo il filosofo francese, la realtà solida trasfigurata nella rêverie, così come basta ritrovare nella realtà liquida poche scale di note coloristiche e atmosferiche per generare un ritornello ben riconoscibile, anche nelle sue inflessioni locali. La terra e l’acqua, come elementi primi del paesaggio, vanno apparecchiate, predisposte per poter far risuonare di senso le loro potenziali trasformazioni fisiche.
Per trasformare un uso fisico del territorio in un’esperienza estetica e fantastica del paesaggio è necessario quindi ricorrere alla mediazione di un apparecchio in grado di potenziare le virtualità sensitive ed espressive dell’ambiente. C’è tutto un teatro dei luoghi che non è storico ma fenomenologico, capace di risvegliarsi sotto i tocchi discreti di uno sguardo musicale. Non solo le pietre dei chiostri catalani cantano, come ha dimostrato Marius Schneider, ma tutto quanto il paesaggio svela i suoi ritmi nascosti a colui che sa trovare la giusta angolatura melodica da cui riguardarlo. Le Corbusier faceva realizzare un piccolo monticello da cui fotografare con successo la Chiesa di Notre-Dame du Haut e Aldo Rossi guardava estasiato il paesaggio del Lago Maggiore da dietro gli occhi della gigantesca statua di San Carlone di Arona:

«Come nella descrizione del cavallo omerico, il pellegrino entra nel corpo del santo, come in una torre o un carro governato da una tecnica sapiente. Salita la scala esterna del piedistallo, la ripida ascensione all’interno del corpo rivela la struttura muraria e le saldature delle grosse lamiere. Infine la testa è un interno-esterno; dagli occhi del santo il paesaggio del lago acquista contorni infiniti, come un osservatorio celeste» (Rossi 2009)




Bibliografia
BACHELARD G. (2007) – La terra e il riposo. Un viaggio tra le immagini dell’intimità. Red Edizioni, Milano.
PROUST M. (1978) – La strada di Swann. Einaudi, Torino.
ROSSI A. (2009) – Autobiografia scientifica. Il Saggiatore, Milano.

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