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Il caso di Mosul. Tra lettura urbana e ricostruzione



Tommaso Lolli



Il termine ri-costruzione porta nella sua radice etimologica la potenza evocativa sufficiente per definire senza ulteriori specificazioni quale sia il suo ruolo in contesti urbani soggetti ad eventi traumatici come disastri naturali o conflitti bellici, ovvero la ri-progettazione di brani di città distrutti, accompagnata dalla conseguente valutazione del progetto o della strategia proposta in sostituzione. Tuttavia, il prefisso ri- può essere suscettibile di un’interpretazione iterativa e/o duplicativa che invece non è necessariamente compresa all’interno di tale processo; potrebbe, invece e auspicabilmente, essere tracciabile una via che approfondisca il tema della ricostruzione in maniera più velata e meno etimologicamente puntuale di una ricostruzione com’era, dov’era.

«Così le immagini, incisioni e fotografie, degli sventramenti, ci offrono questa visione; distruzioni e sventramenti, espropriazioni e bruschi cambiamenti nell’uso del suolo […] sono tra i mezzi più conosciuti della dinamica urbana», scrive Aldo Rossi (1966, p. 14); e tale affermazione, pur nella sua apparente spregiudicatezza, suggerisce come il processo di distruzione – e conseguentemente di ri-costruzione – possa essere annoverato tra i processi propri della dinamica di una città, del suo mutamento – al pari di terremoti ed altri eventi catastrofici. Assimilando quindi la ri-costruzione a una componente evolutiva del tessuto urbano, ne deriva una nuova interpretazione, che apre anche alla modificazione delle forme e delle funzioni del progetto ricostruttivo; la ri-costruzione si configura quindi come il progetto di un nuovo all’interno di un tessuto urbano già esistente, storicamente e morfologicamente riconoscibile. Accertata l’alterità rispetto al contesto urbano, sarà poi compito del progetto riuscire a rispondere a determinate necessità di integrazione, riconoscibilità e consonanza, senza tralasciare l’adeguamento tecnico di strutture, viabilità e l’eventuale cambio dei modi di vivere imposto dal normale fluire del tempo.

La conoscenza del contesto diviene quindi uno strumento necessario per operare in modo consapevole e cogliere le logiche generative proprie dell’area di progetto, in modo da poter intervenire con una dialettica confermativa e/o oppositiva rispetto alla morfologia urbana. Trattandosi di architettura – e più specificatamente di progettualità architettonica – la conoscenza del contesto proviene principalmente dall’approfondimento della storia, qui intesa però nella sua visione sincronica, come repertorio di forme e soluzioni, testimoni di abituali modalità insediative. Un repertorio di forme e soluzioni che, da una disposizione disordinata, ha necessità di essere categorizzato e classificato per divenire uno strumento operativo, tramite il dispositivo di categorizzazione più proprio dell’architettura – il tipo – che, in quest’ottica, risulta essere il codice decifrabile per la comprensione e l’approfondimento della storia. «Le caratteristiche classificatorie del tipo non possono che essere un passo provvisorio verso una strutturazione dei pensieri: la classificazione non può essere anche il risultato»[1]. Il tipo, quindi inteso come mezzo, come serie tipologica di trasformazioni, appare la strategia di lettura più puntuale per collegare la struttura di una città alla sua morfologia complessiva e per coglierne le varie peculiarità e modificazioni; il tipo come categoria astratta di «uguaglianza, somiglianza o affinità»[2] o dei loro opposti rappresenta le possibilità di un’insiemistica elastica che permette di discutere di ambiti omogenei. Al tipo sono conseguentemente ascrivibili tutte le qualità categorizzabili dell’architettura: oltre alla disposizione planimetrica si includono tutte le altre proprietà geometriche di un edificio – a partire dalla considerazione secondo cui si può categorizzare una sezione allo stesso modo di una pianta, rimandando qui alla visione di un edificio come un dado lanciato sul tavolo presa da Colin Rowe[3] (1999) – ma anche «ciascuno dei vari aspetti di una configurazione: comprese le generatrici degli spazi, le superfici e i loro trattamenti, i particolari costruttivi, gli elementi decorativi, e – questo è molto importante – i modi in cui gli spazi sono esperiti o, in altre parole, come gli spazi diventano luoghi: eventi tridimensionali che stimolano eventi sociali» (De Carlo 1985, p. 46). Queste operazioni preliminari consentono la redazione di un vocabolario di riferimento che permette l’organizzazione dei fatti urbani in ecosistemi autonomi nella loro riconoscibilità e nel loro ruolo urbano.

La città di Mosul sotto questo aspetto risulta essere un caso decisamente meno esplorato di altri contesti islamici nordafricani o mediorientali, non essendo stata soggetta di studi che avessero come obiettivo una complessiva indagine – e restituzione – tipologica della struttura urbana.

Le fonti storiche su Mosul riguardano perlopiù una cartografia di matrice coloniale e la descrizione di alcuni aspetti urbani superficiali e di costume degli abitanti, annotati in diari di viaggio verso l’oriente come era da costume europeo ottocentesco[4]. Importante eccezione è rappresentata dai volumi dell’archeologo tedesco Ernst Hertzfeld (1920), che si occupa approfonditamente del rilievo di alcuni monumenti della città e di alcune strutture urbane, come le mura difensive perimetrali. Le fonti a noi contemporanee, invece, accennano a Mosul e alla sua storia senza però fornire un approfondimento relativo alla sua specificità. Ciononostante, riunendo le informazioni e procedendo per contrasto e affinità con altri casi si ritiene ammissibile ipotizzare una strategia di intervento basandosi sull’individuazione di alcuni fatti urbani sostanzialmente omogenei per essere considerati come sistemi di riferimento considerevolmente autosufficienti.

A livello metodologico è stato ritenuto legittimo identificare alcuni fatti urbani che sembravano presentare di per sé identità ben al di là del mero corpo architettonico: trattasi di dispositivi, di memorie, di veri e propri atteggiamenti urbani che compongono la storia di Mosul e dei suoi modi di vivere, diventando così parte dell'identità stessa della città e, come tale, un possibile punto di rilievo per l’analisi della città (fig. 1). Il primo sistema preso in esame è l’asse che collega l’ingresso storico principale alla città, Bab Sindjar, con il ponte di barche, storicamente punto strategico per l’attraversamento del fiume Tigri. Su questo asse si collocano in maniera sparsa sia la Moschea principale di Al Nouri – cui afferiva il noto minareto di Al-Hadba – sia il Suq, oltre che numerosi edifici notevoli; è pertanto lecito immaginare che lungo questa direttrice si trovasse un’alta concentrazione di servizi accessori, di istituzioni e di luoghi centrali per la vivibilità del nucleo urbano. Il secondo sistema isolato invece è il complesso meccanismo delle mura perimetrali della città di Mosul, un tratto fortemente identificativo della città nella storia – come testimoniato dalla varietà di raffigurazioni che delle mura è stata fatta – e paradossalmente esauritosi in una soluzione molto occidentale come la conversione in circonvallazione viabilistica. Le mura, oltre che essere esse stesse rappresentative del più diffuso archetipo insediativo del mondo islamico, il recinto, ricoprono un importante ruolo identitario: sia con l’esterno – in quanto base del rapporto parallattico e oppositivo con la città di Ninive, dinamica di crescita urbana molto frequente nel mondo islamico (Cuneo 1986) – sia internamente, assumendo configurazioni diverse – topograficamente in rilievo, aperto sul fiume, integrato con il Suq e le porte di ingresso alla città – tanto da essere occasionalmente rilevabile anche nel tessuto residenziale.

I due sistemi qui riportati esemplificano quella che può essere un’iniziale strategia di selezione sulla città, la sua lettura per zone compatibili e affini; l’identificazione di matrici e tracce identitarie a cui riallacciarsi, da cui desumere strutture e meccanismi generativi. In momenti storici in cui è necessaria una prioritarizzazione degli interventi edilizi per la ricostruzione, questi sistemi possono fungere da leitmotiv per la localizzazione di interventi puntuali, tematici e altamente simbolici, che abbiano il duplice obiettivo sia di interpretare le logiche proprie e formali della città, ma anche di essere contenitori e propulsori di funzioni significative e pubbliche che aspirino alla restituzione di scenario ottimistico per il futuro. Ove ce ne fosse bisogno, si specifica la non univocità della selezione, lasciando aperta la possibilità di riconoscere nuovi e diversi sistemi urbani che potrebbero rispondere in maniera equivalente alla – necessariamente ipotetica – strategia di approccio qui proposta.

In un continuo rimando con la città di Bagdad, e specialmente con l’agglomerato storico di Rusafa – che si rivelerà di estrema importanza a livello metodologico per le sopracitate necessità di parallelismi – si ritiene utile confrontare la precedente lettura strategica con le operazioni progettuali proposte per la capitale irachena da Stefano Bianca, in cui, a seguito della redazione di un piano strutturale complessivo, si ipotizza lo studio di piani più specifici; se da una parte viene previsto un “controllo passivo” sul tessuto residenziale – quindi la dotazione di una regolamentazione urbanistica cautelativa per gli interventi privati – dall’altra si procede con degli interventi “attivi” di progetto architettonico, legati proprio dall’appartenenza a sistemi coerenti e riconoscibili, come nel caso rappresentato la via che collega il fiume Tigri al santuario di Gaylani (fig.2).

Se è stato introdotto il tema della ricostruzione da un punto di vista strategico, bisogna ora riconoscere come la distruzione dovuta ad un evento traumatico – guerra e/o catastrofi naturali – ponga delle questioni specifiche rispetto ad altri tipi di ricostruzione. Rammentando la sopracitata affermazione di Aldo Rossi, tra espropriazioni (o anche, analogamente, interventi sui cosiddetti brownfield) e ricostruzioni post-traumatiche interviene una questione legata all’identità e ai simboli in cui una popolazione si può riconoscere. Ipotizzando come possibile un confronto tra la situazione europea nel secondo dopoguerra e la situazione attuale del Medioriente, alcune riflessioni di Rob Krier aprono un filone di studi morfologici sulla ricostruzione di una città assecondandone le dinamiche spaziali esistenti: «più in generale, mi preoccupo, in questi studi, di ristabilire una continuità nella percezione spaziale della struttura urbana. Sono state previste strade e piazze pedonali, che si adattano rigorosamente alla struttura esistente e che tengono conto con estrema cura del patrimonio storico» (Krier 1982, p. 140), studi brillantemente sintetizzati nell’immagine abbinata all’inizio del capitolo in cui si tratta dell’argomento (fig. 3). Nella sua polemica contro il sogno urbanistico del “funzionalismo ingenuo”, Krier accentua l’importanza delle considerazioni spaziali – il termine ricucitura ne indica adeguatamente l’obiettivo – e allo stesso tempo non preclude gli adeguamenti tecnici necessari alla città per continuare a funzionare.[5] Quello che si vuole aggiungere, in questa sede, è sottolineare l’importanza di considerare anche il carattere simbolico, evocativo e rappresentativo delle costruzioni in aggiunta alla loro rispondenza morfologica, soprattutto nel momento in cui gli originali depositari di questi valori, gli edifici distrutti, scompaiono in modo traumatico.

Nel contesto islamico, in cui si assiste a una netta preponderanza della forma rispetto alla funzione – si pensi alla diffusione dei tipi introversi a corte tra le moschee, le madrase e l’edilizia residenziale – e in cui è una precisa articolazione di social pattern (Bianca 2000) a identificare i modi d’uso degli edifici, l’importanza simbolica della costruzione, dell’impianto planimetrico e della scelta insediativa diventano variabili estremamente rilevanti nella lettura – e scrittura – di un’architettura.

Così come l’opera di Hassan Fathy si muove nella ricerca di attualizzazione dei caratteri linguistici e costruttivi della tradizione islamica,[6] e l’opera di Fernand Pouillon propone una rinnovata interpretazione dei rapporti a livello insediativo tra spazio costruito e spazio aperto,[7] molti sono i progetti, noti e meno noti, che si occupano di tratti, di aspetti, di questa complessità. Si intende ora proporre due casi studio che, pur nella loro distanza concettuale, si pongono la questione dell’identificazione di un possibile equilibrio tra la riconoscibilità e il cambiamento, traducibile in termini “roweiani” come la dialettica tra il teatro della memoria e il teatro della profezia: da una parte il progetto per la moschea di Khulafa di Mohamed Makiya (1960) e dall’altra il progetto per il lungo fiume Abu Nawas di Arthur Erickson (1981). Entrambi, sebbene in maniera opposta, rappresentano la volontà bivalente di valorizzare il patrimonio architettonico esistente, permettendo d’altra parte che il tessuto urbano possa accogliere, con le sue forme, il cambio dei modi di vita. Il progetto della Moschea di Khulafa di Makiya (fig. 4) prevede la costruzione di un nuovo edificio religioso sul sito dove era presente la moschea Abbaside del X secolo, di cui era rimasto il solo minareto di Suq Al Ghazl come testimonianza storica. Il progetto prende il minareto come fulcro centrale della nuova moschea e prevede di posizionare i nuovi corpi edilizi a contorno di esso.

Ad essere interessante, oltre l’operazione di valorizzazione del minareto e quella linguistica e costruttiva dell’edificio, è anche il posizionamento degli stessi corpi edilizi: i tre riwaqs (portici), che legano lo spazio a cupola per la preghiera e fanno da quinta al minareto, si aprono sulla città, generando una serie progressiva di soglie che media tra la strada e l’interno della cupola, in questo modo aprendo – benché in maniera calibrata e graduale – l’introversione tipica degli edifici di culto islamici. Il progetto, nonostante delle proporzioni dimensionali forse un po’ compresse,[8] rimane interessante per il tentativo di compromesso tra l’integrazione con la storia e l’apertura a una deformazione tipologica. Dall’altra parte, invece di un progetto intimo e misurato, si incontra una proposta colossale, richiesta nella sua dimensione immaginifica dallo stesso Saddam Hussein all’inizio degli anni ’80, con l’intento di riportare Bagdad allo splendore dell’epoca Abbaside: il progetto (fig. 5) prevede il rinnovamento di circa 3km di lungo-fiume e l’inserimento di un ponte che avrebbe attraversato un’isola artificiale.[9] Cercando di astenersi da giudizi di valore, se ne vuole invece sottolineare il rapporto di forza operato sulla città circostante. Promosso non solo dalla classe politica ma anche da importanti architetti come Rifat Chadirji, l’intervento veicola valori ascrivibili più al mondo dei simboli che non di contenuto: la necessità di integrare il parco funzioni con nuove destinazioni d’uso, nuove possibilità e la consapevolezza che, come in occidente si parla di rischio musealizzazione, anche la città islamica affronterà la necessità di generare nuove visioni.

Con la giusta cautela nei parallelismi, scrivere di Mosul prevede una necessaria oscillazione teorica in una costellazione fatta di rimandi, affinità e divergenze con storie, almeno parzialmente, affini. Il testo qui proposto, ben lontano dall’identificare con sicurezza una soluzione progettuale alla ricostruzione, predilige uno sguardo critico ed esplorativo su alcune dinamiche da cui trarre dialetticamente alcune questioni problematiche. Se nel testo spesso si è parlato di leggere un’architettura (o un brano di città), forse la conclusione è che, con il medesimo grado di allusività, la città e l’architettura possono anche essere scritte, e, in questo specifico caso – riprendendo le stesse accortezze per il prefisso ri- adottate in apertura – anche riscritte. Operazione molto evocativa, quanto tecnicamente complessa da descrivere puntualmente, offre però delle indicazioni metodologiche preziose quando si tratta di temi progettuali: la lettura di un testo, la sua comprensione e l’utilizzo delle sue regole interne per una sua continuazione o integrazione. Identificare dei caratteri minimi, dei tratti, che possano avere una valenza ricognitivo-insiemistica ma anche operativa. Che sia possibile un’operazione contraria agli Esercizi di stile di Queneau? Invece che scrivere cento volte lo stesso episodio con parole diverse, scrivere cento architetture diverse con le stesse “parole”, dopo aver strutturato un proprio, e adeguato, vocabolario? Che i processi progettuali dell’architettura possano prevedere un’affinità con i processi linguistici apre a tutti gli effetti interessanti interpretazioni e considerazioni, di stimolo per nuove ed ulteriori riflessioni sia riguardo alla valenza comunicativa quanto a quella strettamente sintattica di concordanza dei termini interni di una proposizione. La questione è ovviamente ampia e irta di ostacoli, quello che qui si è voluto proporre è più che altro una lettura problematica e delle ipotesi iniziali di approccio alla questione ricostruttiva, sperando di riuscire a dare un contributo, ancorché collaterale e parziale, alla definizione di uno scenario complessivamente più ampio, se non proprio all’ampliamento dello scenario stesso.

Note

[1] Ungers, O. M., in Casabella 1985, p. 92

[2] Schweighofer, A., in Casabella 1985, p. 97

[3] «‘The floor which is really a horizontal wall’. Throwaway remark though this might be, it is, just possibly, Le Corbusier’s most rewarding observation. For, if walls become floors, then sections become plans; and, as the building becomes a dice to be thrown on the table, then all the rest results» (Rowe 1999, p. 192).

[4] A tal proposito citiamo Voyage en Perse di Flandin e Coste (1851), Through Asiatic Turkey Vol. 2 di Grattan Geary (1878), Amurath to Amurath di Gertrude Bell (1911).

[5] «Nei miei progetti mi sforzo di restituire ai pedoni il centro di Stoccarda, senza per questo eliminare le automobili» (Krier 1982, p. 139).

[6] Si pensi al villaggio di New Baris: sia alla possibilità di riconoscere un abaco tipologico di riferimento per il disegno, sia alla riscoperta costruttiva e identitaria della volta nubiana.

[7] Ci si riferisce principalmente ai quartieri residenziali costruiti su suolo algerino tra il 1953 e il 1957: Diar es Saada, Diar el Mahçoul e il Climat de France.

[8] Come peraltro rimarcato dallo stesso Makiya, il quale avrebbe voluto espandere l’area di progetto per dare importanza al luogo: «I had to build a cathedral in an area suitable for a chapel». (Makiya 1990, p. 43)

[9] Da notare come il progetto abbia riferimenti vari e differenti: dai ponti di barche iracheni, all’Isola Bella sul Lago Maggiore, al piano per la Greater Baghdad di Frank Lloyd Wright (1957), in cui era previsto l’inserimento di un’isola artificiale nell’alveo del Tigri: l’isola di Edena.

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