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Ignazio Gardella: architettura come esperienza unitaria


È cosa nota – sperimentata da tutti noi che leggiamo i giornali quotidianamente – come un “buon” titolo possa essere decisivo nello stimolare una lettura e, allo stesso tempo, nell’orientarla, grazie all’indicazione sintetica di un punto di vista.
Mi pare di poter dire che anche la titolazione scelta da Angelo Lorenzi e Carlo Quintelli, curatori di un recente volume dedicato a Ignazio Gardella, sia da annoverare fra quelle particolarmente indovinate. Tutto sta nell’introduzione del semplice aggettivo indefinito “altro”, parola attraverso cui viene fatto riferimento a un concetto di differenziazione rispetto a qualcosa che si è già detto o cui si allude tacitamente.
Ignazio Gardella altre architetture è il titolo del libro; ma, altre architetture rispetto a quali? È questa la domanda che ci si pone scorrendo con gli occhi la copertina del volume in cui piccoli, e diversi, disegni a matita si affiancano l’uno all’altro a comporre, quasi si trattasse di singoli fotogrammi, un’unica sequenza filmica.
È però l’indice a chiarire, direi in modo inequivocabile, il riferimento dell’aggettivo altro: “altre architetture” sono quelle meno note, o forse semplicemente meno studiate, ma tutte comunque fortemente legate alla filosofia progettuale di Ignazio Gardella, a dimostrazione di una coerenza e una continuità metodologica capace di legare fra loro scale del progetto molto diverse.
Quattro sono i filoni indagati nel volume: la costruzione dello spazio interno della casa, quella dello spazio espositivo commerciale e per l’arte, e, da ultimo, la formazione culturale in riferimento anche all’insegnamento del progetto e al rapporto con le personalità del mondo accademico.
Per ognuno di questi campi di indagine un saggio di ampio respiro – affidato ogni volta ad un autore differente – si pone l’obiettivo di introdurre le diverse questioni affrontate. Queste trovano una loro specifica rappresentazione nella descrizione e interpretazione di alcune, e selezionate, esperienze progettuali cui sono dedicate una serie di schede illustrative elaborate da giovani studiosi e ricercatori.
Il volume, risultato di una ricerca svolta nell’arco di circa quattro anni presso l’archivio CSAC dell’Università di Parma che custodisce tutta l’opera dell’architetto milanese, rappresenta un lavoro corale in cui voci e lingue diverse si affiancano l’una all’altra costruendo un percorso interpretativo di grande coerenza a sottolineare quella «idea di architettura come esperienza unitaria» rivendicata da Ignazio Gardella in più occasioni.
La stessa “unitarietà” di visione si riscontra anche nella composizione del volume che, pur essendo costruito a partire dalla disanima di quattro differenti questioni, non viene suddiviso in altrettante distinte parti ma, a ribadire la coerenza e la continuità di un metodo, accosta i diversi temi in modo tale che da uno si passi all’altro, quasi senza soluzione di continuità.
Al termine della lettura – resa particolarmente piacevole dal ricco apparato iconografico costituito dai disegni d’archivio, documenti per la maggior parte ad oggi inediti, e bellissime fotografie originali oltre a quelle su casa Coggi realizzate appositamente da Marco Introini– alcune parole restano fissate nella nostra mente: pochi termini capaci di riassumere il senso generale di ognuno dei progetti illustrati, indipendentemente dalla loro specifica funzione.
Il rifiuto da parte di Gardella del cosiddetto “funzionalismo ingenuo” rappresenta una questione importante che, fra l’altro, appare particolarmente chiara se si osservano i progetti per così dire allestitivi, quelli cioè più effimeri, legati a una fruizione saltuaria, il cui unico scopo pare essere la messa in rappresentazione di ciò che si intende esporre (la storia della sedia italiana, piuttosto che i cappelli della Borsalino, o altro).
«Senza un’idea forte mi è difficile cominciare un progetto» aveva affermato Gardella nella lunga intervista concessa ad Antonio Monestiroli ormai più di vent’anni fa, dimostrando come ogni architettura sia il risultato di un percorso conoscitivo necessario alla formazione dell’idea. In questa ricerca ovviamente non si può fare a meno di considerare la funzione ma questa non è mai il centro dell’elaborazione progettuale che invece si concentra sulla “messa in rappresentazione”, sulla teatralità del progetto, ricercata nella costruzione della città e delle sue parti come anche nel disegno di un appartamento, o in quello di un piccolo stand espositivo.
Aldo Rossi – che fra l’altro con Gardella ha avuto un intenso rapporto di collaborazione in occasione del progetto per il teatro Carlo Felice di Genova – aveva scritto che l’architettura è «la scena fissa della vita dell’uomo», parole che mi paiono oltremodo adeguate a descrivere il lavoro di Ignazio Gardella. Le “altre” architetture raccolte in questo volume sono la testimonianza, infatti, di questa sua capacità di costruire spazi scenici in grado di mutare carattere grazie alla vita che di volta in volta si trovano a contenere. E questo vale per gli allestimenti d’arte – la meravigliosa fotografia della mostra “La sedia italiana nei secoli” è solo uno dei tanti esempi – come per gli appartamenti o ancora per gli spazi commerciali. Ognuno di questi progetti diventa la scena di una rappresentazione i cui attori protagonisti sono gli stessi fruitori degli spazi, come possiamo facilmente sperimentare entrando in quel piccolo “gioiello” che è il PAC di Milano, di cui si parla diffusamente nel testo.
La stessa teatralità è possibile riscontrarla anche nei progetti degli interni domestici, sia che si tratti di appartamenti ospitati all’interno di edifici della città storica che case in edifici costruiti ex novo. L’atteggiamento di Gardella è sempre il medesimo: dare una scena alla rappresentazione della vita, una vita fatta anche di un preciso rapporto con la città che, a sua volta e con grande coerenza, diventa, anch’essa, parte di una rappresentazione capace di legare la storia e la “contemporaneità”. Gli strumenti utilizzati nel progetto di interni sono gli stessi che la costruzione della casa classica ci ha tramandato, ma ognuno di essi viene ripensato, reinterpretato, per rappresentare coerentemente l’idea sottesa e per costruire un luogo in cui si stia bene.
«Io voglio avere una casa che mi assomigli (in bello): una casa che assomigli alla mia umanità» aveva scritto Ernesto Nathan Rogers riprendendo la pubblicazione della rivista “Domus” nel 1946, in piena ricostruzione.
Gli altri progetti di Ignazio Gardella studiati, descritti e raccolti in questo ricco volume credo possano essere letti proprio come la realizzazione pratica di questo grande auspicio.

Martina Landsberger





Curatori: Angelo Lorenzi, Carlo Quintelli
Titolo: Ignazio Gardella altre architetture
Lingua: italiano/inglese
Editore: Il Poligrafo
Caratteristiche: formato 25x18cm, 238 pagine, brossura, bianco nero e a colori
ISBN: 978-88-9387-133-4
Anno: 2020


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