Venezia

Transitus*

Francesco Venezia




Dominante, in principio, un’idea di circolazione e di circolarità: la doppia discesa, sui lati de1 Presbiterio, all’ombra solida del primo Ipogeo; da qui, per la Cripta cavata nella fondazione del Tempio, la discesa ulteriore verso la luce solo annunziata, oltre la piegatura de1 percorso; lo sbocco nel secondo Ipogeo a conquista di più luce; la risalita alla luce piena del giardino postico e alla penombra del minuscolo ambiente che lo conclude in posizione elevata; da qui, infine, la riconquista della concavità del Presbiterio all’inizio abbandonato, ma dal fondo dell’Abside, alle spalle del corpo distaccato dell’Altare maggiore; e, aggirato l’ostacolo, sorpresa della prospettiva in controcampo dell’Aula con le sue colonne giganti in fuga verso la porta. L’architettura, al percorrerla, si rivela ritmo d’ombra, luce, penombra.

Il primo Ipogeo, al di sotto del Presbiterio, presenta una sezione ‘siracusana’ che è ricordo lontano di una discesa nel profondo delle latomie di quella città: due superfici rigonfie scriminate da una traversa.

L’Ipogeo è anche “deposito”. Accoglie e raduna cose che erano disperse nell’Ager. Due fusti infranti di colonne e un rilievo sepolcrale con i volti sfigurati, forse, da ruote di carri che transitavano in quel campo, sono stati raccolti, trasportati e ricomposti in un ambito dove la natura stessa dei materiali — il calcestruzzo eroso delle pareti, il getto cementizio del suolo — mettono in opera un’idea accessoria di azione del tempo.

Al centro, l’arca in acciaio nero, poggiata su di un fusto che erompe dal suolo, dischiude appena le ante a svelarci il suo contenuto: una formella di creta sulla quale è incisa la croce. Una croce che è istantaneità di un gesto, che ha la stessa iconicità elementare di quella croce tracciata nel segreto del cubiculum di una domus, o di quella incisa sulle pareti di una Catacomba, ai primordi del Cristianesimo.

Simbolico annunzio dell’affermazione della nuova fede sulle rovine del mondo pagano.

Una sezione “cumana” — persistente il ricordo dell’Antro della Sibilla — definisce lo spazio della Cripta cordonata che discende piegando verso il secondo Ipogeo. Qui la materia si fa brutale: di pietrame incerto le pareti, di cocciopesto il suolo.

La Cripta, piegando a sinistra, sbocca alfine nel secondo Ipogeo. Qui è una sezione “romana” a definire lo spazio. Spazio voltato quasi di Aula termale, con una doppia teoria di loculi sulle pareti longitudinali, ritmata da eleganti lesene ioniche. Una decisione significativa: mettere in vista l’interno del pozzo centrale, lasciando “cadere” sul fondo ferroso la lapide che ne sigillava la bocca — da sempre, terribile l’immagine di una sepoltura scoperchiata. Nella parete di fondo un varco altissimo, da cui scende un torrente di luce, è transito per la risalita verso l’esterno. Un giardino strettissimo, serrato tra muri, ci accoglie allo smonto della scalinata. Si ripresenta qui il gioco per frammenti: il frammento gigante composto di lastroni di marmi diversi sottratti al lungo tempo dell’abbandono in un deposito all’aperto; i frammenti di mensole che reggono i travi di una doppia pergola, la coloritura dei travetti cambiando nei due sensi. Un giardino “archeologico”, che si conclude in un minuscolo spazio di riposo, di lettura, di riflessione, una diaeta.

* VENEZIA F (2014), Nel profondo della cattedrale, Libria, Melfi.

Si ringraziano l’autore e l’editore per aver concesso la pubblicazione del testo.


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