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Zissis Kotionis. Il testo come assemblage.

Fabiano Micocci



I testi, e i libri, hanno avuto un'importanza fondamentale nell'architettura come mezzo d'indagine e di sperimentazione. Il testo è stato spesso un momento di verifica, di esplorazione e di sistematizzazione del pensiero attraverso catalogazioni, raccolte e saggi. Oggi, in un momento storico in cui le grandi teorie sono scomparse e la speculazione teorica è frammentata, occasionale e continuamente contraddetta, è legittimo domandarsi che ruolo possa offrire un testo di architettura alla disciplina.
Nel Gennaio del 2017 nella vecchia libreria della Fondazione Onassis ad Atene, Zissis Kotionis, architetto Greco e professore universitario presso l'Università della Tessaglia, ha raccontato la sua opera di scrittore presentando i suoi libri che ripercorrono 30 anni di attività. I libri sono stati presentati in ordine cronologico ed accompagnati da progetti, realizzati o no, che sono stati inclusi come una sorta di tentativo di dare sostanza fisica all’indagine teorica. Tale narrazione dichiara due urgenze complementari: da una parte la necessità della ricerca teorica intesa come anticipazione dell’attività progettuale, e dall'altra la necessità della scrittura stessa come strumento sia di speculazione teorica sia di ricerca formale. In questa maniera Kotionis sancisce la centralità, e in un certo senso, anche l'inevitabilità del testo come progetto.
Kotionis una scrittura che sia pura speculazione scientifica preferendo invece un testo in bilico tra la critica, il racconto personale e la stessa speculazione teorica, muovendosi agilmente, e ambiguamente, tra questi. In tal senso, seppure apparentemente sembrino dei saggi, questi testi provano a raccontare delle storie. La presa di distanza dal puro ragionamento scientifico è spiegata dallo stesso autore citando il poeta romantico tedesco Friedrich Hölderlin che in Hyperion descrisse vividamente la Grecia senza averla mai visitata. Quello di Hölderlin è un viaggio immaginario in un luogo reale che unisce appunto la creazione dell'intelletto al desiderio si avere un contatto fisico con un luogo. La scrittura è dunque un mezzo che unisce la fantasia all'esperienza in una narrazione dove immaginazione e realtà s'incontrano.
Questo tipo di narrazione acquista il carattere distintivo dei lavori dei pittori romantici che hanno rappresentato i luoghi da loro visitati - o mai visitati - del Grand Tour come un collage di frammenti e rovine, sia reali sia fantastiche, mescolando codici, luoghi e ricordi personali. I testi di Kotionis sembrano essere costruiti allo stesso modo: sono raccolte di testi che danno origine ad una composizione eterogenea fatta di frammenti. Si tratta infatti di pezzi che appartengono a diversi periodi o che sono stati scritti per diverse occasioni, ed ancora possono essere ricordi personali o progetti. Tutti questi frammenti vengono inclusi nel luogo fisico del libro come fosse una tela.
Queste raccolte assumono la forma di archivi, dove vari testi sono raccolti senza un vero inizio o una fine, caratteristica che determina una sorta d'incompletezza dell'opera. L’archivio, come scrive Superstudio in un manifesto pubblicato nel 1968, è uno strumento aperto, in costante evoluzione e che evita di fissare principi, e anzi ipotizza l’ambiguità e il dubbio come presupposto del fare ricerca (Superstudio, 1968). Nella stessa maniera Kotionis evita di stabilire codici a favore di molteplici possibilità operative. Il libro La follia del Luogo (2004) affonda le radici nell’architettura del Secondo Dopoguerra in Grecia identificata con le tre figure fondamentali per la cultura architettonica Neo-Greca e con le correnti di pensiero che hanno originato: Dimitris Pikionis e il vernacolare, Aris Konstantinidis e il modernismo, Takis Zenetos e l'informatica. I testi di Kotionis indagano trasversalmente la loro opera evitando di emettere giudizi. E' infatti difficile limitare l'importanza di questi architetti e costringerli all'interno di definizioni preconcette poiché sia la loro ricerca che le loro opere trascendono gli -ismi. Le tre posizioni vengono piuttosto considerate come tre condizioni proprie dell'essere umano, e che dunque possono coesistere anche se difficilmente possono sovrapporsi.
Mettere insieme elementi diversi è un atto che offre a Kotionis la libertà di poter non scegliere e non schierarsi, ma di elaborare nuove ipotesi e temi di ricerca. Come afferma Peter Turchi in Maps of Imagination: The Writer as Cartographer (2004, 12), questa è una prerogativa dell'atto della scrittura intesa come esplorazione. Questo processo di esplorazione si basa sulla combinazione premeditata e indisciplinata di varie parti. Ma mentre la fase della ricerca può essere rigorosa e metodica, le sue supposizioni diventano incerte.

Partendo da questo presupposto, Kotionis adotta la tecnica dell'assemblage in tutta la sua produzione come un preciso programma operativo. In un’intervista che l’architetto ha rilasciato in occasione della mostra Terra Mediterranea: in Action tenutasi a Lipsia nel 2014, egli offre una spiegazione dell'allestimento presentato, denominato Camp_Med, che può essere utile per comprendere meglio la struttura narrativa dei suoi libri. Camp_Med si compone di oggetti ritrovati lungo le coste del Mediterraneo e riassemblati nella forma inedita di un villaggio-campo.1  Questo processo creativo si rifà al metodo dell’assemblage per cui oggetti ritrovati sono giustapposti senza nessun ordine preciso ed evitando di usare giunti intermedi per legarli tra loro. L'assemblage è per definizione un processo senza un principio d'ordine, senza un punto di vista privilegiato, e che può proliferare a piacimento (Barilli 1963, 84-95). Inoltre per DeLanda (2016), riferendosi all'opera di Deleuze e Guattari che per primi definirono la teoria dell'assemblage nel testo Millepiani, Capitalismo e Schizofrenia, questa tecnica prevede l'utilizzo di elementi eterogenei che sono codificati e de-territorializzati mantenendo però le loro individualità. I testi di Kotionis possono esser interpretati alla stessa maniera: un archivio di pensieri, progetti, e ricerche, assemblati tra loro, apparentemente incompleti ma che suggeriscono rimandi ad altro come stimolo principale del fare ricerca.
Forse il più chiaro esempio in cui questo impianto narrativo è dispiegato è il libro Anassimandro a Fukushima. Genealogia della Tecnica (2017), una pubblicazione che presenta la mostra allestita con lo stesso titolo presso il Museo Benaki di Atene nel 2010. Si tratta di una collezione di oggetti, frammenti di testi e immagini tratte dall’opera dei filosofi presocratici greci, unite a testi e lavori dell’architetto stesso. La narrazione si sviluppa come una serie di frammenti senza un’apparente continuità, e che va interpretata piuttosto come una cosmologia, in altre parole come un insieme di elementi accumunati dal loro appartenere allo stesso mondo-spazio.
Se si volessero indagare le origini di questa narrazione, occorre guardare al passato e al primo testo pubblicato da Kotionis, ovvero La Questione dell'Abitare nel Lavoro di Dimitris Pikionis (1994), che raccoglie le ricerche svolte durante la sua tesi di dottorato al Politecnico di Atene. Pikionis è stato uno dei principali esponenti dell'Architettura Neo-ellenica e del Regionalismo, mentre l'importanza della sua figura è stata riconosciuta in campo internazionale (Frampton, 1980). La famosa passeggiata sotto l’Acropoli, un lungo tappeto di pietra e cemento dal sapore vagamente orientale, è una narrazione retrospettiva che indaga storie individuali e collettive. Si tratta di un testo non lineare composto di nuovi e vecchi frammenti: le pietre trovate in situ sono ricombinate tra loro come frammenti disordinati del passato, unite a pavimento con lunghe strisce di cemento e accompagnate dalla sequenza delle viste dell'Atene contemporanea che si sviluppa come frames lungo il percorso spiroidale che guida verso la cima della collina. Questo progetto pone la questione della ricerca di una forma narrativa contemporanea come un cammino non lineare che si sviluppa come un susseguirsi di frammenti fisici, visivi e storici.

La costruzione del testo come assemblage permette così di scoprire e raccogliere elementi, figure e luoghi apparentemente incompatibili attraverso il viaggio letterario. Tale viaggio non è altro che un movimento che non segue un percorso lineare, ma è un susseguirsi di sfasamenti spazio-temporali costruiti sul ricordo sia di viaggi reali sia di viaggi dell'immaginazione. Il viaggio letterario è dunque una dimensione spaziale nella quale si annida la ricerca di quello che è stato abbandonato o dimenticato, la cui ri-contestualizzazione fornisce domande e possibilità inedite.
Il viaggio come racconto però non è inteso come una storia lineare simile al Viaggio in Portogallo di Josè Saramago o al Periplo di Baldassare di Amin Maalouf. Al contrario è una costruzione fantastica che emerge dalla raccolta di frammenti reali, di esperienze vissute, di performance artistiche, il cui assemblage diventa forma narrativa. Lo scrittore Milan Kundera (2004) sottolinea che il romanzo La vita e le opinioni di Tristram Shandy, Gentleman di Laurence Sterne è stata la prima distruzione della story perché è composta da episodi sparsi che sono semplicemente collegati tra loro dalla presenza ripetitiva di alcuni personaggi. Questa è forse la vera cifra stilistica di Kotionis, in cui la descrizione si configura appunto come un movimento continuo tra luoghi, idee, e forme.
In Dimmi, Dove si Trova Atene (2010), Kotionis narra le trasformazioni del paesaggio urbano di Atene negli ultimi decenni. I testi raccolti in tre gruppi (teoria, retorica e progetti) compongono un frammentato panorama che non indica direzioni privilegiate. Per Kotionis Atene non si esaurisce in un'immagine unica ma impone l'esistenza di un altrove davanti a noi, quasi come fossimo dei flaneur sull’accidentato e ruvido suolo della penisola dell'Attica alla continua ricerca di qualcosa. Si tratta di un racconto frattale che impone al lettore un continuo cambiamento della distanza del punto di vista e dove l'alternanza tra interno ed esterno, grande e piccolo, distante e vicino si sussegue senza regole o interruzioni. In questo caso la geografia stessa dell'Attica, intesa come una mappa che unisce innovazione tecnologica e memoria, diventa impianto narrativo.
Addi (2008) è un libro ritmato alla velocità degli spostamenti in aereo che unisce l'esperienza onnisciente del volo e dello sguardo dall'alto al bisogno umano di stare fisicamente sulla terra. Un ritmo incalzante guida il lettore tra luoghi distanti, le cui storie sono giustapposte senza un ordine particolare. La descrizione di luoghi fisici, chiaramente espressi nel titolo di ogni capitolo, sono uniti a fotografie di altri luoghi come una sorta di viaggio della fantasia verso un altrove. La narrazione non provoca disorientamento, ma al contrario un desiderio di essere in un posto specifico, o meglio in tutti i posti. Come Hölderlin, Kotionis unisce i luoghi della memoria (o dell'attesa) ai luoghi reale.
Una terza forma di viaggio è narrata in Trans Europe Express (2010), dove sono raccontati nove viaggi attraverso la geografia dell'Europa sovrapponendo storie personali con viaggi immaginari. Ogni capitolo unisce due o tre nomi di luoghi, tra loro anche molto distanti, e che spesso sembra che non abbiano nulla a che fare l'uno con l'altro ma che sono uniti per qualche altra ragione. Kotionis costruisce una nuova mappa psicotropa della genealogia della memoria, come Ulisse che, durante il suo viaggio lungo il Mediterraneo, sovrappone le immagini di Itaca, la sua casa e la sua destinazione finale, ai luoghi che visita di volta in volta. Però, diversamente dal periplo di Ulisse che ha una direzione precisa, i viaggi di Kotionis sono costellazioni dove linee, forme e nomi generano una miriade di itinerari potenziali ed immaginari. E ancora, mentre il viaggio di Ulisse è ciclico, in Trans Europe Express ogni luogo diventa una sosta in attesa di una ri-partenza verso un'altra destinazione che può essere qualunque.

L'assemblage è una pratica artistica, come testimoniano numerosi artisti che ne hanno fatto uso, da Pablo Picasso a Damien Hirst. Nel testo Formatività (2007) Kotionis indaga più accuratamente come scrittura e processo creativo coincidano. Sin dal titolo, anche se involontariamente, Kotionis si riferisce al seminale libro di Luigi Pareyson Teoria della Formatività (1968), dove la contemplazione come esperienza estetica è sostituta dal processo di creazione come atto estetico. In questo caso si attua una radicale inversione del rapporto artista/opera, attribuendo importanza all'atto del fare capace di modellare la forma fisica.
Alla stessa maniera i racconti di Kotionis non offrono un’immagine da contemplare, ma infinite immagini in evoluzione e spesso contraddittorie. La narrazione di Kotionis, infatti, evita ogni tipo di descrizione oggettiva. Ad esempio le opere realizzate dall'architetto non sono mai spiegate nella loro interezza, ma ci si riferisce a loro solo per alcuni aspetti specifici, diventando così dei contrappunti all'interno del testo. Questa maniera di raccontare l'architettura ha come programma non la descrizione dell'opera stessa, ma il tentativo di comprendere più accuratamente i principi della ricerca che si pongono alla base del fare architettonico. In questa maniera Kotionis non si limita ad affermare che il progetto è una pratica artistica, ma che anche la stessa scrittura asserisce alla pratica del progetto.

Occorre però non confondere una semplice raccolta di testi, forma diffusissima tra in architettura, e il progetto narrativo di Kotionis. I suoi libri non i limitano a raggruppare testi scritti in un periodo specifico o a raccontare un tema particolare. Si tratta invece di utilizzare il proprio archivio personale per la costruzione di narrazioni di ampio respiro. A tal riguardo due pubblicazioni simili, e forse le opere più conosciute fuori dalla Grecia poiché tradotte in lingua inglese, aiutano a tal riguardo: L'arca (2010) e Multidomes (2011). Il primo è il catalogo del padiglione della Biennale di Venezia del 2006 curato dallo stesso Kotionis con Phoebe Giannisi. Sull'arca, che è chiaramente un riferimento alla narrazione biblica dell'Arca di Noè, sono raccolti i semi per salvarli dalla distruzione della Terra da parte dell'uomo. La cosa interessante e che riguarda specificamente il catalogo è l'esistenza di uno stretto legame tra il tema della ricerca del padiglione e la forma narrativa proposta nel libro. Si tratta infatti di un'opera collettiva che raccoglie testi di diversi autori uniti a quelli dei curatori del padiglione. E' un viaggio multi-direzionale e a molte voci nella geografia della Grecia che rivela sfasamenti spaziali e trasformazioni territoriali, così come le spore, l'essenza della vita, sono una moltitudine in continuo movimento. Il paesaggio raccontato non è compiuto, ma in trasformazione verso un futuro incerto. In questo caso il curatore del padiglione diventa il narratore di una storia condivisa perché riguarda tutti: come Omero, eredita storie e le tramanda in forma collettiva.
Multidomes invece è pubblicato in contemporanea alla mostra omonima organizzata al Museo Benaki di Atene nel 2012. I progetti presentati sono costruiti con un software ipotetico che genera un sistema abitativo che cresce, si moltiplica e si adatta al territorio come le spore, costituendo sistemi abitativi porosi, aperti ed estroversi. I progetti presentati (modelli realizzati con blocchetti di legno) sono costruiti come un assemblage di unità elementari (la cellula abitativa) e tra questi elementi non esiste null'altro che lo spazio, ovvero lo spazio collettivo e condiviso. Multidomes è un altro esempio in cui i contenuti progettuali e la struttura narrativa sembrano coincidere. Non si tratta di una semplice raccolta di testi, piuttosto sembra la narrazione di una collettività. Il libro si apre con una conversazione tra l'autore, Elia Zenghelis, Alexandros Kioupkiolis e Yorgos Tzirtzilakis, e si sviluppa in un'alternanza tra testi e progetti, la cui sequenza evita di imporre gerarchie, ma pone testo e progetto sullo stesso livello. Non sembra azzardato parlare di una struttura a lattice, che in matematica indica una struttura isotropa di punti senza gerarchie, riproposta nella disciplina dell'architettura da Christopher Alexander (1965) e in seguito da Deleuze e Guattari (1997).
Questi due testi hanno un obiettivo narrativo comune: raccontare la storia delle singolarità parallelamente a quella della moltitudine, con esplicito riferimento la lavoro di Tony Negri e Michael Hardt Impero. Le singolarità sono le storie personali, l'atto dell'abitare, l'adattamento del contadino al mondo del virtuale tramite il laptop, e si sovrappongono alle epopee che sono narrazioni collettive, come il rischio del disastro ecologico, la trasformazione del mondo, i processi di urbanizzazione, l'alterazione del paesaggio. Kotionis racconta così tra due aspetti della Grecia contemporanea tra loro in antitesi: da una parte la narrazione epica della collettività che pervade l'opera del defunto regista Theo Angelopoulos e che si sviluppa con l'uso di lunghi piani sequenza che abbracciano il paesaggio e chi lo abita, e dall'altra la crisi della famiglia borghese descritta dai registi Yiannis Economides e Yiorgos Lantimos, in cui l'intera storia si svolge all'interno dell'ambiente domestico dell'appartamento della famiglia. Kotionis non abbandona la narrazione epica di Angelopoulos ma la ripensa come espressione di una moltitudine in cui il singolo evento mette in discussione ogni narrazione predominante e consolidata.
La sovrapposizione delle narrazioni di Angelopoulos e Economides definisce una specifica forma geografica del testo, in quanto unisce l'individuo e il suo peregrinare sulla superficie terrestre a immagini di paesaggi di gran respiro. Nel 1968 i fratelli Charles e Ray Eames dirigono il film Powers of Ten, nel quale scene di vita quotidiana - una coppia che fa un picnic su un prato - è il punto d'incontro tra lo sguardo onnicomprensivo del satellite e l'esplorazione del corpo come organismo tramite il microscopio. A ogni zoom out per mezzo della potentissima lente del satellite NASA i corpi sono posizionati all'interno di un vastissimo scenario del quale vengono completamente assorbiti. Nella direzione opposta, il microscopio esplora le cellule umane, analizzando e rivelando la sostanza di cui l'uomo è fatto. Questo rapido cambio di scala attraverso l'utilizzo della macchina unisce l'interno con l'esterno, e la vita biologica dell'individuo alla Terra, in un costante divenire.
Il testo come assemblage assomiglia ad una serie di frames di questo video che, smontati e rimontati, sono in grado di far sovrapporre lo sguardo dell'uomo a quello meccanico del satellite. Kotionis così rimescola le carte, abbandona lo zoom come processo lineare e mette insieme frames disparati come residui della società dell'informazione tecnologica, unendo l'obiettività del digitale alla soggettività dell'uomo sotto forma di creazione artistica.

Il testo di architettura per Kotionis non è un saggio, perché non pretende di stabilire codici, tantomeno si tratta di una presentazione del proprio lavoro. Al contrario esiste una coincidenza tra forma narrativa e contenuti che sono alla base del progetto. L'assemblage, utilizzato da Kotionis come metodo di fare arte e architettura, è applicato anche alla narrazione che acquista dunque una duplice valenza: da una parte il dispiegarsi del racconto attraverso luoghi, immagini, fantasie e personaggi, e dall'altra la sperimentazione del progetto come sforzo intellettuale. Il testo è liberato dal complesso di subalternità alla produzione architettonica e acquista una propria autonomia. Il testo diventa così un effettivo strumento del fare progettuale, e dunque indispensabile.

Note

1 Kotionis si riferisce sia al villaggio turistico, tema investigato nel progetto Amphibia. Colony in the Esta-sea presentato alla XIII Biennale di Architettura di Venezia per il padiglione curato da Ianni Aesopos Tourism Landscape: Remaking Greece, sia al campo come luogo della negazione e del controllo dell'individuo, riferendosi all'opera di Giorgo Agamben Homo Sacer. Il Potere sovrano e la Nuda Vita.

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