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Architettura e narrativa. Il dialogo del tempo, dello spazio e dell’uomo

Anna Conzatti



Lo storytelling appare talvolta come un cinico e trendy epiteto per descrivere l’abilità di raccontare storie tipiche del digital marketing. È una strategia che ha come scopo principale la persuasione dell’utente, tramite le connessioni emotive volte a coinvolgere il pubblico con il quale si desidera intrecciare un legame. Eppure si tratta semplicemente di una pratica che è sempre esistita, tanto da potersi definire una forma archetipa, tramite la quale, l’esperienza umana si esplica e si carica di significato. La narrazione, dapprima orale e solo successivamente scritta, è una delle pratiche più antiche e radicate di cui la società dispone. In tutte le popolazioni è infatti rintracciabile un’arte orale, tanto da poter affermare che la volontà di raccontare storie sia innata nell’uomo. Tale arte ben presto viene sottomessa in favore della parola scritta, governata e guidata da regole non solo grammaticali e lessicali, ma strutturalmente determinata dalle convenzioni del tempo, dal contesto storico e culturale che la produce e non da ultimo dal pubblico a cui si rivolge. 

La narrazione è guidata dalla metrica, dal lessico e dalla logica, lo spazio  è governato dalla materia, dalle relazioni e dalle proporzioni. Due ambiti distanti, quello architettonico e quello del racconto verbale, che apparentemente si mantengono distanti e autonomi. Materica e percettibile nonché costruttrice di spazi l’una, metaforico e impalpabile l’altro. Così come il racconto vive nelle parole del narratore, lo stesso non si può dire dell’architettura, poiché dove finisce il lavoro dell’architetto comincia quello degli utenti all’interno dello spazio architettonico e le parole si smarriscono tra i passi, tra i movimenti, nelle interpretazioni e attraverso gli sguardi di chi quell’architettura la vive e la cambia. Eppure anch’essa è racconto. L’architettura è pesante, limitata nello spazio, il racconto è come aria, la sua presenza è nella mente di chi ascolta o legge e tale peculiarità fa si che esso sia uno ed infiniti racconti, in base all’interpretazione che ogni soggetto ne da. L’architettura ha il tempo della scoperta, della messa a fuoco, dell’attimo appena prima e dell’attimo appena dopo, il racconto vive nella linearità della successione degli eventi. Ma proprio in quest’ultima dissonanza, quella che riguarda l’uso e la rappresentazione del tempo, ecco che lo storytelling può avvicinarsi a quell’arche, anch’esso archetipo dunque, che si completa con il tecton.

Nella contemporaneità la comunicazione del racconto è cambiata. La parola, sia essa scritta o orale, viene consumata in fretta, e mai come ora diventa incipiente comprendere la lezione Show don’t tell. Un monito valido anche per gli architetti. Mostrate, prima ancora di raccontare, «non dirmi che la luna splende, mostra il riflesso della sua luce sul vetro infranto»[1] ci dice Cechov. Per l’architettura il compito non parrebbe difficile, visiva e materica qual’è, eppure anch’essa spesso si rivolge a una narrazione diversa da quella che esprime la sua struttura, i suoi spazi e i suoi colori.

Lo storytelling è parte della nostra comunicazione e allo stesso modo lo è l’architettura, se si considera la comunicazione come linguaggio. Lo stesso Walter Benjamin spiega come ogni cosa sia una forma di comunicazione, un dipinto, un oggetto, qualsiasi prodotto umano è un’espressione di una particolare forma di linguaggio e la narrazione è una fra queste innumerevoli forme[2].

L’agire umano è il contenuto di questa comunicazione, simile nella trama di un racconto e agli spazi di un edificio. La condizione umana, è materia dell’architetto e tramite il racconto è costantemente esplorata e portata ai suoi estremi confini per rispondere alle grandi domande sull’essenza dell’esistenza.


Il castello e il labirinto: architettura come metafora

Non è un caso che nel processo linguistico espressivo, nelle metafore per indicare lo smarrimento dell’uomo dinanzi alla complessità della proprio essere, si ricorra spesso alla forma architettonica del labirinto[3]. Figura emblematica e rappresentativa della contemporaneità, nei Castelli di Atlante[4] in Ariosto (1532) è la trappola che irretisce, moltiplicando le illusioni, mentre Per Calvino (1962) è necessario entrare nel labirinto, come sfida[5] per l’uomo, il quale deve dimostrarsi all’altezza della complessità del caos e della complessità contemporanea. Lo scrittore ligure fa propria questa figura, richiamando una forma tanto cara a Jorge Luis Borges (1941), che ce ne da una rappresentazione tramite la biblioteca labirintica. Qui si vede ciò che esiste, ma anche ciò che non esiste, in una molteplicità di forme e contenuti che amplificano e riproducono la realtà. Questa architettura è il luogo in cui si muove l’uomo contemporaneo: nel dramma dei suoi pensieri rivolti alla constatazione della precarietà di ogni azione, nella vanità di ogni decisione e la fragilità della vita ma soprattutto nell’ impossibilità di liberarsi da tale stato. La biblioteca, infatti, non dispone di vie d’uscita.

Ma è con Joyce (1922) che la metafora architettonica del labirinto si fa racconto e così nell’Ulisse si compie l’abbandono delle tradizionali strutture narrative, raggiungendo l’estremo della forma narrativa attraverso l’utilizzo del flusso di coscienza, pericoloso e immediato, atemporale nella sua autenticità. 

L’architettura dunque diventa dapprima immagine del racconto per poi trasmutare nel racconto stesso, un racconto che si compie in una propria dimensione del tempo che, come il labirinto, ne nasconde altre, in un’infinitezza di possibilità.


Linearità e spazialità: il tempo come paradigma della parola e dello spazio

Si pensa spesso che la lettura di un edificio sia simile a quella dei fotogrammi di un film: un’attenta costruzione dei punti di vista e degli eventi, attraverso la manipolazione dell’esperienza spaziale.

Quello dell’architettura pare dunque essere un tempo diverso rispetto a quello lineare della narrativa, eppure se si pone l’attenzione non sul contenuto, ma sulla punteggiatura, anche la narrazione è un complesso di pause, di attimi, di fermate e di ricapitolazioni che lo stesso utente sperimenta nel vivere un edificio. 

Architettura e storytelling affrontano la medesima dicotomia: il tempo dell’autore/architetto è il tempo dell’ascoltatore/utente. Spesso la manipolazione spaziale dell’architettura rischia di sacrificare l’interpretazione individuale dell’uomo, anche se l’architetto non dispone del completo controllo sulla sua opera. La timeline degli eventi può essere rappresentata dall’esperienza degli utenti, tramite la serie degli eventi che accadono dentro lo spazio ed è questo che decreta non solo l’immortalità della storia, ma anche dell’architettura. L’esperienza spaziale non si riferisce alla linearità temporale, ma alla contemporaneità ed in questo senso John Hejduk (1985) è abile nel comprendere la capacità dell’architettura nel raccontare la storia senza aggrapparsi alla linearità dello spazio, ma raccontando la simultaneità. Il suo Mask of medusa è un continuo e incipiente emergere di storie che si perpetuano e si riconfigurano l’un l’altra, in una sovrapposizione di altre storie che ne generano una nuova. Elementi scollegati e ambigui, diventano le carte di un racconto che è una città e come tale essa è una storia fatta di tante altre storie che si sviluppano al di fuori della tradizionale sequenza narrativa.

L’edificio architettonico potrebbe dirsi temporale, vivendo una sorta di dicotomia fra il tempo storico e il susseguirsi di eventi che lo caratterizzano, ma il tempo non scorre in una sola direzione e nel grafico dell’esistenza umana il futuro si compie simultaneamente al passato. Si tratta di una sorta di contesto quantico, quel relativo a, ovvero relativo a colui che l’architettura la osserva e la muta: il fruitore. Maurizio Cinà chiarisce tale concetto, definendo appunto lo spazio in cui opera lo storico dell’architettura proprio un contesto quantico. La scomposizione del tempo in giorni, mesi o anni del prodotto architettonico è multidimensionale e si smarrisce, poiché ciò che conta è lo spazio, esprimibile nella molteplicità delle forme che l'architettura genera grazie anche a chi questo spazio lo esperisce e lo percepisce[6]. Dunque per comprendere il legame stretto che intercorre fra narrazione ed esperienza architettonica, non è sufficiente fare appello alla successione dei fatti ma è necessario rivolgersi anche all’interpretazione del soggetto osservante che vive lo spazio.


Interpretazione: the secret lives of buildings

Così come per un racconto è essenziale il ruolo dell’ascoltatore o del lettore, allo stesso modo in architettura è importante la presenza del fruitore, sebbene spesso la sua figura venga messa in secondo piano rispetto a quella dell’architetto e della sua mano. La storia di un’architettura è perennemente manipolata a tal punto che sovente il suo significato iniziale può risultare nel tempo completamente ribaltato. Subisce dunque un’evoluzione è essenziale per la sua stessa sopravvivenza e la sua permanenza nel tempo. Il compositore della storia non è dunque libero come sembra, nella scelta delle informazioni che vengono date di un edificio, in quanto esse possono modificare e influenzare la percezione dello spazio. 

L’edificio racconta le vite degli uomini, ma un po’ anche quella dell’architetto. L’architettura è l’espressione dell’esistenza, esprime il tempo in cui è prodotta e racconta la sua storia assieme a quella dei suoi occupanti, stimolando la mente e la sensibilità dei suoi fruitori, al pari di una narrazione. Ed è proprio in virtù di tale narrazione che si compie il congiungimento tra il mondo al di fuori della nostra mente e quello all’interno delle menti degli altri. Lo storytelling diventa dunque un’abilità nel campo dell’architettura, volta all’arricchimento dello spazio senza ricorrere necessariamente alla manipolazione dell’utente. Essa riguarda l’architettura e al contempo l’architettura fa proprie le tecniche narrative per mettere a fuoco ogni scena e coinvolgere l’utente, in una narrazione che non riguarda la singola interpretazione, ma crea pensieri e spazi che si adattano a ogni esperienza e alle più svariate comprensioni. In questo modo è proprio l’architettura a raccontare una, tante storie più chiare e più autentiche, emozionando l’utente, facendogli vivere un’esperienza spirituale che lo arricchisce. Così come la connessione psicologica degli eventi non è forzata al lettore allo stesso modo un’architettura viene in ultima istanza da lui interpretata nel modo in cui esso la comprende, e così si genera quella molteplicità che rende l’edificio e il racconto perpetui nel tempo dove l’uomo può giungere o quantomeno avvicinarsi a quell’ordine[7] che è la comprensione del mondo; attraverso la dissoluzione del caos, accettando però la complessità del reale. Una complessità resa tale proprio dalla molteplicità di racconti e narrazioni, in un labirinto in cui il soggetto non deve perdersi. Poiché, come ci bisbiglia Muriel Rukeyser[8], l’universo stesso ci parla, tutto ciò che p in esso è racconto, una molteplicità di parole e discorsi che si scontrano come atomi, producendo il meraviglioso esistente.

Note



[1] Anton Cechov; frase parafrasata da una lettera che lo scrittore e medico russo scrisse al fratello nel 1886, spiegando le sue ambizioni letterarie.

[2] Lingua significa, in questo contesto, il principio rivolto alla comunicazione di contenuti spirituali negli oggetti in questione: nella tecnica, nell’arte, nella giustizia o nella religione. In breve, ogni comunicazione di contenuti spirituali è linguaggio, dove la comunicazione mediante la parola è solo un caso particolare, quello del linguaggio umano e di quello che è alla base di esso o fondato su di esso. Benjamin Walter, a cura di R. Solmi (2014) – Angelus Novus. Saggi e frammenti, Einaudi; Torino.

[3] Nel labirinto non ci si perde - Nel labirinto ci si trova - Nel labirinto non si incontra il Minotauro - Nel labirinto si incontra se stessi. Tratto da Kern Hermann (1981) – Labirinti. Forme e interpretazioni. 5000 anni di presenza di un archetipo. Manuale e filo conduttore, Feltrinelli, Milano.

[4] Ariosto Ludovico (2012) – Orlando furioso, BUR editore, Milano.

[5] Calvino Italo (1962) – La sfida del labirinto (saggio pubblicato su Il Menabò n.5), Torino.

[6] é un contesto quantico, che descrive l’eterno presente delle forme. Cinà Maurizio (2017) v Architettura Quantica. La lettura dell’evento architettonica in ottica quantistica, Anima edizioni, Milano.

[7] un ordine mentale abbastanza solido per contenere il disordine. Calvino Italo (1962) v La sfida del labirinto (saggio pubblicato su Il Menabò n.5), Torino.

[8] l’universo è fatto di storie, non di atomi. Rukeyser Muriel (1968) – Speed of Darkness, Random House, New York.



Bibliografia

ARIOSTO L. (2012) – Orlando Furioso, BUR editore, Milano.
BENJAMIN W. (2014) – Angelus novus. Saggi e frammenti. Einaudi, Torino.
BENJAMIN W. (1969) – “The Storyteller”. Illuminations: essais and reflections,  Schochken books, New York.
BORGES J.L. (2017) – The library of Babel and Other Stories, Lulu pr, Raleigh (US).
CALVINO I. (1962)  – La sfida del labirinto in Il Menabò n.5, Torino.
CINÀ M. (2017) – Architettura Quantica. La lettura dell’evento architettonica in ottica quantistica, Anima edizioni, Milano.
HEJDUK J. (1985) – Mask of medusa, Rizzoli, Milano.
KERN H. (1981) – Labirinti. Forme e interpretazioni. 5000 anni di presenza di un archetipo. Manuale e filo conduttore, Feltrinelli, Milano.
PSARRA S. (2009) –  Architecture and Narrative: The Formation of Space and Cultural Meaning, Routledge, New York.
RUKEYSER M. (1968) – Speed of Darkness, Random House, New York.
TSCHUMI B. (1996) – Architecture and Disjunction, Mass: MIT Press, Cambridge.

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