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Narrazioni e autobiografie architettoniche. La Scarzuola di Tomaso Buzzi.

Gregorio Froio



Introduzione
Ciò che lega la narrazione alla scrittura (letteraria, artistica, architettonica, ecc.,), il rapporto, in particolare, fra la prima e l'architettura è stato variamente indagato e discusso da vari autori.
Roland Barthes ha indagato lo stretto rapporto fra romanzo e storia. Il legame che li accomuna, per entrambi, implica «la costruzione di un universo autarchico, capace di fabbricarsi le proprie dimensioni e i propri limiti, e disporvi il proprio Tempo, Spazio, popolazione, la propria collezione di oggetti e i propri miti»[1] Ovviamente il legame sotteso è la definizione di un mondo letterario basato sull'individuazione di un linguaggio o (a un livello più profondo e personale) di una scrittura.
Che cos'è allora questa scrittura che è alla base di ogni forma narrativa, di ogni narrazione?
Al di là dello stile e della lingua, in quanto oggetti (le cose del fare letterario), la scrittura, in quanto funzione, è definita come «il rapporto tra creazione e la società, è il linguaggio letterario trasformato dalla sua destinazione sociale, è la forma colta nella sua intenzione umana e legata così alle grandi crisi della storia» (Barthes 1953). In questa finalità sociale risiede la sua natura intrinseca di compromesso: fra scelta  (libertà) e tradizione (ricordo).
La scrittura come processo narrativo porta in sé una componente di temporalità: un processo che si dispiega tramite tempi, sequenze, ritmi, pause.
Racconto, tempo, memoria: la circolarità fra le prime due diviene inscindibile secondo Paul Ricoeur. In Tempo e racconto (1983) egli distingue tre fasi: nella prefigurazione il racconto necessita di un'azione e di un mondo (simbolico e temporale) entro cui svolgersi; nella seconda fase, di configurazione, più propriamente compositiva, si intrecciano contenuti sedimentati (norme e forme tramandate) e innovazione; in ultimo, nella rifigurazione, il racconto si offre come strumento di decifrazione e di interpretazione del mondo (Rocca, 2008).
In un altro testo dal titolo Architettura e narratività, Ricoeur riduce progressivamente la distanza che intercorre fra il racconto (il linguaggio dei segni parlati e scritti) e l'architettura (il linguaggio dei materiali, delle forme del costruire) proponendo la distinzione fra il tempo raccontato e lo spazio costruito. In questo raccordo fra spazialità del racconto e temporalità del progetto architettonico il fare narrativo implica la creazione di un nuovo, l'inedito. In tal senso «ogni composizione narrativa dà vita a una storia che possiamo definire fittizia in senso lato, e che include anche il racconto storico nella misura in cui si tratta di una composizione verbale distinta dagli avvenimenti effettivamente accaduti, una story distinta dalla history reale[2]. La categoria dell'intreccio implica un'operazione riflessiva in cui il tempo interviene due volte, come tempo del racconto e tempo del raccontare. In analogia, nella configurazione dello spazio architettonico l'atto del costruire include la dimensione temporale. Il nuovo edificio diviene memoria pietrificata della costruzione: il tempo incorporato nello spazio. I segni inscritti - nel senso di iscrizione - portano all'interno dello spazio l'atto del racconto assicurandone la durata: allo stesso modo la durezza del materiale conferisce durata al costruito.
Il carattere di testualità insito nella materia di un singolo edificio si trasferisce in rapporto alla città in termini di sedimentazione dello spazio letterario: «come il racconto ha il suo equivalente nell'edificio, il fenomeno di intertestualità corrisponde in tal senso all'insieme di edifici esistenti che contestualizzano la nuova costruzione. (...). Si tratta della storicità dell'atto stesso di inscrivere un nuovo edificio in uno spazio già costruito che coincide largamente con il meccanismo di nascita della città» (Ricoeur 1996) [3].

Narrazioni autobiografiche
Il concetto di narrazione in architettura si inscrive in una serie di riflessioni teoriche ampiamente dibattute nel corso degli scorsi decenni, in un denso rimando tematico fra letteratura, arte, cinema, architettura, urbanistica. Occorre nel nostro caso distinguere fra analisi e narrazioni propriamente dette. Mentre le prime si contraddistinguono per un carattere scientifico, per un utilizzo di modelli basati sulla descrizione e analisi di dati ecc., le narrazioni architettoniche (e più propriamente quelle urbane) hanno un carattere immaginifico che li riporta sulla sfera del racconto. In tale senso esse implicano «un’operazione collettiva prolungata nel tempo che ha come obbiettivo, non consapevole ma indiretto, ancorché perseguito con coerenza, la creazione di un vero e proprio epos» (Purini 2007) [4].
Se ciò è vero in rapporto principalmente alla città possiamo trasferire questo discorso ad architetture singole il cui carattere peculiare trasferisce la dimensione narrativa in una sfera autoriflessiva e personale.
Abbiamo parlato, in un altro scritto, di Villa Adriana e del suo essere, come taluni hanno messo in evidenza, una narrazione di ricordi (Semerani 1991) come anche una collezione di memorie dell'imperatore Adriano (Ungers 1979). La struttura compositiva, dal tracciato aperto e non finito (Malfona 2012), la disposizione a padiglioni dei singoli edifici che la compongono, paratattica secondo alcuni autori (MacDonald e Pinto 1997), ipotattica secondo altri (Caliari 2013), definiscono i tratti narrativi di un exemplum storico la cui potenza evocatrice stupisce ancora oggi, in un moltiplicarsi di nessi interpretativi e rimandi ad altre architetture di ogni epoca.
Un esempio di architettura narrativa ci viene fornito dalla residenza personale di Tomaso Buzzi, la Scarzuola. Buzzi la costruisce dalla fine degli anni cinquanta fino alla morte (avventa nel 1981) incorporando le preesistenze storiche in un progetto unitario[5]. A ben vedere per il modo di operare (proprio dell'architetto milanese) restano poche e schematiche planimetrie dell'impianto d'insieme. Da queste e altre ricostruzioni è possibile individuare una trama di temi architettonici e letterari, simbolici e religiosi che il tempo e la mano dell'architetto hanno tenuto insieme[6].
Ma in cosa si esplica effettivamente il carattere narrativo di questa opera? Racconto. La Scarzuola racconta una storia, quella del suo autore, delle sue impressioni personali e di una visione del mondo: è una collezione di ricordi, di echi, suggestioni. Ma è anche racconto nel racconto dei suoi scritti, delle memorie di diario. Vi è un rimando continuo fra costruzione e descrizione e viceversa. Un memoriale autobiografico, in forma di museo in plein air:

Ho raccontato sere fa, in società, delle mie costruzioni nel giardino alla Scarzuola, paragonandomi, per celia, all’emigrante che, ritornato in patria, si costruisce, secondo dei paesi stranieri in cui ha soggiornato e i gusti dei tempi, lo chalet svizzero, l’isba russa, la pagoda cinese o il padiglione arabo o il giardinetto giapponese; o all’estremo opposto, al modo con cui l’imperatore Adriano, nella villa di Tivoli, ha riunito, in un solo luogo la valle di Tempe, il canopeo, ecc. ecc., in costruzioni che gli ricordavano i paesi dove aveva soggiornato e che gli erano cari: a metà distanza potrei porre quegli ambasciatori che hanno riunito nelle loro case porcellane e icone russe, bronzi e lacchè cinesi, stampe giapponesi, sculture maya e messicane o peruviane, totem africani[7].

Teatro.La Scarzuola può essere davvero letta come una opera testuale: i riferimenti letterari sono in alcuni casi evidenti se non addirittura espliciti. Pensiamo al riferimento costante all'Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna l'oscuro e misterioso testo di età umanista che Buzzi ha attentamente studiato attingendo sia alla complessa simbologia delle illustrazioni che alla trama misteriosa e iniziatica[8]. Ma è anche e soprattutto un'opera teatrale, che mette in scena le visioni e i sogni e le ossessioni del suo autore narratore[9]. Una fantasia pietrificata, come è stata definita [10], in cui la materia e di conseguenza i materiali usati diventano espressione del tempo che scorre.
Il Tempo. La dimensione temporale è un'altra delle chiavi di lettura di questa architettura: tale nesso diventa evidente nelle citazioni di altre architetture (nelle miniaturizzazioni di stampo archeologico) e nell'idea di non finito, ma anche, e in maniera più propriamente compositiva, nella sequenza di spazi concatenati fra loro: la sequenza delle porte, varchi metafisici assorti in una luce dechirichiana; il dettaglio delle scale in tufo che salgono accanto al teatrum mundi; il valore evocativo della colonna, riproposto nell'atrio della Torre di Babele o come architettura ruderizzata, citazione colta del giardino del Desert de Retz; lo spazio compresso e adrianeo del Ninfeo; la sensualità della figura femminile inserita come quinta e come portale; i piccoli padiglioni che presidiano gli angoli del giardino quali custodi di apparizioni silenziose. E ancora: il Teatrum Mundi con il Teatro dell'Arnia, La camera dell'Occhio e l'Acropoli; il Ninfeo di Diana e Atteone nella parte sottostante la scena centrale; il Teatro acquatico o delle Naumachie; il Tempio di Apollo con il cipresso sacro; la Torre di babele; il Teatro dell'Infinito, del Non finito e del Corpo umano. In questa sedimentazione fitta di temi e di Nomi si costruisce un intreccio narrativo con i sui ritmi, pause, percorsi, punti di sosta e di arrivo.[11]
Dimensione fiabesca.Legata all'idea di tempo, nel senso di un essere al di fuori di esso e della storia (e dunque in una dimensione antistorica) quella della fiaba lega insieme, in una sorta di giardino incantato, i temi sopra esposti. Il contenitore-contenuto rivela la trama nascosta: quella del Narratore Poliphilo/Buzzi alla ricerca della sua Bella (Polia/Saggezza) diventa ricerca del come l'architettura comunica se stessa. In questa forma di autonarrazione i contenuti si autogenerano dall'interno in una incessante proliferazione semantica[12].

L'occhio dell’architetto (e del suo sguardo sul mondo) diventa infine esso stesso una forma di narrazione, sequenza seriale che riprende le forme e i suoi materiali con fare sapiente. Protagonista di questa indagine resta, in ultimo, l'idea del Tempo, un tempo assorto, meditativo che l'architettura (e i suoi materiali) incorpora in se quale elemento segreto, carico di mistero.



Note

[1] Barthes R. (1982), Il grado zero della scrittura, Einaudi, Torino, p.23.
[2] Ricoeur P. Architettura e narratività, in: Rocca E. (2008), Estetica e architettura,  Il  Mulino, Bologna, p.241.
[3] Una seconda tesi, in antitesi con quella di Ricoeur, è quella indagata da Jean-François Lyotard: la frattura e la crisi del racconto nella modernità si riflette in un "indebolimento" della narratività post-moderna e di un ripensamento in chiave escatologica del progetto architettonico (Riva 2017).
[4] La sfera narrativa ha un forte legame dunque con la rappresentazione immaginifica della città e il racconto tramite immagini: queste ultime trasferiscono istantaneamente le sfere dei desideri collettivi di un popolo. La città come testo o ipertesto ha ispirato potentemente la narrativa novecentesca: le descrizioni urbane in Manhattan Transfer di John Dos Passos, quelle di Jack Kerouac in On the road, Cosmopolis di Don de Lillo.
[5] La Scarzuola si trova in Umbria e più precisamente a Montegabbione (in provincia di Terni) nel luogo in cui, secondo la tradizione, san Francesco pose le basi di un piccolo convento e una chiesa. Il nome sembra derivare dalla parola 'scarza' una pianta acquatica locale con la quale il santo si costruì una piccola capanna presso il giardino del convento.
[6] Cfr. Cazzato, V., Fagiolo M. e Giusti M.A., (2002). Atlante delle grotte e dei ninfei in Italia, Italia Settentrionale, Umbria e Marche, Electa, Milano.
[7] Tomaso Buzzi, Lettere pensieri appunti 1937-1979, a cura di Enrico Fenzi, Silvana Editoriale, Milano 2000, p.60-61 (12/1/1967).
[8] Cfr. Francesco Colonna, Hypnerotomachia Poliphili, edizione anastatica a cura di Ariani M. e Gabriele M. (1998). 2 voll., Adelfi, Milano.
[9] «Perchè ho scelto l'architettura teatrale, moltiplicando i teatri (esterni e interni)? Per una mia vocazione teatrale che non è stata mai sviluppata per la nequizia dei tempi (...). E poi perché era il vero modo, l'unico legittimo in architettura, per ispirarsi, riprendere, riecheggiare forme del passato, modi di espressione, uso di materiali, manierismi ecc., senza cadere nel pericolo delle ricostruzioni: per dar libertà alla fantasia (anche surrealistica: ma non quella nella pittura e nella scultura), ma solidificandola, pietrificandola». Ivi, p.63.
[10] Bisi L. (1986) , “Tomaso Buzzi: sogni di pietra”. Eupalino, II, 6, pp.49-55.
[11] Sull'argomento vedi: Cassani A. (2004), “L'autobiografia in pietra di Tomaso Buzzi”. Casabella, 723 (maggio-giugno), pp.62-87 ma anche: Mantovani S. (2004), “La Scarzuola, ovvero opera Classica, medievale, manieristica, e anche, perché no, decadente”. Quaderni della Rivista Ricerche per la progettazione del paesaggio. n 1, vol.3 (settembre-dicembre), pp.61-71.
[12]La Scarzuola è stata negli anni variamente interpretata. Secondo alcuni critici si tratta di un'opera neo-manierista e un raffinato capriccio kitsch (Bisi 1983), una allegoria escatologica (Alighieri e Moncagatta 1997, p.156), secondo altri esoterica (Fenzi 2000) e piranesiana (Purini 2008).




Bibliografia

BISI L. (1986) – “Tomaso Buzzi: sogni di pietra”. Eupalino, II, 6 
BARTHES R. (1953) – Le degré zéro de l’écriture suivi de Nouveaux essais critiques, Éditions du Seuil.
BARTHES R. (1977) – Fragments d' un discours amorureux, Éditions du Seuil.
CASSANI A. (2004) – “L'autobiografia in pietra di Tomaso Buzzi”. Casabella, 723 (maggio).
CASSANI A. (2008) – Tomaso Buzzi. Il principe degli architetti. 1900-1980, Electa, Milano.
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LYOTARD J.-F. (1979) – La condition postmoderne, Les Edition de Minuit, Paris
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NERI G. e ZOFFOLI P. (1992) – L’architettura dell’immateriale, Clear, Roma.
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PURINI F. (1992) – Dal Progetto. Scritti teorici di Franco Purini, Kappa, Roma.
PURINI F. (2008) – Attualità di Giovanni Battista Piranesi, Librìa, Melfi.
ROCCA E. (2008) – Estetica e architettura, Il Mulino, Bologna. 
SEMERANI L. (1991) – Passaggio a nord-est, Electa, Milano.
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VATTIMO G. (2002) – Tecnica ed esistenza. Una mappa filosofica del Novecento, Mondadori, Milano.

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