Scelsi

Luigi Vietti e la scena architettonica ligure degli anni Trenta

Valter Scelsi




Luigi Vietti si iscrive all’ordine degli architetti di Genova nel 1929, un anno dopo la sua laurea romana. Nel capoluogo ligure sarà chiamato a dirigere l’Ufficio distaccato della Soprintendenza di Torino1 per i monumenti della Liguria, in un ruolo che lo vedrà impegnato dal 1931 al 1933. È un’epoca di trasformazioni che investono la città, primo porto d’Italia e vertice dell’area nazionale di massima industrializzazione, a partire dall’invenzione amministrativa della Grande Genova, la metropoli nata2 dall’unione del centro con le delegazioni, i diciannove comuni minori limitrofi.
Tra la fine del terzo e l’inizio del quarto decennio del Novecento, consistenti opere interessano il porto di Genova nel quadro del potenziamento delle rotte oceaniche e in attesa del varo del transatlantico Rex, che avverrà nei Cantieri Navali Ansaldo di Sestri Ponente il primo agosto 1931. La parte del Molo Vecchio che strozza l’ingresso dell’approdo a levante viene eliminata, e con essa il faro del Mandraccio, erede ottocentesco della Torre Dei Greci, contraltare medioevale della Lanterna. Per garantire l’accosto alla gigantesca motonave viene decisa dal Consorzio Autonomo del Porto3 la costruzione, all’immediato ponente dello scalo di Ponte dei Mille da poco ultimato, della nuova stazione di ponte Andrea Doria. Il progetto, preliminarmente delineato nelle sue parti essenziali dall’ufficio tecnico del Consorzio condotto dall’ingegner Ariberto Albertazzi, viene sottoposto alla revisione e al perfezionamento di Vietti, che si assume anche il compito di produrre un’architettura dichiaratamente moderna, profondamente diversa dalle forme storiciste della stazione vicina, che pure era stata inaugurata solo nel 1930. Il risultato, forte anche della potenza evocativa della funzione di nuova porta per le Americhe che il luogo assume, pone Vietti all’attenzione della stampa nazionale. Tra le penne che descrivono il progetto, quella di Ugo Nebbia, il critico e conservatore che sostituirà nel ‘33 Vietti nel ruolo di direttore dell’Ufficio distaccato della Soprintendenza. Nebbia descrive la stazione di ponte Andrea Doria4 partendo dalla testimonianza di un episodio: per i congressisti del IV Congrès International d’Architecture Moderne riuniti nel viaggio da Marsiglia ad Atene e ritorno sul piroscafo greco Patris II5 e di passaggio a Genova, l’edificio della nuova stazione marittima è l’unico, tra quelli appena completati nella zona portuale, che sembri affermare senza equivoco principi di modernità.
Del resto lo sviluppo di Genova risulta uno degli argomenti di studio e di interesse per i congressisti del IV CIAM. Pochi giorni prima della partenza da Marsiglia, Vietti aveva rinunciato alla propria partecipazione, ma aveva predisposto il materiale, poi presentato da Pollini, adatto a descrivere la situazione urbanistica genovese6. In questo scenario, le relazioni che intercorrono tra le figure di Nebbia, perugino con formazione milanese, e di Vietti, lombardo con studi romani, sono una prova della capacità di Genova di farsi, al di là di una chiusura localistica pur costantemente lamentata dai suoi attori, luogo di innesco di notevoli intrecci culturali. Conservatore per impegno e critico per attitudine, provenendo a Genova da Milano, Nebbia riconosce e valorizza la scena artistica ligure, rendendosi, negli anni dei suoi incarichi pubblici presso la Soprintendenza, interlocutore necessario per gli architetti del moderno. Calma argentea, il ritratto dell’artista Alma Fedora7, poi moglie di Ugo Nebbia8, dipinto nel 1922 da Domenico Guerello sembra restituirci i colori dell’atmosfera del tempo. “L’aria è rosa”, nella tela come nei versi genovesi di Dino Campana9. Rosa, lo stesso colore che comparirà, in due diverse gradazioni, nelle losanghe dipinte sul muro della villa che Ugo Nebbia si costruirà nel 1939, su progetto di Vietti, lungo la via Aurelia e affacciata al golfo Paradiso, in località Mulinetti, a levante di Genova. 
Nell’estate del ‘33, la stessa del IV CIAM, si tiene la V Triennale Internazionale delle Arti Decorative e Industriali Moderne, la prima ospitata a Milano. La protagonista dell’esposizione è l’architettura: nel Parco Sempione vengono realizzate quaranta costruzioni temporanee di carattere sperimentale per la Mostra dell’abitazione. Il Gruppo ligure coordinato da Luigi Vietti e Luigi Carlo Daneri, presenta l’Abitazione tipica a struttura d’acciaio. Con Vietti e Daneri sono Alfredo Fineschi (Siena 1905 - Genova 1993), Renato Haupt (Genova 1901 - 1941), Giacomo Carlo Nicoli (Milano 1886 - ?), Robaldo Morozzo della Rocca (Torino 1904 – Genova 1993), Luigi Carlo Daneri (Borgo Fornari 1900 – Genova 1972),  Giuseppe Crosa di Vergagni (Belluno, 1886 – Genova 1968), Giulio Zappa.
Per questa generazione di architetti l’espansione della città di Genova, in particolare quella che si sviluppa a levante a partire dalla foce del torrente Bisagno, costituisce un’occasione di prova. La ricerca storiografica condotta a partire dagli anni ‘70 ha sottolineato come e quanto l’azione dei singoli progettisti abbia contribuito a generare in quest’area di nuova espansione urbana un vero parco del moderno. Ampia per varietà di firme e di programmi funzionali, l’architettura prodotta negli anni ‘30 e ‘40 nella zona della Foce ha subito un’indagine volta a definire i caratteri articolati di una scena professionale che si trovava ad agire in un territorio complesso e in via di continua definizione morfologica. Resta da mettere a fuoco, e perfino da censire in alcuni casi, il contributo al moderno dato da un significativo repertorio di architetture minori sorte nella fascia costiera a levante della piana, nelle zone di Albaro, Sturla, Quarto, Quinto e, all’estremo confine cittadino, Nervi.
In quest’ultima chiave, e nel proposito di aprire una linea di ricerca che possa comporre un quadro d’insieme completo e provvisto dell’analisi dei propri singoli pezzi, ci limiteremo a rimandare a studi specifici il ruolo e il senso delle architetture di Eugenio Fuselli, Paride Contri, Camillo Nardi Greco, Alfredo Fineschi e tutti gli altri autori che, con Piacentini, Daneri e Vietti, disegnano nel decennio che precede il conflitto mondiale il paesaggio di una modernità urbana eclettica e densa, in questa sede concentrandoci sugli episodi costituiti da due piccole architetture residenziali costruite nel territorio di Albaro10.
La prima, la villetta in via di Serretto al civico 39, opera di Giacomo Carlo Nicoli11, mostra elementi che appaiono in continuità con quanto già espresso dall’autore nel progetto per il ristorante La Marinella a Nervi, databile 193312. In particolare, essa appare su quella strada del progetto moderno per una casa sul Mediterraneo lungo la quale procedono negli anni ‘30 i lavori di alcuni architetti italiani13. In essa, elementi specifici e gusto generale riportano a un’altra architettura costiera, oggetto di un interessante caso recentemente ricostruito e risolto14: villa Marchesano a Bordighera, progettata da Giò Ponti15 nel 1938. Archi astratti e slanciati ricavati nella superficie liscia del prospetto, finestre circolari, lo sviluppo longitudinale dell’edificio accentuato da uno “sporto” laterale, una materialità semplificata e lineare mettono in relazione il progetto di Ponti con quello di Nicoli, che lo precede di circa un lustro nella realizzazione16. È il rettangolo di pianta il modello di base, quello applicato alla petite maison (Corseaux, 1923-24) da Le Corbusier17 e alla maison en bord de mer (Cape-Martin, 1926-30) da Eileen Gray, lo stesso che Vietti impiega nella casa di Ugo Nebbia a Mulinetti. L’edificio di Nicoli è testimonianza una ricerca progettuale ben presente all’epoca nel territorio Genovese, che sfrutta le occasioni di una committenza privata per portarsi verso un’architettura mediterranea introducendo in essa elementi della tendenza essenziale e purista della modernità europea, e lo fa, appunto, in un territorio specifico: le colline a levante del torrente Bisagno. Nella stessa Albaro, a pochi metri dalla promenade di corso Italia, Daneri sperimenta nella villa Venturini (1931-1935) dettagli che diventeranno sistema nel complesso di piazza Rossetti, alla Foce18. Alcuni elementi di queste architetture raccontano di una attenzione particolare, nell’ambito della modernità, all’esperienza austrica e ai suoi disponibili esempi. L’unica grande finestra circolare sul prospetto e il semplice arco che sormonta la porta d’ingresso nel caso del progetto di Nicoli,  il volume aggettante e i due sottostanti pilotis metallici nella casa Venturini di Daneri, riportano a villa Beer, l’architettura modernista realizzata a Vienna tra il 1929 e il 1931 da Josef Frank19, in sviluppo poetico e libero delle teorie del Raumplan di Adolf Loos20.

Voce di spicco del dibattito architettonico genovese e figura di raccordo con la scena nazionale, Mario Labò partecipa anch’egli alla costruzione di quel “parco del moderno” che è la zona della Foce disegnando la sede del ristorante San Pietro (1935-38), un edificio che fronteggia a pochi metri le case dei Pescatori progettate da Luigi Vietti21 e che, nel 1965, ne subisce l’analoga sorte di parziale demolizione per lasciare posto alla rampa di accesso alla nuova strada sopraelevata. L’adesione di Labò ai dettami del Razionalismo appare programmaticamente espressa alla fine del decennio (1939-41) nella configurazione in forme moderne di un villino neo-gotico acquistato dall’ingegner Alberto Della Ragione, collezionista e gallerista22. Il ricorso al repertorio corbuseriano, in questo caso spogliato dalle valenze sociali, ma fortemente ricercato nelle sue capacità espressive, appare evidente in una vicenda che intreccia, qualche anno prima, l’attività dell’architetto con la vita di una protagonista della cultura genovese del Novecento: Caterina Marcenaro, negli anni precedenti alla sua assunzione23 come conservatore per l’Ufficio di Belle Arti, prima, e come direttrice dello stesso dal 195024. Per la Marcenaro Labò realizza un lavoro di ri-disegno una casa bifamiliare, in via Somalia, Albaro, sull’originale progetto presentato nel 1923 dall’allora proprietario, l’ingegner Alfonso Tesio, in forme tradizionaliste. La costruzione dell’edificio era stata intrapresa - come descrive Labò in una relazione indirizzata al Podestà di Genova nel ‘41 - conformemente al progetto a suo tempo approvato25, ma solo fino all’esecuzione della struttura, in seguito acquistata da Caterina Marcenaro26 che su di essa fa eseguire le prove d’uso caricando le varie campate dei due solai, per portare a termine la costruzione. L’ispezione per il rilascio dell’abitabilità del 10 dicembre del 1941, in effetti, verifica l’avvenuto completamento della casa, ma in maniera difforme dal progetto originale. Ciò che si presenta a quella data è un edificio che Labò ha completamente variato nei prospetti, prodotti da un gusto che li pone immediatamente in relazione con alcuni analoghi edifici della corbuseriana Cité Frugès a Pessac27. Come nel caso delle suggestioni austriache presenti nelle ville di Nicoli e Daneri, l’intervento di Labò sembra dimostrare il grado di adesione allo spirito del moderno concesso dai tempi, dalle circostanze politiche, e dal contesto culturale28, slegato certo dai militanti sperimentalismi sociali di Le Corbusier (almeno quanto i progetti di Nicoli e Daneri lo sono dalla poetica espressiva “accidentista” di Frank), tuttavia capace di testimoniare la volontà di una parte della società civile di vivere esperienze che attribuiscano a Genova, negli anni Trenta, il ruolo di luogo della sperimentazione del moderno – anche in chiave di affermazione oppositiva alle contemporanee pratiche monumentaliste – capace di mettersi alla prova anche nelle occasioni di un’architettura di base e di residenza.




Note
1 Con il R.D. 431 del 17 luglio 1904, vengono istituite le attuali Soprintendenze, in numero di ventinove, portate poi a 47 nel 1907 (con la Legge 386 del 27 giugno 1907), tra cui quella di Genova. Con R.D. n. 3164 del 31 dicembre 1923 il servizio di tutela istituzionale viene nuovamente riformato e la Liguria torna a dipendere amministrativamente dagli Uffici torinesi.
2 R.D.L. 14 gennaio 1926 n.74: Aggregazione al comune di Genova di 19 comuni limitrofi.
3 Il Consorzio Autonomo del Porto di Genova, avente mandato di provvedere, con gli speciali fondi attribuitigli, all’esecuzione delle opere, alla gestione e al coordinamento dei servizi portuali, era stato costituito con Legge n. 50 del 12 febbraio 1903 (“Legge per la costituzione di un consorzio autonomo per l’esecuzione delle opere e per l’esercizio del porto di Genova”).
4 Ugo Nebbia, «La Stazione del ponte Doria a Genova», in Casabella, n.73, Milano, gennaio 1934.
5 Sabato 29 luglio 1933 il piroscafo salpa da Marsiglia. Martedì 1 agosto approda ad Atene. Lunedì 14 agosto attracca di ritorno a Marsiglia dove, dopo diciassette giornate di navigazione e di lavoro, si conclude il viaggio.
6 Notizie in: Gemma Belli, Un viaggio attraverso il Mediterraneo. Gli architetti italiani al IV CIAM, in “La città, il viaggio, il turismo: Percezione, produzione e trasformazione”, a cura di Gemma Belli, Francesca Capano, Maria Ines Pascariello, Cirice, Napoli 2017, pp. 1091-1096.
7 Alma Fidora (Milano, 10 luglio 1894 – Milano, 22 febbraio 1980) è stata una pittrice, decoratrice tessile, disegnatrice, illustratrice e scrittrice italiana. Nel gruppo Nuove Tendenze, di cui Ugo Nebbia fu promotore con Leonardo Dudreville, esordì non ancora ventenne, partecipando alla mostra inaugurata il 20 maggio 1914 alla Famiglia Artistica di Milano, con quattro stoffe ricamate dalle forme astratte di ascendenza secessionista. Alla fine della Grande Guerra seguì Nebbia che aveva ripreso il suo incarico in Soprintendenza e, dopo averlo accompagnato a Palermo e a Genova-Nervi (dove nel 1922  Domenico Guerello la ritrasse nel dipinto Figura di donna, conservato alla Galleria Civica di Nervi), si trasferì a Venezia nel 1922. Insieme a Nebbia, che sposò secondo il rito religioso nel 1929 e civilmente nel 1932, compì vari viaggi in Europa e frequentò letterati e artisti. [notizie tatte dalla voce “FIDORA, Alma” di Diego Arich, nel Dizionario Biografico degli Italiani Treccani, volume 47 (1997), consultata il 20 aprile 2019].
8 Virginio Ugo Nebbia (Perugia, 16 marzo 1880 – Sori, 1 aprile 1965). Laureato in lettere nel 1902 presso l’Università di Pavia, nel 1909 viene nominato ispettore della Soprintendenza ai Monumenti di Milano. Nel 1915, all’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale, si arruola come volontario. A Milano, nell’aprile 1917, sposa Vittoria Boneo. Al termine del conflitto riprende il posto di ispettore, ma lontano dal capoluogo lombardo, continuando a spostarsi lungo la penisola (alle Gallerie di Palermo, 1919; ai Monumenti di Genova, 1919-22; al Museo nazionale di Ravenna, 1922; alla Soprintendenza all’arte medievale e contemporanea di Venezia, 1922-33; all’Ufficio distaccato per i monumenti della Liguria a Genova, 1933-39). Nel 1929 sposa Alma Fidora con il rito religioso, seguito nel 1932 da quello civile. Il soggiorno genovese si conclude con il trasferimento a L’Aquila nel 1939, che durò fino al 1942, quando riesce finalmente a tornare a Milano, dove si colloca in un appartamento di  Palazzo Reale, poi devastato dai bombardamenti dell’agosto 1943 La messa a riposo dai ranghi della pubblica amministrazione avviene nel luglio 1950 [notizie tratte dalla voce “NEBBIA, Ugo” di Roberto Cara, nel Dizionario Biografico degli Italiani Treccani (2013), consultata il 20 aprile 2019].
9 Piazza Sarzano, in “Canti orfici”, 1914.
10 Una veloce sintesi delle vicende urbanistiche che interessano il territorio di Albaro: con decorrenza dal 1° gennaio 1874, il Regio Decreto n° 1638 del 26 ottobre 1873 sopprime sei comuni limitrofi, unendoli al Comune di Genova, all’atto dell’unione con Genova i sei comuni non sono modificati nei loro confini e costituisconoi le cosiddette sei frazioni suburbane, tra queste San Francesco di Albaro; concorso per il Piano Regolatore della zona di Albaro, 1900-1905; Piano Regolatore e di Ampliamento della Regione di Albaro, approvato con Legge n°667, del 28 giugno 1914; Nuovo Piano Regolatore e di Ampliamento della Regione di Albaro, deliberato dalla Consulta Municipale il 30 luglio 1936, e approvato in stesura definitiva il 17 maggio 1937; estate 1937, completamento del complesso delle piscine di Albaro, progettate da Paride Contri, e allestimento, al suo interno, della IV Mostra del Mare a opera di Luigi Vietti; Variante al Piano Regolatore e di Ampliamento nella Regione di Albaro, approvato con D.P. del 26 febbraio 1949.
11 Giacomo Carlo Nicoli nasce a Milano il 14 marzo 1886 da Luigi Nicoli e Vittoria Bonfiglio, risiede in Italia ed è sicuramente domiciliato a Genova tra il maggio 1936 e il 10 novembre 1940. Si iscrive al P.N.F., Fascio di Genova, il 3 marzo 1925, all’Albo degli Architetti e Ingegneri di Milano nel 1928, e al Sindacato degli Architetti di Genova nel 1935. In quegli stessi anni, e precisamente nel 1925, svolge sempre a Genova l’attività di componente la Commissione di Sorveglianza delle Scuole civiche. È membro della Commissione esecutiva della Biennale di Monza nel 1927 e progetta la prima e la seconda Sala delle maioliche all’interno della stessa manifestazione (notizie in Ciotta A., La Marinella a Nervi. Il progetto di Giacomo Carlo Nicoli del 1933, in «Langhe, Roero, Monferrato. Cultura materiale - Società - Territorio», anno III, n. 7, anno 2013, p. 8).
12 Il 2 ottobre 1933, infatti, le due proprietarie, signore Adelaide Pagni e Fausta Buoncristiani, presentarono un’istanza al podestà di Genova, Reparto Lavori pubblici, per l’acquisizione del nulla osta per la realizzazione di un progetto di ricostruzione del Caffè Restaurant «La Marinella» firmato dal geometra Quinto Anselmi. In data 17 novembre 1933, a firma dell’architetto G.C. Nicoli, fu presentato dalle stesse proprietarie un nuovo progetto nel quale furono recepite le modifiche e le proposte di soluzioni tecniche che la Regia Soprintendenza aveva suggerito in merito al primo progetto. Il locale viene inaugurato l’anno dopo (La nuova «Marinella» a Nervi, «Il Secolo XIX», 3 novembre 1934, p. 5). È stato notato come il progetto presenti analogie con il Real Club Náutico di San Sebastián, opera dell’architetto José Manuel Aizpurúa completata nel 1929, e con l’Aquatic Park Bathhouse Building di San Francisco, progettato da Sargent Johnson e Hilaire Hiler e inaugurato nel 1936.
13 Sul dibattito intorno alla mediterraneità dell’architettura si veda Danesi S., Aporie dell’architettura in periodo fascista. Mediterraneità e purismo, in Danesi S., Patetta L. (a cura di), Il Razionalismo e l’architettura in Italia durante il Fascismo, Electa, Milano 1976, pp. 21-28. 
14 Per la ricostruzione delle vicende che hanno portato a concludere che la villa Donegani (1940) è la trasformazione, sempre a firma di Ponti, di villa Marchesano (1938) si veda Silvia Barisione, Andrea Canziani, Due ville a Bordighera, anzi una, in Barisione S., Fochessati M., Franzone G., Canziani A., Architetture in Liguria dagli anni Venti agli anni Cinquanta, Editrice Abitare Segesta, Milano 2004, p. 225.
15 Giovanni Ponti, detto Gio (Milano, 18 novembre 1891 – Milano, 16 settembre 1979).
16 Il progetto si deve alla stagione di maggior fortuna professionale di Nicoli, collocabile, appunto, negli anni ‘30. Nel corso del decennio egli vive a Genova ed è domiciliato in via Torre dell’Amore, nella zona di Albaro (Ciotta, 2013). Emigra in Argentina, probabilmente alla fine della Seconda Guerra Mondiale, e non si hanno notizie certe circa la data e il luogo di morte. La scheda siglata da Simona Lanza (Barisione, Fochessati, Franzone, Canziani, 2004, p.139) fa risalire l’edificio di via di Serretto all’anno 1936, come in effetti viene confermato dai documenti conservato presso l’Archivio Storico del Comune di Genova. Il progetto di Nicoli è quindi precedente a quello di Ponti per villa Marchesano, come testimonia, per esempio, la datazione del bozzetto: Gio Ponti, Senza titolo (Villa Marchesano a Bordighera), s.d. (1938), china su lucido, conservato presso Archivio Gio Ponti, CSAC , Università di Parma, Sezione Progetto. Al termine di un destino di abbandono durato alcuni decenni, l’edificio genovese è stato recentemente sottoposto a un radicale intervento di ristrutturazione che ne ha alterato in maniera consistente la composizione dei prospetti. 
17 Le Corbusier, pseudonimo di Charles-Édouard Jeanneret-Gris (La Chaux-de-Fonds, 6 ottobre 1887 – Roccabruna, 27 agosto 1965).
18 L’edificio mette in atto notevoli accorgimenti tecnici, nell’intento di aderire alla traccia purista del gusto internazionale. L’utilizzo di pilotis di ferro cavi – che probabilmente hanno anche il compito di collaborare al sostegno delle struttura soprastante – consente di fare defluire al loro interno le acque piovane provenienti dal lastrico solare, evitando pluviali applicati in facciata. Lo stesso dettaglio verrà ripetuto negli edifici di piazza Rossetti, determinando la presenza di elementi cilindrici in ferro, simili a sottili colonne, che scandiscono le facciate, all’interno dei quali, tramite un raccordo a “esse”, scorrono le acque raccolte da caditoie circolari collocate nel canale di gronda che si sviluppa all’interno del perimetro della copertura (testimonianza, a seguito di indagini sulla struttura, di Francesco Testa, raccolta il 9 maggio 2019).  
19 Josef Frank (Baden, 15 luglio 1885 – Stoccolma, 8 gennaio 1967).
20 Adolf Loos (Brno, 10 dicembre 1870 – Vienna, 23 agosto 1933).
21 Costruite nel 1932 per collocare gli abitanti espropriati dal piccolo borgo sulla sponda sinistra del torrente, ai piedi della chiesa di San Pietro alla Foce.
22 Si tratta della villa progettata a Quarto per Alberto Della Ragione, ingegnere navale di Sorrento, trasferitosi a Genova, che verso la fine degli anni venti iniziò a collezionare opere d’arte moderna. Nel 1938 espose una parte della sua collezione alla galleria «La Zecca» di Torino. Fu anche un mecenate, rilevando la galleria «La Spiga» a Milano, consentendo agli artisti di operare, e durante la seconda guerra mondiale ospitò Guttuso e Raphael Mafai nella villa di Quarto.
23 Il 5 luglio 1945.
24 Con Delibera del Consiglio Comunale n. 363 del 4 aprile 1950, in Archivio Storico Comune di Genova.
25 Il 27 dicembre 1941 l’architetto Mario Labò scrive al Podestà di Genova, in qualità di consulente della proprietaria, e direttore dei lavori di ultimazione della costruzione. Labò richiede il rilascio del decreto di abitabilità e riassume la vicenda dell’edificio negli ultimi venti anni: l’ossatura dell’edificio, immediatamente realizzata secondo il progetto dell’ingegner Tesio, viene rilevata da Caterina Marcenaro, che fa eseguire le prove d’uso, caricando le varie campate dei due solai, per poi portare a termine la costruzione. La signora Marcenaro paga, in data 22 gennaio 1942, l’oblazione per la contravvenzione edilizia n. 217/1948. Il documento reca la data 23 settembre 1948. Nella cartella 162-924 dell’Archivio Storico del Comune di Genova si trova anche un’ulteriore richiesta del decreto di abitabilità, redatta dalla signora Elisa Marchetti, che afferma di essere proprietaria dell’immobile per atto tra vivi dal 9 novembre 1946. La signora Marchetti dichiara nuovamente che il progettista per la costruzione dell’immobile è l’ing. Tesio Alfonso. L’edificio attualmente visibile corrisponde invece ai disegni redatti da Mario Labò, anch’essi contenuti nella cartella dell’Archivio Storico. Si tratta di quattro fogli recanti in basso a destra il timbro contenente nome, indirizzo e numero telefonico dell’architetto. I disegni comprendono tre planimetrie in scala 1/50 e quattro prospetti dell’edificio. I disegni sono a china, le scritte eseguite coll’uso del normografo.
26 Caterina Teresa Enrichetta Marcenaro (Genova, 23 luglio 1906 – Genova, 2 luglio 1976). La ricostruzione delle vicende familiari della Marcenaro si deve principalmente alle ricerche sulle fonti svolte da Raffaella Fontanarossa e riassunte nel suo lavoro monografico (Fontanarossa 2015). In particolare, oltre che dai documenti patrimoniali conservati nell’Archivio Storio del Comune di Genova relativamente allo stabile sito in via Somalia 5a, ulteriori prove del fatto che la Marcenaro risiedesse effettivamente in via Somalia vengono fornite da alcune testimonianze orali raccolte da Raffaella Fontanarossa. Caterina Marcenaro insegnò storia dell’arte al liceo D’Oria dal 1937 al 1947 (Fontanarossa 2015, p.47).  Se è vero, come ricorda un suo ex studente, che ogni mattina si recava a scuola percorrendo via Montallegro (Fontanarossa 2015, p. 34), e se il percorso lungo via Montallegro è del tutto coerente con la partenza da via Somalia tramite il raccordo di via Scogli, il periodo di possibile residenza può iniziare nel ‘37 e, forse, considerarsi concluso con il momento della vendita dell’immobile (per atto del 9 novembre 1946).  Periodo, per altro, che comprende la data (22 gennaio 1942) in cui la Marcenaro paga l’oblazione per la contravvenzione edilizia conseguente ai lavori eseguiti in difformità. Inoltre, dalla testimonianza (raccolta telefonicamente nell’aprile del 2019 da Raffaella Fontanarossa) di uno dei due nipoti della Marcenaro (figli dell’unico fratello, Bartolomeo detto Mario), all’epoca non ancora nato, la palazzina in via Somalia era casa la del padre e quindi, con tutta probabilità, anche di sua sorella nubile. Da ulteriori ricordi del nipote Pietro, Mario Marcenaro si trasferì a Marsiglia nel Dopoguerra, lavorando nel comparto dell’edilizia e partecipando alla costruzione della Cité radieuse di Le Corbusier (Fontanarossa 2015, p. 21), e interruppe, di fatto, i rapporti con la sorella.
27 La Cité Frugès è un quartiere residenziale situato a una decina di chilometri dal centro di Bordeaux. Viene realizzato tra il 1924 e il 1926 su progetto di Le Corbusier e Pierre Jeanneret (Ginevra, 22 marzo 1896 – Ginevra, 4 dicembre 1967), commissionato dall’industriale Henri Frugès per fornire alloggi ai dipendenti della propria ditta.  Sul progetto iniziale di 127 case, le 51 case costruite rappresentano sette tipi diversi. Il riferimento usato da Mario Labò per il progetto genovese è quello della tipologia definita «gratte-ciel», palazzine a base rettangolare che si sviluppano per tre piani fuori terra, oltre alla copertura praticabile raggiungibile tramite una scala esterna dal terzo livello.
28 Edoardo Benvenuto definisce “le opere di Luigi Carlo Daneri, di Mario Labò e di pochi altri, trasgressive messaggere di lontane avanguardie” (Introduzione, in «Cento anni di architetture a Genova: 1890-2004», a cura di Luigi Lagomarsino, Genova 2004, p. 14).




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