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Del gioco e del montaggio

Elvio Manganaro




L’impulso al gioco sta a metà strada tra sensibilità e intelletto, dice Schiller.
È uno spazio innanzitutto estetico che raccorda materia e forma.
Tra materia e forma c’è sempre stato il gioco dell’arte, il gioco dell’architettura.
I bambini con furore smontano e rimontano i giochi che gli adulti donano loro. Così attraverso il gioco avviene l’appropriazione del mondo esterno, ma anche il suo allontanamento nella costruzione di un mondo nuovo, dove i pezzi di ieri sono riconnessi in modi nuovi e imprevedibili.
È l’azione trasformativa che si esprime attraverso il gioco.
Queste cose le scrive Benjamin quando parla dei giocattoli.
Ora, ci sono diversi tipi di gioco. Quelli fisici, di abilità, di azzardo, di rappresentazione.
Qui interessa il gioco come processo combinatorio, come capacità di assemblaggio: fare a pezzi la bambola per rimontarla diversa.
Un poco gioco di abilità, un poco di rappresentazione. Anche l’azzardo non è estraneo. Nel senso della casualità che sempre alimenta ogni gioco, che precede la sua strutturazione in un insieme di regole condivise.
Dunque gioco e montaggio partecipano delle medesima tensione trasformativa.
Dunque gioco e montaggio si oppongono al reale.
Fare a pezzi la realtà per rimontarla diversa. Questo ha sempre fatto il cinema.
In più gioco e montaggio invitano a farcela con poco: con i pezzi di scarto, con i residui del mondo degli adulti. Con le architetture di ieri o dell’altro ieri. Quelle che lo Spirito del tempo lascia indietro. Quelle da cui, per troppo amore, non possiamo staccarci.
È un messaggio di speranza, in fondo.
Non sbagliava Sklovskij quando sosteneva che nella vita tutto è frutto di montaggio.
Se si vuole capire cosa sia l’arte bisogna procedere a smontare la bambola.
Sarà una storia di errori, di ritorni, di sconfitte. Di tentativi di venire a capo al labirinto infinito di possibilità.
Solo allora avremo un’altra bambola.




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