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Dalla città diffusa alla dispersione nei borghi abbandonati, ovvero la nuova solitudine della città compatta

Costantino Patestos




Vorrei premettere alle considerazioni che seguono un’ipotesi che per me costituisce quasi una certezza: la nuova pandemia non ha fatto emergere grossi difetti della città esistente e della sua architettura, tali da dover procedere a radicali cambiamenti strutturali1. La città esistente dev’essere certamente curata ma, nonostante i suoi malesseri, non va ricoverata.
Storicamente, l’architettura della città si è sviluppata anche in funzione dell’igiene (Colomina 2019, 13-59) – ricordiamo la trasmigrazione di un tipo edilizio di origine rurale che dalla campagna è approdato in città per sanare l’insalubrità di isolati fragili di origine medioevale: l’edificio a corte; inoltre, questioni di salute hanno generato nuove tendenze, come risposta, appunto, a pandemie e emergenze di tipo sanitario. L’esperienza più vicina a noi, in un senso temporale, è – secondo Beatriz Colomina – l’architettura moderna.
Invece, nel dibattito che è seguito la dichiarazione ufficiale della pandemia Sars/Covid-19, circa un altro modo di vivere la città, quasi tutti i partecipanti evitano di formulare vere e proprie proposte progettuali in grado di difendere la sanità urbana, limitandosi a indicare presunte migliorie a tipologie abitative consuete – spesso dimenticando il ruolo decisivo nel processo edilizio di cruciali fattori esterni al progetto architettonico.
Non mancano però anche idee – oltre quelle un poco ingenue (a titolo di esempio: ascensori monoposto, piazze dove sono segnati quadrati distanziati un metro, panchine ampie per famiglie) – che concernono le questioni del progetto, in senso stretto (Pica Ciamarra 2020).
Dalla lettura delle varie proposte la prima domanda che sorge è: a quale tipo di figura sociale pensano tutti quelli che propongono appartamenti con balconi ampi come un piccolo parco, con grandissime vetrate prospicienti la natura o i monumenti del centro urbano, programmano per ogni singolo appartamento stanze individuali per lo smart working (anche se la percentuale dei potenziali suoi fruitori è bassissima2) e soggiorni con piscina? E quante case popolari, abitazioni social housing ma anche private residenze multipiano possono permettersi un uso collettivo dei propri spazi comuni, costruire sui loro tetti delle strutture analoghe alle “Les Maternelles”, allestire delle aree attrezzate per il tempo libero, organizzare tetti verdi?
D’altra parte, tutti quelli che propongono in vari modi il superamento della città compatta e della sua architettura3, ora sfruttano questa nuova pandemia e cercano di rimpiazzare, da una parte vecchie idee sottoposte accuratamente a un restyling accattivante, utile solo a convincere amministratori e cittadini spaventati; dall'altra, riesumano proposte pittoresche e alquanto ingenue semplificazioni, vecchie divagazioni pseudoromantiche spacciate per nuove, che non sbaglieremmo a considerare “neo-bucoliche”.
Denominatore comune della stragrande maggioranza delle proposte avanzate è la certezza di dover isolare le persone e aumentare lo spazio interstiziale (“in between”) disegnando architetture distanziate, mettendo all’indice la densità urbana esistente e accollandole l’accusa d’insalubrità.
Dobbiamo dunque ammettere di aver avuto torto (noi partigiani della città storica compatta) e dar ragione a Le Corbusier (allora) e ai nostri amici tecnologi (adesso) che indicano nella distanza fisica tra edifici la qualità di una nuova architettura fondata sulla sostenibilità? Non credo proprio.
La densità abitativa (la densificazione urbana alla grande scala), come è stato confermato anche di recente nell’esperienza del cosiddetto social housing, permane un decisivo elemento di qualità urbana4.
Abbiamo, apparentemente per contro, l’ennesima riproposta dell’unità di vicinato, insieme alla rientrata advocacy planning5 nella versione nostrana di urbanistica partecipata – malgrado le memorabili nonché sostanzialmente fallimentari esperienze di De Carlo, per esempio –, ma nessuno spiega cosa centri questa strategia con la necessità di blindare la città e perché essa rappresenti una scelta adeguata, di sicuro successo, nella lotta contro il virus.
E abbiamo ancora l’evoluzione concettuale, per così dire, dell’idea testé menzionata, rappresentata dall’esortazione del sociologo e critico letterario statunitense Richard Sennett (2018), di “coprodurre e lavorare con forme aperte”, un’operazione dove la cittadinanza, in una metropoli segnata – sempre secondo Sennett – dalla contraddizione tra il costruire e l’abitare, non si limita a scegliere progetti architettonici e urbani presentati dagli architetti ma è essa stessa a elaborarli a pari merito con i progettisti – e forse, preferibilmente, in assenza di essi.
E abbiamo inoltre, la proposta di abbandonare la città – malgrado l’intramontabile adagio tedesco di origine medioevale ci assicuri che Die Stadtluft macht dich frei (L’aria della città rende liberi) – e ritornare ai borghi, facilitando una dispersione, e anche una ritrazione dell’urbano6, borghi storici abbandonati per motivi evidentemente strutturali, e popolare la campagna salubre e sempre ospitale, luogo della prossima utopia nell’ambito di un Planetary-scale Green New Deal.
Come apparente alternativa potremmo, secondo altri, costruire e usufruire i noti orti urbani, estendere all’infinito la rete delle strade pedonalizzate, andare a scovare spazi vuoti dimenticati e trasformali (a prescindere da un elaborato disegno urbano) in luoghi collettivi, riscoprendo e riproponendo per una volta ancora il consumato paradigma dei playground di Aldo van Eyck.
E abbiamo infine, la città delle lunghe distanze e della bassa densità, per la creazione di vuoti, non come pause urbane (direbbe Giuseppe Samonà), non come luoghi collettivi e sede della vita associata ma come distanziatori sociali. Una città, ci dicono, capace di “dilatarsi” e di respirare nei suoi tessuti più interni, in grado d’intessere un nuovo rapporto con il suolo.
Il concetto storico, consolidato di città ha subìto nel tempo attacchi di vario tipo e, schematizzando per chiarezza, essa nella nostra contemporaneità non è più un complesso e composito organismo, ma è stata ridotta (dalla cultura edilizia dominante) in una variopinta accozzaglia, nei migliori dei casi un mero insieme di edifici spettacolari, comunque sempre espressione di personalismi, indifferenti al contesto di appartenenza.
D’altra parte possiamo registrare il tentativo di sottrarre alla città alcuni caratteristici edifici (il museo, la biblioteca) e alcuni elementi fisici, a favore dell’immaterialità ipertecnologica. Osserva Benjamin H. Bratton, parlando della sua idea di Quarantine Urbanism:
«Ci stiamo adattando con disagio alle psicogeografie dell’isolamento. Naturalmente impariamo un nuovo vocabolario, come progettazione di edifici a distanza sociale. Poiché i servizi che un tempo erano noti come luoghi della città vengono ora trasformati in app e dispositivi all’interno della casa, lo spazio pubblico viene evacuato e la sfera domestica diventa il suo orizzonte». (Bratton 2020).
Qual è allora il ruolo propositivo e qual’è l’azione adeguata che dovrebbe assumere una progettazione architettonica e urbana politicamente impegnata, cioè a dire consapevole del suo ruolo sociale, in queste nuove condizioni sanitarie, in questa nuova pandemia da Covid-19? Nella certezza, tuttavia, che quella attuale è una situazione temporanea, da contrastare in prima linea da una medicina pubblica efficace in un sistema territoriale ridisegnato, nonché da una riformatrice volontà politica amministrativa di buon governo.
Forse in questo momento non siamo in grado di pensare, ideare e elaborare elementi di architettura completamente diversi da quelli ereditati dai maestri, dall’architettura nel tempo; forse non siamo, qui e ora, pronti a definire con precisione, per esempio, nuovi tipi edilizi di residenza collettiva, totalmente diversi da quelli in cui viviamo: infatti, anche chi in questi giorni si cimenta con il tema, si limita a riproporre esempi estratti da una certa epopea modernista, in particolare esperienze concernenti lo spazio comune nelle residenze collettive. Lo stesso a grandi linee possiamo dire per le tipologie degli spazi del lavoro, dell’istruzione, su su fino allo spazio pubblico all’aperto.
Diverso forse è il caso delle tipologie edilizie relative al disegno dei cimiteri e degli ospedali, quest’ultimi ridotti nel tempo a “fabbriche della salute”7. E qui, mi sembra importante segnalare una certa nuova attenzione, da parte di qualche autorevole specialista, agli ospedali a padiglione, tipologia abbandonata assai sconsideratamente8.
Per contribuire alla delineazione delle prospettive, ora dischiuse per il progetto architettonico e urbano, mi sembra dunque necessario, tra l’altro:
- Difendere l’idea della città storica, compatta, e l’architettura civile, contro l’architettura-spettacolo che ha dominato negli ultimi decenni il panorama mondiale del progetto.
- Contrastare la vecchia e nuova diseguaglianza e l’inaccettabile disagio abitativo che l’accompagna, la regressione sociale in cui viviamo, effetto della politica del (neo) liberismo dominante, della sua gig economy e, cosa importante per noi, del suo modo di intendere la città e la sua architettura e in generale tutto il territorio.
- Ridisegnare le periferie interne della città e promuovere un nuovo policentrismo territoriale, valorizzando i centri semi-rurali, ricollocandoli in un nuovo sistema, in una nuova ecologia delle funzioni, mappando i veri fabbisogni (non soddisfacendo, cioè, in maniera demagogica i semplici e astratti desiderata) della popolazione.
- Rivendicare dalla politica la qualità dello spazio pubblico, difendere e riproporre la sua centralità, come core imprescindibile della città storica europea, recentemente abbandonato dalle amministrazioni alla mercé della speculazione finanziaria.

Se è vero che la grande sconfitta in questi tempi della pandemia è stata la demagogia populista, è ora l’ora di smascherare definitivamente il variopinto populismo in architettura con da una parte i suoi smart building e d’altra i suoi boschi verticali, orizzontali, diagonali.


Note
1 «Per ora abbiamo scoperto che Covid-19 non ha ucciso le città, non le ha infettate, travolte, ridisegnate. Perché le città sono resilienti, pronte ad affrontare e resistere a pandemie, alluvioni, guerre, terremoti e altre sciagure umane e naturali»: Elena Marco, “Dopo il Coronavirus: come ricominciare a convivere nella città”, «7» - inserto del «Corriere della Sera», corriere.it, 2020.
2«L’Italia ha risposto all’emergenza coronavirus utilizzando in maniera massiccia lo smart working: il 72% delle aziende ha messo a disposizione in tempi brevi mezzi e strumenti per permettere ai collaboratori di proseguire il lavoro da remoto. Tuttavia, è chiaro che non tutte le tipologie di business o non tutte le funzioni possono essere svolte in smart working, e i lavoratori italiani che operano in questa modalità sono solo il 15%. La parte restante della forza lavoro sembra attualmente a casa senza reddito (45% dei rispondenti, percentuale che sale al 50% per le donne), in ferie o in congedo (25%) mentre il 13% si reca ancora sul luogo di lavoro, senza nessuna modifica alle modalità di prestazione del servizio. A dirlo è un’indagine condotta da Infojobs, che analizza anche le aspettative future di imprese e utenti rispetto allo sviluppo del lavoro agile». www.corrierecomunicazioni.it/digital-economy.
D’altronde, già qualcuno parla di burnout (esaurimento) da smart working: “Lavorare da casa stanca: domande e risposte sul burnout da smart working”, repubblica.it, 2020.
3 Pensiamo, per esempio, agli attacchi subiti dallo spazio pubblico all’aperto e le proposte “d’avanguardia” di sostituire la piazza con il cyberspace e gli Internet caffè.
4 «Le densità limitate nello sviluppo urbano hanno prodotto l’erosione del territorio, l’aumento delle emissioni nocive e dei consumi energetici (Gelsomino, Marinoni 2009). Gli obiettivi di sviluppo sostenibile a lungo termine impongono viceversa la densificazione delle nostre città»: A. Boito, “Housing sociale: strategie di densification per la rigenerazione urbana”, «Urbanistica 3», no. 6, January-March 2015, p. 59-64; vedi, inoltre, L. Gelsomino, O. Marinoni, European housing concepts, Editrice Compositori, Bologna 2009. 5 La pianificazione della difesa è stata formulata negli anni ‘60 da Paul Davidoff e Linda Stone Davidoff. È una teoria della pianificazione pluralistica e inclusiva in cui i pianificatori cercano di rappresentare gli interessi di vari gruppi all’interno della società. Cfr., inoltre, le elaborazioni teoretiche di Christopher Alexander.
6 Niente più che un altro fuoco d’artificio, una “idea” (che arriva alla proposta sconcertante di istituire un nuovo Ministero!), di Stefano Boeri. Comunque, qualcuno ha già prontamente liquidato l’idea, paragonandola a un videogioco: Cfr., F. Cotugno, “Wi-Fi, amore e fantasia. Che cosa fare per ripopolare i borghi italiani (e avere tutti un po’ di spazio)”, Linkiesta, 23 April 2020.
7 «Fino a qui, tutto sembrerebbe seguire una logica inoppugnabile. Peccato che numerosi ospedali europei abbiano spinto una politica di “industrializzazione” dell’offerta di cure, con la costruzione di ampie aree dotate di servizi comuni, in cui decine di medici di differenti specialità offrono centinaia, se non migliaia, di consulenze al giorno. Lavorare in grandi open space, con segreterie, assistenza infermieristica, portantini, ausiliari in comune, può garantire un certo numero di vantaggi economici. Il guadagno clinico è meno chiaro: le “fabbriche della salute” sono lontane dall’auspicata medicina personalizzata e, cruciale in particolare per le malattie croniche, la centralizzazione in grossi sistemi “efficienti” non permette di rispondere alla necessità di un contatto rapido e personale tra paziente e curante». G. B. Piccoli, “Il vaso di Pandora, il Coronavirus e gli ospedali ‘fabbriche della salute’”, in: (AA.VV. 2020).
8 «È venuto il momento di ritornare all’utopia di guarire con la natura e la bellezza, ed all’eleganza degli ospedali a padiglioni? (…) Il limite dei grandi spazi condivisi può indurre a riconsiderare un’organizzazione delle attività che privilegi il contatto diretto, un ospedale come casa, riconoscibile e rassicurante, in cui il paziente possa identificare come riferimento non solo il medico, ma anche la segretaria, l’infermiere, e perché no, i muri stessi», Ibidem.


Bibliografia
AA.VV. (2020) – Le case e la città ai tempi del Coronavirus, “Il Giornale dell’Architettura”, https://inchieste.ilgiornaledellarchitettura.com/le-case-citta-coronavirus.
ANGELUCCI F. (a cura di) (2018) – Smartness e healthiness per la transizione verso la resilienza. Orizzonti di ricerca interdisciplinare sulla città e sul territorio, Franco Angeli, Milano.
BRATTON B. H. (2020) – 18 Lessons of Quarantine Urbanism, https://strelkamag.com/en/article/18-lessons-from-quarantine-urbanism.
CAMAGNI R. (a cura di) (1999) – La pianificazione sostenibile delle aree periurbane, Il Mulino, Bologna.
CAPOLONGO S., D’Alessandro D. (a cura di) (2017) – Città in salute. Strategie per la tutela e la promozione della salute nei contesti urbani, Maggioli Editore, Santarcangelo di Romagna.
COLOMINA B. (2019) – X-Ray Architecture, Lars Müller Publishers, Zurigo.
PICA CIAMARRA M. (2020) – Servono nuovi requisiti per gli alloggi, in Le case e la città ai tempi del Coronavirus, “ilgiornaledell’architettura.com”, 2020.
SENNET, R. (2018) – Costruire e abitare. Etica per la città, Feltrinelli, Milano.






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