olt

Cura e misura. Mentre tutti intorno fanno rumore

Alessandro Oltremarini




Il passaggio dalla società disciplinare di Michel Focault verso quella del controllo di William Borroughs, che trent’anni fa Gilles Deleuze (Deleuze 1990) ha evidenziato, ha subito oggi una ulteriore trasformazione: il Covid-19 ha imposto alla società, insieme, sia disciplina che controllo. Credo dunque che sia necessario riflettere, prima di ogni cosa, sul senso dell’auspicio di – e sulla convenienza in – un ritorno alla normalità: sappiamo che questa segue a una norma e che oggi essa è definita dal costante stato di emergenza che le comunità e le politiche urbane hanno accumulato negli ultimi cinquant’anni, già prima della pandemia. Il Covid-19 sta accelerando il processo che è già in corso, ampliando il divario sociale che sta inghiottendo le classi medie e investendo le più deboli: il tutto si riflette inevitabilmente anche nella relazione tra la sua diffusione e le condizioni di vita delle realtà urbane più marginali, sulle quali l’architetto contemporaneo è chiamato a esprimere la sua posizione. Sorprendentemente, mentre il lockdown ha accelerato il potenziamento delle capacità e delle relazioni virtuali, quasi in contraddizione l’esigenza della distanza fisica ha imposto l’attenzione alla concretezza della misura che il virtuale tende ad ignorare.
In questo scenario assume un ruolo chiave una questione ben precisa: cosa deve rappresentare l’architettura? Deve essa rispondere, a posteriori, alle esigenze tecniche e sociali e alle necessità contingenti oppure è possibile affermare il suo ruolo di disciplina utile a fornire alla società da un lato visioni alternative e dall’altro griglie culturali? Tale questione si colloca in un quadro ben definito: abbiamo imparato, in quest’ultimo mezzo secolo, che la via giusta è quella che sta tra il costruire “per” e il costruire “contro” qualcosa; ma in questa terza via abbiamo disimparato le implicazioni dei due estremi: questa mia impressione si fonda su un principio di esperienze generazionali. Intendo dire che la generazione attuale, alla quale appartengo, non ha vissuto i drammi e le euforie dei padri della modernità e della democrazia, se non nella forma indiretta della narrazione: viviamo invece, e siamo la seconda o terza generazione di fila, i fallimenti di quelle esperienze che, in quanto tali e avendo rimosso le motivazioni di quei fallimenti, assumono la funzione di monito preventivo che costringe alcuni sulla via media del minimo rischio e attrae altri sulla via nostalgica del mito. La prima, via del nichilismo più mediocre, l’altra, via del surrogato più esaltato.
Entrambi gli atteggiamenti ricalcano solchi già tracciati su un terreno preciso che corrisponde ad una altrettanto precisa interpretazione della storia. Questa interpretazione, parziale e solitamente ereditata, è presa come certezza e alimenta il desiderio di una condizione specifica: quella della sicurezza. Nella città questo desiderio sostituisce l’interesse per la sua definizione con quello per il suo controllo. Esso inoltre riduce il controllo a vigilanza, annullandone la potenzialità di strumento concettuale del progetto e del confronto tra i fenomeni. Ne deriva una condizione dominante: essa corrisponde all’identificazione del controllo della città con il tentativo di sottomettere le sue parti e le loro relazioni allo strumento di una griglia intelligente e di regole matematiche. Questa identificazione tra fine e strumento, ritenuto troppo spesso necessario e addirittura sufficiente, non solo porta con sé il riverbero di un funzionalismo che nella storia si è rivelato sterile, ma rischia di produrre un’amnesia generazionale, culturale, e di conseguenza un’incapacità nel riuscire a custodire, a ricostruire e a trasmettere un pensiero e un sapere collettivi, un patrimonio umano che comprende il senso dell’architettura e della città. In questo senso l’appello di Giorgio Agamben durante la quarantena (Agamben 2020), si rivela esemplare: nel tentativo di evitare un rischio presunto rischiamo di cancellare, e di dimenticare nell’indifferenza, rituali e comportamenti umani che costituiscono il fondamento dei valori civili che nel tempo abbiamo conquistato.
Le immagini di città silenziose, immobili e metafisiche, persino le immagini del papa in una piazza San Pietro deserta, hanno messo a nudo la sostanza delle città: esse hanno dimostrato che i monumenti e i simboli di una comunità sono i soli fatti che possono custodire la sua storia, i suoi luoghi, la sua identità, ma soprattutto che possono rappresentare i valori in cui essa si riconosce (o che disconosce). La potenza espressiva e poetica di quelle immagini (molto più densa rispetto a quella di molti film e serie TV) rappresenta, a mio parere, la rivendicazione dello specifico e del generale, secondo l’accezione che ne dà Deleuze (Deleuze 1968), come alternativa alla città generica che Rem Koolhaas aveva profetizzato e che la sua mostra “Countryside, The future”, inaugurata a febbraio ed ancora in esposizione al Guggenheim Museum di New York, conferma.
Questa osservazione consolida la mia convinzione: il senso della città corrisponde ai suoi contenuti formali ed essi costituiscono la sostanza degli spazi urbani; inoltre il cambiamento, la rettifica e l’attualizzazione della città e dei suoi valori semantici si fondano sulla conoscenza, che «comprende quel che ancora non si sa» (Monestiroli 2014), e questi valori – e contenuti – si formano a cavallo tra l’interpretazione antropomorfa della storia e una sorta di “rivelazione” che solitamente ha una origine individuale (Giedion 1956). Allora, se è vero che entrambi risultano, per la loro natura, variabili imprevedibili e incerte, sarebbe errato affermare che l’uso tecnicistico di modelli algoritmici corrisponde a un’azione conflittuale e contraddittoria rispetto al compito cui è chiamato l’architetto e che risiede nel «richiamo alla sostanza umana e quotidiana dell’abitare» (Purini 1985)? Non è forse giusto dire che in questo richiamo, nell’umano e nel quotidiano, si manifesta un principio contraddittorio, persino etimologicamente, rispetto alla sicurezza, cioè quello della cura? Se infatti la prima evoca forza e certezza, la seconda esprime gentilezza e imprevedibilità: immediatezza contro lentezza, gestualità contro ritualità, univocità contro pluralità.
Voglio qui intendere la cura come condizione labile, nel senso della provvisorietà e per questo autenticamente nel reale, attenta alle relazioni plurali tra parti diverse ed il loro continuo mutamento di significato. La cura riconosce il carattere di necessità che appartiene alla misura, sia delle “cose” che delle relazioni tra esse. Contemporaneamente essa permette la coesistenza di scelte specifiche e generali, di regole ed eccezioni, secondo un processo inferenziale di tipo abduttivo, incerto e per questo sempre aperto, che implementa quelli deduttivo e induttivo, tendenzialmente ideologici, delle due vie. Inoltre tale condizione accoglie l’inversione del rapporto che si era consolidato sul territorio globale: le città, le metropoli, diventano, per chi ha la possibilità, fulcri centrifughi verso luoghi più riservati, solitamente borghi di dimensioni contenute, che hanno la caratteristica di essere fuori dalla rete di connessione globale sulla quale si sposta il virus; mentre nell’ordinario si dirama il pericolo, lo straordinario diventa il rifugio.
Penso che operativamente questo richiamo alla cura e alla misura può essere accolto solo se si guarda al valore autentico del loro significato. Non esiste cura che non sia calma, che non sia attenta e metodica, riflessiva, razionale, misurata. Non esiste misura che non sia duplice, al tempo stesso transitiva (misurare) e pronominale (misurarsi): essa impone da un lato una misura nel senso di proporzione e così rivela il senso dell’azione progettuale, ovvero di sistema intelligibile riguardante il rapporto tra le parti, tra le forme; dall’altro determina un confronto sincero con la realtà, di esplorazione critica dell’inconoscibile, finalizzato alla conoscenza e persino alla sua contraddizione.
Possiamo, dobbiamo chiederci come si riflette tutto questo nel progetto architettonico, se gli standard subiranno una leggera attualizzazione oppure se riusciremo a superare anche nella pratica la loro concezione quantitativa. E ancora, ci interroghiamo sulle risposte insediative e abitative più coerenti e rispondenti alle esigenze attuali. Queste domande si collocano nell’ambito del rapporto problematico tra gli interessi attuali e la possibilità di affermare l’autonomia della ricerca. Non solo perché essa, lenta per sua natura, non può competere in velocità con i primi, ma soprattutto in quanto si ritiene che questi siano responsabili di valori alterati, di informazioni trasfigurate e della determinazione di quello che Siegfried Giedion definiva «gusto dominante» (Giedion 1956). Occorre dunque essere attenti a non confondere «problema pratico con problema estetico» (Persico 1935). L’emergenza può rivelarsi l’occasione per mettere in evidenza l’inconsistenza del mito, che si è consolidato negli ultimi anni e che ha carattere disgiuntivo oltre che dogmatico, a favore della cura come nuovo logos: la sua natura inclusiva e democratica consente alle differenze di assumere una dimensione dialettica e compensativa che il sapere scientifico deve convogliare nei nuovi paradigmi metodologici e nelle parti costituenti la città.
Per fare questo è necessario distinguere chiaramente i problemi che Persico ha messo in evidenza; è necessario essere immersi nel reale e al tempo stesso essere estranei alla velocità caotica, alle urla isteriche e all’omologazione ordinaria del contemporaneo. Rivolgo il mio pensiero a Vittorio Gregotti: «Il mio consiglio più importante è: quando fate architettura fate meno rumore possibile. Questo si ottiene con l’attenzione e la pazienza, senza dimenticare mai che l’architettura è un lavoro. Regola principale per chi si mette a progettare, fare silenzio intorno, per essere più attenti, e capaci di vedere piccolo: tra le cose» (Gregotti 1985).



Bibliografia
AGAMBEN G. (2020) – Una domanda. [online] Disponibile a: <https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-una-domanda> [Ultimo accesso 17 luglio 2020]
DELEUZE G. (1968) – Différence et répétition. Presses Universitaires de France, Paris.
DELEUZE G. (1990) – “Post-scriptum sur les sociétés de contrôle”. L’autre journal, 1 (maggio).
GIEDION, S. (1956) – Architektur und Gemeinschaft, Rowohlt Taschenbuch Verlag GmbH, Reinbek (trad. it.: Olmo C. (a cura di) – Breviario di architettura, Bollati Boringhieri, Torino 2008).
GREGOTTI V. (1985) – “Dieci buoni consigli”. Casabella, 516, 2-3.
MONESTIROLI A. (2014) – in CAPOZZI R., VISCONTI F., a cura di, Saper credere in architettura, trentatrè domande a Antonio Monestiroli. Clean, Napoli.
PERSICO E. (1935) – “Profezia dell’architettura”. In: Skira (a cura di), Profezia dell’architettura, Skira, Milano 2010.
PURINI F. (1985) – Addio Tipologia (Quale Città?), “Spaziosport”, 2; in F. Moschini e G. Neri (a cura di), Dal Progetto: scritti teorici di Franco Purini 1966-1991. Kappa, Roma 1992.
RISPOLI F. (2016) – Forma data e forma trovata: interpretare/progettare l’architettura. Istituto italiano per gli studi filosofici, Napoli.






Refback

  • Non ci sono refbacks, per ora.




Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International License.


FAMagazine. Scientific Open Access e-Journal - ISSN: 2039-0491 ©2010-redazione@famagazine.it