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La tettonica per una pedagogia dell’architettura. Il progetto di una One Person House e nuovi paradigmi teorici

Alberto Bologna, Marco Trisciuoglio




I. La capanna di bambù nel Crystal Palace
Uno dei tanti paradossi che un periodo come quello della primavera del 2020 consente di attraversare è quello di insegnare l’intrinseca materialità del processo costruttivo, adoperando strumenti concettualmente fondati sull’immaterialità1. Da luogo fisico di scambio e dibattito, la scuola si è fatta etereo contenitore di insegnamenti erogati a distanza. Studenti e docenti, rispettivamente guidati dal loro compito e dal loro mestiere, si sono trovati a riflettere a distanza, per mezzo di un doppio oggetto/strumento bidimensionale (lo schermo e la tastiera), intorno al progetto d’architettura, qui inteso come pragmatica sistematizzazione di intenti creativi in forme costruite tridimensionali.
È stato cruciale concepire una pedagogia del progetto fondata sulla materialità dell’architettura, del suo essere spazio studiato e derivato da azioni di assemblaggio di elementi con funzioni e gerarchie compositive differenti, secondo una vera e propria poetica della costruzione che guarda a uno dei principi fondativi dell’architettura, la tettonica, ovvero l’arte dell’assemblaggio. A partire dalla stessa etimologia del termine greco tékton e del corrispondente verbo tektaínomai si è elaborata una maniera pedagogica a partire dalle caratteristiche intrinseche al mestiere del carpentiere che, secondo la sua accezione saffica, assume anche il ruolo di poeta (Frampton 1995, pp. 3-7).
Il tema di progetto è stata la concezione di una One Person House (OPH) per far fronte ad ulteriori futuri periodi di lockdown e distanziamento sociale e da collocare sia nell’assetto morfologico urbano sia in contesti di paesaggio naturale.
È stato così lo stesso lockdown a spingere ogni studente, obbligato a lavorare da solo nel chiuso del proprio ambiente domestico, verso una riflessione sulla costruzione di uno spazio abitativo minimo: la definizione dello spazio attraverso i movimenti del corpo, l’impiego di una ossatura strutturale, la concezione di un’epidermide che funge da involucro e il ruolo compositivo di articolazioni individuate negli impianti e le connessioni tra le varie parti (Figg. 1-4).
Questo tema ha innescato un processo di research by design condotto attraverso quattro esercizi propedeutici, d’ispirazione antropomorfa e concettualmente legati tra loro da ideali e progressive azioni di montaggio e controllo della misura. Le letture compositive di quattro edifici ritenuti iconici rispetto ai temi dei quattro esercizi propedeutici alla concezione della OPH hanno posto al centro dell’attenzione di ogni studente l’architettura in quanto sintesi tra spazio, forma e costruzione.
Per il suo essere concepita inizialmente come oggetto svincolato da ogni contesto, la OPH ha assunto alla fine la medesima valenza materica e simbolica della capanna caraibica ispiratrice delle teorie di Semper, assemblata come piccolo unicum tettonico offerto a migliaia di visitatori nel contesto di un ambiente concettualmente etereo quale fu il palazzo cristallo alla Grande Esposizione di Londra del 1851. Proprio come il colosso di Paxton, anche il web al tempo del Covid-19 assume il ruolo di immenso contenitore immateriale e allo stesso tempo veicolo di trasmissione di un piccolo oggetto architettonico e della sua materialità.

II. Il corpo
La misura del proprio corpo, il suo ridisegno in scala 1:20 e la trasformazione in sagoma fisica rotante (realizzata in cartone) capace di generare un ideale cubo, corrispondente allo spazio tridimensionale necessario al movimento della singola persona, segna l’avvio dell’esperienza di research by design: una ricercata assonanza metodologica col credo pedagogico professato da Riccardo Blumer, secondo il quale il corpo rappresenta il principale rifermento per l’architetto nell’arco dell’intero processo progettuale (Neri 2018, p. 13). L’assemblaggio di quattro cubi genera così uno spazio abitativo minimo secondo l’archetipo tipologico individuato nel petit cabanon di Le Corbusier e un approccio alla definizione planimetrica e funzionale che s’ispira alla concezione spaziale derivata dall’uso del tatami.

III. Lo scheletro
Le diverse forme di riparo primitivo pensate per fungere da spazio abitativo rappresentate a partire da Filarete nel Trattato d’architettura, da Cesare Cesariano nel De Architectura, da Marc-Antoine Laugier nell’Essai e dallo stesso Semper che in Der Stil raffigura la celebre capanna caraibica, si fondano sull’idea di un’ossatura strutturale lignea indipendente dai tamponamenti. È questo concetto costruttivo, alla base pure della costruzione dell’abitazione di Robinson Crusoe descritta da Daniel Defoe, che genera le più significative ricadute sul piano compositivo e formale dell’architettura degli ultimi due secoli: si pensi all’edificio a Tavole di Herzog&De Meuron, alla casa Marika-Alderton di Glenn Murcutt o all’edificio-palafitta The 7th Room di Snøhetta. Il progressivo sviluppo di una sensibilità progettuale rivolta alla definizione dello spazio abitativo in relazione alle sue istanze costruttive avviene attraverso la redazione di uno schema di montaggio di un’ideale ossatura destinata a casa per un naufrago, localizzata su di una spiaggia e costruita mediante materiali reperibili sul sito e con fortuiti attrezzi di lavoro.

IV. La pelle
La sensibilità progettuale nei confronti della componente ornamentale dell’architettura viene nutrita attraverso l’osservazione, l’analisi, la misura e la restituzione grafica della facciata di Palazzo Rucellai. Un episodio architettonico eclatante, in grado di chiarire il ruolo dell’assemblaggio tra parti nella definizione concettuale di ornamento, qui inteso quale esito epidermico di un processo di montaggio che contribuisce alla definizione del carattere dell’architettura. A partire dalla lettura compositiva di Casa Gehry a Santa Monica, capace di esplicitare le relazioni tra l’essenza materica dell’involucro e le sensazioni visive e tattili da questo generato, l’esercizio progettuale è consistito nell’ideazione di un nuovo volume d’ingresso da applicare alla facciata di Palazzo Rucellai: l’accostamento di pannelli forma pareti, esito di intrecci o assemblaggi di componenti sperimentati a partire da rudimentali modelli fisici.

V. Le articolazioni
Il potenziale compositivo espresso da impianti e apparati tecnologici imprescindibili, quali canali di gronda, discese per le acque meteoriche o camini per la ventilazione degli ambienti della OPH, viene esplorato ancora attraverso l’ideale smontaggio di esperimenti architettonici esemplari che fanno del concetto di innovazione tecnologica un vero e proprio paradigma compositivo: la villa Arpel di Jacques Lagrange e il prototipo per il modulo abitativo Diogene progettato da Renzo Piano diventano punto di partenza per un nuovo esercizio intorno al tema dell’attacco a terra dell’edificio e delle connessioni impiantistiche con i sottoservizi. All’interno del lotto di villa Arpel due moduli Diogene devono essere montati in adiacenza l’un l’altro per formare una OPH e sopraelevati per mezzo di un’ossatura strutturale sotto la quale può trovare posto un’auto. L’integrazione compositiva dell’ossatura, delle discese degli impianti e della scala esterna, con il risultato formale ottenuto dall’assemblaggio dei due moduli Diogene, diventa il principale tema da risolvere in relazione alle sue implicazioni architettoniche, strutturali e tecnologiche.

VI. Il progetto della OPH come esito di un montaggio ideale in un sito reale
L’efficacia delle scelte distributive, formali, spaziali e costruttive di una OPH viene dunque testata mediante un progetto sviluppato per fasi, che rispondono alle specifiche domande di ricerca esplorate dallo studente compiendo gli esercizi. Il progetto viene così sviluppato nell’ottica di definire una tipologia abitativa standard capace di garantire tanto le più ordinarie funzioni abitative quanto adeguati spazi per il telelavoro o lo sport, nel caso di ulteriori futuri periodi di lockdown. La OPH è progettata mediante l’assemblaggio a secco di componenti prefabbricate (un telaio strutturale e un sistema di tamponamento in pannelli), elementi costruttivi in grado di contribuire ad una risignificazione sia delle nozioni di existenzminimum e di sostenibilità, sia dei concetti di carattere e di ornamento in architettura.
Due diverse configurazioni di una serie di quattro OPH da collocare in due siti tra loro assai diversi per contesto e topografia (il primo una piccola valle alpina presso Sauze di Cesana e il secondo in un vuoto urbano lungo il fiume Dora a Torino) portano alla redazione di progetti-pilota per piccoli agglomerati che, tanto nello spazio privato quanto in quello pubblico a esso connesso possano garantire, al contempo, inclusione e distanziamento sociale. (Fig. 5)


Note
1 Questa riflessione è l’esito dell’esperienza didattica svolta degli Autori in qualità di titolari del modulo di Composizione Architettonica nell’ambito del Building Construction Studio al 2 anno della laurea triennale in “Architettura / Architecture” del Politecnico di Torino, condotto in forma telematica nel secondo semestre dell’a.a. 2019-2020, erogato in inglese e che ha visto la partecipazione di 106 studenti provenienti da 30 Paesi. Gli Autori considerano il loro contributo individuale alla stesura di questo scritto con una percentuale pari al 50% trattandosi dell’esito di un confronto costante e di un lavoro congiunto. Ai soli fini di valutazioni concorsuali, dichiarano che i paragrafi I, III, V sono stati redatti da A. Bologna e revisionati da M. Trisciuoglio e i paragrafi II, IV, VI sono stati redatti da M. Trisciuoglio e revisionati da A. Bologna.


Bibliografia
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TRISCIUOGLIO M. (2008) – Scatola di montaggio. L’architettura, gli elementi della composizione e le ragioni costruttive della forma. Carocci, Roma.






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