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Corpi e spazi nella città pubblica. Verso una nuova prossemica?

Luca Reale




La pandemia globale del 2020 ci ha aiutato a capire che il progetto dovrebbe riprendere alcuni sentieri interrotti: gli studi sulla prossemica e sulla percezione dello spazio in rapporto alla distanza tra soggetti, la riflessione sulla questione dello spazio (pubblico, comune, condiviso), la necessità di ripartire dai corpi nello spazio piuttosto che dalla città come corpo, organismo malato e bisognoso di una rigenerazione.
Sul piano dell’abitare la contingenza “coronavirus” ha mostrato come la disuguaglianza sociale sia molto più evidente nel contesto casalingo, negli spazi privati della vita domestica: violati da una costante connessione a distanza con il mondo esterno (a sua volta rappresentato da altri spazi privati), ci hanno mostrato, crudamente, non solo le differenze legate a condizioni economiche, tecnologiche e abitative, ma una generalizzata condizione di “alienazione”. La scoraggiante fase del confinamento nelle nostre case non credo affatto che ci abbia aiutato a recuperare il tempo perduto o a guardare al mondo con occhi più attenti alle piccole cose della vita, quanto piuttosto ha prodotto uno “straniamento” della dimensione domestica, nel senso del termine che Bertolt Brecht utilizzava in riferimento al teatro, che “straniava” appunto, problematizzandola, la vita quotidiana, facendone emergere lo “sfondo”.1 Il Covid-19, relegandoci forzatamente nelle abitazioni, ci ha fatto fare i conti, anche brutalmente, con il nostro ruolo familiare, con il vivere in pochi metri quadri, con l’essere genitori o l’essere single; forse ci ha fatto guardare, con più verità, al senso della nostra umanità. Le abitudini della vita sono state sconvolte, perdendo la loro dimensione irriflessa e spontanea, anche nelle poche occasioni di esperienza dello spazio urbano. Ogni azione, anche la più comune e quotidiana (respirare, tossire, camminare, entrare in un caffè) è diventata un atto che va “osservato”. La diffidenza e il sospetto, il sentirsi scansati, vedere una persona che cambia marciapiede al nostro passaggio, sono diventate esperienze del quotidiano che ci hanno fatto provare, forse per la prima volta, la condizione di essere corpi estranei nello spazio pubblico, non più “corpi vissuti” nell’accezione che ne dà Böhme. E cioè nell’idea dello spazio che non è mai definibile in mancanza di un soggetto che lo abita, fuori dall’interazione tra i corpi e le “atmosfere” a cui sono sottoposti; (Böhme 2001) o che altrimenti riproduce scenari simili a quelli delineati dalla biopolitica di Foucault.

Le tecniche del corpo
Il distanziamento fisico tra le persone imposto durante il lockdown ha reso l’incontro tra individui prevalentemente centrato sullo sguardo, «la finestra a cui si affaccia la nostra ʻinterioritàʼ sono gli occhi. In questi giorni, quando si incontra un conoscente (o persino un estraneo) e si mantiene la giusta distanza, guardare profondamente l’altro negli occhi può rivelare più di un contatto intimo» (Žižek 2020). Questo ritorno alla percezione, e alla relazione, (prevalentemente) visiva, in cui il ʻvedereʼ riacquista la posizione privilegiata che aveva sempre ricoperto nell’estetica occidentale, procura nuovamente una separazione tra soggetto percipiente e oggetto percepito (lo spazio), ma anche tra soggetti che interagiscono tra loro nello spazio.
Torna allora in primo piano il principio-base di una disciplina, quasi abbandonata in anni recenti ma piuttosto in voga negli anni ’60-’70: la prossemica,2 ovvero lo studio della percezione dello spazio da parte degli esseri umani e di come le distanze che gli individui tengono fra di loro influenzano le relazioni interpersonali e l’organizzazione spaziale dei luoghi. Si tratta dunque dell’uso che si fa dello spazio e dell’atteggiamento del corpo, ma anche dello sguardo, della voce e di tutto ciò che influenza la percezione. L’assimilazione della prossemica ad una sorta di ʻetologia umanaʼ, messa in atto soprattutto negli studi di sociobiologia,3 non ha reso un buon servizio, negli anni seguenti, a questa disciplina. Se l’etologia infatti riguarda prevalentemente comportamenti dettati da istinti, la prossemica si riferisce ai comportamenti appresi, a processi culturali legati alla nostra biografia, all’età, al contesto culturale e geografico.
Parallelamente, nella sottostima della relazione tra spazio e corpo, abbiamo forse frainteso la stessa idea di corpo, trascurandone ad esempio le “tecniche”. Già Marcel Mauss ne Les techniques du corps (1936), ricordandoci che ogni tecnica propriamente detta ha una propria forma, sosteneva che l’errore fosse l’aver pensato che esistevano tecniche solo quando c’erano gli strumenti. Prima delle tecniche basate sugli strumenti, c’è l’insieme delle tecniche del corpo, inteso come “atto tradizionale efficace”. In questo senso «il corpo è il primo e il più naturale degli strumenti» (Mauss 1965).

Scenari e prospettive
A questo punto i temi progettuali per gli architetti appaiono allora molto evidenti: alla scala dell’abitare privato occorre lasciare una grande libertà organizzativa degli spazi, andando anche oltre la retorica della flessibilità e concentrando l’azione sulla corresponsabilità delle scelte da parte dell’utenza fino alla non-assegnazione degli spazi,4 l’efficienza tecnologica e delle reti, la frazionabilità temporanea degli ambienti, il recupero della privacy della casa anche in presenza di scuola e lavoro a distanza.5
Sul piano urbano e dello spazio pubblico la vicenda Covid-19, in realtà, nell’impensabile e improvvisa trasformazione delle nostre vite, ha anche evidenziato – come un liquido di contrasto – processi già da tempo registrabili nella condizione di salute del corpo della città. I temi del distanziamento fisico e del contenimento sociale erano andati via via crescendo di peso e interesse negli ultimi anni, marcando già un primo deciso avanzamento nelle misure che seguirono la fase degli attentati terroristici all’inizio del millennio (Foucault 2007). D’altra parte le questioni del controllo e della sicurezza possono essere considerate aspetti fondanti della città fin dagli albori della Modernità (Berman 1985), l’altra faccia della medaglia rispetto all’idea di città come luogo della conquista dell’anonimato e della libertà, in quel misto di distacco e di ebbrezza della vita urbana che accompagneranno pochi decenni più tardi il flaneur di Benjamin o il dandy di Baudelaire.
Ma è l’idea stessa di metropoli contemporanea, nella sua dimensione globale ad alta densità, che in questa contingenza è messa in discussione. Nel prossimo futuro il conflitto tra salute pubblica e clima sarà uno degli elementi cruciali su cui si concentrerà il progetto delle città, che nel lungo periodo torneranno molto probabilmente ad essere sempre più abitate, compatte e promiscue. Ma al momento l’esplosione della pandemia ha messo in crisi alcuni valori che sembravano indiscutibili: la tendenza alla densificazione urbana e l’ormai condivisa equazione tra densità e sostenibilità, la rapidità e la facilità di spostarsi fisicamente nella città (e sul pianeta), l’idea della condivisione degli spazi, e più in generale tutte le sharing economies. Dovremo ridiscutere i valori della città contemporanea o tentare di individuare quali considerare, nonostante tutto, non negoziabili?
Le restrizioni alla libera circolazione imposte dall’emergenza nei primi mesi del 2020 hanno dunque mostrato, sul piano privato, come in casa la disuguaglianza sociale sia lampante; sul piano pubblico che l’esperienza urbana in futuro assumerà qualità (anche atmosferiche e “affettive”) differenti, nel momento in cui l’idea stessa di urbanità6 – quello straordinario mix di prossimità e complessità sociale, stratificazione di attività e usi, mescolanze e conflitti – è improvvisamente franata.
Le misure di contenimento ci hanno poi rivelato quanta superficie le automobili occupano nelle condizioni di “normalità”, e quanto lo spazio pubblico abbia invece bisogno di “farsi spazio”, riequilibrando la percentuale tra pedonalità, posti auto e viabilità carrabile, riconfigurando la sezione stradale, o diversificandola a favore della ciclabilità.7 Più in generale, confutando la retorica del ritorno alla “normalità”, appare adesso quanto mai necessario un radicale ripensamento del funzionamento stesso delle nostre città, anche a partire da idee non tanto radicali (ma gestibili) come nella recente strategia per la Ville du quart d’heure,8 che tenta di conciliare limitazione degli spostamenti e dei consumi, attività fisica e abbattimento dell’inquinamento atmosferico.
Da un lato questa prospettiva rimette potentemente in gioco la città pubblica, le periferie delle metropoli, in cui la disponibilità di superficie, la distanza tra le case e la riserva di mq di standard permettono di prefigurare scenari possibili, nuove opportunità di declinare lo spazio pubblico. Allora l’idea – tutta moderna – di segregazione delle attività e separazione di flussi pedonali e veicolari – respinta da generazioni di architetti – potrebbe oggi tornare ad avere un nuovo appeal. Dall’altro questa direzione, magari guardando anche ad esperienze del passato (l’INA-Casa, i playground di Amsterdam nell’immediato dopoguerra), porterà gli architetti a sperimentare (nuovamente) sulla dimensione intermedia tra scala urbana e domestica (il quartiere) e sulle soglie intermedie tra pubblico e privato, che saranno necessariamente – prossemicamente – più “dilatate”. E in questo spazio riconquistato9 avranno luogo, auspicabilmente, nuove (o rinnovate) forme di relazione, socialità e condivisione.


Note
1 La tecnica dello straniamento (Verfremdungseffekt) ripresa da Brecht dai formalisti russi, portava l’attore ad esprimere insieme all’azione recitante anche la possibilità di un’altra azione che non viene compiuta. È la tecnica che produce l’effetto contrario dell’immedesimazione. E corrisponde, in filosofia, al principio (socratico) di confutare le risposte tradizionali alle questioni dell’uomo e della vita. (Cfr. Rocco Ronchi, Brecht. Introduzione alla filosofia, et al., Milano 2013).
2 Il termine è coniato in lingua inglese (proxemics) dall’antropologo americano Edward T. Hall alla fine degli anni ’60: dal latino proximus (prossimo) e dal greco séma (segno). La prossemica è una disciplina che studia che cosa siano lo spazio personale e sociale e come l’uomo li percepisce. Edward T. Hall, The hidden dimension, Garden City, N.Y. 1966 (in italiano La dimensione nascosta, Bompiani 1968, introduzione di Umberto Eco).
3 Pensiamo ad esempio ai lavori divulgativi dello zoologo inglese Desmond Morris, da The Human Zoo, (1969) fino a People watching (2002).
4 Come dichiarato dai progettisti nel progetto di Unité(s) Experimental Housing a Digione (Sophie Delhay architecture, 2018).
5 Solamente in Italia si è tradotto lavoro a distanza con smart working, equiparando di fatto i termini smart e online. All’estero più correttamente si parla di working from home, spesso contratto nell’acronimo WFH.
6 New York (2001), Madrid (2004), Londra (2005).
7 Come nel documento Milano 2020. Strategia di adattamento, elaborato nel maggio 2020 dal Comune di Milano in forma aperta ai contributi degli abitanti.
8 La proposta, presentata dalla sindaca socialista di Parigi Anne Hidalgo, è stata presto ripresa da molte altre città europee.
9 Ad esempio gli spazi comuni co-gestiti, i locali condominiali, gli spazi esterni di pertinenza dell’alloggio, i coworking “di vicinato”, ecc.


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