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Lo spazio costretto dell’abitare: reale o virtuale?

Grazia Maria Nicolosi




Il periodo di isolamento sociale che ha costretto ogni persona, in maniera differente, al persistente distanziamento sociale e ad abitare un unico spazio – delimitato, circoscritto, misurato – ha indotto puntuali considerazioni sulla relazione tra uomo, spazio e ambiente in cui vivere e sul senso della morte. Cosa accadrebbe se l’uomo contemporaneo abitante nomade del mondo, abituato a considerare la propria dimora un luogo in cui essenzialmente rifugiarsi, fosse costretto ad abitare esclusivamente nella contrazione del proprio spazio domestico? La tesi è quella per cui i mesi di isolamento sociale siano stati la messa in scena di una realtà che, manchevole di relazioni fisiche, sociali, ludiche, ricreative, abbia indotto l’uomo alla rinuncia della propria corporeità e ad abitare un luogo fatto di connessioni e relazioni esclusivamente virtuali. Un mondo fatto di spazio non reale, simulato, di cyberspazio che per architetti come Marcos Novak potrebbe essere l’occasione di forme poetiche nuove e di leggi e regole altre, non gravitazionali, non prospettiche, non euclidee. Egli scrive di una architettura liquida che pulsa e respira e di cyberspace come la restituzione di informazioni, di input, di simulazioni, di metadati, programmati ed elaborati per generare gli output del e nel virtuale. Il cyberspace diviene per Novak un ‘habitat per e dell’immaginazione’ (Novak 1991). Quali conseguenze per l’architettura? Capsule, micro-architetture, caverne tecnologiche che inglobano, fossilizzano, immobilizzano il corpo dell’uomo annunciandone la sua inevitabile fine? Architetture contenitrici di meta-dati? Si ritornerà a un uomo (seppur tecnologicamente) primitivo? Novak (2001) scrive di ‘trans-architettura’, di ‘abitazione interattiva’, di ‘telepresenza’. Quale il destino dell’uomo. Si dis-incarnerà, si perderà nella rete? Una rete fatta di like, di levigatezza direbbe Byung-Chul Han (2015). Di fronte a siffatte premesse, sono due le riflessioni conseguite. L’una, sul senso dell’abitare contemporaneo, che sembra indurre a volgere lo sguardo verso il passato, l’altra, sul senso dell’arte e dell’architettura di fronte al sembrerebbe inevitabile dominio della tecno-scienza. Guardare il passato per dimorare la casa del profeta direbbe Kahlil Gibran (1923) o dell’avvenire (Bachelard 1957). Per desiderare una casa guscio come quella descritta da Walter Benjamin (1982), per pensare una casa dell’anonimo (Rogers 1958) o per intenderla come diritto sociale (Ponti 1957). Immaginare una casa torre, come quella a Bollingen di Carl Gustav Jung (1961) o una casa corpo (Augè 1994). Una dimora della vita quotidiana (Rossi 1981) o degli eventi (Tschumi 1994). Ovvero, una casa per ‘far abitare’ scriveva Heidegger (D’Urso 2009). Per Baudrillard (1988) si vive nell’epoca della sparizione dell’arte e dell’estetica e nell’era di una società perduta nell’effimero della merce e di ciò che offre prontamente il mercato. Paul Virilio (2002) in Discorso sull’orrore dell’arte riconosce una progressiva e precisa volontà di eliminazione delle tecniche dell’arte e dei mezzi di espressione del passato, a favore di un’arte definita dallo stesso autore ‘arte del motore’. Tale teorizzazione è la trasposizione dello scontro tra l’uomo e la generale e disarmante fiducia nei confronti della tecnologia, delle macchine, dei dis-valori derivati da velocità e iper-tecnica. Perché la velocità? Se il tempo è denaro, allora la velocità è il potere di fare denaro. Si procede verso una sorta di divinizzazione della tecno-scienza presupponendo la sua necessità e inevitabilità. Le conseguenze? Una sparizione graduale di percezione, di fisicità e di corporeità a favore dell’automa. Ma, nel cyberspazio non tutte le percezioni umane sono contemplate. E la questione diviene più complessa quando la progettazione avviene tramite algoritmi stocastici ovvero quando il processo algoritmico è reiterato sulla base di parametri casuali. Greg Lynn Form in occasione della Biennale Interieur del 2012 svoltasi in Belgio proponendo la RV prototype house mostra un prototipo in scala, leggero e roteante, trasposizione di una abitazione spazialmente mutevole ma priva di alcuna relazione con le specificità di un contesto. Lo studio FOA progetta la Virtual House nel 1997. Un nastro avvolto più volte su sé stesso. Per quale luogo? Qualsiasi. Una casa virtuale che alterna «costantemente una condizione di rivestimento e una condizione di avvolgimento», ovvero che possiede la «parzialità, ironia, intimità e perversità del cyborg» scrive Alejandro Zaera (1998, p. 40). Lo studio Asymptote diretto da Hani Rashid e Lise Anne Couture programma nel 2004 il Virtual Guggenheim Museum dimostrando che l’immaginazione potrebbe anche trascendere la fisicità. Le pareti immateriali del museo modificano la propria forma in funzione dei ‘movimenti’ simulati del ‘visitatore’. Uno spazio virtuale piuttosto stimolante per la mente umana. Quali le costanti di siffatte architetture? Oggetti virtuali o reali privi di alcun coinvolgimento sensoriale fisico dell’uomo. Sperimentazioni suggerite dalla sola matrice matematica generative di uno spazio non euclideo, costituiscono il luogo in cui abita un organismo di cui se ne dimentica la fisicità. Rappresentano difatti il risultato di metadati contenuti e gestiti da algoritmi e funzioni matematiche, modelli surrogati e astratti di un mondo privo di diversità e imperfezione, quale è quello del reale. Una natura artefatta che genera una realtà e quindi un’estetica contraffatta. Eppure, Donna Haraway scrive che il cyborg, ibrido tra macchina e organismo, tra realtà sociale e finzione, rende l’uomo libero da ‘ogni forma di dipendenza’. Il cyborg rompe i dualismi: macchina-organismo, natura-artificio, corpo-anima, forma-informe. Tale processo di de-naturalizzazione verso cui l’uomo sembra essere destinato è contrapposto tuttavia a quanto ricercato da Gillo Dorfles (1968) quando scrive che l’artificio potrebbe divenire oggetto naturale. Al telos apocalittico dell’individualismo astratto (Haraway 1995) è contrapposto un telos estetico e sociologico necessario a mantenere ‘la capacità creativa ed esperienziale dell’umanità’. L’una teoria ricerca la capacità creativa nel processo di de-naturalizzazione, nell’automa, l’altra, nell’organismo, nell’essere umano e nella propria capacità di naturalizzazione. Perché, ricorda Heidegger, se vi è un dispositivo, una macchina, in grado di ricordare, di creare, di elaborare, l’uomo probabilmente perderà gradualmente la capacità di farlo e di ragionare, ossia di svolgere tutte quelle attività per cui un sistema meccanico funzionerebbe meglio. E, se è vero che nella corporeità intervengono fattori sociali, storici, culturali, ambientali e quindi anche tecnologici rendendo il corpo un sistema organico complesso maggiore della somma delle proprie componenti ci si chiede se, analogamente nel cyborg, organismo cibernetico somma dei termini cyber e organism, è ancora contemplata la corporeità dell’essere umano. In questo scenario di generale anestetizzazione del sentire dell’uomo, è probabile che si teorizzi non il fine ma una fine per l’uomo, per l’arte, per l’architettura. Paul Virilio (1980) scriveva di estetica della sparizione. Ancora una volta una cancellazione. Analogamente a quanto accade nell’arte per cui le avanguardie sembrano voler annullare le tecniche artistiche precedenti, come volessero eliminare la storicità, lo spazio virtuale sembra voler eliminare quello reale. Per Allan Kaprow si dovrebbe persino cancellare la parola arte dal dizionario. Si pone in una posizione intermedia Martin Heidegger (1976) affermando che l’azione del disvelamento della verità, Wahrheit, passa anche attraverso la tecnica. Tuttavia, se l’accadimento avviene tramite l’esserci, dove risiede il luogo della particella ‘ci’ nel cyberspazio? Per la cyborg-architettura la tecnologia è il fine e lo spazio fisico dell’architettura è destinato a ridursi a quello virtuale della rete fino a scomparire. Il Coronavirus sembrerebbe ci abbia costretto a farlo. Eppure, i mesi di lockdown, mesi di connessione virtuale, hanno dimostrato che la comunicazione non può ridursi esclusivamente a quella verbale o visiva. Ciò che è mancata è stata la percezione del proprio corpo in relazione al corpo dell’altro. Il filosofo Massimo Cacciari (2004) scrive che se il corpo, la realtà fisica, physis, è difatti il luogo primo, come potrebbe l’essere umano non ricercare altri luoghi? E che benché l’anima possa non avere una dimora fissa, un a-oikos, nomade, essendo dynamis, ovvero energia intellettuale, è necessario comunque possedere luoghi in cui dimorare. Luoghi da abitare, mutevoli, instabili, ma fisici. Essenziali per non perdere la capacità umana di immaginare, di progettare, di emozionarsi, di creare. Per Paul Virilio (2002) bisognerebbe ridare valore al corpo e quindi all’architettura. Non vi è architettura senza uomo. Non vi è Cristianesimo senza incarnazione, non vi è arte senza corpo. Quale l’antidoto? Virilio scorge nell’incidente una via d’uscita. Ogni volta che un nuovo prodotto tecnologico o una nuova tecnica è inventata, è inventato anche l’incidente corrispettivo. L’invenzione della nave è coincisa con il suo naufragio. L’incidente dell’arte con la sua rappresentazione. Per Virilio, l’incidente permette di rintracciare il valore. Il Covid-19 potrebbe essere quindi l’incidente della virtualizzazione?


Bibliografia
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BACHELARD G. (1957) – La poetica dello spazio, Edizioni Dedalo, Bari.
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CACCIARI M. (2004) – “Nomadi in prigione”. In: A. Bonomi e A. Abruzzese (a cura di), La città infinta, Mondadori, Milano.
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