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#Io resto a casa. Nuove forme dell’abitare domestico

Antonino Margagliotta, Paolo De Marco




Le emergenze sanitarie hanno sempre influenzato le teorie urbanistiche e le trasformazioni delle città, come pure gli apporti provenienti dalla medicina hanno influito sulla definizione delle nuove forme dell’abitare e dell’architettura.
Nel XVIII secolo le proprietà antibatteriche della calce hanno contribuito a diffondere il mito del bianco in architettura proprio nello stesso tempo in cui Winckelmann elaborava le teorie sulla classicità; a loro volta, le prime leggi urbanistiche dell’Ottocento hanno legato l’azione pianificatrice alle regolamentazioni igieniche, motivando gli interventi di livellazione delle strade, i tagli e gli sventramenti dei tessuti storici di molte città europee. Le sperimentazioni spaziali dei primi decenni del Novecento nei luoghi di cura sono presto confluite negli standard di salute e igiene della casa (Colomina 2018, Barras 2020): le grandi aperture vetrate e le terrazze assolate dei sanatori sono apparsi dapprima nella machine à guèrir e subito dopo in quella à habiter, per cui le case e i complessi residenziali si sono dotati di terrazze e tetti-giardino per accogliere la natura nello spazio domestico e svolgervi le azioni di una vita salutare; tali principi hanno innovato anche le scuole con la didattica all’aperto in aule totalmente apribili e ventilate o che si duplicano totalmente all’esterno. E ancora, le raccomandazioni sanitarie sono state assunte come metafora dei principi innovatori dello spirito nuovo per cui la legge della biacca, enunciata da Le Corbusier, fa pulizia nel linguaggio, nella casa e nella vita dell’uomo moderno: «Da nessuna parte restano angoli sporchi o oscuri: tutto si mostra così com’è in realtà» (Le Corbusier 2015, 191)1. Le terminologie mediche, infine, finiscono per ibridare le parole dell’architettura per cui ancora oggi si parla di scheletri, ossature, pelli, patologie che esplicitano le analogie con cui gli architetti hanno presentato gli edifici come dispositivi spaziali per proteggere il corpo e la psiche.
Anche adesso, nell’attesa di una soluzione medica, la risposta al Covid-19 passa da considerazioni sugli spazi poiché al momento solo questi possono attenuare i contagi, isolare e confinare; l’emergenza ha tuttavia evidenziato criticità già evidenti a livello ambientale e urbano che, in ogni caso, sopravvivranno alla pandemia stessa. Ma poiché le città si modificheranno lentamente, per l’inerzia alle trasformazioni e la complessità dei fenomeni a scala urbana, molte riflessioni – ed esiti comunque necessari ed immediati – possono avviarsi ragionando sugli spazi che abitiamo e, in modo particolare, della casa vista soprattutto dall’interno. Concentrare i ragionamenti su quanto già esiste consente pure di arginare una paventata urbanistica della dispersione che provocherebbe esiti disastrosi per il territorio e la campagna.
Nel periodo dell’isolamento abbiamo valorizzato – o messo in discussione – i nostri spazi: la casa è diventata la soglia che se per un verso ha imposto un confine alle nostre vite, per altro verso ha reso evidenti nuove necessità e aperto lo sguardo a paesaggi possibili. Forse, inaspettatamente, il confinamento ha restituito alla casa un valore diverso da quello immobiliare e fatto riemergere l’antico significato di domus, cioè di spazio della famiglia e della condivisione. La casa è tornata ad essere, in modo esplicito, il rifugio domestico, il luogo che custodisce e protegge, che rappresenta il senso primario e primordiale dell’abitare. Restare a casa, dimorare, è stata l’occasione per riflettere sugli spazi alla luce di rinnovate necessità, per possibili azioni che poi dalla casa si possono estendere, con una visione multi-scalare, alle cose e alla città. E poiché la casa è da sempre il principio dell’abitare, da essa certamente potranno traguardarsi cambiamenti e trasformazioni più ampie.
Un primo livello di intervento (per questioni di logica e di fattibilità) riguarda allora le case che abitiamo per ricondurle, dopo tanto parlare di nomadismo, al valore della stanzialità e affrontare con un pensiero poietico le azioni della quotidianità domestica: le necessità della vita affettiva e dell’intimità personale, del mangiare e del vivere sano, del lavoro o della didattica a distanza (anche per l’intero nucleo familiare), del corpo e dello spirito, del contatto con la natura, della possibilità di isolarsi pur nell’isolamento generale. Del resto, la casa (soprattutto quella in città) è da sempre lo spazio privato della famiglia, totalmente separato dall’esterno urbano (pubblico e collettivo) – tranne per il balcone, oggi riscoperto come proiezione all’esterno dello spazio privato (Gabrielli e Tettamanti 2020, 29-32)2 e trasformato in palcoscenico mediatico della vita domestica – oltre che dall’attività del lavoro e dello svago. La questione interna riguarda, quindi, la necessità di fare e dare spazio a queste attività superando il consolatorio equivoco che riguardi solo la tecnologia, poiché questa – dice Umberto Galimberti – «non apre scenari di senso o di salvezza, ma semplicemente funziona: come diceva Pasolini, non è progresso ma sviluppo» (Crippa 2020)3. Lo conferma l’introduzione già da qualche tempo del lavoro a distanza che è stato inteso come questione di mera strumentazione tecnologica senza implicazioni sullo spazio a cui invece bisogna pensare dato che il lavoro telematico andrà incentivato e potenziato: non bastano le app, servono spazi idonei che la casa non sempre possiede (Zevi 2020, II).
Procedendo per complessità, un’azione progettuale è allora quella di tenere in ordine – in senso architettonico – la casa e liberarla da quanto la ingombra, riportala allo spirito di necessità, all’aspirazione etica ed estetica dell’essenzialità; anche perché, se forma della casa e stile di vita si influenzano a vicenda, si stabilisce una strategia per la sostenibilità quotidiana, la riduzione degli scarti e degli sprechi, il consumo consapevole. La sfida riguarda anche il design per stabilire un nuovo legame culturale e affettivo tra l’uomo e i suoi oggetti, per riferire i nuovi consumi e le regole dell’abitare alla sensorialità e ai valori emozionali come suggerisce il concetto della casa calda (Branzi 1984)4.
I ragionamenti divengono ancor più emblematici se si contestualizza la casa nel paesaggio urbano; non tanto però nell’abitare distanziato (la casa in campagna, nel borgo o nel paese, in pochi mesi trasfigurato da problema in risorsa) quanto nell’abitare condiviso nelle aree metropolitane e nelle conurbazioni affollate che, come la cronaca ha dimostrato, costituiscono il vero terreno di diffusione delle epidemie. In queste configurazioni la casa è l’appartamento (il luogo in cui, per definizione, ci si apparta), spazio domestico che risente delle interazioni con la scala urbana e consente di ragionare su una città per comparti. Il progetto può in questi contesti recuperare e rimettere a sistema principi e sperimentazioni già avviate in architettura, inclusi alcuni ideali che hanno alimentato le trasformazioni del Moderno; induce anche ad aggiornare i minimi dell’abitare – il concetto di existenzminimum – per garantire spazi di dimensione adeguata e qualità di vita da offrire in modo esteso e generale. Questo l’ulteriore livello di intervento riguardante il progetto del nuovo, può guardare, allora, alle utopie sull’abitazione collettiva (il tema recente del social housing) che ha dato origine a molte innovazioni architettoniche e urbane, al recupero delle idee espresse nelle unitès d’habitation che, con i loro spazi di servizio o per fare comunità, consentono attività all’aperto o possono avere il verde in copertura (staccate poi dal suolo con i pilotis evocano grandi navi che levano gli ormeggi e danno la salvezza); può anche richiamarsi il valore sociale e spaziale dei familisteri (dell’utopia e delle concretizzazioni) o dei grandi insediamenti con autonomia di servizi in cui spesso la corte interna (lo shikumen impiegato dagli urbanisti cinesi già molto tempo fa) è luogo di incontro e di socializzazione, filtro tra lo spazio privato e la città (Sennett 2020, 13).
Il progetto del nuovo nell’abitare condiviso dovrebbe assumere regole differenti – quasi con una revisione degli standard urbanistici – per dare conto agli odierni bisogni: spazi di internità sociale; verde domestico, in quota o in copertura (da incentivare con bonus e strategie per la ristrutturazione, ma senza incorrere nell’estetizzazione del verde), per assicurare orti o spazi vegetati realmente accessibili, attrezzati per l’attività sportiva dei condomini e dei bambini; patii, balconi abitabili e logge per ciascuna abitazione (impedendo che possano poi trasformarsi in verande); illuminazione naturale; spazi di coworking – come hub di quartiere – in cui recarsi nelle ore di lavoro agile, per separare lo spazio della casa da quello del lavoro; spazi di studio nelle abitazioni (nel periodo del confinamento ogni piano orizzontale della casa, incluso il tavolo della cucina, è diventato postazione di lavoro) magari garantiti dall’adattabilità, come si fa con l’accessibilità ai disabili. Saranno poi necessari parametri di igienizzazione per le parti comuni, di ventilazione e l’illuminazione per gli ambienti, controllo e depurazione dello spazio con la disposizione dell’arredo essenziale, rimovibile e leggero, e integrato –secondo il principio loosiano – nello spessore murario.
La sfida deve però guardare anche alle questioni etiche ed esistenziali poiché il progetto, di qualunque casa, deve aiutare a sentirsi e fare comunità. Per stare soli e non sentirsi soli, per non diventare dormienti e ammalarsi di un altro virus – la peste dell’insonnia di Cent’anni di solitudine – che ha come evoluzione del non dormire l’inesorabile perdita della memoria, la cancellazione della «coscienza del proprio essere», il cedere «all’incanto di una realtà immaginaria […] meno pratica ma più riconfortante». E senza dimenticare chi non ha casa.


Note
1 Nel 1925 Le Corbusier enuncia la Loi du Ripolin (Legge del Ripolin, famosa marca francese di pitture), invitando ad usare il bianco “estremamente morale” della calce per ripulire le case dagli ornamenti ed accogliere lo spirito nuovo della modernità. Princìpi etici e spaziali si legano per definire stili di vita e il nuovo linguaggio dell’architettura.
2 Improvvisamente i balconi, come pure le terrazze e le verande, sono stati riscoperti come luoghi privilegiati della casa per comunicare con la strada, il quartiere, la città, divenendo dispositivi per la comunicazione e raggiungendo, grazie ai media, platee ben più vaste. Questo e altri libri di recente pubblicazione documentano situazioni e riflessioni emerse durante il periodo di confinamento.
3 Da tempo viviamo ormai nella cosiddetta età della tecnica che assiste l’uomo in quasi tutte le pratiche della quotidianità allontanandolo dalla terra; i mesi del lockdown – secondo lo stesso Galimberti – hanno mostrato la precarietà di questo sistema di rapporti puramente tecnici.
4 Il libro di Andrea Branzi sintetizza alcuni temi di ricerca del design radicale degli anni Settanta e Ottanta, formulando una nuova proposta per una progettazione rivolta ad una civiltà domestica; la casa calda rappresenta il legame culturale e affettivo tra l’uomo e gli oggetti di uso quotidiano e identifica il valore emozionale come «unico in grado di costituire un punto di riferimento all’interno dei nuovi consumi».


Bibliografia
BARRAS V. (2020) – Espazium. [online] Disponibile a: <https://www.espazium.ch/it/attualita/la-dimensione-spaziale-ha-sempre-fatto-parte-della-medicina> [Ultimo accesso 24 luglio 2020]
BILÒ F. e PALMA R. (2020) – Il cielo in trentatré stanze. Cronache di architetti #restatiacasa, Letteraventidue, Siracusa.
BRANZI A. (1984), La casa calda. Esperienze del Nuovo Design Italiano, Idea Books Idea Books, Milano.
COLOMINA B. (2018) – X-Ray Architecture, Lars Muller Publishers, Zurigo.
CRIPPA D. (2020) – Il Giorno. [online] Disponibile a: <https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/coronavirus-galimberti-1.5164755> [Ultimo accesso 24 luglio 2020]
ELEB M. e BENDIMERAD S. (2018) - Ensemble et séparément. Des lieux pour cohabiter, Mardaga, Paris.
LE CORBUSIER (2015), L’arte decorativa, trad. it. Dardi D., Quodlibet, Macerata.
SENNETT R. (2020) – “Come dovremmo vivere? La densità nelle città del post-pandemia”, in Domus n. 1046 (maggio).
ZEVI T. (2020) – “Come vorremmo le città post-coronavirus”, in Domus n. 1047 (giugno).






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