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Flipped space: Il rapporto inverso casa lavoro

Roberta Gironi 




Il lockdown ha stravolto il rapporto tra luogo di lavoro e abitazione, svuotando gli spazi pubblici e trasferendo nel privato nuove funzioni, in una prospettiva maggiormente sincronica1. Il rapporto tra gli uffici, le “fabbriche del nuovo millennio”, e le abitazioni si è fatto più fluido, lasciando intravedere nuove prospettive organizzative. Come rileva l’Osservatorio sullo Smart Working del Politecnico di Milano, infatti, l’esperienza di lavoro in remoto imposta dalla pandemia sta spingendo molte aziende a considerare il lavoro “agile” come un’opzione preferibile, da introdurre in maniera strutturale2. Anche i dipendenti hanno apprezzato il lavoro da casa, pur sottolineando un necessario ripensamento degli spazi lavorativi privati3 e uno stress da tracciamento4. Tutto questo apre nuovi scenari. L’ufficio, come la fabbrica in epoca industriale, ha infatti attirato e localizzato la domanda abitativa nelle città5, ma oggi lo smart working e la tecnologia consentono di liberare milioni di pendolari dall’obbligo di spostamento giornaliero lungo arterie congestionate. Grazie a una buona connessione web, si può così optare per scelte abitative extra-cittadine6, in contesti più defilati, vivibili e meno dispendiosi.
Già la crisi petrolifera degli Anni ‘707 aveva obbligato milioni di persone a modificare abitudini di vita e dunque anche di lavoro. Ma oggi la combinazione tra impatto della crisi sanitaria e possibilità offerte dalla tecnologia consente di introdurre strutturalmente un nuovo modello organizzativo più performante sul versante dello sviluppo sostenibile e della qualità della vita8.
Il tema non è del tutto nuovo: negli ultimi 20 anni, il lavoro digitale ha compromesso la staticità dei luoghi di lavoro – mantenendo una reminiscenza dell’insegnamento del bürolandschaft9 – all’insegna dell’abbattimento di barriere di separazione, implementando aspetti di flessibilità e stabilendo nuovi equilibri tra spazio fisico e smaterializzazione digitale. Del tutto nuove sono, ai giorni d’oggi, le possibilità offerte dal web e i tempi brevissimi in cui si è imposto il lavoro agile a livello globale per via della crisi sanitaria.
È così diventato evidente come l’ufficio possa non più configurarsi come il posto bensì come un luogo di lavoro, in una visione ampia di ambiente di produzione che coinvolge anche la sfera sociale, emotiva, oltre che produttiva, come nel caso dei coworking, che talvolta assumono anche funzioni pubbliche. Il progetto Betahaus a Barcellona o i coworking ideati da Selgascano per la compagnia Second Home, quali ad esempio Oasi a Los Angeles o il Mercado da Ribeira a Lisbona, sono indicativi di questo cambiamento.
In pochi giorni il modello organizzativo a livello globale si è dovuto reinventare per il virus, avviandosi verso un nuovo schema – il flipped workspace – secondo cui il lavoro vero e proprio del singolo viene realizzato a casa, mentre la sede dell’azienda, il vecchio ufficio, diviene un hub relazionale, un luogo di verifica e di incontro, di crescita professionale culturale, di fruizione di servizi, di team building. Il capovolgimento della prospettiva applicato agli uffici rimanda alla svolta già avvenuta all’inizio del millennio in relazione alla flipped classroom10 che ha ribaltato il concetto e l’uso dell’edificio scolastico partendo da una revisione delle modalità di apprendimento e della sua trasposizione in termini spaziali, con l’abbandono del banco come misura di riferimento progettuale. L’aula si converte in una proiezione più ampia, in una matrice organica architettonica che coinvolge l’intero edificio, incentivando un’impostazione volta al confronto e allo scambio anche tra classi distinte. Lo spazio si arricchisce di sfumature e si delineano ambienti diversificati (spazi educativi, individuali, di esplorazione, informali, l’agorà e di gruppo) in cui l’arredo gioca un ruolo fondamentale di definizione in una nuova prospettiva legata a valori di connettività, condivisione e modularità, nonché di networking pedagogy (Tosi 2016).
L’approccio “rovesciato” si presenta per gli uffici come una riformulazione spaziale il cui corollario risiede nel superamento della postazione fissa assegnata al singolo, verso un nuovo ambito di lavoro concepito come aperto e multifunzionale, in quanto dedicato principalmente alle sole attività di confronto col team, di coordinamento, di brainstorming o di formale incontro con il cliente/utente, laddove il lavoro vero e proprio si realizza da remoto, a casa. In questo nuovo modello il risultato effettivo, la produzione, prevale definitivamente sul valore della presenza fisica.
L’ufficio, non più impostato sull’elemento caratterizzante della scrivania, assume la valenza di luogo nomade di incontro e aggregazione, uno spazio finalizzato alle relazioni in grado di soddisfare diverse esigenze, non necessariamente a beneficio di una singola azienda ma di un network di fruitori.
Il superamento dell’ufficio novecentesco è radicale, tanto che secondo Carlo Ratti11 si passerà “dallo spazio del lavoro al paesaggio del lavoro”. L’ambiente dell’ufficio si connota di attributi quali pubblic, privileged e private, individuando rispettivamente: punti fertili di scambio; aree a contatto ristretto come sale meeting e spazi di lavoro singoli; perimetri personalizzati per il lavoro individuale.
Andando molto al di là della pura attività lavorativa, si mettono a disposizione aree per il relax, lo sport, l’assistenza, per l’approfondimento e la fruizione culturale e scientifica, per servizi di welfare: veri e propri luoghi di rigenerazione delle risorse umane in cui il lavoratore è immerso in un sistema fluido e stimolante.
Dopo le varie compressioni e decompressioni che i luoghi di lavoro hanno registrato nel corso de tempo – dall’ufficio taylorista, open space, ai modelli razionali del movimento moderno, con cubicoli personali, passando per la disposizione libera con arredo flessibile – si giunge ora all’attuale condizione “liquida” dello spazio evidenziando dunque un ulteriore scarto12. Il caso di Google13 è in questo senso rappresentativo poiché ha creato una configurazione basata sul fattore emotivo e psicologico, giocando sugli scenari evocativi di una dimensione domestica e alternando diversi tipi di ambientazione dai più strutturati a quelli informali a uso libero.
In questa prospettiva, si può ipotizzare per gli uffici del futuro una riduzione dello spazio di lavoro individuale, ottenuto all’occorrenza con partizioni mobili, in favore di aree di collaborazione. Al pari della scuola, in cui l’innovazione flipped ha comportato una rigenerazione di tutti gli spazi, pensati in chiave di possibile apprendimento (dal corridoio come luogo di scambio informale agli spazi per i workshop come apprendimento condiviso), anche l’ambiente di lavoro si avvia a intraprendere un percorso di ridefinizione spaziale formulato sul riconoscimento di differenti stili lavorativi (comunicazione, concentrazione, contemplazione, collaborazione) che conducono a proporre ambienti articolati secondo differenti finalità (brainstorming, presentation, focus, relax, socializing, etc).
La modularità, in questo senso, gioca un ruolo fondamentale di riconfigurazione, permettendo di convertire, ampliare o comprimere anche gli spazi comuni in postazioni di lavoro momentanee (ad esempio, lo smart canteen trasforma la mensa in spazi lavorativi, le huddle room diventano luoghi per meeting, videocall e brainstorming), come nel caso del progetto Unstable Office di Carlos Arroyo.
Le possibilità di connessione da remoto e la flessibilità degli spazi consentono quindi un forte ridimensionamento delle superfici complessive necessarie in uso esclusivo alle singole aziende, con conseguenti risparmi, aprendo a soluzioni dinamiche e condivise che soddisfano prevalentemente esigenze a tempo, di rappresentanza e di coordinamento.
Al pari dell’ufficio, anche le abitazioni sono chiamate a svolgere un ruolo diverso. Le nuove modalità di lavoro da remoto richiedono un ampliamento dimensionale e una riconfigurazione dell’abitazione. Mutano disposizioni e funzioni, già a partire dai condomìni: «L’edificio come sistema, con i suoi spazi intermedi e annessi, diventa il ‘cuscinetto’ assorbitore di nuovi usi e funzioni sottratti e introiettati dalla città ai quali l’alloggio, da solo, non riesce ad assolvere» (Tucci 2020). Andando oltre, nella casa, si afferma «il tema della necessità di passare dalla tradizionale ‘soglia di ingresso’ bidimensionale ad un’area che faccia da ‘zona-filtro’, da interfaccia degli scambi tra esterno e interno, perché essi oggi, e forse anche domani, vanno controllati e protetti». L’ingresso a casa si “ritualizza”, con gesti e azioni che assumono ora un rinnovato valore di rispetto e tutela della salute, oltre che diventare un luogo potenzialmente adatto per essere trasformato in ambiente di lavoro quando necessario.
In questo senso, risulta interessante la ricerca dello Studio Riken Yamamoto su un intimo rapporto tra abitazione e spazio di lavoro, rendendo quest’ultimo una naturale estensione della casa. La proposta SoHo (Small Office-Home Office) concepisce un ambiente da adibire a zona lavoro, studio, didattica in diretto contatto con il corridoio distributivo del resto degli alloggi nell’edificio. Si presenta dunque come una stanza multiuso che diviene anche un filtro tra dimensione pubblica e privata, tanto spaziale quanto sociale, rinunciando alla separazione anche attraverso la scelta di una partizione trasparente di chiusura.
Il web ha aperto una finestra spazio-temporale pubblica all’interno della dimensione privata che prelude a una sua ibridazione: le abitazioni si riconfigurano con spazi polivalenti (privati e pubblici), divisibili, frazionabili, adattabili. Ambienti che consentono di realizzare attività didattiche e lavorative da remoto. Realtà demarcate da separazioni mobili, pannelli, sfondi: soluzioni che preservano la riservatezza dell’abitazione dall’inesorabile occhio della videocamera del pc. Si affermano spazi che possono ridefinirsi nell’arco della giornata, passando da una chiara vocazione privata all’interazione verso l’esterno, in una totale immersione della casa in rete nell’ambito di una prospettiva interamente digitale e interattiva.


Note
1 «Ci sono due modi per programmare attività nel centro di una città. Nel primo, una folla di persone riunite fa cose diverse nello stesso tempo; nell’altro si concentra a fare una cosa per volta.» (Sennett 2018).
2 L’Osservatorio ha registrato negli ultimi 6 mesi un cambio di indirizzo da parte del 62% di aziende PA nell’adozione del lavoro agile.
3 Nell’Indagine dell’Istituto Piepoli per Designtech (4 maggio 2020) il 63% degli italiani pensa che “sarà necessario riorganizzare gli spazi privati”.
4 «Oggi sorvegliare un lavoro atomizzato e a distanza è più facile di quando era concentrato in un unico edificio. Tenendo a casa il personale, i superiori possono disarticolare la collettività» (Sparrow 2020).
5 Alle teorizzazioni sul decentramento e la delocalizzazione dei primi anni Duemila, la crisi economica ha dato un impulso in controtendenza e le città sono tornate a essere il terreno fertile per le attività produttive, soprattutto di beni intangibili (Ragonese 2012).
6 Stefano Boeri prevede un futuro decentramento della popolazione verso «i piccoli borghi alpini e appenninici dove il distanziamento sociale è maggiore».
7 «Di colpo la cultura del lavoro statunitense, incentrata sull’uso dell’auto privata, apparve insostenibile. Proprio quell’anno Jack Nilles pubblicò insieme ad altri studiosi il saggio The telecommunications-transportation tradeoff, in cui affermava che il problema del traffico era solo un problema di comunicazioni» (Newport 2020).
8 «I lavoratori, e quindi i loro consumi, potrebbero abbandonare le metropoli ormai troppo care e rivitalizzare località lontane dai sentieri più battuti» (Newport 2020).
9 I fratelli Eberhard e Wolfgang Schnelle nel 1958 propongono una soluzione innovativa per gli uffici partendo dalla rimozione della ripetitiva distribuzione delle scrivanie per introdurre un sistema più organico basato sull’inserimento di arredi e vegetazione liberi: il bürolandschaft, ossia “paesaggio dell’ufficio”.
10 L’origine è rintracciabile nella sperimentazione di videolezioni da parte di due docenti, Jonathan Bergmann e Aaron Sams, nel 2006 per raggiungere anche gli studenti assenti alle lezioni.
11 Ricerca Copernico. Il nuovo paesaggio del lavoro in collaborazione con Copernico co-working, BNP e Arper.
12 Si veda l’edizione della rivista a+t dedicata alle trasformazioni dei luoghi di lavoro: Workforce, a better place to work, (2014),«a+t», nn. 43-44.
13 Ad esempio, il Campus Google a Londra o la sede di Google a Zurigo.


Bibliografia
“Workforce, a better place to work”, (2014),”a+t”, nn.43-44.
BENNETT B. E., SPENCER, D., BERGMANN, J., COCKRUM, T., MUSALLAM, R., SAMS, A., FISCH, K., OVERMYER, J., (2013) – “The Flipped Class Manifest”. The Daily Riff.
FIORENZA O. e ROJ M., (2000) – Workspace/workscape: i nuovi scenari dell’ufficio, Skira.
MITCHELL W.J. (1996) – City of Bits: Space, Place, and the Infobahn (On Architecture), MIT Press.
NEWPORT, C. (2020) – “È la fine dell’ufficio?”. Internazionale 1395, 3 luglio 2020, 40-46.
RAGONESE, M. (2012) – “Spazi condivisi, luoghi ritrovati”. In: S., Marini, A., Bertagna, F., Gastaldi (a cura di), L’architettura degli spazi del lavoro. Quodlibert, Macerata.
SENNETT R. (2018) – Costruire e abitare, Feltrinelli, Milano.
SPARROW, J. (2020) – “Una rivoluzione distopica”. Internazionale 1395, 3 luglio 2020, 47.
STEWART M. (2004) – The other office: creative workplace design, Frame publisher, Amsterdam.
TOSI, L. (2016) – “Spazi educativi flessibili e ambienti differenziati”. In: G., Biondi, S., Borri, Tosi, L. (a cura di), Dall’aula all’ambiente di apprendimento. Altralinea, Firenze.
TUCCI, F. (2020) – Pandemia e Green City. Le necessità di un confronto per una riflessione sul futuro del nostro Abitare, Dossier della Fondazione Sviluppo Sostenibile, aprile, 32-45.


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