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L’elemento verde e l’abitazione nella città in quarantena

Sara Protasoni 




Nelle ultime settimane la parola cura – ma più precisamente la parola inglese care, che indica oltre al curare, anche l’attenzione e la preoccupazione per qualcosa (Tronto 2015) – ha acquisito un ruolo centrale nel dibattito pubblico:1 non solo in quanto compito dello Stato con i suoi apparati e obiettivo prioritario per l’azione politica, ma anche come responsabilità individuale che deve informare il complesso sistema delle nostre relazioni con gli altri esseri umani, con tutti i viventi e perfino con i non-viventi all’interno dei luoghi nei quali abitiamo. Un approccio al progetto ascrivibile al paradigma della cura è da tempo praticato e teorizzato da alcuni tra i più interessanti architetti del paesaggio (Clement 2012, Corner 1999, Mosbach 2010), per i quali la cura come azione si fonda da un lato sull’osservazione ravvicinata degli elementi presenti in un luogo; dall’altro sulla scelta di interventi strategici, che derivano dalla severa applicazione di quel principio di economia proprio delle tecniche tradizionali del paesaggismo. Lasciare il più possibile le cose come stanno o come potrebbero evolvere, presuppone un progetto fondato sullo studio della realtà e sul giudizio critico rispetto alle condizioni e ai tempi delle trasformazioni in atto. Un progetto capace di innescare processi che non tendono verso un’irraggiungibile compiutezza ma scandiscono decisioni (da intendersi come assunzioni di responsabilità entro un approccio sostanzialmente di tipo negoziale e adattativo) e azioni (che includono il problema delle tecniche di costruzione, gestione e manutenzione) riferite ai tempi distesi delle trasformazioni di un luogo, tra natura e cultura. Un progetto capace di lavorare anche con l’imprevisto.
In relazione a questi nuovi impegni, diventa centrale ripercorrere le strutture e le figure dell’immaginario spaziale che, come architetti, siamo chiamati a delineare e rendere pienamente comprensibili nell’ambito della discussione pubblica, con particolare riguardo alla dimensione della naturalità, tra sfera individuale e sistema delle relazioni collettive e pubbliche. Ma diventa essenziale anche precisare il lessico che, in relazione a questo impegno, è strumento fondamentale per rendere efficace il contributo disciplinare nell’ambito del dibattito pubblico1. Come architetti la pandemia ci ha messo di fronte alla consapevolezza che i luoghi nei quali abitiamo sono una piccola porzione dell’intero pianeta e la definizione e valutazione delle trasformazioni di cui ci rendiamo responsabili non può che attraversare scale differenti, da quella microscopica di un virus o dei un micro-organismi responsabili di essenziali processi biologici come la biocenosi, a quella macroscopica. Alexander von Humboldt (Wulf 2017) aveva già compreso questa dialettica due secoli fa, giungendo a rappresentare per la prima volta la nostra Terra come un grande organismo vivente dove tutto è connesso in una rete fitta di dipendenze da indagare a scale molteplici. (von Humboldt 1845).
La responsabilità alla quale non possiamo sottrarci è quella di riconoscere, evidenziare e prevenire alcune derive assai pericolose: banalizzazioni (ad esempio ripensare il progetto del suolo pubblico come meccanica trascrizione delle geometrie del distanziamento); fughe in avanti iper-tecnologiche (che alimentano l’infatuazione per le tecnologie digitali a prescindere dalle implicazioni sociali, culturali e soprattutto spaziali della loro applicazione pervasiva); semplificazioni del complesso rapporto biologico e simbolico tra natura e architettura (come proporre quinte di separazione vegetali, verdi o fiorite, a prescindere dall’appropriatezza rispetto ai luoghi e dalle possibilità di un’effettiva cura e gestione delle piante).

Due metafore: il giardino e la foresta
Paradigma di questa interazione virtuosa tra uomo e ambiente fondata sui valori della cura è indubbiamente il giardino, inteso sia come costruzione complessa che si genera dal lento depositarsi in un luogo di trasformazioni intenzionali e interventi di manutenzione che interessano la forma del suolo, la vegetazione e le attrezzature; sia come costruzione estetica (letteraria e figurativa) dai molti significati, connessa all’idea di spazio dell’architettura e del suo rapporto con lo spazio della natura (Grimal 1974). Con la nuova consapevolezza che, come ci ricorda Gilles Clement (2012), il primo giardino è il giardino alimentare strappato alla foresta, che nasce con la sedentarizzazione degli uomini. (Pollan 1991) In questa visione la foresta è un mito: quintessenza della natura non influenzata dall’uomo, spazio dell’incerto in cui tutto può accadere, contrapposta alla città, alla cultura, alla storia.
Oggi la riflessione si sta muovendo oltre questa visone oppositiva. La crisi e revisione contemporanea delle rappresentazioni del mondo naturale e lo studio delle stratificazioni dei sistemi naturali nell’ambito dei processi ecologici (sia lungo la linea temporale delle trasformazioni, sia nella profondità delle possibili sezioni che attraversano sistemi concorrenti) ha reso possibile comprendere come l’interazione tra fattori non antropici e fattori antropici sia una delle principali cause all’origine di alcuni biotopi caratteristici, in particolare delle foreste (Küster 2009). La nuova centralità assegnata al paradigma della cura ha fatto emergere la necessità di ripensare al nostro modo di essere presenti e attivi nei processi che modificano i nostri habitat. Gli esseri umani trasformano il mondo per abitarlo. Ma lo stesso fanno gli altri viventi, vegetali e animali. In un suo recente saggio, Emanuele Coccia (2018) propone una fenomenologia della mescolanza tra i viventi di cui il mondo vegetale (e in particolare la foresta) è metafora, suggerendo di pensare il mondo come un’opera di design di altre specie per altre specie nel quale territorialità, coabitazione, adattamento reciproco sono le dinamiche che presiedono alle trasformazioni e impongono una revisione radicale della dimensione etica e tecnica della progettazione.

Leberecht Migge, Luigi Figini, Pietro Porcinai
Di fronte a queste sollecitazioni, mai come in questo momento è necessario ribadire la centralità di un’idea di progetto che, anche nel campo dell’architettura del paesaggio, non rinuncia a porre interrogativi intorno ai propri strumenti e al proprio ruolo sul piano etico e politico, soprattutto relazione alla dialettica tra innovazione a fronte delle mutate condizioni determinate dalla pandemia. Per raggiungere questo scopo ritengo sia importante ritornare a riflettere intorno ad alcuni testi architettonici della modernità per ricercare linee di continuità, fratture, radicali trasformazioni e ritorni imprevisti all’interno della cultura disciplinare. Con la convinzione che l’architettura, rispetto alla sfida ecologica, non possa rinunciare a quella che Tomàs Maldonado (1970) definiva coscienza critica della processualità tecnica. Di seguito alcuni spunti.
Leberecht Migge (1881-1935)(Haney 2010), impegnato in Germania nella progettazione delle Großsiedlungen di Francoforte sul Meno e Berlino con importanti architetti moderni dell’epoca2 ha ripreso alcuni risultati delle ricerche condotte nel mondo delle scienze della natura (in particolare il contributo di Raoul Francé3) per delineare un approccio biotecnico alla progettazione di nuovi insediamenti che integrassero abitazioni e giardini attraverso infrastrutture innovative. Un nuovo approccio alla pianificazione e progettazione degli spazi aperti alle diverse scale fondato su un modello biologico circolare che delinea nuove possibili interazioni degli abitanti con la terra, l’acqua, l’aria e la luce per la produzione di cibo e la gestione dei rifiuti (Migge 1919) fortemente anticipatore di temi oggi all’attenzione.
L’approccio insieme tecnico-scientifico e poetico di Migge è anche alla base delle riflessioni di Luigi Figini (1903-84) pubblicate nel quaderno di «Domus» L’elemento verde e l’architettura, di recente riportato alle stampe a cura di Ornella Selvafolta (Figini 1950). Pensato come repertorio di riferimenti e soluzioni tecniche in una collana che, per la settorialità dei temi proposti, si colloca in un filone riconducibile alla manualistica, il volume è proposto come un vero e proprio manifesto di una diversa idea del rapporto tra natura e architettura. Figini lavora intorno a un’idea di giardino come spazio di riconciliazione tra uomo e natura e individua nella forma fisica e simbolica dell’hortus conclusus la soluzione ideale per affrontare la domanda di una rifondata relazione tra l’elemento verde e l’abitazione. Per Figini – dopo il razionalismo – «pittura e poesia del nostro tempo riecheggiano il duplice motivo di questa invasione del verde esterno nell’interno della casa dell’uomo, di questa evasione degli “interni” nel “mezzo” vegetale esterno /verde nelle case – case nel verde.» (Figini 1950, p. 25). La casa al villaggio dei Giornalisti, che Figini progetta e costruisce per sé tra il 1933 e il 1935 rappresenta l’opera-manifesto di questa poetica dell’architettura della casa centrata sulla relazione, allo stesso tempo fisica e simbolica, tra architettura e natura.
Anche nell’opera di Pietro Porcinai (1910-1986) (Treib, Latini 2010) tecnica e arte forniscono gli strumenti operativi per una progettazione capace di misurarsi con le diverse scale del paesaggio, da quella ravvicinata dell’oggetto e della tessitura dei materiali sino a quella più ampia del panorama. Nel secondo dopoguerra Porcinai è invitato in diverse occasioni a confrontarsi con gli architetti e gli urbanisti sull’importanza del progetto del giardino e del paesaggio nella costruzione del mondo abitato contemporaneo. Negli scritti e negli interventi in pubblico sostiene con forza la necessità di una collaborazione tra le arti e le scienze per la formazione di paesaggi nei quali possa compiersi appieno una sintesi tra bellezza e utilità, in sintonia con la nota formula di Ernesto Nathan Rogers, «fino agli estremi della loro tensione, dove l’architettura può essere definita come l’Utile della Bellezza o la Bellezza dell’Utile» (Rogers 1953, p.312).


Note
1 Tra i tanti contributi si segnala: Giorgia Serughetti, Democratizzare la cura / curare la democrazia, Nottetempo, Milano 2020
2 Tra gli altri: Ernst May, Bruno Taut e Martin Wagner e Martin Elsaesser.
3 Francé ha avuto una notevole influenza su numerosi esponenti del movimento moderno, come evidenziato in Detlef Mertins, “Living in a Jungle: Mies, Organic Architecture and the Art of City Building”, in Phyllis Lambert (a cura), Mies van der Rohe in America, CCA-Montreal, Whitney Museum of American Art-New York, Hatje Cantz Publisher Montreal 2001, pp. 591-641.


Bibliografia
CLÉMENT, G., (2014) – Manifeste du Tiers paysage. Editions Subjet/Objet, Paris
CLÉMENT, G., (2012) – Breve storia del giardino, Quodlibet, Macerata
CORNER, J. (1999) – Recovering Landscape: Essays in Contemporary Landscape Architecture Princeton University Press, Princeton N.J.
COCCIA E., (2018) – La vita delle piante. Metafisica della mescolanza, Il Mulino, Bologna
FIGINI L., (2012) – L’elemento verde e l’abitazione (ristampa anastatica dell’edizione 1950 a cura di O. Selvafolta), Libraccio Editore, Milano
GRIMAL P., (1974) – L’arte dei giardini. Una breve Storia (1974), Donzelli, Roma
HANEY D. H., (2010) – When Modern Was Green: Life and Work of Landscape Architect Leberecht Migge, Routledge, Londra
VON HUMBOLDT A., (1845) – Kosmos, Entwurf einer physischen Weltbeschreibung
KÜSTER H., (2009) – Storia dei boschi, Bollati Boringhieri, Milano
MALDONADO T., (1970) – La speranza progettuale, Einaudi Torino
DETLEF MERTINS, (2001) – “Living in a Jungle: Mies, Organic Architecture and the Art of City Building”, in Phyllis Lambert (a cura), Mies van der Rohe in America, CCA-Montreal, Whitney Museum of American Art-New York, Hatje Cantz Publisher Montreal 2001, pp. 591-641
MOSBACH C., (2010) – Traversées/Crossings. ICI Consultants, Parigi 2010
MIGGE L., (1999) – Der soziale Garten. Das grüne Manifest (1919), Mann (Gebr.), Berlino
POLLAN M., (1991) – 2nd Nature. A gardener’s Education, Grove Press, New York
ROGERS E.N., (1953) – Struttura dell’architettura, in «aut-aut», n. 16, pp. 310-319
SERUGHETTI G., (2020) – Democratizzare la cura / curare la democrazia, Nottetempo, Milano
TREIB M. e LATINI L. (a cura di) (2015) – Pietro Porcinai and the Landscape of Modern Italy, Routledge, Londra
TRONTO J. C., (2015) – Who cares?: How to Reshape a Democratic Polititics, Cornell University Press, Ithaca NY
WULF A., (2017) – L’invenzione della natura. Le avventure di Alexander von Humboldt, l’eroe perduto della scienza, Luiss, Roma.






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