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La città in quarantena. Prospettive di rigenerazione urbana attraverso il modello sperimentale del macroisolato.

Giuseppe Verterame




L’emergenza sanitaria provocata dal diffondersi del Coronavirus si è dimostrata un significativo crash test per le strutture insediative. Questa ha provocato, tra gli effetti, la crisi delle ordinarie strutture sociali, economiche e culturali; ha messo in evidenza importanti criticità del modello urbano attuale – generalizzabili per più contesti, siano essi di diverse dimensioni o condizioni geografiche – prodotto da uno sviluppo imprevidente che per decenni ha trascurato le condizioni fisiche di ambienti che favoriscono socialità, condivisione di spazi, strutture e servizi di natura collettiva. Questo fenomeno si è consumato prevalentemente fino alla crisi dei mercati globali del 2008, da cui non ne sono scaturite controtendenze, quali quella di considerare prioritaria la cura della città e la valorizzazione del patrimonio esistente. Chi ha potuto costruire, ha continuato ad insistere in modo irremovibile sul modello urbano capitalista, operando e dilatando un corpo già malato, condizionato da numerose criticità sino alla messa in crisi del concetto stesso di città.
Il Covid-19 ha colpito improvvisamente, alla stessa velocità e ritmo pressante a cui le persone erano abituate ad organizzare la propria quotidianità. Senza rendersene conto, a pochi giorni dai primi focolai, tutti sono stati colpiti dalle conseguenze delle misure di contrasto alla diffusione del virus, tra le più rigide al mondo nei contesti degli stati democratici. Le mura domestiche sono diventate teatro di una reclusione domestica e della scoperta di una nuova vita virtuale. Qui, sono emerse tutte le contraddizioni e le differenze sociali tra chi vive in alloggi minimi – dove ha dovuto inventare soluzioni estemporanee per permettere all’intero nucleo familiare di continuare ad esercitare una routine digitale – e chi invece ha passato il lockdown in ampie residenze extraurbane.
Le misure adottate hanno determinato alcuni effetti, tra cui una città non più disponibile, uno spazio pubblico negato, un interno domestico quale unico ambito di relazione, con l’eccezione dei supermercati, assediati nella fase iniziale e poi utilizzati da molti come diversivo all’isolamento.
In una tale situazione, non ha del tutto sorpreso il desiderio di esperire la dimensione urbana, espresso da molti tramite flashmob che hanno permesso di abitare le soglie – balconi, terrazze, finestre, cortili – delle case e così rivendicando quella pulsione umana di espressione comunitaria e di relazione sociale.
L’organizzazione della città – a livello fisico, funzionale, sociale – è stato un fattore che non ha favorito il contenimento della diffusione.
È proprio per questo motivo che diventa cruciale ristrutturarne il tessuto, spesso privo di sistematicità oltre che di caratterizzazione urbana. Questa condizione ha reso il virus più letale, poiché «è in città – specialmente nelle più grandi – che il contagio è più facile e veloce, la mortalità più alta, le strategie di contenimento più ardue» (Settis 2020).
La questione urbana, tuttavia, nell’ambito del dibattito tra competenze chiamate ad affrontare l’emergenza, è passata in secondo piano. In realtà l’isolamento ha mostrato come l’abitazione tipo non sia adatta a sopportare periodi di reclusione domestica, poiché progettata per soddisfare gli standard minimi legali, poi adattata a varie esigenze. Molti si sono concentrati sulla casa del futuro, in grado di resistere, in termini di flessibilità funzionale, a stress come quello causato dalla pandemia. Tuttavia, gli interventi sul singolo alloggio sono spesso inopportuni, poiché, ad esempio, compreso all’interno di complessi condominiali difficilmente trasformabili. È in casi come questi, che diventa importante pensare ad una grande casa, o ad una casa di case, dove la prossimità e la dimensione intermedia tra unità abitativa e città interviene per completare le mancanze funzionali della sfera domestica.
Parlare della necessità di rimettere la città al centro dei programmi futuri, è riduttivo, data la trascuratezza e l’inadeguatezza che riguardano alcune parti urbane, in particolare della periferia ma oggi anche di molti centri storici.
Nel 2018 il Dipartimento di Economia e Politiche Sociali delle Nazioni Unite ha redatto il World Urbanization Prospects, dove si stima che in Italia la popolazione residente in aree densamente popolate aumenterà dal 55% odierno fino all’81%.
Ammesso e non concesso un trend di crescita demografica così ottimistico e proiettato a trent’anni di distanza, diventa fondamentale quanto urgente riorganizzare le condizioni insediative del costruito, attraverso nuovi paradigmi urbani che rendano possibile l’avvio di processi di rigenerazione di tante parti della città in grado di migliorarne l’organizzazione, la riconfigurazione e la gestione di situazioni ordinarie e straordinarie, come quelle provocate da emergenze di tipo sanitario o ambientale.
Al tempo stesso emerge in modo sempre più evidente che «gran parte delle nostre periferie può considerarsi ‘‘autocostruita’’ nel senso di un’edilizia addizionata, particolaristica e completamente estranea alla dimensione problematica dell’affrontare un disegno complessivo di città» (Quintelli 2016). E quindi, in questo scenario, «il procedimento compositivo non si avvarrà della scrittura, sulla pagina bianca dello spazio indifferenziato, ma della ri-scrittura, dell’appunto, della postilla. Il rapporto con la concretezza del costruito, e di chi lo abita, costringe l’interpretazione progettuale a penetrare i fattori strutturali del luogo, ne decanta la gratuità immaginifica contingente e, nella necessità di approfondire, ne ricava responsabilità etica» (Quintelli 2016). A partire da questi orientamenti teorici per la ricerca legati alla forma urbana e alla messa a sistema degli spazi già costruiti, nel novembre del 2018 – nell’ambito del Dottorato di Ricerca del Dipartimento di Ingegneria e Architettura dell’Università di Parma – è stata avviata una ricerca sul (proto)tipo urbano del macroisolato. Si tratta dello spin-off di un filone di indagine progettuale sul tema del costruire nel costruito, avviata nel 2013 dal titolo ‘‘Progettare il costruito. Nuovi modelli a qualità integrata per la città compatta”, tutor scientifico prof. Carlo Quintelli, nell’ambito delle ricerche del gruppo UAL – Urban and Architectural Laboratory (Proff. Carlo Gandolfi, Marco Maretto, Enrico Prandi).
Queste ricerche, prendendo a campione le città medie del contesto emiliano romagnolo, hanno rilevato una consistente disponibilità di risorsa spaziale all’interno dell’urbanizzato, da riformare e ridefinire secondo parametri di strutturazione morfologica e riconfigurazione funzionale basati sul principio della centralità urbana (Nolli, Montini, Strina 2013).
La ricerca in corso viene ora applicata al tessuto intermedio rispetto ai nuclei di centralità: cerca al suo interno le ragioni per rifondare l’immagine di un nuovo modello di comunità insediativa in grado di rispondere alle necessità degli stili di vita della contemporaneità, della sostenibilità ambientale e a situazioni di emergenza causate da eventi calamitosi, non ultimi quelli pandemici.
Le analisi compiute hanno condotto alla proposta di un modello urbano, secondo la configurazione del macroisolato che diventa strumento per avviare processi di rigenerazione e, più precisamente, per rinnovare lo spazio dell’abitare, attraverso diverse fasi e scale della progettazione architettonica e urbana.
Il processo metodologico prende avvio a partire dall’invariante tipologica dell’isolato – nella fattispecie quello della periferia storica della città media emiliana – elemento che costruisce la città per parti riconoscibili. Oltre ad essere unità costitutiva, l’isolato ha assunto nel tempo un’alterazione che lo ha portato ad essere simbolo di una città che si divide, si frammenta e confina l’interno per rivendicare singole proprietà. A partire da questa duplice considerazione, il macroisolato muta e adatta una tipologia storicamente consolidata: l’associazione di più isolati stabilisce una nuova entità di rango superiore e soprattutto una dimensione sufficiente – di tipo spaziale, sociale e funzionale – attraverso cui poter intervenire per riconfigurarla e rigenerarla.
Una volta costituito, il macroisolato diventa un corpo su cui operare, oltre che sul piano della forma e in particolare quella dei vuoti urbani, anche dal punto di vista materiale – con demolizione, ricostruzione, riqualificazione degli edifici dal punto di vista energetico e sismico, riqualificazione degli spazi aperti – e dal punto di vista funzionale – con inserimento di strutture di supporto alla sanità, all’istruzione, alla socialità e soprattutto alle fasce deboli. In più, il macroisolato supera quella monofunzionalità abitativa tipica della periferia e stabilisce le condizioni di un’urbanità minima che, in aderenza alle singole unità abitative, propone spazi per la socialità, ripensa la mobilità dolce, sperimenta una nuova organizzazione di welfare di prossimità. Si ottiene, in questo modo, una microstruttura urbana che stabilisce elevate condizioni di vivibilità – anche in frangenti di natura emergenziale – e un modello bilanciato tra l’abitare, il lavoro, i servizi e il tempo libero.
A Barcellona, da qualche anno viene messo in pratica un’operazione analoga, definita nel documento ‘‘La supermanzana, nuova célula urbana para la construcción de un nuovo modelo funcional y urbanistíco de Barcelona’’ proposto da Salvador Rueda (Agència de Ecologia Urbana de Barcelona). L’idea della supermanzana parte da considerazioni legate ad un radicale cambiamento di tendenza rispetto agli attuali processi pianificatori con l’obiettivo di migliorare l’ecosistema urbano: aumentare lo spazio pubblico e diminuire la superficie carrabile, migliorare la qualità dell’aria e la resilienza ambientale della città. Rueda sottolinea la necessità di unire le manzanas, per recuperare spazio e ottenere «una coesione tale da accogliere una massa critica di popolazione e soggetti capaci di generare città, costruire lo spazio pubblico e favorire la mixitè funzionale» (Rueda 2019).
In questo modo, unità urbane come la supermanzana o il macroisolato definiscono la misura della parte rispetto alla continuità dell’intero tessuto urbano e della comunità abitativa rispetto alla cittadinanza. Viene circoscritta una smallness, una entità urbana a grana fine (Ward 2016) che stabilisce una relazione tra le architetture e la città, così proponendo una nuova economia delle risorse urbane.
Questo modello particellare può essere applicato al tessuto, per successive fasi di rigenerazione, così da costituire un rinnovato sistema urbano che, contemporaneamente, stabilisce una relazione tra le parti e l’autonomia del singolo elemento. La diffusione urbana di questa autonomia – in senso funzionale – costituisce una condizione per affrontare la crisi sanitaria pandemica come quella che stiamo attraversando: il macroisolato, tautologicamente isolabile, permette agli abitanti di fruire di una varietà di servizi primari, ricevere rifornimenti collettivi, effettuare attività di controllo sanitario e supporto alle strutture ospedaliere centrali – appesantite dall’attività di cura e dai rischi di una contagiosità estrema. La Germania, che in molti credevano simulatore dei dati reali dell’epidemia, ha, in realtà, ridotto gli effetti grazie alla presenza capillare nel tessuto urbano di strutture che hanno supportato gli ospedali nelle fasi di screening.
Una nuova identità urbana così descritta diventa oltretutto utile per una fase di isolamento meno stringente, poiché in grado di fornire spazi per il tempo libero e per il coworking nel raggio di 100-150 metri dalla propria abitazione, così da ridurre gli effetti sul piano sociale ed economico.
Qualcuno ha paventato ulteriori e future possibilità di essere colpiti da situazioni analoghe. Tra le soluzioni di prevenzione di lunga durata c’è sicuramente quella di coinvolgere i significati più profondi della città e operare sul suo organismo per portarlo ad uno stadio adeguato di resilienza.
Solo per mezzo di un nuovo paradigma urbano potremo raccontare alle giovani generazioni che andrà tutto bene.


Bibliografia
AMISTADI L., PRANDI E. (2011) – European City Architecture. Project, Structure, Image, FAEdizioni, Parma.
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CACCIARI M. (2004) – La città, Pazzini, Villa Verrucchio (RN).
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NOLLI A., MONTINI N., STRINA P. (2013) – Progettare il costruito. Nuovi modelli a qualità integrata per la città compatta, Tesi di dottorato, XXVII ciclo, Università di Parma, relatore QUINTELLI C.
PANERAI P., CASTEX J., DEPAULE J.C.. (1991) – Isolato urbano e città contemporanea, CittàStudi, Milano.
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QUINTELLI C. (2016) – Per un’architettura di interni (urbani), in AMISTADI L., PRANDI E., Architettura e città. Saggi, FAEdizioni, Parma.
REALE L. (2012) – La città compatta: sperimentazioni contemporanee sull’isolato urbano europeo. Gangemi, Roma.
RUEDA S., (2019) – Per una pianificazione ecosistemica della città, a cura di VANORE M., TRICHES M., Del prendersi cura. Abitare la città-paesaggio, Quodlibet, Macerata.
SETTIS S., (2020) – Città senza confini?, in CANNATA M. (a cura di), La città per l’uomo ai tempi del Covid, La Nave di Teseo, Milano.
WARD C., (2016) – Architettura del dissenso. Forme e pratiche alternative dello spazio urbano, a cura di Borella G., Elèuthera, Milano.


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