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Dalla “società dello spettacolo” allo spettacolo della società. La rigenerazione urbana come pratica di rivendicazione del dismesso

Nicola Marzot

Abstract


La dismissione della città industriale, per sua stessa natura, ci restituisce una condizione di attesa “improduttiva”, rispetto alla quale si possono riconoscere tre differenti strategie. La prima, diffusasi in Europa a partire dalla seconda metà degli anni ’70, ha elegantemente rimosso questa presenza ingombrante, assimilandola a “lacuna”, da redimere invocando l’“autorità del passato”, nel segno di una continuità con i principi morfo-tipologici desumibili dal palinsesto urbano esistente, che ha nei fatti inaugurato la stagione del cosiddetto Neo-razionalismo. La seconda, che si consolida verso la metà degli anni ’90, con anticipazioni pioneristiche nel decennio precedente, coglie l’occasione del vuoto come opportunità da ricollocare nell’orizzonte di riferimento della globalizzazione, sradicandolo dalla dimensione locale a favore di processi di de-territorializzazione di cui non si dà possibilità di controllo. La terza, generata dalla crisi della finanza creativa, promotrice della fase precedente, impone una riflessione sul “paesaggio del dismesso” che, non essendo risolvibile nei termini pocanzi delineati, per lo stato di sofferenza in cui versano i tradizionali soggetti della trasformazione, apre ad una crisi senza precedenti della disciplina. Chi scrive ritiene che il prolungarsi della condizione di attesa, che oramai assume tratti “inquietanti”, possa diventare una occasione di profondo ripensamento del mestiere dell’architetto e della sua cultura, a condizione che si sappia guardare il reale per ciò che è, evitando tanto l’“incanto” per la ricomposizione dell’unità perduta quanto l’“autocompiacimento” per l’equivalenza delle soluzioni, generata dall’assenza temporanea di vincoli, che la crisi libera e comporta.

Parole chiave


Crisi; Attesa; Rigenerazione

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Riferimenti bibliografici


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