Bari-Camp

La scuola come modello. Due esperimenti di scuola-città nella Torino degli anni Settanta

Caterina Barioglio, Daniele Campobenedetto




Introduzione: un patrimonio in discussione

Torino è stata nel corso del Novecento una città laboratorio per l’edilizia scolastica (Deambrosis e De Magistris 2018; D'Amico 2010). In particolare gli anni Settanta sono stati caratterizzati da un incremento rilevante nel numero di edifici scolastici realizzati entro i confini comunali[1]. Questi anni costituiscono un momento di transizione in cui le leggi nazionali di finanziamento e le innovazioni normative si intrecciano con i programmi locali nella realizzazione di edifici scolastici. Inizia così una stagione in cui le sperimentazioni sul piano didattico, già in discussione dagli anni del dopoguerra, si traducono in spazio costruito attraverso le numerose occasioni di trasformazione urbana.

La maggior parte degli edifici realizzati in questa stagione è stata progettata dagli uffici tecnici della Città e fa parte di quella architettura ordinaria, considerata marginalmente sia dalla critica architettonica, sia dalle storie della scuola italiana.

Questo patrimonio acquista particolare rilevanza nel dibattito contemporaneo sul futuro della città di Torino. I fenomeni di contrazione demografica (rapporto Giorgio Rota 2020, cap.1), di invecchiamento della popolazione (Vero 2019) insieme alle possibilità di investimento sul patrimonio pubblico[2] si incontrano sul terreno della città di cintura (Di Biagi 2008), rendendone lo studio rilevante per i futuri sviluppi delle trasformazioni urbane.

Le aree istituite a Torino, come in altre città italiane, a seguito delle legge n.167 del 1962 e sviluppate attraverso i Piani di Edilizia Economica Popolare costituiscono uno dei modi principali attraverso cui questa città di cintura è stata trasformata e sono state l’occasione per la realizzazione di edifici scolastici progettati a servizio di comunità a quel tempo in crescita. Questo patrimonio è oggi in gran parte interessato da fenomeni di degrado e dismissione ma, se considerato nel suo insieme, risulta una parte importante dell’infrastruttura scolastica di Torino, tra le più capillarmente diffuse nel territorio urbano.

Gli edifici scolastici nelle aree delle legge 167

La legge n.167 del 1962, Disposizioni per favorire l’acquisizione di aree fabbricabili per l’edilizia economica e popolare, ha avuto un ruolo chiave nel processo di espansione di Torino, come delle maggiori città in Italia, tra anni Sessanta e Settanta (De Pieri 2015; Di Biagi 2008). La legge forniva strumenti normativi per promuovere l’acquisizione di terreni a prezzi contenuti e favorire la realizzazione di edifici residenziali e servizi per le fasce meno abbienti della popolazione. Il piano attuativo (PEEP) redatto per Torino nel 1963 individuava 24 aree[3] di nuova edificazione, localizzate in maniera frammentaria e disposte a corona della città lungo il perimetro del territorio comunale (Frisa 1974). Anche a causa della posizione decentrata, le zone del PEEP o “di espansione”, sono state progettate come isole urbane autosufficienti, dotate sulla carta dei principali servizi di base per gli abitanti[4].

I quartieri della «città pubblica», esito della programmazione della legge n.167, sono ancora oggi facilmente identificabili e riconoscibili: estranei rispetto alle forme tradizionali della città consolidata, si contraddistinguono per disegni per lo più continui e omogenei (Di Biagi 2008). La coerenza formale delle aree non è però il risultato di una realizzazione sincrona. La storia della legge n.167 a Torino, infatti, non si esaurisce con il PEEP del 1963 ma prosegue in un lungo ciclo di attuazione che si conclude con l'approvazione del nuovo Piano Regolatore Generale nel 1995 (De Pieri 2013). Il progetto di queste aree è dunque l’esito di un processo di trasformazione che dura oltre trent’anni, spesso non lineare, in cui edifici ad uso residenziale e fabbricati destinati ai diversi servizi seguono percorsi di realizzazione per lo più indipendenti.

Nel 1967 le indagini sullo stato di avanzamento dei lavori, a pochi anni dalla redazione del PEEP, già descrivono lo scollamento tra i cantieri di abitazioni e servizi: per le aree già allora in parte edificate o assegnate, i processi di urbanizzazione secondaria stavano subendo una sostanziale dilatazione nei tempi, e la realizzazione delle scuole non era prevista nel breve termine (Bastianini 1967).

Per capire le motivazioni di questo ritardo è necessario comprendere lo sviluppo delle politiche per l’edilizia scolastica di quegli anni. Le scuole comprese nei piani di zona erano infatti inserite nel quadro della programmazione per l’edilizia scolastica a scala comunale, e seguivano quindi un iter di progettazione e finanziamento parallelo e autonomo rispetto all’edificato residenziale.

Saranno i finanziamenti statali della fine degli anni Sessanta a imprimere un’accelerazione alla progettazione degli edifici scolastici[5]: a partire dal 1968 la Città di Torino elabora due programmi (uno per il triennio 1968-1971 e uno per il periodo 1972-1975) per la realizzazione di nuove scuole in grado di rispondere all’urgente fabbisogno, particolarmente concentrato nelle aree individuate dal PEEP. Ad oggi sono 52 gli edifici scolastici collocati nelle zone di espansione[6]: di questi, solo uno è stato costruito prima del 1969, mentre più dell’80% è stato progettato e costruito tra il 1970 e il 1979, nel quadro dei due programmi comunali.

Se si confrontano le forme degli edifici realizzati con le prime indicazioni presenti nei piani particolareggiati elaborati nel 1963, questo scollamento risulta evidente: la forma urbana e la distribuzione sul lotto degli edifici residenziali resta per lo più invariata; al contrario, per gli edifici destinati a servizi – tra cui le scuole – i progetti alla scala architettonica presentano forme e distribuzioni diverse dai piani del 1963 che riportano sagome di edifici ancora riferiti alle esperienze torinesi degli anni Sessanta (Città di Torino, 1962).

Se da una parte le scuole nelle aree della legge n.167 sono il risultato dell’intersezione dei processi di espansione della città di cintura e delle politiche pubbliche che tentano di rispondere alla domanda di spazi per l’istruzione, sono anche espressione delle prime traduzioni sul piano pratico di un dibattito sulla relazione tra spazio e pedagogia, attivo a livello nazionale dal dopoguerra. I primi anni Settanta sono caratterizzati dalla riforma delle norme tecniche per l'edilizia scolastica, approvate formalmente nel 1975, ma già stese nei primi anni del decennio (Leschiutta 1970).

A Torino questi assi di sperimentazione sono tradotti su diversi fronti nella pratica edilizia.

Un primo fronte riguarda i processi di trasformazione urbana: concorsi di architettura e gruppi di lavoro interdisciplinare tra progettisti e pedagoghi hanno avuto come effetto la realizzazione di scuole sperimentali, basate sulla ricerca di un modello di integrazione tra spazio e dimensione didattica, e spesso oggetto di attenzione da parte della critica architettonica[7]. Allo stesso tempo gli uffici tecnici del Comune erano chiamati a rispondere ad una sempre crescente domanda di aule avviando una progettazione di modelli di edifici scolastici economici e ripetibili.

Un secondo fronte riguarda le forme attraverso cui queste sperimentazioni vengono tradotte in architettura. Da una parte sono progettate scuole che rispondono ad un'esigenza didattica puntuale, accogliendo, ad esempio un singolo grado di scuola; dall’altra vengono elaborati progetti di grandi piattaforme capaci di rispondere alla domanda di servizi pubblici di un intero quartiere.

Guardando alla disposizione di questi modelli di scuole nelle aree del PEEP sono individuabili due tipi insediativi ricorrenti. Nella maggioranza delle aree si può riconoscere una “città di servizi”: un insieme di edifici ognuno dei quali destinato ad una funzione individuata e dedicati ad un’utenza specifica, sparpagliati in un’area verde; in pochi casi, invece, si riconoscono degli “edifici-città”, progettati come centri capaci di raccogliere servizi ritenuti essenziali per il quartiere.

Tra questi edifici-città si possono identificare due casi che rappresentano modi diametralmente opposti di fornire un modello di edificio scolastico, entrambi rilevanti per la costruzione dell’infrastruttura educativa a Torino. Uno di questi casi è la scuola della zona E8 intitolato a Salvo D’Acquisto, esito di un concorso d'architettura e concepita come un unicum, caso particolare di sperimentazione nella relazione tra articolazione degli spazi e obiettivi didattici; mentre le tre scuole costruite nelle aree E10, E11, E13 sono edifici gemelli, esito di un unico progetto, basati su quella ricerca di modelli reiterabili che caratterizza la risposta dell’amministrazione torinese alla carenza di spazi didattici.

Questi due progetti, nonostante sostanziali differenze in termini di processo, di impostazione e di attori coinvolti, sono entrambi esito di un tentativo di tradurre nella distribuzione architettonica i principi di apertura alla città, di concezione omogenea dell’organismo architettonico e superamento della centralità dell’aula, in seguito espressi nelle norme tecniche per l’edilizia scolastica del 1975[8]

Due progetti per quattro scuole

La storia di quella che diventerà la scuola della zona di espansione E8 inizia nel 1968, quando la Città di Torino, accogliendo la proposta di un gruppo di pedagogisti[9], inseriva nei programmi per l’edilizia scolastica la costruzione di una scuola elementare sperimentale a tempo pieno. Il progetto, a firma di un gruppo di architetti torinesi[10], era stato in origine presentato in occasione del concorso per la scuola della zona E6. Nonostante non fosse stato ritenuto vincitore era stato giudicato di particolare interesse sul piano pedagogico dall’amministrazione, che ne propose la realizzazione in un’area fuori dalle zone di espansione[11]. Nel 1970 la collocazione della scuola è ripensata in un’area più ampia e ricca di spazi verdi «per non compromettere l’efficacia di una iniziativa che per il suo intrinseco valore ben merita di ricevere una soluzione esemplare sotto ogni aspetto»[12], e la scelta ricadde sulla zona di espansione E8[13].

Il progetto della scuola aveva suscitato non poche polemiche interne al Consiglio Comunale. Realizzare una scuola sperimentale in un unico esemplare, con alti costi di costruzione e attrezzature fuori dell’ordinario (tra cui due piscine) per poco più di venti aule, si poneva in contraddizione rispetto alle necessità urgenti dichiarate dall’amministrazione per rispondere alle carenze di spazi per attività didattiche[14]. «Di fronte a un famiglia che ha tante figlie senza scarpe, noi ne prendiamo una e la vestiamo da Christian Dior» chiosa un intervento su questo tema[15].

Il progetto appariva anomalo rispetto alle linee che l’amministrazione aveva dichiarato attraverso i due programmi dell’edilizia scolastica di inizio anni Settanta, che miravano a identificare modelli di edifici scolastici economici e ripetibili.

Il complesso scolastico di via Romita, nella zona E10, è un esempio, seppur eccezionale, di questa logica: il progetto viene sviluppato sin dalle sue prime battute come un modello da replicare in diverse zone di Torino. Progettato dagli uffici tecnici della Città di Torino[16] nel 1973 e costruito tra il 1974 e il 1975, questo edificio è il primo dei tre esemplari gemelli, tutti progettati nella prima metà degli anni Settanta, all’interno di zone di espansione per far fronte alla mancanza di servizi alla scala del quartiere[17]. La scuola è progettata come un centro civico, in risposta alle conclusioni espresse da amministratori, pedagogisti e tecnici in sede di esame dei progetti presentati al concorso nazionale indetto nel 1971 dalla Città per la costruzione del complesso scolastico di corso Vercelli[18].

L’edificio è formato da quattro blocchi: i due blocchi esterni comprendono da una parte l'asilo-nido, la scuola materna ed una palestra, e dall’altra servizi sportivi, dedicati sia alle scuole ospitate nell’edificio, sia ad un’utenza di quartiere. I due blocchi centrali accolgono le scuole primaria e secondaria di primo grado per 1.500 posti totali.

Una questione urbana

Entrambe le scuole sono progettate come parti integranti di città. L’edificio scolastico, come opera pubblica, viene intesa come occasione per rinsaldare il legame tra scuola e quartiere.

La dotazione di servizi della E8 – tra cui piscina, auditorium, spazi per attività specializzate come fotografia, stampa, ascolto ed esecuzione musica – è la traduzione in spazio di un programma sociale, rivolto sia ai ragazzi che agli adulti, che va oltre le attività didattiche tradizionali e l’orario di lezione.

Una concezione simile dello spazio si ritrova nella scuola E10, pensata per riunire in un’unica struttura gli spazi necessari per l’attività scolastica e quelli da destinare alle attività sociali e sportive estese all’intero quartiere[19].

Oltre ad estendere all’utenza esterna l’accessibilità alle grandi attrezzature della scuola, in particolare palestra e piscina, sono previsti spazi esclusivamente riservati ad attività di quartiere: si tratta di spazi posti al piano seminterrato, di dimensioni ridotte e dotati di scarsa illuminazione naturale, direttamente accessibili dall’esterno del perimetro della scuola attraverso due percorsi carrabili che attraversano longitudinalmente il lotto.

La scuola come edificio-distribuzione

L’organizzazione interna delle due scuole rispecchia due diversi modelli di intendere la relazione tra spazio ed esperienza educativa.

La scuola E8 si articola attraverso spazi a funzione chiaramente individuata, come ad esempio le venti aule, e spazi funzionalmente ambigui, progettati per favorire l’autonomia degli allievi e lo svolgimento di attività in gruppi di dimensione variabile. Le attività didattiche sono organizzate in cinque blocchi di aule, due blocchi per la scuola primaria e tre per la secondaria di primo grado, disposti su quote diverse e raccolti attorno ad un nucleo centrale che accoglie gli spazi per attività collettiva. Ciascun blocco di aule è distribuito attorno ad uno spazio comune che può ospitare attività organizzate per gruppi di grandi dimensioni. Lo sfalsamento della quota di ciascun blocco rispetto alla quota dell’atrio è concepito per permetterne l’autonomia d’uso, pur mantenendo una continuità percettiva di tutto l’ambiente della scuola. 

Anche i due corpi centrali dell’edificio scolastico della E10 sono organizzati per poter ospitare attività in gruppi di dimensioni diverse. Ai bordi del blocco si trovano le aule per piccoli gruppi (oggi utilizzate come aule ordinarie). Queste si aprono su spazi distributivi in cui poter estendere le attività educative dedicate ai gruppi di media dimensione. Al piano terra e al primo piano si trovano due spazi centrali, su una quota leggermente rialzata e in comunicazione tra loro, dedicati alle attività di grandi gruppi. Questo spazio centrale è stato pensato per poter essere suddiviso, grazie all’installazione di pareti mobili che seguono la maglia strutturale della scuola, a seconda delle esigenze didattiche.

La continuità percettiva e l’ambiguità funzionale che caratterizzano gli spazi della scuola E8, non si ritrovano nella distribuzione della scuola E10, in cui i diversi insieme di ambienti risultano sempre percettivamente separati l'uno dall’altro. Inoltre, mentre nella scuola E8 si possono riscontrare differenze rilevanti tra i blocchi di aule dedicati alla scuola primaria e quelli dedicati alla secondaria di primo grado, nella scuola E10 gli spazi dedicati ai due gradi di scuola presentano un’identica articolazione degli ambienti.

L’aula aperta

In entrambe le scuole l’aula viene intesa come il terreno di sperimentazione delle concezioni emerse nel dibattito degli anni Sessanta sul rapporto tra spazio costruito e modelli didattici. L’aula si apre agli altri ambienti della scuola, diventando parte di uno spazio di apprendimento continuo e flessibile, per adattarsi a diverse esperienze educative.

Tuttavia, nei due casi analizzati i principi di apertura e flessibilità si traducono in soluzioni di spazio diverse. Nello spazio continuo della scuola E8 le aule sono progettate come dispositivi integrati nel singolo blocco, ma attrezzate in modo da garantire una sostanziale autonomia: ogni aula è dotata di servizi igienici e quelle della scuola primaria sono dotate di un piccolo palco. La continuità degli spazi è garantita anche tra interno ed esterno dell’edificio: in particolare le aule della scuola primaria sono dotate di un cortile privato di pertinenza che funge da filtro rispetto gli spazi verdi ad uso collettivo.

Nel progetto il principio di flessibilità si traduce in dispositivi di spazio: come pareti verticali interne utilizzabili come lavagne a scomparsa, o come le aule della secondaria di primo grado separate da pannelli mobili che possono essere quindi rese comunicanti per attività diverse. Tuttavia la flessibilità degli spazi non è intesa come totale trasformabilità, ma piuttosto come capacità intrinseca degli spazi e della loro distribuzione di accogliere esperienze didattiche diversificate.

Molto diverse sono le traduzioni dei principi di apertura e flessibilità nella scuola E10: le aule sono tutte dotate di una parete divisoria mobile che permette l’apertura verso lo spazio distributivo dedicato alle attività dei medi gruppi. Nonostante l’elevato grado di flessibilità degli ambienti che garantisce la continuità tra aula e spazi distributivi, questa continuità non viene mantenuta nel rapporto tra interno ed esterno, progettati come ambienti separati e autonomi.

Conclusioni (o la narrazione di una infrastruttura)

Le aree individuate a seguito della legge n. 167 del 1962 sono state luogo di espansione del patrimonio e sperimentazione di modelli per l’edilizia scolastica a Torino. Questo patrimonio, realizzato principalmente negli anni Settanta, è oggi a rischio di abbandono e in via di degrado in ragione dei cambiamenti economici e demografici e dell’obsolescenza delle strutture.

L’analisi delle due scuole delle zone E8 e E10 offre alcune chiavi di lettura per interpretare gli esiti di una delle più prolifiche stagioni di costruzione dell’infrastruttura scolastica torinese. Le due scuole sono casi emblematici della situazione di degrado in cui verte una parte significativa del patrimonio: la prima è oggi in disuso, mentre la seconda è oggetto di continui adattamenti di carattere tecnico e distributivo. Inoltre, le due scuole rappresentano la mise en espace di processi di trasformazione diametralmente opposti; nel contesto torinese gli edifici possono essere assunti come due paradigmi di scuola-modello – nel primo caso nell’accezione di unicum, nel secondo in quello di serie – che tentano di rispondere, attraverso l’articolazione degli spazi, alle questioni formalizzate dalle norme sull’edilizia scolastica del 1975.

Le pratiche d’uso contemporaneo di questi edifici riflettono lo scollamento tra gli strumenti – distributivi, costruttivi, normativi – messi in campo da progettisti e amministratori e le sollecitazioni a cui l’infrastruttura scolastica è sottoposta dalla trasformazione della città e delle culture didattiche. Nella scuola E10 gli spazi per le attività esterne sono abbandonati e i servizi sportivi non possono essere gestiti in condivisione con l’utenza esterna; gli spazi centrali dei corpi edilizi della scuola, destinati originariamente alle attività per grandi gruppi, sono oggi utilizzati come uffici amministrativi; i divisori mobili tra aule e spazi connettivi, progettati per garantire la flessibilità d’uso degli spazi, sono stati eliminati perché non più rispondenti ai requisiti posti dalle norme vigenti in tema di sicurezza. La scuola della zona E8 viene, invece, progressivamente dichiarata inagibile tra il 2012 e il 2018, anche in seguito alle difficoltà di gestione e manutenzione delle sue attrezzature sportive.

Le fragilità di questi edifici – in particolare nell’adattarsi ai cambiamenti nei modelli di insegnamento e alle esigenze, sempre più stringenti, della normativa – e le potenzialità dei loro spazi – come dei grandi ambienti connettivi o delle aree verdi sottoutilizzate – sono esemplificativi di una condizione diffusa nel patrimonio scolastico della città.

Le storie delle scuole E10 ed E8, quindi, non solo possono essere interpretate come spazializzazione di politiche e modelli didattici di una stagione chiave nella cultura architettonica per l’edilizia scolastica torinese, ma possono anche restituire degli elementi per comprenderne il potenziale di trasformazione di una infrastruttura capillarmente distribuita sul territorio comunale. Una infrastruttura che, per essere compresa, valorizzata e, dove necessario, utilizzata, sembra aver bisogno di narrazioni che ne ricompongano la complessità.

Ringraziamenti

Gli autori ringraziano dirigenti e i tecnici dell’Area edilizia scolastica (Divisione Servizi Tecnici della Città di Torino) e i responsabili dell’Archivio storico della città di Torino per aver supportato la ricerca d’archivio.

Note

[1] Dei circa 270 edifici scolastici pubblici oggi in uso, un terzo circa sono stati costruiti tra il 1970 e il 1979. Dati da EDISCO Piemonte e Carta Tecnica di Torino.

[2] In particolare si fa riferimento ai fondi Next Generation Europe, il cui piano di allocazione è attualmente in corso di stesura.

[3] Le 24 aree del PEEP sono individuate nel 1963 e nello stesso anno approvate dal Consiglio Comunale di Torino. Negli anni successivi, la zona E3 viene espunta dal piano e sostituita da una nuova zona denominata E25. le zone E12 ed E20 sono stralciate in occasione della “variante dei servizi” del PRG (17/1974). La zona E1 non giungerà mai ad attuazione, Cfr. Vignuolo 2013.

[4] In quasi tutti i casi torinesi questi servizi di base sono costituiti dal centro parrocchiale e dalle scuole.

[5] La legge n. 641 del 28 luglio 1967 avrà un ruolo fondamentale nello sviluppo dei piani per l’edilizia scolastica, non solo a Torino.

[6] Dei 52 edifici censiti 32 risultano presenti nell’anagrafe dell’edilizia scolastica della Regione Piemonte come scuole attive. Ulteriori 23 scuole si trovano nelle immediate vicinanze dei confini delle zone di espansione.

[7] È il caso del complesso scolastico di Corso Vercelli, completato nel 1978 e della scuola di via Tollegno per la zona di espansione E8, entrambe pubblicate sul numero di 447-448 di Casabella, dedicato alle architetture per la scuola.

[8] Questi principi sono riassunti prevalentemente nel punto 3.0 “Norme relative all'opera - Caratteristiche dell'opera in generale” delle norme tecniche. Cfr. D.M. 18 dicembre 1975, “Norme tecniche aggiornate relative all'edilizia scolastica”.

[9] Atti Municipali - Giunta Municipale del 30 luglio 1968, Archivio Storico Città di Torino.

[10] Il gruppo era composto dagli architetti Domenico Bagliani, Andrea Bersano Bergey (che successivamente rinuncia all’incarico), Virgilio Corsico, Sisto Giriodi ed Erina Roncarolo.

[11] Si tratta dell’area compresa tra le vie Palmieri, Piffetti, Talucchi e Collegno.

[12] Atti Municipali - Giunta Municipale 14 luglio 1970, Archivio Storico Città di Torino.

[13] I lavori per la scuola della zona E8 (via Tollegno) verranno affidati alcuni anni dopo, nel 1973 e la consegna di una parte dell’edificio avviene nel 1977, in modo da consentire l’apertura della scuola nell’anno 1977-1978. Atti Municipali - Consiglio Comunale 24 settembre 1973, Archivio Storico Città di Torino. 

[14] Intervento dell’architetto Radicioni, Atti Municipali - Consiglio Comunale 15 maggio 1972, Archivio Storico Città di Torino. 

[15] Intervento del consigliere Dolino che cita l’assessore Lucci, ivi.

[16] I disegni sono firmati dall’architetto Saverio Bacco. Archivio Divisione Servizi Tecnici - Area edilizia scolastica, Città di Torino.

[17] L’edificio della zona di espansione E11 è costruito nel 1975, mentre quello della zona E13 nel 1976. Viene inoltre ipotizzata la costruzione di un ulteriore esemplare, ridotto in dimensioni a tre blocchi, nella zona del Lingotto (via Passo buole-via casana).

[18] Atti Municipali - Giunta Municipale 19 giugno 1973, Archivio Storico Città di Torino. 

[19] Ibid.

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