rakowitz

Vienna: ricostruire, nel fra/tempo


Gundula Rakowitz



Il caso di studio è la città di Vienna a partire dall’esperienza di Roland Rainer e il suo piano di ricostruzione, il Planungskonzept Wien redatto negli anni 1958-1961. A questa indagine è necessario premettere alcune riflessioni generali[1].

A tal riguardo, pare rilevante, se non ineludibile, una riflessione iniziale sulla nozione di patrimonio. Essa registra una doppia declinazione, estensiva e intensiva, ossia di nozione materiale e di nozione immateriale ovvero direttamente progettuale. Quest’ultima eccede la qualificazione in termini di valore – sia esso inteso sul piano simbolico o ancora su quello economico e funzionale, legati alla regolazione giuridica dei processi di ricostruzione[2].

Ne va dello statuto di progetto: la sua “teoria” deve integrare al proprio interno elementi narrativi che assumano non una materia “pura” ma una materia che ha già incorporato sensibili tensioni tra l’autentico e l’inautentico, tra il dato e l’innovazione, e tutte le contiene. Non è forse azzardato allora sostenere che la narrazione della ricostruzione – la ricostruzione come narrazione – non poggia su nessuna cronologia naturale, su un “prima” e un “dopo”, né su una pacifica ripresa dell’origine, su una petitio principii. Piuttosto, la ri-costruzione si dà per frammenti, per rovine, per catastrofi, ossia, alla lettera, per punti di svolta. Riattiviamo luoghi della mente-memoria, “paradigmi” di trasformazione, ed è questo che permette di ri-trovare e ri-costruire i luoghi, e di ri-alimentare il pensiero critico, il pensiero della crisi.

Nel pensiero della ricostruzione il nesso distruzione/costruzione va posto come centrale e indagato come i due lati dello stesso procedimento struttivo, architettonico. La demolizione è una scelta per così dire non banalmente conservativa: si distrugge secondo progetto per ri-costruire secondo progetto. Ed è qui che entra in gioco in misura decisiva il tema della scala, in una dimensione di multiscalarità simultanea che permetta il comporsi di identità plurime e provvisorie, sempre da ricostruire.

E ricostruire secondo un inventario. Mi pare che il tema dell’inventario operativo (insieme a quello degli atlanti e degli archivi) debba essere riletto a partire dalla sua qualificazione come sito di invenzioni disponibili per la progettazione, ma senza rispetto dell’ordine dato, cronologico, nel quale i materiali inventivi si presentano, e piuttosto giocando sulle compossibilità delle unità inventariali: differenze possibili che l’invenzione traduce in componibili.

Giorgio Agamben ha tracciato un percorso critico della differenza tra il paradigma dell’opera, dell’invenzione e della struttura e il paradigma della creazione scrivendo che «è da questo paradigma che deriva la sciagurata trasposizione del vocabolario teologico della creazione all’attività dell’artista, che fin allora nessuno si era sognato di definire creativo»[3]. È significativo – rileva – che «proprio la prassi dell’architetto abbia svolto un ruolo decisivo nell’elaborazione di questo paradigma [della creazione]» e che di conseguenza «forse, che chi esercita l’architettura dovrebbe essere particolarmente cauto quando riflette sulla sua pratica; la centralità e insieme la problematicità della nozione di “progetto” andrebbero considerate in questa prospettiva»[4].

Il linguaggio – errato – della creatività rimanda ex negativo ad un’assenza del passato, ad un vuoto o oblio, che non si conserva come tale nella memoria storica individuale e collettiva. E ciò a motivo della natura stessa della memoria: non conservazione passiva di un vuoto, magari rivestito di adorabili forme, ma trasformazione, produzione di scale o paradigmi di valori condivisi di natura iconica, metastorica e testimoniale.

La memoria è selettiva, opera una scelta in un ampio spettro di flussi possibili. Per questo la memoria è viva, è materia viva, ed è per questo che i tempi del progetto, di cui la memoria è una componente, sono tempi lunghi, frammentati, non lineari.

Ciò che li tiene insieme è la componente soggettiva dell’impegno civile dell’architetto, la sua capacità di “rispondere a...”, di essere cioè responsabile dell’uso collettivo. Il richiamo alla responsabilità non ha nulla a che vedere con un moralismo di bassa lega, ma si confronta con un codice etico, con il codice della frattura che è inscritta nella ri-costruzione. Per questo forse anche in questo campo l’architettura si presenta come disciplina in senso forte, insieme di regole operative o, più fortemente ancora, di principi architettonici che interrogano e che vanno interrogati sempre di nuovo: ricominciare sempre daccapo, un rifondare e ricostruire mutevole e al contempo congruo ai principi della disciplina, un mettere in relazione dialogica procedure operative, saperi e competenze plurime: una realtà pensata, una utopia progettata.

Facciamo progetti, facciamo disegni, traduciamo cercando forme espressive. Fino a che punto agisce una consapevolezza critica dei limiti del “nostro” linguaggio o dei “nostri” linguaggi, che spesso, più che parlare, vengono “parlati”, si limitano a riprodurre l’incantesimo del metodo e il blocco della ricerca? Per ricordare con Jacques Derrida che «l’architettura è senza essere nel progetto». Si deve porre pertanto all’architetto la questione del «supporto o della sostanza… del sujet, di ciò che è gettato sotto. Ma anche di ciò che si getta in avanti o in anticipo nel progetto (proiezione, programma, prescrizione, promessa, proposizione), di tutto ciò che appartiene, nel processo architetturale, al movimento del lanciare o essere lanciato, del gettare o dell’essere gettato»[5]

Vorrei ora soffermarmi sul caso “esemplare” di Vienna a partire dall’esperienza di Roland Rainer e del suo Planungskonzept Wien redatto negli anni 1958-1961[6].

Dopo la Seconda guerra mondiale Rainer fu chiamato dalla municipalità di Vienna a ricoprire la carica di Wiener Stadtplaner, in qualità di direttore del Dipartimento di urbanistica[7]. In questa funzione si prefiggeva di ricostruire Vienna. Attraverso il progetto di un nuovo piano urbano si trovò a far fronte nei primi anni del dopoguerra alla ricostruzione della città e simultaneamente ad un aumento della popolazione urbana.

Vienna, come il resto dell’Austria, fu occupata dagli Alleati per dieci anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale nel 1945, e solo nel 1955 in seguito allo Staatsvertrag diventò una repubblica autonoma neutrale. I cambiamenti politici in Europa hanno portato successivamente Vienna in una posizione geopolitica di eccellenza: da una posizione periferica vicino alla cortina di ferro a una posizione centrale vicino alla rapida crescita dei mercati dell’est. L’intera area metropolitana è ancor oggi in crescita e la città deve reagire a nuove esigenze sociali, tecniche, ambientali e geopolitiche.

Con la sua caratteristica di città nodale, nel cuore dell’Europa, Vienna è da sempre uno dei principali punti di contatto nel diaframma est-ovest Europa, grazie anche al Corridoio del Danubio che collega Vienna, Bratislava, Budapest. Oggi Vienna si presta a essere una città che compone contraddittoriamente nomadicità e sedentarietà: città di passaggio per la sua posizione e città confortevole, con una forte presenza di parchi e giardini urbani, un’efficiente rete infrastrutturale, i suoi servizi individuali e sociali, le sue iniziative culturali e la gestione e l’utilizzo dello spazio pubblico, nel quale ancora rilucono i luminosi spazi ottocenteschi.

Come far fronte alla crescita della popolazione e alla conseguente espansione della città, tenendo anche conto dei flussi che l’ambizioso progetto della nuova Stazione Centrale di Vienna, che si pone tra le più grandi d’Europa, può attrarre?

A queste domande si cerca di rispondere seguendo due direzioni diverse. Da un lato si guarda al lavoro di Roland Rainer[8] come strumento di partenza per rispondere a quesiti urbanistico-architettonici sollevati in questi anni dalla città, dall’altro, mediante possibili casi-studio di esperienze progettuali multiscalari, si cerca di rendere attuale questo pensiero e calarlo nelle problematiche cui oggi Vienna si trova a far fronte. La crisi economica e i temi oggi attuali dei flussi migratori attraverso l’Europa (e non ultimo le emergenze della pandemia) ci costringono a interrogarci su questa problematica.

Interessante è l’incredibile attualità del pensiero di Rainer rispetto a Vienna, e forse inaspettata è la forza progettuale che il suo piano per la ricostruzione palesa. Notiamo che Rainer si sofferma in modo particolare su direttrici per eventuali “corridoi verdi” che entrano fino al cuore della città, oltre che al mantenimento di aree boschive e parchi urbani. Non solo lo sviluppo infrastrutturale, ma anche la qualità dello sviluppo urbano sono pensati fin nel dettaglio. In tal senso vediamo che Rainer individua zone a Nord Est della città come potenziali aree di espansione. La sua proposta progettuale, il suo Planungskonzept, si basa su uno studio accurato e dettagliato delle condizioni esistenti, che comprende rappresentazioni grafiche con diversi testi analitici[9].

Tuttavia, pur votata all’unanimità dai membri del consiglio municipale nel novembre 1961, la proposta di realizzazione del Planungskonzept di Rainer venne subito dopo lasciata cadere; una decisione che costringerà l’architetto nel 1962 a dimettersi dalla carica di direttore del dipartimento, cosa che provocò ulteriori tensioni tra Rainer e il Comune di Vienna per tutti gli anni successivi.

Qual era la “promessa” contenuta nel piano di Rainer? I cambiamenti attuali hanno portato Vienna, e in particolare il Dipartimento di Urbanistica, ad avviare dal 2016 analisi di scenari futuri e a sperimentare metodologie progettuali per un piano di sviluppo della città: STEP 2025 Urban development Plan Vienna.

Il piano tiene conto sia della crescita urbana che, da oggi al 2025, porterà Vienna a diventare una città con più di due milioni di abitanti, sia dell’aspetto dello sviluppo sostenibile. Il piano si propone come strumento valido per far fronte a queste nuove sfide per la città. A questo hanno lavorato in maniera partecipata politici urbanisti scienziati e cittadini in un continuo dialogo che prosegue tuttora. STEP 2025 affronta i temi principali che saranno in primo piano nei prossimi anni per realizzare il potenziale di crescita di Vienna. Lo spettro spazia dall’ulteriore sviluppo della “città esistente” alle questioni di mobilitazione del territorio e della localizzazione degli affari, al networking nella regione metropolitana, alla progettazione di spazi aperti o al sistema di mobilità. Questa varietà di argomenti illustra l’approccio olistico e integrato di Vienna all’ulteriore sviluppo della città. Dal punto di vista dello sviluppo urbano, il piano del 2016 mostra molte analogie con quello di Rainer del 1956. Non solo le aree prese in esame sono le medesime di quelle ipotizzate da Rainer - l’area a nord-est del centro cittadino e quella a sud-ovest – ma raineriana è anche la volontà di connettere mediante “corridoi verdi” parti diverse della città, e di collegare la zona di nuova espansione a nord-est con un sistema di parchi urbani il cui fulcro è l’Isola sul Danubio, e che poi si sviluppa in tale direzione connettendo zone agricole e boschive.

Questa allora la domanda fondamentale che si impone: alla luce delle trasformazioni della città, quali sarebbero state le dinamiche architettoniche e urbane messe in gioco se il piano di Rainer fosse stato messo in atto? O ancora: perché il Stadtentwicklungsplan Wien STEP 2025 sembra riprendere alcuni punti fondamentali del Planungskonzept di Rainer? In altri termini: perché assumere come punto di partenza oggi il piano di Rainer per la ricostruzione della Vienna postbellica, per progettare lo sviluppo urbano futuro? Quali le scelte che operiamo? Nella prospettiva di una crescita della popolazione urbana di Vienna ben oltre i due milioni di persone, e dunque delle radicali e inevitabili trasformazioni che ciò comporta, è ineludibile chiedersi se le scelte progettuali di Rainer possano ancora essere ritenute efficaci.

Rainer aveva sviluppato un progetto pratico e teorico di ricostruzione della città dalle sue macerie: la teoria si intreccia con la pratica, con il fare. La cosa importante da osservare è che Rainer assume come punto di avvio uno studio morfologico e topologico che entra prepotentemente nella dimensione geografica. Nel suo piano di ricostruzione della città la morfologia riveste il ruolo di elemento primario, prioritario. Qui l’architetto traduce più che esprimere, usa – potremmo dire con un termine da aggiungere al lessico dell’inventario – morfologie scalari, in un incessante movimento a spola, avanti e indietro: opera incompiuta come la materia che essa lavora. 

Questa osservazione ci conduce alla questione radicale delle azioni da intraprendere in tema di ricostruzione. Tale questione esige che si dislochi la riflessione dall’indagine intorno agli oggetti dei nostri studi al problema dell’oggetto stesso dell’architettura, ricostruendone la distanza critica, senza obbedire automaticamente all’ordine, alla sequenza del discorso, bensì concentrandosi sulle relazioni, sui nessi possibili.

In altre parole, ci troviamo di fronte all’ineludibile esigenza di tornare a pensare lo Zwischenraum, lo spazio tra le cose capace di unire o sospendere, destituendo così la retorica dell’oggettualità su cui si concentra il dibattito architettonico oggi[10]. Componendo il pensiero dello “spazio in mezzo”, Zwischenraum, con il pensiero del “tempo in mezzo”, del “fra/tempo”, della Zwischenzeit, o ancora più radicalmente dello Zeitraum, dello “spazio-tempo”, scardiniamo progettando la fissità temporale degli oggetti che nella loro singolarità fanno da protagonisti nelle nostre città.

Note

[1] Cfr. Rakowitz G., Torricelli C., a cura di, Ricostruzione Inventario progetto / Reconstruction Inventory Project, Poligrafo, Padova, 2018, in particolare pp. 110-131.

[2] Cfr. Magnani C., Premessa. Ricostruzione: un luogo mentale?, in Rakowitz G., Torricelli C., a cura di, Ricostruzione Inventario progetto, cit., pp. 10-17.

[3] Agamben mostra che la concezione per cui l’arte non risiede nell’opera ma nella mente dell’artista ha una matrice teologica che trova la sua formulazione adeguata nell’analogia di Tommaso tra la casa che preesiste nella mente dell’architetto e la creazione divina del mondo secondo il modello o idea nella sua mente. Vedi Agamben G., Creazione e anarchia. L’opera nell’età della religione capitalista, Neri Pozza, Vicenza, 2017, p. 19.

[4] Agamben G., Creazione e anarchia, cit., ibid.

[5] Così Derrida J., Psyché. Inventions de l’autre, Éditions Galilèe, Paris, 1987; trad. it. di R. Balzarotti, Psyché. Invenzione dell’altro, Jaca Book, Milano, 2008-2009, 2 voll., vol. 2, pp. 148-149.

[6] Il lavoro di Roland Rainer nel ripensare profondamente la città di Vienna è nel volume: Rainer R., Planungskonzept Wien, Jugend & Volk, Wien, 1962.

[7] E ciò nonostante la sua militanza nel NSDAP durante il nazismo: cfr. la mostra intitolato Roland Rainer – (Un)Umstritten: Neue Erkenntnisse zum Werk (1936-1963), a cura di I. Holzschuh, M. Platzer e W. Indrist, 20 ottobre - 10 dicembre 2018, Architekturzentrum Wien AzW. La mostra è il risultato di un progetto di ricerca che ha avuto avvio con l’acquisizione del fondo Roland Rainer da parte dell’AzW nel 2015 per avere per la prima volta una visione più specifica del lavoro di Rainer durante il nazionalsocialismo. Rainer stesso non ha voluto che questo periodo fosse ricordato, visto che lui stesso ha lasciato cadere opere e testi di questa fase della sua vita.

[8] Cfr. Rainer R., An den Rand geschrieben. Wohnkultur - Stadtkultur, Böhlau, Wien Köln Weimar, 2000.

[9] Ricordiamo alcune rappresentazioni grafiche e testi: dalla Bevölkerungsentwicklung im Raume Wien 1869-1951, alla Pendelwanderung, Bevölkerungsdichte, Wohnbevölkerung und Berufstätige, Arbeitsstätten, Betriebsstruktur nach Bezirken, Zentrale Einrichtungen, Einzugsbereiche der Mittelschulen, Versorgungsleitungen Wien-Umland, Flächennutzung, Flächenwidmung, Verkehr, Bebauung, Stadtbild und Denkmalschutz ecc.

[10] Si veda a proposito del pensiero del nesso tra Zwischenraum e Zwischenzeit: Simmel G., Brücke und Tür, in «Der Tag. Moderne illustrierte Zeitung», 683, Berlin, 1909, pp. 1-3; ora in Id., Brücke und Tür. Essays des Philosophen zur Geschichte, Religion, Kunst und Gesellschaft, im Verein mit M. Susman, a cura di M. Landmann, Stuttgart, Koehler, 1957; trad. it. di M. Cacciari e L. Perucchi, Ponte e porta, Saggi di estetica, Padova, Liviana, 1970. Cfr. anche Koselleck R., Vergangene Zukunft. Zur Semantik geschichtlicher Zeiten, Suhrkamp, Frankfut a.M., 1979; trad. it. di A. Marietti Solmi, Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici, Marietti, Genova, 1986. Cfr. inoltre il terzo volume della serie Wege der Kulturforschung, a cura di Wirth U. e Sellier V., Bewegen im Zwischenraum, Kulturverlag Kadmos, Berlin, 2012.

Bibliografia

AGAMBEN G. (2017) – Creazione e anarchia. L’opera nell’età della religione capitalista. Neri Pozza, Vicenza.

AUGÈ M. (2003) – Le temps en ruines. Éditions Galilèe, Paris; trad.it. di A. SERAFINI (2004), Rovine e macerie. Il senso del tempo. Bollati Borghieri, Torino.

BENJAMIN W. (1928) – Ursprung des deutschen Trauerspiels. Ernst Rowohlt Verlag, Berlin; trad. it. di F. CUNIBERTO, Il dramma barocco tedesco. In ID., Opere complete, II. Scritti 1923-1927, (a cura di) R. TIEDEMANN E H. SCHWEPPENHÄUSER, ed. it. a cura di E. GANNI con la collaborazione di H. RIEDIGER. Einaudi, Torino, 2004.

COLLOTT F. (2017) – Costruzione, ricostruzione. In: COLLOTTI F., Idea civile di architettura. Scritti scelti 1990-2017. LetteraVentidue, Siracusa.

DERRIDA J. (1987) – Psyché. Inventions de l’autre, Éditions Galilèe, Paris; trad. it. di R. BALZAROTTI (2008-2009), Psyché. Invenzioni dell’altro. Jaca Book, Milano, 2 voll.

GREGOTTI V. (1993) – “Editoriale”. Rassegna, 54.

KOSELLECK R. (1979) – Vergangene Zukunft. Zur Semantik geschichtlicher Zeiten, Suhrkamp, Frankfut a.M.; trad. it. di A. Marietti Solmi (1986), Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici, Marietti, Genova.

STADT WIEN (MA 18, 21, 22
,
 41) (2014) - Step 2025 Stadtentwicklungsplan Wien: https://www.wien.gv.at/stadtentwicklung/studien/pdf/b008379a.

RAINER R. (1962) – Planungskonzept Wien. Jugend & Volk, Wien.

RAINER R. (2000) – An den Rand geschrieben. Wohnkultur – Stadtkultur. Böhlau, Wien Köln Weimar.

RAKOWITZ G., TORRICELLI C. (a cura di) (2018) – Ricostruzione Inventario progetto / Reconstruction Inventory Project. Poligrafo, Padova.

TORRICELLI C. (2020) – L’architettura delle ricostruzioni possibili. Memoria, invenzione, utopia. In: ALBRECHT B., MAGNANI C. (a cura di), Ricostruzione: lezioni storiche, sfide attuali, strategie future, allegato monografico di “Archivio di Studi Urbani e Regionali”, in corso di pubblicazione
.

SIMMEL G. (1909) – Brücke und Tür. Der Tag. Moderne illustrierte Zeitung, 683, 1-3. Ora in ID. (1957), Brücke und Tür. Essays des Philosophen zur Geschichte, Religion, Kunst und Gesellschaft, im Verein mit M. SUSMAN (a cura di) M. LANDMANN. Koehler, Stuttgart; trad. it. di M. CACCIARI E L. PERUCCHI (1970), Ponte e porta, Saggi di estetica, Padova, Liviana.

WIRTH U., SELLIER V. (a cura di) (2012) – Bewegen im Zwischenraum, vol.3, serie Wege der Kulturforschung. Kulturverlag Kadmos, Berlin.

Refback

  • Non ci sono refbacks, per ora.




Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International License.


FAMagazine. Scientific Open Access e-Journal - ISSN: 2039-0491 ©2010-redazione@famagazine.it