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Eresia del rito*

Renato Rizzi




Il rituale maggiore, la vita. Il rituale minore, i giorni. Il battito dell’esistenza pulsa con la stessa formula nel binomio di ArchitetturaArché, il rituale maggiore. Téchne, il rituale minore. Una somiglianza epistemica temuta come la peste. Non sarà difficile capirne le cause. Infatti, la prima radice, archè-, è stata recisa dal proprio nome come si recide la testa da un corpo. Ma più che di un’esecuzione si è trattato di un sacrilegio che continua a ripetersi, ancora oggi, nel luogo più insospettabile. Nella presunta sacralità delle aule universitarie.

Tutto questo però non avrebbe assunto il carattere dello scandalo se il nome di Architettura fosse stato sostituito con quello di Edilizia.
Almeno non si sarebbe compiuto alcun crimine. Invece l’aura della parola 
Architettura doveva rimanere intatta nel prestigio della sua effige, mentre il suo contenuto doveva essere completamente svuotato. Sostituito da altro.
Ma per comprendere l’inganno compiuto dai saperi della nostra epoca dobbiamo focalizzare la nostra attenzione almeno su tre punti:

A- innanzitutto sulla struttura semantica del nome Architettura;

B- sul paradigma del nostro tempo;

C- sul superamento della filosofia occidentale. 

Solo in questo modo potrà emergere la radicale differenza tra rituale maggiore e rituale minore. Poiché il rito pervade comunque e ovunque gli atti della nostra quotidianità come dei nostri più reconditi pensieri.

A- La struttura semantica del nome architettura.

Il binomio archè-téchne porta sulla scena del mondo le coppie dei principi tra loro in opposizione: indominabile-dominabile; immutabile-mutevole; eterno-divenire; invisibile-visibile, ecc...

Nel nome Architettura sono quindi presenti tutte quelle potenze provenienti dall’orizzonte degli indominabili (l’apparire del tutto, l’estetico) che non potranno in alcun modo essere sottomesse alla nostra volontà razionale o irrazionale. In maniera più esplicita, nella struttura semantica del nome convergono i vincoli indissolubili (l’estetico) appartenenti alle leggi cosmiche. A quei legami che regolano ogni minima parte col tutto. I dogmi della forma.

B- Il paradigma contemporaneo.

La cultura tecnico-socio-scientifica del nostro tempo ha fondato il proprio potere sul principio opposto. Tutte le cose (gli enti) sono irrelate, slegate, separate, dal tutto. Questo il dominio della tecnica. Il paradosso e la contraddizione estrema del nostro tempo. Un impossibile. Solo la nostra fede (di atei) crede sia possibile.

C- Il superamento della metafisica occidentale.

Se mettiamo allora a confronto i 3 millenni del pensiero occidentale, al quale appartiene l’orizzonte del nome Architettura, con il paradigma della cultura contemporanea, emerge nella sua evidenza il dramma. La radicale contraddizione epistemica tra il Grande Passato (il tutto vincolato) e il Grande Presente (il tutto svincolato). Ma, come già anticipato, essendo impossibile che un indominabile possa essere scalzato da un dominabile, vuol dire che il nostro tempo continua a credere all’interno di una fede negativa. E una contraddizione negativa non può che produrre violenza.

Nonostante tutto, non vogliamo vedere. La prova evidente è sotto gli occhi di tutti. L’immensa plaga informe delle nostre megalopoli o di qualsiasi altra urbanizzazione o periferia (peri-pherein, portare in giro senza scopo). La perdita della forma nell’informe avvolge ormai nella sua morsa culturale e fattuale l’intero pianeta Terra. Abbiamo infatti dimenticato che nel sinonimo di informe risuona un›altra parola rimossa (per scaramanzia o tracotanza?): morte (un altro indominabile).

Solo nell’orizzonte della totalità dei tempi e delle storie, solo oltrepassando la metafisica occidentale (la metafisica greca ha portato a compimento nel nostro tempo il progetto della tecnica; metafisica e tecnica sono ormai due termini che si sovrappongono a vicenda) solo con questa consapevolezza possiamo allora affrontare il senso autentico della parola Architettura e del nuovo rituale che l’accompagna. Infatti, le considerazioni appena fatte spostano l’asse culturale dal polo esclusivo delle tecniche verso il baricentro
del nome Architettura. Tale spostamento provoca delle ripercussioni semantiche rispetto: al nostro nome (A1); alla nostra responsabilità (B2); al senso del progetto (C3).

A1- Il nostro nome.

La parola persona (da prosopon, la maschera: una faccia esterna rivolta all’esterno; una faccia interna rivolta all’interiorità individuale) possiede una straordinaria somiglianza strutturale con il nome di Architettura. Anima, arché. Corpo, techné. Anima, quanto abbiamo in comune, ció che ci lega e ci vincola (non solo socialmente). Il corpo, quanto non è in comune, ci distingue e separa individualmente. All’anima appartiene zoè, la vita eterna. Al corpo, bios, la vita cronologica (entità indisgiungibili). Per i greci, la collana della vita eterna: il filo di zoé tiene insieme tutte le perle di bios. Noi siamo dunque l’esempio vivente di questo imperscrutabile mistero indominabile (che dovremmo celebrare con le nostre opere). L’analogia con Architettura è comunque più forte di qualunque altra legge. Eppure, nello stesso tempo, siamo anche denominati soggetto. Parola separata dalla sua origine remota. Sub-iacere, dal latino; ipokeimenon, dal greco. Comunque: “ciò che sta sotto”. Ma questa condizione dello “stare sotto” non è una preclusione, né una condanna, nemmeno un castigo. (Mentre per la tecnica noi saremmo coloro che stanno sopra, coloro che occupano la posizione preminente del comando, anche se questo presupposto si fonda su una fede alla quale crediamo ciecamente!). Quindi tutt’altro. Piuttosto è il dono che ci viene offerto gratuitamente dall'apparire dei mondi. Del tutto. Dall’infinito orizzonte degli eterni del cielo stellato. Noi abbiamo ricevuto un privilegio speciale: contemplare gli spettacoli dei mondi.
Siamo gli spettatori dell'incanto, dello stupore, della meraviglia, come del terrore, della paura, dell’angoscia di un universo che ci accoglie, ci protegge, ci interroga, ci inquieta. E nello stesso tempo ci scruta, curioso più di noi di specchiarsi nell'incanto delle opere che dovremmo realizzare. 

Ecco allora come cambierebbe il rito se vincolato alla nuova (e da sempre originaria) condizione del nostro essere: da nominativi a dativi. Non sarebbe più l’Io individuale a prevalere come sorgente della volontà di potenza: la condizione nominativa. Bensì il Sé, quella condizione che riemergendo dalle profondità dell’anima, rovescerebbe la nostra visione nella condizione dativa. Il centro-propulsore dell’Io viene sostituito dal centro-ricettore del Sé. Per destino, dal tempo dei tempi, da sempre noi saremmo i privilegiati. Questo capovolgimento radicale della nostra visione è la prova maggiore del dono più grande che appartiene a ciascuno di noi. Fino a poter ipotizzare che il nostro corpo, unità di spirito e di carne, sia la lente più complessa e misteriosa dell’universo attraverso la quale si manifestano gli eterni per essere contemplati qui, su questa Terra, sulla quale viviamo come in un miracolo la nostra esperienza sensibile. Appunto! Noi siamo questo mistero-miracoloso. Siamo coloro che ricevono dall’orizzonte eterno degli indominabili (archè) i raggi che riaccendono le matrici delle immagini, da sempre impresse e mute nella lente delle nostre anime (zoè), dalle quali si generano fino poi a staccarsi le forme finali dell›opere, per essere contemplate da quegli stessi eterni dalle quali provengono e alle quali appartengono ritornandovi.

B2- La nostra responsabilità.

Questo radicale cambio della visione implica uno sforzo intellettuale, oltre che individuale, molto severo. Il passaggio dall’arbitrarietà (delle téchnai) alla singolarità (delle arcuai) non è certo facile da attuare. E nemmeno è automatico. Dobbiamo piuttosto avere la forza di uscire dal mondo della (falsa) sicurezza (paradosso semantico, sine-cura) dei saperi tecnico-normativi per inoltrarci nel mondo dell’apparire (l’orizzonte eterno degli immutabili). Dobbiamo avere il coraggio di affrontare il regno del rischio, quello della forma. Un vero esilio per la nostra mente e per la nostra educazione. Dall’anonimato acritico alla solitudine della singolarità il passo è lungoPoiché ciascuno di noi, essendo un assoluto temporale, è sempre un nuovo adamo che si presenta sulla scena del modo, destinato a ripetere l’originalità dell’inizio nella sua infinita ricchezza. Così come siamo costretti ogni volta ad uscire poi dal nostro eden per sviluppare il progetto che ci attende.

C3- Il senso del progetto.

Ed ora ci troviamo di fronte al segreto nascosto nella parola Architettura. Se i termini posti dalla struttura semantica del suo nome stanno agli estremi del tutto (indominabile-dominabilità, eterno-divenire, ecc.); se gli estremi della nostra esistenza stanno tra i limiti invalicabili di nascita e morte, allora anche i termini del progetto devono occupare una spazialità analoga. Proprio perché ciascuno di noi è un progetto che deve essere portato alla sua manifestazione. Infatti, ogni progetto, come ogni esistenza, sta tra un debito contratto con i nostri predecessori (nascita) e un dono da restituire ai nostri successori (morte). In altre parole, tra un eden dell’inizio e un eden da consegnare. L’intera infanzia è pervasa dal rito dell’incanto del mondo. Non c’è alcuna differenza per un bimbo tra indominabile e dominabile. Lui è il tutto. E in tutte le cose si identifica. Unità totale. Ma come ogni adamo anche lui deve uscire, abbandonare quel mondo incantato (e pericoloso) per incamminarsi nei luoghi della coscienza.
Ci vorrà l’intero arco della vita per rielaborare l’esperienza infantile (l’anamnesi greca) e tradurre nella consapevolezza delle opere (qui intese nel senso più generale della parola) l’incanto del tempo iniziale. Solo allora, al culmine della maturità, o al culmine del proprio tempo giungerà il momento opportuno per la consegna del progetto ai nostri futuri successori.
In questa prospettiva profonda si espande il senso del Progetto Architettonico. Dovremmo però abituarci a scrivere, e nello stesso tempo a pensare la parola almeno con due modalità diverse. Con la lettera “P” maiuscola quando si riferisce alla prima radice, archè. Con la lettera “p” minuscola quando si riferisce alla seconda radice, téchne. Solo il Progetto dell’archè potrà garantire l’unità di senso alla pluralità e diversità dei progetti delle téchnai, mantenendo sempre attivo il vincolo indominabile tra eterno e presente.

Ecco come si può delineare la dinamica del (nuovo) rituale del Progetto alla quale dovremmo adeguarci nel rispetto della singolarità di Architettura. Delle opere. Di noi stessi. Del mondo. Per quel senso del pudore (aidôs, la religio di ogni autentico fare) che dovrebbe pervàdere le nostre opere sempre inscritte tra i due estremi: l’Eden dell’inizio, il debito-dono dell’incanto; l’Eden della consegna (NaTaN in ebraico, paradosis in greco), per restituire quel dono iniziale.

*Avvertenza

L'orizzonte culturale al quale questo scritto fa riferimento proviene da molte opere diverse, antiche e moderne. Ma in questo contesto è preferibile ricordare i principali autori eretici contemporanei: Emanuele Severino, filosofo (Brescia, 1929-2020). Carlo Enzo, teologo (Venezia, 1927-2019). Derek Walcott, poeta (Castries, S. Lucia, 1930-2017); Andrea Tagliapietra, filosofo della storia delle idee (Venezia, 1962). Se poi si dovesse indicare un esempio concreto, sebbene totalmente ignorato, relativo ai temi esposti, si rimanda all'opera poetica e architettonica, di John Hejduk, architetto (New York, 1929-2000). Cfr. Rizzi R. (2010) – John Hejduk. Incarnatio, Marsilio, Venezia, et, Rizzi R. e Pisciella S. (2021) – John Hejduk. Bronx. Manuale in versi, Mimesis, Milano-Udine.


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