Prandi

Sulla misconoscenza degli architetti (e delle loro architetture) 

Enrico Prandi



Ogni qualvolta progettiamo un numero della rivista – sottolineo il termine progettare in analogia alla presa di campo culturale della rivista, mentre il plurale è dato dal continuo confrontarsi e condividere il pensiero all’interno della Direzione e della Redazione – non possiamo fare a meno di riflettere sul ruolo che FAMagazine ha nel panorama delle riviste di ricerca e sul senso del nostro operato nei confronti degli obiettivi di diffusione, divulgazione e trasmissione del sapere scientifico disciplinare ai nostri lettori. In pratica ci chiediamo se il nostro sforzo di pubblicazione serva alla comunità scientifica disciplinare a dare spunti, innescare processi di approfondimento, rafforzare linee di ricerca o, perché no, a generarne di nuove, inedite.
Così è stato anche per questo numero 47 del 2019 curato da Ugo Rossi, un nostro giovane corrispondente che alcuni mesi fa ci ha proposto come tema quello della presenza nel Novecento di alcune figure di architetti poco note o male conosciute. Tema che ha a che fare con la questione della fortuna critica degli architetti e delle loro opere: su alcuni, l’azione di studio e ricollocazione rispetto alla mappa geografico-culturale è già iniziata, su altre il lavoro è ancora da impostare.
Come spesso facciamo, abbiamo iniziato un’interlocuzione con il curatore direzionando (è questo infatti uno dei compiti della Direzione) il focus del numero verso un interesse generale disciplinare. In definitiva si è trattato di trovare la chiave interpretativa che legasse insieme figure appartenenti a mondi diversi in un’unica azione critica culturale. È emerso, quindi, un titolo di braquiana memoria1 che poneva l’accento sulla “misconoscenza” di queste figure ossia sulla loro gravitazione, nella galassia storiografica di architettura, in orbite del tutto particolari. Il tema ha ovviamente a che fare con le singole esperienze e fortune critiche ma anche con il punto di vista dal quale guardiamo al problema ossia dall’assetto critico-storiografico italiano. Infatti, lungi da noi la convinzione che dette figure siano in assoluto poco o male conosciute: le orbite in questo senso si avvicinano e si allontanano maggiormente da certi Paesi e da certi Continenti e sono derivate dalla naturale impostazione storiografica. Appare lapalissiano che un architetto di un determinato Paese, in cui vi ha operato magari costantemente per tutta la vita professionale, sia conosciuto, studiato e citato in Patria mentre non è affatto scontata la sua conoscenza al di la dei confini. Se, in linea di massima ciò è vero, spesso può verificarsi anche il contrario ossia il caso in cui nemo propheta acceptus est in patria sua. Per svariati motivi, infatti, gli storici militanti, come ad esempio Zevi e Tafuri, sono portati ad una critica storica di tipo baudelairiano, non tanto del Baudelaire che si riferiva all’analisi dei pubblici degli artisti2 – anche se un’analisi dei diversi pubblici degli architetti potrebbe essere interessante3 – quanto del Baudelaire che esortava la critica (leggasi il critico) ad essere «parziale, appassionata, politica, vale a dire condotta da un punto di vista esclusivo, ma tale da aprire il più ampio degli orizzonti»4.
È indubbio infatti che le migliori storie siano quelle che prendono le distanze dalla critica «fredda e algebrica che, col pretesto di tutto spiegare, non sente ne odio né amore, e deliberatamente si spoglia di qualsiasi traccia di passione»5.
Ne è scaturito a nostro avviso un fascicolo originale nel porsi la problematica di come queste figure, che vanno considerate come un mero campione (ad ogni lettore il compito di individuare le proprie figure secondo la specifica conoscenza dei contesti), abbiano attraversato il Novecento rimanendo ai margini della ribalta. Il margine in questo senso non è da intendere in maniera né negativa né positiva ma come una condizione che ha contribuito al determinarsi della misconoscenza.
Nel titolo, poi, aleggia un altro termine come “dimenticanza”. C’è una sostanziale differenza tra dimenticanza e misconoscenza: la prima, infatti, presuppone la casualità la seconda invece una deliberata inerzia o resistenza nel prendere in considerazione tale figura. Se la dimenticanza può scaturire dall’eventualità, la misconoscenza è sempre frutto di una precisa decisione del critico che dovendo fare delle scelte (necessarie alla presa di posizione che auspicava Baudelaire) decide di trascurare alcune figure a vantaggio di altre più consoni all’operazione culturale.
Il campionario di figure che abbiamo scelto appartiene ad un vasto ambito geografico tra Europa e America (senza necessariamente avere a che fare con l’Italia) e a un ambito temporale del Novecento ossia coincidente a nostro avviso con la “giusta distanza storica” (né troppo vicino, né troppo lontano) con la quale si è soliti guardare ai fenomeni storico-culturali: sono nati attorno alla prima decade del Novecento (una sola figura è nata a fine Ottocento, ed una sola negli anni Dieci del Novecento) e l’hanno attraversato per gran parte fino agli anni Settanta-Ottanta. Sono Bernard Rudofsky (1905-1988), Peter Graham Harnden (1913-1971), Edward Durell Stone (1902-1978), William Wurster (1895-1973), Sedad Hakki Eldem (1908-1988), Hassan Fathy (1900-1989), Constantinos Apostolou Doxiadis (1913-1975).
Bernard Rudofsky, è stato un architetto austriaco errante per il mondo e frequentatore dell’Italia è già stato oggetto di un approfondimento critico a partire dagli anni Duemila che ha portato alla pubblicazione di alcune monografie. Peter Graham Harnden è stato un architetto americano formatosi in Europa, a Parigi e poi a Barcellona particolarmente influenzato dall’opera di Richard Neutra. Fu direttore delle informazioni visive del piano Marshall in Europa nel quale ha fondato, con l’architetto Lanfranco Bombelli, lo studio Harnden & Bombelli. Edward Durell Stone è stato un architetto americano, nato in Arkansas, formatosi a Boston, ad Harvard e al MIT, proseguendo la sua formazione in Europa attraverso due anni di Travelling Fellowship e una carriera da professionista affermato soprattutto in America. William Wurster è californiano, architetto ma anche docente e Dean al MIT e a Berkley dove contribuì alla riunione sotto il nome di UC Berkeley College of Environmental Design delle tre scuole di Architettura, Urbanistica e Paesaggio, alterna all’attività didattica l’attività progettuale costruendo soprattutto case nella Bay Area californiana. Sedad Hakki Eldem, architetto e insegnante turco artefice del Modernismo in Turchia, Paese in cui ha essenzialmente progettato, cercando di sperimentare una personale interpretazione del modernismo. Premiato con l’Aga Khan Award for Architecture nel 1986, Eldem è stato oggetto di studi in Italia con la pubblicazione di una recente monografia. Hassan Fathy, architetto e urbanista egiziano, docente all’Università del Cairo, noto soprattutto per la reinterpretazione in chiave moderna delle tipologie tradizionali egiziane e per l’impegno nei confronti delle popolazioni povere per le quali progetta edifici adottando tecniche costruttive tradizionali. Constantinos Apostolou Doxiadis, architetto e urbanista greco, noto per aver progettato la città di Islamabad, la nuova capitale del Pakistan, e per aver diffuso il suo pensiero attraverso numerosi saggi e testi.
Un campione diversificato che comprende sia professionisti puri che figure che hanno anche transitato nelle Università (in alcuni casi occupando ruoli di vertice) e prodotto, forse in virtù di ciò, libri e saggi che hanno sicuramente contribuito alla diffusione del loro pensiero. Figure che possono assumere il ruolo di “Maestri” proprio nel costituirsi come exempla di un modo di operare che direttamente o indirettamente si propone come guida di un approccio corretto ai temi e ai problemi di progettazione.
L’azione culturale che tentiamo in questo numero ci è stata tramandata dall’esperienza storica in analogia a quella condotta da Ernesto Rogers attraverso la mano e il pensiero dei suoi collaboratori (perché in sintesi è stato questo uno dei pregi di Rogers e di Casabella-Continuità) che aveva il fine di rendere operativa la riflessione critica su alcune figure del moderno che avevano deliberatamente scelto di non adeguarsi pedissequamente al linguaggio comune dell’International Style. Il recupero della Tradizione e della Storia, il radicamento contestuale del progetto e le altre tematiche che fondavano il pensiero rogersiano (che i giovani allievi della redazione condividevano) necessitavano di un’azione culturale di critica ad alcuni principi teorico progettuali correnti e di legittimazione di approcci diversi dall’adozione dei semplici canoni dello Stile Internazionale. Azione che non fu capita dai più a livello internazionale e che diede vita alla celebre querelle tra Rogers e Banham6. In più l’azione critica, ossia il recupero di figure come Dudok, Loos, Behrens, e via dicendo serviva a mostrare non tanto un “linguaggio da replicare” ma una “via da percorre” verso “Altri moderni” come più oltre li battezzerà un altro componente di quella redazione, Luciano Semerani7, amico e concittadino di Rogers. Uno “Stile Moderno Italiano” che inizia a costruirsi in Italia in antitesi alla diffusione dello Stile Internazionale e che contrappone per esempio la Torre Velasca al Grattacielo Pirelli e che vedrà tante declinazioni interessanti quante erano le rivendicazioni poetiche singolari ma che si basavano su un’autenticità che era – ed è – il vero portato dell’Architettura italiana del Dopoguerra: emblema da tutti riconosciuto è la Bottega d’Erasmo (215 del 1957) a cui seguirà la Torre Velasca (232 del 1959), ma soprattutto le opere racchiuse nei fascicoli 276 del 1963, 289 e 291 del 1964, dedicati alle architetture dei giovani architetti italiani e che forniscono ancor ‘oggi un quadro-manifesto di estremo interesse.
Nonostante i molti cambiamenti che sono intercorsi tra gli anni Cinquanta e il nostro contesto storico-culturale, il fine di questa nostra operazione intende avvicinarsi a quella rogersiana nello scoprire figure (lo sottolineiamo ancora una volta non tutte e non le uniche) con le quali ampliare la conoscenza storica architettonica mettendo in relazione contesto culturale ed approcci progettuali. A differenza dell’operazione rogersiana, per noi il fine non è direttamente quello di legittimare un nuovo modo di progettare (anche se il pericolo sempre incombente nella progettazione, ora come allora, è quello del conformarsi a “nuovi e correnti International Style” negando le ragioni storiche o contestuali), quanto piuttosto fornire esempi di “altri moderni” praticati da figure che hanno popolano non tanto i centri dei linguaggi quanto le periferie degli stessi. Non dev’essere equivocato quindi né l’uso del termine “Maestri” (i nostri non lo sono alla stregua per esempio dei tre indicati da Peter Blake) ne confusa l’operazione culturale che non è quella di voler portare necessariamente alla ribalta figure secondarie della storia dell’architettura e della città.
Quanti di voi abbiano incontrato nel corso della formazione testi di storia dell’architettura internazionale pur sempre parziali e frutto di impostazioni storiografiche diverse volutamente inclusive od esclusive ne ricordano soprattutto la densità. Così che per esempio l’Architettura contemporanea di Tafuri e Dal Co (1976), nelle sue oltre quattrocentoventi pagine di grande formato cita a malapena Wurster in una veloce elencazione di esponenti della Bay Regional Style. Per trovare traccia ben più marcata di alcune delle figure da noi prese ad esempio dobbiamo passare a Zevi la cui Storia dell’Architettura Moderna (1950) è ben più incline al considerare le attività americane. Vi trovano posto infatti Wurster, descritto da Zevi come il maggior esponente del Bay Regional Style ed Edward D. Stone mentre Rudofsky è ricordato per la collaborazione a fianco di Cosenza in alcune opere napoletane. Nulla, invece, di ciò che stava ad Oriente di Zevi che, come noto, aveva lo sguardo rivolto verso l’Atlantico.
In conclusione, quindi, auspichiamo che la nostra idea di presentare alcune figure dell’architettura del Novecento (dimenticate o misconosciute) oltre a partecipare all’arricchimento della conoscenza storica, possa servire da stimolo al panorama generale con il contributo critico “parziale, appassionato, politico, condotto (ovviamente) dal nostro punto di vista esclusivo, ma tale da aprire il più ampio degli orizzonti”. Un invito a fare altrettanto nella convinzione che l’esercizio della critica possa contribuire a ricollocare il progetto dell’architettura e della città nel corretto ruolo che gli compete nella storia della civiltà.


1 George Braque, che insieme a Pablo Picasso diede vita al Cubismo, scrisse nei Cahiers 1917/47, che spesso “l’artista non è incompreso, è misconosciuto”. G. Braque (1948), Cahier de Georges Braque 1917-1947, Maeght, Paris.
2 «Un metodo semplice per conoscere la misura di un artista sta nell’esaminare il suo pubblico». C. Baudelaire, Di Ary Scheffer e delle scimmie del sentimento, in Salon del 1846, ora in Id., Scritti sull’arte, Einaudi, Torino 1981.
3 Con le debite proporzioni tra il contesto storico di Baudelaire e il nostro, ossia con la differenza delle motivazioni che spingono oggi il pubblico a visitare le mostre d’arte e d’architettura, che rientra nel campo più ampio della promozione degli eventi artistici e architettonici effettuata dai media sulla base di vere e proprie strategie di marketing, potremmo verificare che pubblico attrae una mostra su Aldo Rossi a differenza di una su Frank Gehry. La citazione di Baudelaire è questa: «Un metodo semplice per conoscere la misura di un artista sta nell’esaminare il suo pubblico. E. Delacroix può contare sui pittori e i poeti; Decamps, sui pittori; Horace Vernet sui militari delle caserme (…) ».
4 Charles Baudelaire, A che serve la critica? In Salon del 1846, ripubblicato in Id., Scritti sull’arte, Einaudi, Torino 1981, p. 57.
5 Id.
6 Ci si riferisce allo scambio di articoli che Banham e Rogers scrissero dalle riviste che dirigevano (Architectural Review per Banham e Casabella-Continuità per Rogers). Si vedano R. Banham (1959) “Neoliberty. The Italian Retreat from Modern Architecture, in Architectural Review, n. 747, aprile; E. N. Rogers (1959), “L’evoluzione dell’architettura (Risposta al custode dei frigidaires)”, in Casabella-continuità, n. 228, giugno.
7 Vedi L. Semerani (2000), L’Altro Moderno, Allemandi, Torino.



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