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Il Museo come Scuola (di Architettura)

Enrico Prandi




Dopo il numero monografico dedicato all’architetto Luigi Vietti (n. 49/2019), questo nuovo numero di FAMagazine affronta il tema dello spazio del Museo. Attraverso una call for papers, a cui hanno risposto numerosi studiosi italiani ed internazionali, presentiamo una riflessione articolata e limitata solo nello spazio dei dodici (poi divenuti undici) saggi che compongono l’uscita.
Chi segue la rivista si sarà accorto che il titolo del numero rispetto al titolo della call ha subito una piccola ma significativa modifica imposta dalle posizioni teoriche dei partecipanti e dalle successive riflessioni. Da World Wide Web Museum. Il museo tra rammemorazione e razionalizzazione del reale il titolo definitivo diviene Il Museo nonostante il World Wide Web: tra rammemorazione e razionalizzazione del reale. Se la call lasciava aperto il campo a riflessioni sui musei virtuali e sulla dematerializzazione dell’oggetto da esporre, le tesi contenute negli articoli arrivati (in generale) e selezionati (in particolare), confermano l’importanza del museo come architettura. In pratica ha vinto, e questa posizione non ci dispiace, la ʻpresenzaʼ rispetto all’ʻassenzaʼ1, la realtà rispetto alla virtualità. Anzi, laddove le problematiche della virtualità vengono prese in esame lo sono pretestuosamente in termini metaforici, allegorici e affabulativi – come nel caso del doppio artaudiano adottato da Lisini e Pireddu per la Stazione dell’Arte in Sardegna, oppure nel caso della costruzione filmico narrativa di Peter Greenaway citata da Federica Visconti – a sottolineare un ruolo ancora fondamentale del museo nel meccanismo di conservazione e memorizzazione a cui si può aggiungere a tutti gli effetti anche quella pedagogica, conoscitiva. D’altra parte il museo ha sempre avuto fin dalla sua genesi una sorta di polivalenza trasformandosi in alcune fasi storiche anche in officina a servizio della formazione; un luogo operativo, un laboratorio di analisi, e via dicendo.
Sarebbe stato interessante, inoltre, un confronto con le posizioni espresse dai fautori del museo virtuale, ma nel caso di una call for papers, rispetto alla costruzione di numeri progettati a tavolino, il rovescio della medaglia è quello di poter solo sollecitare una risposta attraverso il testo della call e auspicare la più ampia partecipazione possibile contenente posizioni anche contrarie tali da permettere una concordia discors.
Volendo rilanciare, proponendo spunti per future riflessioni, potremmo da architetti chiederci in che modo gli aspetti positivi della virtualità possano caratterizzare il progetto del Museo contemporaneo nell’ottica dell’integrazione e non della sostituzione.
Nei fatti però, e qualcuno potrebbe dire che FAMagazine è una rivista di tendenza, la posizione che emerge da questo numero è che il Museo come architettura, come portatore di significati, come spazio prodotto dalla reazione tra contenitore e contenente è più vivo che mai. Chi pensava che il Museo fosse in crisi, progressivamente soppiantato da altre modalità di godimento delle diverse forme d’Arte, (multimedialità, realtà aumentata, visite virtuali, ecc.) rimarrà deluso. Del resto, ad avvalorare la tesi del plusvalore del Museo reale rispetto a quello virtuale ci sono definizioni come spazio della grazia (Clemente), apparecchio dell’anima (Piscella), palinsesto del luogo (Lomurno): sarebbe difficile trasferire alla virtualità tali caratteri percettivi del reale cosicchè i musei divengono veri e propri “atti di resistenza” (De Matteis). In pratica, se di crisi si può parlare, essa è riferibile piuttosto a distorte politiche culturali come ha avuto modo di scrivere Jean Clair nel suo Il Museo in crisi.
Ad un articolo principale ad opera di Ildebrando Clemente, ideatore e curatore della call, se ne aggiungono altri che affrontano il molteplice museale in alcune sfaccettature possibili: l’estensione del museo alla città e territorio che comprende anche il caso della musealizzazione delle aree archeologiche; il progetto del museo tradizionalmente inteso; e museo vs museo ossia il confronto tra il museo e il suo ampliamento.

Museo Città Territorio
Il primo gruppo di articoli offre una riflessione sul museo che esce dagli spazi convenzionali ad esso dedicati per incontrare “altri luoghi” tipo quelli dell’infrastruttura (stazioni) o quelli specifici dei ritrovamenti archeologici fino a fondersi con il paesaggio e con l’Arte immaginata essa stessa come dispositivo stesso del museo.
Nel primo caso, Filippo Lambertucci – autore sia del saggio che del progetto per l’allestimento museale della Stazione San Giovanni della Metro C di Roma – evidenzia «frontiere possibili per statuti museali fuori dal Museo e le potenzialità dell’infrastruttura come museo dislocato nella città come una sorta di City Wide Web Museum grazie al superamento della dimensione meramente decorativa e al coinvolgimento sia di operazioni artistiche che di ritrovamenti archeologici».
Se in questo caso lo spazio dell’infrastruttura incontra casualmente l’archeologia (nel caso degli scavi nella fattispecie) trasformandolo opportunisticamente in museo, diverso è il caso del “costruire musei sulle rovine” in cui la musealizzazione archeologica “in situ” si sottrae alla necessità di intercettare continui flussi di potenziali visitatori distratti dalla fretta dello spostamento per concentrarsi su altre derivate museali portate ad esempio nell’articolo di Flavia Zelli.
I casi delle nuove strutture museali in ambito archeologico – la Musealizzazione degli scavi archeologici della Domus dell’Ortaglia a Brescia, di Tortelli Frassoni Architetti Associati, Musealizzazione della Necropoli punico-romana di Pill’ ‘e Mat[t]a, a Quartucciu, dello Schutzbau Areal Ackerman di Peter Zumthor a Coira, in Svizzera, – non sono più contenitori di reperti, recuperati sul campo e portati altrove, ma parti integranti del luogo stesso dell’archeologia, generando una serie di questioni correlate alla permeabilità, al concetto di esterno/interno e alla percezione delle relazioni spaziali.
Della stessa tipologia appartiene il caso, illustrato da Rachele Lomurno, del progetto di ABDR per il Mausoleo di Augusto e piazza Augusto Imperatore a Roma, in cui lo stesso determina un nuovo ordine tra le diverse stratificazioni registrate dal monumento, facendole riemergere e rendendole leggibili. La rovina archeologica riacquista un senso contemporaneo, divenendo essa stessa museo del complesso palinsesto del luogo. Così “tra nuovo e antico si instaura un rapporto di reciproca mutualità: il palinsesto stratificato si fa suggeritore di scelte progettuali e a sua volta il progetto suggerisce una corretta interpretazione delle parziali forme antiche”.
Una musealizzazione estesa – che esce non solo dallo spazio canonico del Museo ma anche dagli altri spazi della Città – per invadere il Territorio e costruire un complesso rapporto con l’arte (in particolare di Maria Lai) è l’oggetto del saggio di Caterina Lisini e Alberto Pireddu che racconta della Stazione dell’Arte a Ulassai in Sardegna come esperimento di retroguardia rispetto alla tendenza attuale. «Se nel progetto contemporaneo di museo globale tende ad affievolirsi, fino quasi a scomparire, la tradizionale raffigurazione tipologica a favore di una dominante invenzione del dispositivo spettacolare di percezione, il museo di Ulassai, nella tenace conservazione di semplici tipologie di servizio, familiari ad una comunità e riconvertite in astrazione, può costituire il paradigma di una particolare tipologia museale, dove il congegno architettonico perde di consistenza dimensionale e di articolazione funzionale ma non di pregnanza semantica, diramandosi nel territorio e nel paesaggio, con cui si confonde e di cui si alimenta e diventa interprete».

Il progetto del museo
Vi sono, inoltre, alcuni saggi che narrano di architetture museali tradizionali, del loro costruirsi tra storia, ordine e regole dell’architettura – come nel caso del Museo del Mare di Palermo ad opera di Cesare Ajroldi –; dell’interpretazione di tipi o esperienze consolidati nella storia dell’architettura contemporanea come il caso di Zumthor/Mies analizzata da Renato Capozzi; del caso della sperimentazione più vasta sul tipo museale condotta in più progetti da Renato Rizzi ed esposto da Susanna Piscella.
Nel primo caso, quello dell’Arsenale di Palermo, viene affrontato il tema della ri-costruzione contemporanea di una parte di edificio antico di alto valore architettonico. Oltre al tema di base, l’autore tratta anche quello delle regole dell’architettura, che, non a torto, ritiene fondamentale in questo momento storico di abbandono dei fondamenti della disciplina, in particolare in relazione alla “addizione” a un monumento; e del progetto nella città di pietra, nella città mediterranea. Il progetto desume dalla preesistenza le regole della sua costituzione e si caratterizza per l’ordine e la qualità della luce. Un progetto che si costituisce come difesa dell’autenticità della città mediterranea e delle sue architetture contro la strumentalizzazione che dell’architettura (anche museale) fanno certi amministratori.
Nel secondo caso, l’autore indaga la concezione di museo che Mies mette a punto – a partire dal progetto per il Padiglione tedesco alla Esposizione Universale di Bruxelles del 1935, passando per un Museo per una piccola città del 1943 per finire con la Neue Nationalgalerie di Berlino del 1968 – dimostrando come tale principio tipologico-spaziale abbia influenzato nella concezione contemporanea di museo come libero e disponibile “spazio dell’opera-spazio del lavoro”, luogo di incontro e comunicazione assunto come “laboratorio-fabbrica del fare” incarnato dalla Werkraum del 2013 di Peter Zumthor ad Andelsbuch. Quest’ultimo è definito come “variazione ammissibile” della struttura originaria di Mies.
Nel terzo caso, l’autore analizza alcuni progetti di Musei di Renato Rizzi, in particolare il Grand Egyptian Museum per il Cairo, il Museum of Modern Art di Varsavia e il Museo dell’Ebraismo Italiano e della Shoah di Ferrara (oltre ad un ultimo, il Museo del Futurismo Fortunato Depero a Rovereto, l’unico realizzato) come tentativi di rigenerare il rapporto conoscitivo originario, attraverso la restituzione di tre singolarità: dell’opera, della persona, del paesaggio interiore, il quale incorpora i due precedenti. Il museo diventa così, nella concezione dell’autore, “apparecchio per l’esperienza, per l’espandersi dell’anima”. 

Museo vs Museo: ampliamenti di musei
Due saggi trattano del rapporto tra architettura museale originaria e ampliamento, tra preesistenza storica e nuova architettura funzionalmente e figurativamente connessa alla precedete. Nel primo caso Federico De Matteis riflette sul concetto di ampliamento inteso non come “mera aggiunta di spazi ad una preesistenza, bensì come accomodamento delle molteplici forme di espressione dell’arte contemporanea”, “un allargamento del ruolo dell’edificio-museo nella società contemporanea, e in secondo luogo la crescita esponenziale dello spettro estetico verificatasi nel corso dello sviluppo dell’arte del Novecento”. L’autore fonda il suo saggio su due progetti di ampliamento di Christ & Gantenbein – il nuovo edificio per il Museo d’Arte di Basilea e la nuova ala del Museo Nazionale di Zurigo, – in cui gli edifici, pur nel loro differente aspetto, programma e dimensione, interpretano questi mutamenti culturali sia nella loro struttura architettonica, sia nelle qualità degli spazi espositivi realizzati.
Nel secondo articolo Gennaro Di Costanzo prende a pretesto il caso dell’ampliamento della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma di Luigi Cosenza, in cui la concezione di un museo lontano da ambizioni monumentali diviene fertile premessa per la realizzazione di un’idea nuova di museo, – Cosenza lo definisce un museo senza monumento –, dove l’innovazione tipologica articola una sequenza spaziale che trova nella ripetizione e variazione i temi formali con cui costruire una “figurazione temporale”. Un museo “Classico” nel senso dato a questo termine da Cacciari e rispondente a ciò che attualmente non è moda.
Infine una riflessione ad opera di Federica Visconti su cosa può essere oggi il museo. Partendo dall’idea kahniana di museo-deposito sviluppata nel corso di alcuni progetti e rimasta incompiuta – i due edifici per la Yale University a New Haven nel Connecticut e, cronologicamente tra la Yale University Art Gallery e lo Yale Center for British Art, il Kimbell Art Museum di Fort Worth in Texas, l’autore utilizza questa idea ‘interrotta’ di museo come deposito-scrigno per giungere ad una ulteriore affinazione offerta dall’interpretazione di Maurizio Ferraris di storage come dispositivo per la memorizzazione e registrazione di grandi quantità di informazioni in formato digitale, risalendo però ancora al significato della parola inglese che è di nuovo sinonimo di conservazione e memoria.
Chi segue la rivista conosce l’impegno e l’attenzione prestati all’insegnamento del progetto di architettura. Nella vasta letteratura sull’architettura del museo, tema classico di formazione della cultura progettuale per la ricchezza di significati e la vastità di esempi storici, l’interpretazione di Giulio Carlo Argan di Museo come Scuola2 mi è sempre sembrata la più interessante. Cosicché auspichiamo che l’ennesimo contributo della nostra rivista, che giunge con questo fascicolo al traguardo del cinquantesimo numero, possa servire da stimolo aprendo a nuove esperienze e nuove sperimentazioni architettoniche.

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Note
1 I due termini citati sono un riferimento ad un testo di Renato Barilli intitolato Tra presenza e assenza. Due ipotesi per l’età postmoderna (Bompiani 1974) in cui l’autore anticipa molti dei caratteri e delle contraddizioni dell’attualità.
2 Giulio Carlo Argan, Il Museo come Scuola, in “Comunità”, n. 3, 1949, pp. 64-66. Sulla funzione educativa dei musei nel pensiero di Argan si veda Carlo De Carli, Argan: L’arte di educare, in Rileggere Argan. L’uomo. Lo storico dell’arte. Il didatta. Il politico, Atti del Convegno a cura di M. Lorandi e O. Pinessi, Moretti & Vitali, Bergamo 2003, pp. 94-110. Sui diversi ruoli e significati storici del museo si vedano i numeri monografici delle riviste «Hinterland» (n. 4/1978, Per un museo metropolitano; n. 21-22/1982, La diffusione museale) e «Zodiac» (n. 6/1988 dedicato al museo) ed in particolare i saggi di Guido Canella, Inventio translatio depositio (Hinterland 4, cit., pp. 17-29), Memorie di funzione e frammenti di rappresentazione (Hinterland 21-22, cit., pp. 2-3), Su certe devianze dell’archetipo museale (Zodiac, cit., pp. 4-11).






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