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Progettare l’inabitabile. Riflessioni sullo spazio delle relazioni

Giovanni Comi 




Interrogarsi su come è cambiato il modo di abitare lo spazio, sia esso privato che pubblico, è necessario per saper leggere gli opposti piani su cui si costruisce la città; è all’interno del rapporto tra pieni e vuoti, intesi questi ultimi come luogo delle relazioni, che una struttura collettiva prende coscienza di sé e viene «messa in scena la simultaneità dei fatti urbani» (Espuelas 2004, p. 13). Infatti, l’aggregazione di individui (sinecismo) è alla base della nascita di molte città dove il principio di comunità precedeva e fondava l’identità degli abitanti1. Nel momento in cui ci si è trovati a vivere “reclusi”, lo spazio pubblico si è sottratto e con esso è venuta meno l’idea stessa di città fondata sulla vita associata. Il virus ha difatti acuito ed esasperato le disparità sociali tra protetti e indifesi, accentuando le contraddizioni già presenti e mettendo in discussione la stessa “matrice relazionale” tra noi e l’intorno, che riconosce solo nell’alterità la condizione essenziale in grado di determinare il ribaltamento da “soggetto individuale” a collettivo (Tagliagambe 2008, p. 121).
Mosso da una «pulsione immunitaria, da una volontà ostinata di restare intatto, integro, indenne» (Di Cesare 2020, p. 23) l’individuo si è così trovato costretto nel proprio isolamento, privato della libertà che trae origine unicamente dallo “spazio infra” (Arendt 1994): la dimensione storico-politica che assicura la pluralità, l’esistenza di individui non schiacciati l’uno sull’altro, non privati dei propri confini individuali ma dove, anzi, lo spazio pubblico riveste un ruolo rappresentativo che «associa un ideale collettivo a un ideale individuale» (Tagliagambe 2008, p. 208).
Cosa succede quando questa distanza aumenta a tal punto da diventare separazione, quando il cittadino antepone la propria protezione alla partecipazione alla vita pubblica? Ecco che il sentimento d’immunità prevale, generando una crisi del senso d’identità, sostituito dalla singolarità2.
È necessario quindi evitare l’errore di pensare lo spazio, privato o pubblico, senza pensare la città; l’architettura è, infatti, arte del costruire nella misura in cui è anche arte dell’abitare3 inteso quale modo in cui gli uomini agiscono, si relazionano e danno un senso concreto, cioè non alienato e astratto, al loro stare in un luogo. Liberata da ogni concezione finalistica degli spazi, la “capacità di abitare” deve quindi costituirsi, oggi forse più che in passato, in quanto qualità immanente dei luoghi proponendo soluzioni che stabiliscano gradi di “collaborazione” tra edificio e spazio urbano, recuperando cioè quelle forme di relazione che la città contemporanea non sembra più capace di produrre.
La pandemia appare come il risultato di un tempo troppo lungo passato a sottostimare i problemi legati all’espansione della città, come se i fenomeni ambientali e sociali ad essa connessi potessero essere facilmente controllati e gestiti. Lo “stato di eccezione” ha mostrato la non volontà di affrontare la crisi con uno sguardo a lungo termine sebbene, solo maturando una “visione ambientale preveggente”, sia davvero possibile prendersi cura della città, fondare un’etica, insieme dell’individuo e della comunità (Emery 2011, p. 113).
Il rischio è che la città si mostri nuovamente incapace di disegnare gli spazi urbani e deroghi – per ragioni economiche – alle normative esistenti, piegandosi all’uso dei privati4.
Se nella sua prima e più acuta fase, la pandemia ha estremizzato il senso di reclusione, ora il ruolo che lo spazio aperto ha assunto in quanto luogo del movimento e dell’aggregazione si presta a considerazioni circa la forma e l’uso di quegli spazi intermedi irrisolti, zwischenraum tra edificio e strada. In una simile cornice, il disegno dell’attacco al suolo degli edifici si pone come struttura conformativa con l’obiettivo di perseguire una continuità spaziale di relazioni al pari di quanto accadeva in passato grazie a elementi architettonici quali la soglia, il portico, il coperto – interpreti del reciproco senso di appartenenza tra pubblico e privato – espressione di un modo di pensare il progetto urbano che sembra essere stato quasi del tutto rimosso nella città contemporanea.
La città della globalizzazione che distrugge i propri limiti e fagocita il paesaggio circostante estendendo la propria ombra sulla campagna, edifica al contempo molteplici confini al suo interno che definiscono una successione di “dentro” e di “fuori” senza essere però in grado di dare forma a questi luoghi. Koolhaas denomina Intermedi-stan – “terra intermedia” – il confine che da cesura diventa soglia e riconquista il senso etimologico di limes come condizione essenziale dello spazio urbano: la città è tale proprio perché ha un inizio nel tempo e un limite nello spazio5. La Nuova Pianta del Nolli, poi presa a “pretesto” per quel laboratorio che fu Roma Interrotta, è emblematica perché mostra un rapporto dialettico tra pieni e vuoti, in cui lo spazio risulta realmente plasmato in un sistema integrato nel quale la densificazione è il risultato di un disegno della città attraverso le architetture. Se è vero che la distruzione, la trasformazione, è connaturata all’architettura, è importante che essa porti a una conseguente “produzione” non solo/non più di capitale economico secondo le regole della speculazione ma di “capitale civico” (Settis 2014, pp. 57-58). Ad oggi invece sembra che le riflessioni e le soluzioni proposte sotto il segno del pericolo e dell’urgenza siano indirizzate da ragioni economiche più che ecologiche.
Per converso, il fenomeno pandemico ha reso ancor più evidente la necessità di una riflessione, troppo spesso disattesa, su quelle architetture che, data la loro stessa funzione, costruiscono degli spazi “inabitabili” perché progettati con il chiaro scopo di limitare/negare il significato di abitazione. Luoghi che in tempo di pandemia, più di altri, interrogano l’architettura sul suo senso e, in particolare, sul rigore con cui l’architettura stessa si assume l’onere di “costruire” prima di “abitare”, consapevole che solo rovesciando l’abituale consequenzialità si renda pensabile la convivenza e, forse, la sopravvivenza: per progettare è necessario sapere abitare, anzi bisogna imparare ad abitare. Come progettare situazioni in cui la con-vivenza è forzata, dove essere reclusi è la regola e non l’eccezione? «che cosa è un’architettura che si fonda sull’impossibilità dell’abitazione» (Agamben 2018)? Un’architettura che non riconosce più nell’abitare il suo principio e la sua regola risulta ostile ai soggetti di cui nega i bisogni, si tramuta in “dimora estranea”, portando alla trasfigurazione dell’heimlich in unheimlich6. Un sentimento del “perturbante” che ha mostrato quanto “abitabile”/“inabitabile” siano in realtà contigui, vicini, separati da un confine labile. L’“inabitabile”, il negativo dell’architettura, costruito prima di/senza essere abitato cioè pensato, fino a quel momento rimosso dall’architettura, è riemerso con l’esperienza pandemica (Vidler 1992). Non più scissione ma conflitto con l’abitabile, che può arricchire il pensiero architettonico e generare una tensione creativa altrimenti inattingibile. Luoghi per i quali è necessario ristabilire una ricomposizione delle relazioni urbane affinché non si pongano più come un corpo separato nel tessuto della città. Nel progetto di Michelucci per il Giardino degli Incontri all’interno del Carcere di Sollicciano, è possibile riconoscere la volontà di affrontare il tema dell’inabitabilità costruendo uno spazio che sembra annullare la separazione tra interno ed esterno, che si evocano così reciprocamente nell’uso dei materiali e nelle scelte figurative; nel quale la chiarezza strutturale non è semplicemente esibita ma è al servizio dell’invenzione di una spazialità nuova che determina, con la propria irruzione, una crisi semantica non priva di complessità rispetto all’idea stessa di carcere.
Se la risposta all’emergenza Covid-19 è stata affrontata assumendo una strategia comune, il lockdown, pensare la città post Covid-19 deve invece rappresentare un esercizio di specificazione che, partendo dalle differenze insite in ciascuna città, dalla conoscenza della sua storia, del suo passato, sia in grado di produrre uno sguardo sul futuro: una banalizzazione della risposta non farebbe che consegnare la città agli stessi problemi nei quali l’estetizzazione dell’architettura l’ha fino a oggi condannata. Le riflessioni di Vittorio Gregotti sull’autoreferenzialità della bigness sono utili per distinguere l’attuale disaffezione verso il passato che nutre l’architettura contemporanea, dal rifiuto per il passato di alcune avanguardie di inizio XX secolo che rappresentava in chiave dichiaratamente utopica un’idea di progetto come alternativa.
La visione poietica che animava l’opera di architetti come Le Corbusier, e che oggi sembra essere stata del tutto sostituita da una pura emozione estetica, era, infatti, il frutto di una riflessione densa sui materiali, di uno sguardo profondo alle connessioni storico-geografiche del luogo nel quale il progetto si inseriva. Quello che si rivela come non più procrastinabile è proprio la necessità di recuperare questa capacità di immaginare la città e non solo progettarla, ovvero confrontarsi con un tempo dilatato, ampio, che non pensa al contingente ma riflette sul futuro per essere in grado di restituire alla città la propria memoria, andare oltre la Città Generica7 e proporre un radicale ripensamento dello spazio urbano. Analizzare, cioè, la frattura concettuale operata dalla globalizzazione in un’ottica più aggiornata che, senza l’illusione di produrre una struttura urbana valida ovunque, faccia tesoro della specifica condizione e abbia come prospettiva la città intesa quale artefatto complesso, ricco, differenziato8; un processo che muove dall’interpretazione costante della città che precede il progetto e la trasformazione che lo stesso veicola.


Note
1 «[...] gli statuti medievali dell’Aquila prescrissero agli abitanti di realizzare collettivamente (uti socii) gli spazi pubblici (piazza, fontana, chiesa) prima di insediarsi individualmente (uti singuli) nelle case» (Settis 2014, p. 91).
2 La singolarità, non sostenuta dall’alterità, è fragile ed esposta alla frammentazione a differenza dell’identità che è sostenuta dal principio di comunità. Viene così a delinearsi una paradossale “democrazia immunitaria” che Di Cesare sintetizza nella formula del noli me tangere: al centro vi deve essere la propria sicurezza – oggi verso il virus, più in generale verso il diverso – fondata sulla separazione tra la condizione che è riservata ai protetti rispetto agli “altri” esclusi.
3 Etimologicamente il verbo latino habitare, frequentativo di habēre ha il significato di “continuare ad avere”, nel senso di “avere abitudine” a stare in un determinato luogo quale risultato dell’azione dell’uomo che possiede e quindi conserva il luogo che abita, trasformando lo spazio da naturale ad artificiale.
4 «In alcuni luoghi, rurali e urbani, la privatizzazione degli spazi ha reso difficile l’accesso dei cittadini a zone di particolare bellezza; altrove si sono creati quartieri residenziali “ecologici” solo a disposizione di pochi, dove si fa in modo di evitare che entrino a disturbare una tranquillità artificiale». (Papa Francesco 2015, pp. 44-45)
5 Le parole che Argan scrive a prefazione di Roma Interrotta oggi più che mai suonano valide per molte città: «non essendoci più relazione tra storia e natura o architettura e campagna, Roma ha cominciato a gonfiarsi e deformarsi come una vescica, non ha più avuto né architettura né campagna [...]. Non è più una città, ma un deserto gremito di gente, disgregato dalla stessa speculazione che l’ha fatto crescere senza misura» (Argan 1978, p. 12).
6 Il dibattito sull’“inabitabilità” ha origini profonde (in senso filosofico e psicologico) e si riconosce già nelle posizioni di Adorno («abitare, nel senso vero del termine è oggi impossibile») e di Heidegger verso la forma della casa “moderna” che sebbene fosse una risposta alla condizione di insalubrità appariva come tutta incentrata sul puro funzionalismo della tecnica, rendendo il suo abitante un ospite separato dal proprio destino.
7 «La Città generica è la città liberata dalla schiavitù del centro, dalla camicia di forza dell’identità. La Città generica spezza questo circolo vizioso di dipendenza: è soltanto una riflessione sui bisogni di oggi e sulle capacità di oggi. È la città senza storia. È abbastanza grande per tutti. È comoda. Non richiede manutenzione. Se diventa troppo piccola non fa che espandersi. Se invecchia non fa che autodistruggersi e rinnovarsi. È ugualmente interessante e priva d’interesse in ogni sua parte. È “superficiale” come il recinto di uno studio cinematografico hollywoodiano, che produce una nuova identità ogni lunedì mattina» (Koolhaas 2006, p. 31).
8 «Progetto urbano significa prendere come punto di partenza la geografia di una città data, le sue esigenze e i suoi suggerimenti e introdurre con l’architettura elementi del linguaggio per dare forma al sito. Progetto urbano significa tenere presente la complessità del lavoro da compiere più che la semplificazione razionale della struttura urbana. Significa inoltre lavorare in modo induttivo, generalizzando ciò che è particolare, strategico, locale, generativo» (Solà Morales 1989, p. 8).


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